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Per le strade di una Sicilia poco conosciuta in compagnia dei Caminanti

cover_quadmig_27_1-scaleddi Rossana M. Salerno 

Introduzione 

Esistono libri che raccontano una storia e libri che restituiscono un cammino. Sacri, santi e inviolabili. Parole dette e non dette dai Caminanti di Sicilia di Rita Mirabella e Vincenzo La Monica (Fondazione Migrantes,Tau Edizioni 2026) appartiene certamente alla seconda categoria. Il volume si presenta come un lungo viaggio dentro la memoria, l’identità e la quotidianità di una delle comunità meno conosciute della Sicilia contemporanea: quella dei Caminanti.

Fin dalle prime pagine il lettore comprende che non si trova di fronte a una semplice ricerca documentaria. Gli autori dichiarano infatti di voler raccontare non dei Caminanti, ma con i Caminanti, scegliendo di lasciare spazio alle loro parole, ai loro ricordi, ai loro silenzi e alle loro testimonianze. Questa scelta conferisce al libro un carattere autentico e coinvolgente, trasformando la lettura in un incontro diretto con uomini e donne che per lungo tempo sono rimasti ai margini della narrazione ufficiale.

da Sacri santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

da Sacri Santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

Particolarmente significativa appare la scelta di aprire il volume con due citazioni che ne anticipano il senso profondo. I versi di Juri Camisasca – «Camminatore che vai / Cercando la pace al crepuscolo / La troverai / Alla fine della strada» – introducono il tema del cammino, che attraversa l’intera opera come metafora dell’esistenza. Leggendo queste parole sembra quasi di ascoltare la melodia della canzone che le accompagna, mentre il lettore viene invitato a mettersi in viaggio insieme ai protagonisti del racconto. Il cammino non è soltanto spostamento geografico, ma ricerca di senso, memoria e di appartenenza.

Accanto a questa immagine poetica si colloca la riflessione di Marc Bloch: «Tutto ciò che l’uomo dice o scrive, tutto ciò che costruisce, tutto ciò che sfiora, può e deve fornire informazioni su di lui». Una frase che anticipa il metodo stesso del libro, costruito attraverso l’attenzione alle parole, ai gesti, ai luoghi, agli oggetti e alle tracce lasciate da una comunità nel corso della sua storia. 

In questa prospettiva assumono un valore particolare le fotografie che accompagnano il volume. Esse non rappresentano semplici illustrazioni decorative, ma diventano documenti di memoria. I volti segnati dal tempo, gli sguardi, le posture, gli ambienti domestici, le roulotte, i cortili e gli oggetti della quotidianità raccontano aspetti dell’esistenza dei Caminanti che spesso sfuggono alle parole. Ogni immagine diventa una traccia del passaggio di uomini e donne nella storia, una testimonianza capace di restituire dignità e profondità a esperienze che rischierebbero di rimanere invisibili.

da Sacri santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

da Sacri Santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

Anche la scelta di conservare la lingua parlata dai Caminanti si inserisce pienamente in questa prospettiva. Le parole raccolte nel testo non sono soltanto strumenti di comunicazione, ma frammenti di una memoria culturale che custodisce modi di vivere, di pensare e di interpretare il mondo. Attraverso le espressioni dialettali, le inflessioni linguistiche e i racconti tramandati oralmente emergono intere visioni della realtà che altrimenti andrebbero perdute. Ogni parola pronunciata dai testimoni diventa così una fonte preziosa di conoscenza.

Sacri, santi e inviolabili nasce infatti dalla convinzione che ogni vita lasci dietro di sé delle tracce e che proprio attraverso queste tracce sia possibile comprendere una comunità. Il libro si trasforma così in un paziente lavoro di raccolta e restituzione della memoria, nel quale nulla viene considerato troppo piccolo o insignificante. Le parole dette e non dette dai Caminanti, le fotografie, i ricordi e i frammenti di esperienza diventano tessere di un mosaico più ampio che permette al lettore di avvicinarsi a una realtà complessa, ricca e profondamente umana. 

da Sacri santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

da Sacri Santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

Il contenuto del volume 

Uno degli aspetti più apprezzabili del lavoro di Mirabella e La Monica è la capacità di intrecciare differenti registri narrativi. Il libro è contemporaneamente ricerca storica, testimonianza autobiografica, racconto etnografico e archivio di memorie. Le fotografie in bianco e nero di Rita Mirabella dialogano continuamente con le parole raccolte sul campo, contribuendo a creare un racconto corale nel quale immagini e testimonianze si completano reciprocamente.

Le parole di Nicola Fiasché costituiscono una delle testimonianze più intense e significative dell’intero volume, perché condensano in poche righe il senso profondo della memoria, della dignità e della trasmissione dell’esperienza vissuta. Non si tratta soltanto del racconto di una vicenda personale, ma della voce di una comunità che sente il bisogno di lasciare traccia del proprio passaggio nella storia.

L’affermazione iniziale – «Non c’era avvocato, medico, parrino, tra i Caminanti. Né sindaco o carabiniere…» – richiama immediatamente una condizione di marginalità e di distanza rispetto alle istituzioni che tradizionalmente rappresentano il potere, l’istruzione e il riconoscimento sociale. In queste parole emerge la consapevolezza di appartenere a un mondo che per lungo tempo è rimasto escluso dai luoghi in cui si producono sapere, prestigio e autorità. Tuttavia, il tono della testimonianza non è quello della lamentela o del risentimento. Al contrario, vi si coglie una forma di lucida accettazione della propria condizione e, soprattutto, una straordinaria capacità di trasformare la sofferenza in memoria.

La frase «quello che ho visto lo posso raccontare con perfezione, ma quello che ho avuto raccontato, io non lo dimentico» introduce il tema centrale della trasmissione intergenerazionale. La memoria non appartiene soltanto a chi ha vissuto direttamente gli eventi, ma anche a chi li ha ricevuti attraverso il racconto degli altri. Le storie tramandate dagli anziani diventano parte integrante dell’identità collettiva e assumono il valore di un patrimonio da custodire. In questo senso il racconto orale è un archivio vivente, capace di conservare esperienze che non trovano spazio nei documenti ufficiali ma che risultano fondamentali per comprendere la storia di una comunità.

da Sacri santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

da Sacri Santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

Toccante è il passaggio in cui Nicola afferma: «Lo racconterò, così non si perde la leggenda». Il termine “leggenda” non deve essere inteso come qualcosa di fantastico o irreale, ma come ciò che merita di essere tramandato. La leggenda è la memoria condivisa che permette a una comunità di riconoscersi nel tempo, di mantenere vivo il legame con le proprie origini e di trasmettere alle nuove generazioni il significato delle esperienze vissute. Raccontare diventa quindi un atto di responsabilità verso il passato e verso il futuro.

Ancora più intensa è la conclusione della testimonianza: «Devono sapere comu nuatri siamo vissuti, comu abbiamo avuto la forza di volontà di vivere, la forza di volontà di portare i bambini avanti, i figli avanti: non ci fari vedere li peni che abbiamo visto noi». Qui emerge con forza il tema della resilienza. Le sofferenze ricordate non vengono esibite per suscitare compassione, ma per testimoniare la capacità di resistere alle difficoltà e di garantire continuità alla vita familiare e comunitaria. Il riferimento ai figli assume un valore universale: ogni generazione affronta sacrifici e privazioni affinché quella successiva possa avere opportunità migliori.

Queste parole restituiscono l’immagine di una comunità che, pur avendo conosciuto l’emarginazione, la povertà e le difficoltà quotidiane, non si definisce attraverso la sofferenza, ma attraverso la forza con cui è riuscita ad affrontarla. Il racconto di Nicola Fiasché diventa così una testimonianza di dignità umana, di memoria condivisa e di speranza. È la voce di chi non vuole che il proprio passato venga dimenticato, perché sa che ogni esperienza vissuta, anche la più dolorosa, contiene un insegnamento da consegnare a chi verrà dopo.

In fondo, esprimono il senso stesso del libro: preservare una memoria che rischierebbe di scomparire e restituire valore a storie che per troppo tempo sono rimaste ai margini. Attraverso il racconto di Nicola, i Caminanti non chiedono soltanto di essere conosciuti, ma di essere ricordati. E nel momento in cui la loro voce trova ascolto, quella memoria cessa di appartenere esclusivamente a loro e diventa patrimonio comune.

da Sacri santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

da Sacri Santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

La narrazione accompagna il lettore attraverso numerosi aspetti della vita dei Caminanti: le origini della comunità, i mestieri tradizionali, i rapporti familiari, il ruolo delle donne, il linguaggio, le credenze religiose, i rituali e le trasformazioni introdotte dalla contemporaneità. Ne emerge il ritratto di una realtà complessa e dinamica, molto distante dalle rappresentazioni stereotipate che spesso accompagnano le comunità nomadi.

Particolarmente interessante risulta la riflessione sul significato stesso del termine caminare. Nel libro esso non indica semplicemente il movimento nello spazio, ma una disposizione culturale e identitaria che continua a esistere anche quando la mobilità si interrompe. Le testimonianze raccolte mostrano come il viaggio rappresenti un elemento costitutivo della memoria collettiva dei Caminanti, una dimensione che continua a definire il loro modo di percepire sé stessi e il mondo.

Di grande valore è anche la scelta di conservare la lingua parlata dai testimoni nella sua autenticità. Gli autori dichiarano esplicitamente di aver trascritto le parole seguendo l’orecchio, rispettando le inflessioni e le variazioni linguistiche incontrate durante la ricerca. Questa attenzione non è soltanto una scelta stilistica, ma un modo per preservare un patrimonio culturale immateriale che rischierebbe di andare perduto. Le parole dei Caminanti diventano così parte integrante della narrazione e contribuiscono a restituire la ricchezza della loro esperienza umana.

da Sacri santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

da Sacri Santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

La prefazione di Mons. Corrado Lorefice costituisce un ulteriore elemento di valore. Attraverso l’immagine del cammino e dell’incontro, il testo invita il lettore a superare pregiudizi e semplificazioni, ricordando che i Caminanti non sono un fenomeno da osservare a distanza, ma una comunità fatta di volti, storie e relazioni. Le sue parole preparano efficacemente il terreno alla lettura, suggerendo un atteggiamento di ascolto e di apertura verso l’altro.

L’introduzione di Franco La Cecla sottolinea invece il valore della lunga ricerca condotta da Rita Mirabella, evidenziando come il volume sia il risultato di decenni di osservazione partecipata e di relazioni costruite nel tempo. Questo elemento emerge chiaramente in ogni pagina: il lettore percepisce che il libro nasce da una conoscenza profonda della comunità e da un rapporto di fiducia che ha consentito agli autori di raccogliere testimonianze altrimenti difficilmente accessibili.

Uno dei meriti maggiori dell’opera consiste proprio nella capacità di restituire umanità ai protagonisti della narrazione. I Caminanti non vengono mai ridotti a categoria sociale o curiosità etnografica. Emergono piuttosto come persone concrete, con le loro speranze, le loro paure, i loro affetti e le loro contraddizioni. Questa dimensione umana rende la lettura coinvolgente e consente al lettore di avvicinarsi a una realtà spesso sconosciuta senza filtri ideologici o interpretazioni precostituite.

La risposta che emerge dalle pagine del libro sfugge a qualsiasi definizione rigida o definitiva. I Caminanti non sono soltanto una comunità nomade presente in Sicilia, né possono essere ridotti ai mestieri tradizionali che per lungo tempo li hanno resi riconoscibili nell’immaginario collettivo. Essi rappresentano piuttosto una storia di adattamento, resistenza e continua ridefinizione della propria identità.

Per molti italiani il primo contatto con i Caminanti è avvenuto attraverso una voce amplificata da un altoparlante che attraversava le strade dei paesi e delle città: «Donne, è arrivato l’arrotino!». Una frase che appartiene ormai alla memoria collettiva e che richiama un’Italia fatta di piazze, quartieri popolari e rapporti diretti tra persone. Eppure, dietro quella voce familiare si nascondeva una realtà quasi sconosciuta. Tutti ricordano l’arrotino, pochi conoscono la storia degli uomini che svolgevano quel mestiere. Questa distanza tra riconoscibilità pubblica e invisibilità sociale attraversa l’intera vicenda dei Caminanti e costituisce uno dei temi più interessanti affrontati dagli autori.

da Sacri santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

da Sacri Santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

Le professioni tradizionali dei Caminanti raccontano una straordinaria capacità di adattamento alle trasformazioni della società. Arrotini, stagnini, ombrellai, venditori ambulanti, riparatori di cucine a gas: attività che oggi possono apparire marginali o persino anacronistiche, ma che per lungo tempo hanno rappresentato servizi essenziali nelle comunità locali. Questi mestieri non erano semplicemente fonti di sostentamento economico; erano forme di relazione con il territorio, occasioni di incontro e strumenti attraverso cui la comunità manteneva il proprio equilibrio. Con l’avvento della società dei consumi e la progressiva diffusione di beni a basso costo e facilmente sostituibili, molte di queste professioni hanno perso la loro funzione originaria. Riparare un coltello o un ombrello è diventato meno conveniente che acquistarne uno nuovo. In questo cambiamento si riflette una trasformazione più ampia della società contemporanea, sempre più orientata al consumo immediato e sempre meno alla conservazione e alla riparazione.

Il libro mostra come la globalizzazione abbia modificato profondamente anche il mondo dei Caminanti. La comunità non appare più come una realtà omogenea, ma come un universo articolato e differenziato. Esistono ancora famiglie che percorrono l’Italia a bordo di camper e roulotte, mantenendo viva la tradizione del nomadismo. Accanto a loro vi sono Caminanti seminomadi che alternano periodi di movimento a momenti di stanzialità e, infine, Caminanti stabilmente residenti in abitazioni permanenti. Questa pluralità di condizioni dimostra quanto sia fuorviante immaginare la comunità attraverso categorie statiche. L’identità dei Caminanti si costruisce infatti nel continuo dialogo tra tradizione e cambiamento, tra mobilità e radicamento.

Affascinante è il riferimento al baccagghiu, il linguaggio segreto sviluppato dalla comunità. Più che un semplice gergo, esso appare come uno spazio simbolico di appartenenza, una sorta di territorio invisibile che accompagna i Caminanti ovunque si trovino. In un mondo caratterizzato dalla mobilità e dalla dispersione geografica, la lingua diventa una casa culturale, un luogo in cui riconoscersi e preservare la propria memoria. Attraverso il baccagghiu emerge il desiderio di custodire un’identità collettiva che resiste alle pressioni dell’omologazione e alla perdita delle tradizioni.

da Sacri santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

da Sacri Santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

Uno degli aspetti più suggestivi della riflessione proposta dagli autori riguarda però il significato stesso del caminare. Il cammino non è presentato esclusivamente come uno spostamento nello spazio, ma come una condizione esistenziale. Anche quando si fermano, i Caminanti continuano in qualche modo a camminare, perché il movimento è parte integrante della loro memoria e del loro modo di percepire il mondo. L’immagine del Viandante evocata nel testo assume così una dimensione universale. Il Viandante non appartiene soltanto ai Caminanti: è una figura che parla a tutti gli esseri umani. È colui che vive in equilibrio tra il desiderio di appartenenza e il bisogno di libertà, tra la sicurezza delle radici e l’attrazione dell’orizzonte.

In questa prospettiva, la storia dei Caminanti supera i confini della ricerca etnografica e assume un valore più ampio. Le loro vicende diventano una riflessione sul significato dell’identità, sulla necessità di essere riconosciuti e sul diritto di preservare la propria diversità. Essi ci ricordano che ogni comunità è il risultato di una continua negoziazione tra memoria e cambiamento e che la fedeltà alle proprie origini non coincide necessariamente con l’immobilità.

Il volume invita dunque a guardare oltre i pregiudizi e le immagini superficiali. Gli autori suggeriscono che per comprendere davvero i Caminanti sia necessario ascoltare i loro racconti, conoscere le loro tradizioni e lasciarsi guidare dalle loro memorie. Solo così diventa possibile costruire una narrazione diversa della Sicilia, più ricca e più complessa, capace di includere anche quelle storie che per lungo tempo sono rimaste ai margini.

Alla fine della lettura, il Viandante evocato dagli autori non appare più come una figura lontana o esotica. Diventa piuttosto il simbolo di una condizione profondamente umana: quella di chi cerca un equilibrio tra il bisogno di appartenere e la necessità di restare fedele a sé stesso. È forse per questo che la storia dei Caminanti continua a parlare al presente. Perché racconta, attraverso forme diverse, una ricerca che appartiene a tutti. 

da Sacri santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

da Sacri Santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

Conclusioni 

Sacri, santi e inviolabili è un libro che guida nel cammino della conoscenza sotto molti punti di vista. È un’opera che documenta, conserva e restituisce memoria; ma è anche un libro che invita a riflettere sul valore dell’ascolto e sul diritto di ogni comunità a raccontare la propria storia. Attraverso un paziente lavoro di raccolta di testimonianze e immagini, Rita Mirabella e Vincenzo La Monica hanno costruito un archivio prezioso della cultura dei Caminanti di Sicilia, contribuendo a colmare una significativa lacuna nella conoscenza di questa realtà.

Il volume si apprezza per la delicatezza dello sguardo, per la qualità della documentazione e per la capacità di trasformare una ricerca durata decenni in una narrazione accessibile e coinvolgente. Le fotografie, le testimonianze e i ricordi raccolti compongono un mosaico ricco di sfumature che restituisce dignità e complessità a una comunità troppo spesso osservata attraverso stereotipi e semplificazioni.

Gli autori mostrano come la storia dei Caminanti sia segnata da una continua tensione tra presenza e assenza, tra visibilità e invisibilità. Le tracce documentarie appaiono improvvisamente e altrettanto improvvisamente sembrano scomparire, lasciando dietro di sé lunghi periodi di silenzio. È come se la comunità emergesse alla superficie della storia per brevi momenti, per poi ritornare nell’ombra, sottraendosi allo sguardo degli osservatori e delle istituzioni.

L’immagine del fiume carsico utilizzata dagli autori appare particolarmente efficace. Come le acque che scorrono sottoterra per lunghi tratti prima di riaffiorare, così i Caminanti sembrano attraversare i secoli mantenendo una presenza discreta ma costante. Non scompaiono realmente; semplicemente continuano il loro percorso lontano dai riflettori della storia ufficiale. Questa condizione di intermittente visibilità non dipende soltanto dalla scarsità delle fonti documentarie, ma rivela qualcosa di più profondo sul rapporto tra le comunità marginali e la società dominante. Spesso la storia viene raccontata attraverso le istituzioni, i governi, le guerre, le élite economiche e culturali, mentre le vite di coloro che vivono ai margini restano confinate in una sorta di zona grigia della memoria collettiva.

da Sacri santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

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Proprio per questo motivo colpisce la comparsa improvvisa dei cognomi dei Caminanti negli archivi parrocchiali del Novecento. Quei registri di nascita, matrimonio e battesimo rappresentano molto più di semplici documenti amministrativi. Essi testimoniano il momento in cui una presenza fino ad allora sfuggente entra, almeno in parte, nella scrittura ufficiale della società. Dietro quei nomi annotati dai parroci vi sono famiglie, percorsi di vita, legami affettivi e strategie di sopravvivenza che per lungo tempo erano rimasti affidati esclusivamente alla memoria orale.

Particolarmente interessante è la riflessione degli autori sull’impossibilità di individuare con certezza un’origine unica e definitiva dei Caminanti. Invece di considerare questa mancanza come un limite, il testo invita a guardare alla storia della comunità come a un processo continuo di trasformazione. Forse il punto non è stabilire da dove provengano esattamente i Caminanti, ma comprendere come siano riusciti ad attraversare i secoli mantenendo una propria identità. L’origine, in questa prospettiva, perde il suo carattere assoluto e lascia spazio al tema della continuità e dell’adattamento.

Emerge così una visione dell’identità profondamente dinamica. I Caminanti non appaiono come i custodi immutabili di una tradizione antica, ma come una comunità che ha saputo ridefinirsi costantemente in risposta alle sfide della storia. I mestieri cambiano, i territori si trasformano, le condizioni economiche mutano, ma permane una capacità straordinaria di adattamento. Le parole di Antonino Rasizzi Scalora sintetizzano efficacemente questa esperienza quando afferma che il Caminante ha dovuto «cambiare, cambiare, cambiare sempre». La ripetizione del verbo sottolinea come il cambiamento non rappresenti un evento eccezionale, ma una condizione permanente dell’esistenza.

da Sacri santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

da Sacri Santi e inviolabili (ph. Rita Mirabella)

Assume infine sigificativo rilievo la riflessione di Leonardo Piasere sul concetto di “pura differenza”. I Caminanti sembrano aver costruito la propria identità non tanto sulla conservazione immobile di un’origine, quanto sulla capacità di ridefinire continuamente il confine tra sé e gli altri. La loro storia appare come un incessante processo di negoziazione, attraverso il quale la comunità si ricrea adattandosi alle circostanze senza perdere il senso della propria specificità. L’identità non viene presentata come un’eredità immutabile ricevuta dal passato, ma come una costruzione continua che deve essere costantemente rinnovata.

È proprio questo aspetto a rendere particolarmente affascinante la storia dei Caminanti. Essi sembrano incarnare una forma di resilienza culturale che non si fonda sulla chiusura o sull’immobilità, ma sulla capacità di trasformarsi per continuare a esistere. Ogni cambiamento di mestiere, ogni spostamento da un paese all’altro, ogni adattamento alle nuove condizioni sociali diventa parte di una lunga strategia di sopravvivenza collettiva.

Gli autori suggeriscono che, di fronte alle inevitabili lacune della documentazione storica, sia possibile scegliere una strada diversa da quella della frustrazione o della rinuncia. Si può continuare a sfogliare questo libro mai definitivamente concluso, lasciandosi guidare dalle tracce lasciate da una comunità in costante movimento. È una storia che non si chiude con una risposta definitiva sulle origini, ma che continua a scriversi nel tempo, «di passaggio in passaggio, di mestiere in mestiere, di secolo in secolo, di paese in paese».

In fondo, il fascino della vicenda dei Caminanti risiede proprio in questa capacità di sottrarsi alle definizioni rigide. Essi non rappresentano soltanto una comunità nomade della Sicilia, ma il simbolo di un’identità che si costruisce nel viaggio, nell’adattamento e nella continua ricerca di un equilibrio tra memoria e cambiamento. Il loro percorso ricorda che la storia non è fatta soltanto di radici, ma anche di strade percorse, di trasformazioni affrontate e della capacità di reinventarsi senza smarrire completamente sé stessi.

Al termine della lettura rimane la sensazione di aver compiuto un viaggio. Un viaggio attraverso le strade percorse dai Caminanti, ma anche attraverso la memoria di una Sicilia meno conosciuta e più autentica. È forse questo il lascito più significativo del libro: ricordarci che dietro ogni comunità esistono storie che meritano di essere ascoltate e custodite. E che, come suggeriscono le parole di Camisasca poste in apertura, ogni cammino umano lascia tracce preziose lungo la strada, purché qualcuno abbia la sensibilità e la pazienza di raccoglierle. 

Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
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Rossana M. Salerno, ha studiato presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli studi di Trento, si laurea in Sociologia Territorio ed Ambiente nel settembre 2008. Prosegue i suoi studi con il Master I in Comunicazione, Educazione ed Interpretazione Ambientale presso il Dipartimento Ethos e Dismot dell’Università degli studi di Palermo. Nel 2010 vince il Dottorato di Ricerca in Sociologia, seguita dal prof. Salvatore Abbruzzese nello svolgimento delle attività di ricerca, presso la Libera Università “Kore” degli studi di Enna. Nel 2013 diviene membro di diverse associazioni accademiche nazionali ed internazionali e nel 2014 consegue il Dottorato di Ricerca in Sociologia dell’Innovazione e dello Sviluppo. Nel 2016 si specializza con il master universitario internazionale di II livello in Sociologia – teoria, metodologia e ricerca – interuniversitario Roma tre, La Sapienza di Roma e Tor Vergata sotto la tutela direttiva del prof. Roberto Cipriani. Nel 2017 è impegnata come “Researcher” in Francia in partenariato con A.R.S – Università di Lille2 (France) e Università Kore degli studi di Enna. Ad oggi è autrice di testi ed articoli sulla Sociologia della Religione, del Territorio e dell’Ambiente. Nel 2023 riceve da parte della Scuola di Medicina e Chirurgia di Palermo con sede presso il Policlinico Universitario “Paolo Giaccone” un incarico a contratto di docenza in Sociologia dei processi culturali e comunicativi in ambito lavorativo.

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