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Per gli anniversari di Rocco Scotellaro

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di Arnaldo Bruni [*]

La vita

Parlando oggi di Scotellaro salta subito all’occhio una combinazione pitagorica legata al numero tre. Perché Scotellaro è nato nel 1923 ed è scomparso appena trentenne nel 1953: sicché nell’anno appena trascorso si è celebrato insieme il centenario della nascita e il settantesimo della morte. Le scadenze lasciano pensosi perché rievocano una figura luminosa che ha attraversato nella brevità della sua vita la cultura italiana come una meteora, rimanendo però attiva, quasi una stella fissa a futura memoria. Le vicende personali consentono di accostarlo – è stato fatto più volte – a protagonisti assoluti del nostro Novecento come Piero Gobetti e Antonio Gramsci, oppure come Ernesto De Martino e Carlo Levi. Per due ragioni sostanziali, l’intensità della biografia e l’incisività dell’opera concentrata in un’anagrafe così raccorciata.

La sua formazione è stata complicata e un po’ avventurosa. Nato a Tricarico (Matera), da una famiglia di piccolo artigianato (il padre Vincenzo era calzolaio, la madre, Francesca Armento, sarta e scrivana) si è dovuto spostare per gli studi dopo le elementari nel Convitto Serafico dei Cappuccini a Sicignano degli Alburni e poi a Cava dei Tirreni (Salerno), frequentando il liceo classico a Matera, Potenza e a Trento, nel 1940-41. Esperienza decisiva questa di Trento perché incontra nel liceo «Giovanni Prati» Bruno Betta, docente di filosofia, antifascista, e soprattutto Giovanni Gozzer, poi partigiano democristiano, che diviene per lui una guida, sostenendo il suo tentativo di conseguire la maturità dopo la seconda liceo.

Nel 1942 si iscrive a Giurisprudenza a Roma, ma non potrà proseguire perché in quell’anno muore il padre ed è costretto a rientrare a Tricarico. Nel 1943 si iscrive al partito socialista e ne fonda la sezione intitolata a Giacomo Matteotti. Diviene protagonista del dibattito politico, è eletto sindaco una prima volta nel 1946, guidando una lista di sinistra con il simbolo dell’Aratro, confermato nel 1948. L’8 febbraio 1950 è arrestato per un preteso delitto di concussione riguardo a fatti che risalivano all’agosto 1947 e al febbraio 1948. Il 24 marzo 1950 «la Sezione Istruttoria della Corte di Appello di Potenza non solo proscioglie l’imputato ordinandone la scarcerazione «per non avere commesso il fatto» e «perché il fatto non costituisce reato»: di più, le carte parlano chiaramente di «vendetta politica».

Nel maggio 1950 si dimette dalla carica di sindaco, nella quale era stato prontamente reintegrato dopo il carcere, e parte per Roma, dove lavora per qualche mese da Einaudi. Manlio Rossi-Doria lo chiama successivamente a Portici presso l’Osservatorio di economia agraria per partecipare agli studi preliminari del piano regionale per la Basilicata, commissionato dalla Svimez, curando la parte relativa ai problemi igienico-sanitari (sotto la guida dell’amico medico Rocco Mazzarone), l’analfabetismo e la scuola. Il 13 marzo Vito Laterza, tramite Vittorio Fiore, gli propone un libro sulla cultura dei contadini meridionali e a tale lavoro dedica gli ultimi mesi della sua vita. Muore a Portici, stroncato da un infarto, il 15 dicembre 1953, sicché Contadini del sud esce postumo nel 1954 con prefazione di Rossi-Doria, lo stesso anno della sua raccolta poetica, È fatto giorno, apparso con prefazione di Carlo Levi; Contadini del Sud, con prefazione di Manlio Rossi Doria, nel 1954; L’uva puttanella, ancora con prefazione di Carlo Levi, nel 1956 [1].

Le date dimostrano che le sue opere escono tutte postume e incomplete, lasciando peraltro molte cose inedite: si ha notizia di tre drammi composti nel 1943 (La morte del suggeritore, Il ritratto, Giovani soli) e di una sceneggiatura cinematografica, I Fuochi di San Pancrazio, in collaborazione con Linuccia Saba e Gerardo Guerrieri, a conferma della fertile fantasia dell’autore [2]. Oggi ci limitiamo alla raccolta poetica e a Contadini del Sud, intendendo il nostro incontro come un invito a conoscere l’autore, del quale sono a disposizione Tutte le poesie 1940-1953 («Oscar Mondadori» del 2004, a cura di Franco Vitelli. Introduzione di Maurizio Cucchi); L’una puttanella e Contadini del Sud, sono stati ristampati nel 1964 e nel 1986.

md30742245582Le poesie 

È fatto giorno vince il Viareggio nell’anno stesso della pubblicazione [3]. Levi è il curatore, nel senso che sceglie le poesie dalle carte in suo possesso, escludendone ventisette, il che non ha compromesso la ricchezza del volume comprendente 135 liriche distinte in quattordici sezioni, dedicate per esempio a Il carcere e a La casa, sicché la raccolta si propone anche come un’autobiografia in versi. I testi esclusi, recuperati, si leggono nell’«Oscar Mondadori» appena ricordato.

La prefazione di Levi a È fatto giorno apre un dibattito che durerà fino a oggi. Levi sostiene che la poesia di Scotellaro «non ha radici colte, se non quelle dell’antichissima e ineffabile cultura contadina». Si tratta di un’etichetta, quella del poeta contadino, che ha resistito a lungo, nonostante il tentativo di correzione di Franco Fortini già nel 1955 [4], e finché non si è indagata meglio la sua formazione, soprattutto del periodo trentino: è apparso così un tessuto culturale per nulla dilettantesco, ricapitolato nel libro recentissimo di Marco Gatto.

Risulta infatti che Scotellaro, liceale, ha tradotto Mimnermo, Catullo, Orazio, sono emersi rinvii a passi omerici, a Teocrito ed Esiodo, agli epigrammi dell’Antologia Palatina e alle letture dei moderni come Steinbeck, Dos Passos, Kafka: si sa che conosceva Montale e Sinisgalli, oltre naturalmente alla tradizione popolare che ha raccolto e tradotto nelle sue carte. Dunque Scotellaro ha avuto un apprendistato di tutto rispetto, per quanto giovanile, che risulta nei riecheggiamenti dei suoi versi di reminiscenze delle «povere piccole cose», nel gusto di Sergio Corazzini: il crepuscolarismo è una delle costanti della sua poesia, nella quale non mancano tracce dell’ermetismo, declinate in rapporto alla epopea contadina, «inferiore alla fama», anche se Carlo Muscetta «sosteneva la preminenza dei versi d’ispirazione sociale e politica».

rosalma-salina-borello-a-giorno-fatto-saggio-roccoNella sua ricerca si sono distinte sostanzialmente tre fasi secondo lo studio di Rosalma Salina Borello: la prima fase, 1940-45, è distinta dalla scelta della lingua nazionale, dalla tendenza al frammento lirico, dall’indugio sul ‘bozzetto paesano’, con debiti nei confronti degli ermetici, di Pavese e di Montale. Il secondo momento tra il 1945 e il 1949, è caratterizzato dall’«immissione di dialettismi», dal «calco della parlata popolare», dall’impiego del che polivalente, dall’uso superfluo del pronome personale, non senza l’adozione di «evidenti discordanze grammaticali»: si tratta, secondo Salina Borello, non «di regressione, ma di reinvenzioni di moduli popolareschi», per cui si dovrebbe parlare più esattamente «mediazione mimetica».

Infine la produzione del ’49-’53, la «poesia della delusione e della rinuncia», in cui «si affaccia insistente, il presagio della morte», accanto a «motivi nuovi come il passaggio alla città» e la scoperta «di una nuova toponomastica (Portici, Positano, Napoli, Amalfi ecc.)». Si può dire in generale con Fortini «che la sua è una poesia realistica, legata rigorosamente ai luoghi e alle persone, articolata in una serie di liriche, relativamente brevi, che partono spesso, come molta poesia contemporanea, da un dato descrittivo», assumendo magari «una tonalità, in genere, dimessa, che gli viene certo da Sinisgalli, più o meno inconsapevolmente». Nella sua maniera, semplificando a fini indicativi, si riconoscono due direttrici fondamentali: da una parte la poesia della protesta, dall’altra la linea della soggettività lirica che forse, ancora secondo Fortini, rappresenta la sua espressione più efficace, rispetto ai «tentativi epici del grido e della denuncia».

scotellaro-la-poesia-ffortini-1974-e-bibliografia-criticaPer esemplificare, si possono leggere in parallelo la lirica che Levi chiama la «Marsigliese del movimento contadino», Sempre nuova è l’alba, che dà anche il titolo a una sezione della raccolta. Qui è caratteristico un espediente strutturale che sviluppa, dopo le due terzine iniziali, un’espansione del testo verso la quartina e la strofa finale di cinque versi, secondo un artificio che intende sottolineare, ispessendosi, l’importanza del messaggio concentrato sull’improvvisa fiammata di luce di chiusura, un volo di ali protese al futuro: «Altre ali fuggiranno / […] l’alba è nuova, è nuova». La centralità del testo è rilevata dal titolo, che riecheggia quello della raccolta, ed è tratto da un’espressione mutuata da un canto popolare, da Scotellaro tradotto e messo come epigrafe sul quaderno delle sue poesie. Rappresenta un messaggio di riscatto prossimo venturo, con riecheggiamenti della poesia alta, di cui pare di riconoscere qualche traccia. Per esempio, il «Beviamoci insieme una tazza colma di vino» di v. 4 ricorda Il canto dell’amore di Carducci, con irriverente invito a papa Pio IX: «Vieni: a la libertà brindisi io faccio: / Cittadino Mastai, bevi un bicchier!» [5]. Si legga a riscontro oppositivo una breve poesia di paesaggio, quasi una pittura di macchiaiolo, dedicato alla sua terra, Lucania (1940):

M’accompagna lo zirlio dei grilli
e il suono del campano al collo
d’un’inquieta capretta.
Il vento mi fascia
di sottilissimi nastri d’argento
e là, nell’ombra delle nubi sperduto,
giace in frantumi un paesetto lucano. 

Il testo, in versi liberi (solo un endecasillabo di quarta sesta decima: «di sottilissimi nastri d’argento»), riverbera una probabile memoria della poesia di Montale per l’attenzione acustica ai rumori degli animali circostanti (si sa che Scotellaro amava leggere in pubblico gli Ossi di seppia). «M’accompagna lo zirlio dei grilli» rammenta per questa acustica legata al paesaggio il montaliano Meriggiare pallido assorto: «ascoltare tra i pruni e gli sterpi / schiocchi di merli, frusci di serpi». Il finale, con l’immagine del paese «sperduto» nella lontananza, sembra rinviare alla solitudine dell’«aratro», oggetto del paragone, in Lavandare di Pascoli («come un aratro in mezzo alla maggese»).

9788823533103_0_536_0_75La poesia di Scotellaro si muove appunto attraverso questi due livelli costitutivi che compongono in apparenza una diffrazione, in realtà realizzano un’esigenza profonda del suo impegno sociale da una parte, della sua fantasia lirica dall’altra. Un altro esempio sintomatico si riconosce in Pozzanghera nera il diciotto aprile (1948), in versi liberi con qualche endecasillabo (1), dedicata alla delusione del risultato elettorale che secondo Levi va annoverata, come altre, tra le «grandi poesie, eccezionali della nostra letteratura». La mitologia dell’illusione utopica dei primi versi viene smentita dalla dolorosa realtà della sconfitta espressa dalla triplice ripetizione «è finita, è finita, è finita», da un verso ripetuto nella seconda strofa («nessuno sarà con noi»), da un impiego particolare della rima che sottolinea lo scacco attraverso la replica: «finita:vita», «morte:sorte», «anni:panni», «pezzenti:denti». La delusione per il 18 aprile sarà più avanti un tema di Vittorio Sereni, ne Gli strumenti umani, a conferma della sua potenzialità, visto che il poeta Umberto Saba è descritto mentre insulta l’Italia, responsabile a suo giudizio di un risultato sgradito: «“Porca – vociferando – porca”. / Lo guardava / stupefatta la gente. / Lo diceva all’Italia. Di schianto, come a una donna / che ignara o no a morte ci ha ferito» [6]. Viene automatico pensare al contrasto con Casa (1951) che è forse, secondo Fortini, «in senso assoluto, la più bella poesia di Rocco. Ha il ritmo dell’ultima pagina dei Malavoglia»:

Come hai potuto, mia madre, durare
gli anni alla cenere del focolare,
alla finestra non ti affacci più, mai.
E perché le foglie, il marito, e i figli lontani,
e la fede in dio t’è caduta dalle mani,
la casa è tua ora che te ne vai.

La lirica si accosta non per caso alla metrica tradizionale: ai due endecasillabi di apertura corrisponde quello di chiusura e affiorano le rime baciate «durare:focolare», «lontani:mani» o a distanza, «mai:vai». Su questa retorica si innesta l’andamento piano di un colloquio che evoca per apostrofe la madre, con il senso di perdita del finale. La divaricazione interna riscontrata fra tessuto basso e piani espressivi alti di fatto non sembra essersi conciliata del tutto nella trama dei suoi versi. Tale peculiarità però non deve preoccupare più di tanto, perché in ogni sua poesia affiora almeno una suggestione vivida, un punto luminoso che rimane stabilmente nella memoria e contribuisce a rendere memorabile la frequentazione dei suoi versi.

Chi denunciasse, magari in base a un canone classicista, che questo aspetto costituisce una deficienza artistica, non tiene conto che un’opera può avere un’importanza straordinaria sul piano storico-culturale, anche se non perfettamente riuscita, come capita tante volte nella letteratura: è il caso appunto anche della ricerca di Scotellaro che ha cercato di riunire coraggiosamente, ribadendo per chiarezza la conclusione,  l’esperienza della tradizione popolare con gli sviluppi elevati della lirica, nel tentativo di trasferire la ricchezza nativa dell’espressività di un territorio circoscritto al livello alto della tradizione aristocratica tipica della modalità nostrana.

Si tratta peraltro di una proposta che rimane aperta e attuale nella letteratura moderna, come ha giustamente sottolineato Clemente in uno scritto recente [7]: perché esiste oggi un problema contadino come ritorno alla terra, esistono i portatori di una cultura altra come gli emigranti, esistono le identità regionali, destinate magari a esplodere se il progetto approvato da poco in Senato sull’autonomia differenziata dovesse andare avanti, come non ci auguriamo. Dunque il raccordo di culture diverse ai fini di prefigurare la pienezza di un mondo arricchito da livelli molteplici di sperimentazione deve continuare contro ogni speranza e senza paura. In questa chiave il messaggio di Scotellaro rimane una prospettiva attraente e indispensabile.  

md15535616056Le prose

Per tentare di comporre un ritratto completo dell’autore manca un riferimento alle prose, come L’uva puttanella, sorta di romanzo autobiografico in cui rende conto della sua esperienza di collegiale e del suo disagio carcerario, senza dimenticare alcuni racconti, tra i quali spicca per originalità Uno si distrae al bivio. Sembra giusto però privilegiare in questa sede Contadini del Sud, a cui Scotellaro si dedica negli ultimi sei mesi di vita, non solo perché l’opera è apparsa in contemporanea (1954), si è detto, con È fatto giorno, ma perché si configura a ben guardare come una realizzazione parallela e convergente rispetto alla poesia: vi si riconosce infatti la stessa esigenza di ricomposizione dal basso di un tessuto culturale difforme [8].

Prima di tutto è necessaria una contestualizzazione inevitabile del libro, voluto da un grande editore come Vito Laterza che negli anni Cinquanta promuove la collana dei «Libri del tempo», probabilmente richiamandosi a un’iniziativa promossa in anticipo da Pietro Ingrao. Il quale sull’Unità del 30 dicembre 1948 aveva indirizzato una Lettera aperta a Cesare Zavattini. Invito ad un viaggio, sollecitando un’esplorazione che gli scrittori avrebbero dovuto compiere in Italia per misurare il grado di povertà di un Paese uscito stremato dalla guerra. Zavattini accolse l’idea, progettando una collana dal titolo petrarchesco, Italia mia, e pubblicando nel 1955 un libro fotografico dedicato al suo paese natale, Luzzara (Reggio Emilia), messo a punto insieme con il fotografo americano Paul Strand: più volte ristampato, l’ultima nel 2022, Un paese. Gli anni sono coincidenti e risulta affine il progetto di Vito Laterza che arruola nel 1955 Luciano Bianciardi e Carlo Cassola per I minatori della Maremma, usciti nel 1956. Tracce evidenti di questa analoga matrice si ravvisano nella stessa struttura di base, suggerita probabilmente dall’editore che era solito intervenire nel lavoro degli scrittori assoldati alla lettera: dal carteggio di Laterza con Cassola risulta che lo scrittore ebbe dall’editore uno stipendio di cinquantamila lire, allora una cifra, durante il periodo di elaborazione dei Minatori) [9].

15535386Non sorprende perciò l’identità dell’apertura geografica dedicata al territorio, la Maremma, nel caso di Bianciardi e Cassola, l’Alto Materano di Scotellaro. Si deve dire subito che le analogie finiscono qui, perché la tecnica compositiva è profondamente diversa. Bianciardi e Cassola conducono in prima persona il racconto, anche quando presentano nella sezione finale le biografie dei minatori. La tipologia privilegiata da Scotellaro è tutt’altra: sono testimonianze dirette di Michele Mulieri (Figlio del tricolore: Racconti, dichiarazioni e scritti); di Andrea Di Grazia (Tra cinquanta piantoni uno deve essere il migliore); di Antonio Laurenzana (Il contadino che si sposa per la terza volta) con un racconto dettato; di Francesco Chironna (Vita di Chironna evangelico) con uno scritto autobiografico: il personaggio più acculturato, ha frequentato l’asilo e i primi due anni di scuola elementare; di Cosimo Montefusco guardiano di bufale (Nel cuore della bufàla) con un’Intervista. Di là dalle diverse formule adottate, è evidente l’intervento dello scrittore, sempre utilizzando però il materiale offerto dai personaggi assunti a pretesto.

La Nota di Scotellaro che avrebbe dovuto figurare in tutte le sezioni compare invece, oltre che in quella per Michele Mulieri, nel pezzo dedicato a Antonio Di Grazia, nell’Intervista di Cosimo Montefusco e nei Racconti sconosciuti della madre. Le diverse vicende compongono un campionario singolare di varia umanità. Andrea Di Grazia (del 1906), narra in prima persona: abilissimo innestatore, nonostante la bassa statura (1:52), superstizioso e insieme religioso («effettivamente io credo e non credo», «credo in Dio e così credo allo scongiuro contro i temporali»). Si sdegna per il comportamento del fattucchiere che curava il fratello, capace di pretendere un coniglio per scacciare la fattura e poi se lo mangiava, senza ottenere il risultato: «A me si imbrogliavano gli intestini in pancia per la rabbia». Dimostra con lungimiranza di intendere il limite della riforma agraria che promuove una suddivisione della terra in lotti minori e insufficienti.

Antonio Laurenzana (del 1909) è autore di uno scritto autobiografico, drammatico a partire dal titolo: Il contadino che si sposa per la terza volta. Narra i ricatti dei militi fascisti, poi gli stenti dell’Italia postbellica, segnalando la svolta avvenuta dopo il 2 giugno 1946 che consentì l’organizzazione politica culminante con una vera e propria ribellione, l’assalto al Municipio. Sottolinea le novità introdotte dal «sindaco Pelo rosso», come la costruzione dell’ospedale. Non gli sfugge però l’involuzione sopraggiunta dopo il 18 aprile 1948, con un peggioramento della situazione economica che gli consiglia di far partire la figlia e il figlio per l’Argentina. La biografia è bersagliata dalla sfortuna, la malattia delle prime due mogli che lo obbliga a un terzo matrimonio, caso inaudito in quella zona.

Vita di Chironna evangelico, cioè di Francesco Chironna del 1897, innestatore, mezzadro, tra le biografie più interessanti per la varietà delle esperienze. Ragazzo emigra a New York con il padre, dove rimane tre anni, sperimentando la diversità delle condizioni di lavoro, più soddisfacente per la paga e l’alimentazione. La sofferta partecipazione alla Prima guerra mondiale innesca i suoi primi dubbi religiosi, sentendo invocare da appartenenti al clero la morte degli austriaci che sono cattolici come gli italiani. Ferito, apre un dialogo con lo zio evangelico, approfondisce per proprio conto la sua competenza attraverso la lettura della Bibbia che gli consente di maturare un atteggiamento di fratellanza universale: «Ma Dio non ha creato il mondo a beneficio della intera umanità, chiamandoci tutti figlioli? “Voi siete tutti fratelli!”».

Cosimo Montefusco (del 1936) è un ragazzo di 17 anni che alleva le bufale nella bassa valle del Sele. C’è qui la premessa di una Nota di Scotellaro che illustra le caratteristiche di una economia legata all’allevamento per la produzione di mozzarelle e delle «famose provole affumicate». Si sottolinea la singolarità del rapporto fra il ragazzo e le bufale, da lui chiamate con strani nomignoli («’A signora», «Chi campa», «A casa mia», «Poggioreale» ecc): sviluppa così un dialogo che supera la barriera di genere come se fosse dotato del biblico anello di re Salomone. Il ragazzo però intende cambiare lavoro, liberandosi dalla schiavitù di una vita obbligante. Collocato a questo punto, narrando le vicissitudini di un adolescente inquieto, il ritratto sembra segnalare l’insofferenza sopraggiunta nei confronti della tradizione in un esponente della nuova generazione.

Toccante l’ultima sezione dedicata alla madre (Francesca Armento, nata nel 1885), Racconti sconosciuti preceduti da una Nota di Scotellaro che ne ricostruisce la vita. Sono diversi racconti, tra questi paiono memorabili la Lettera al figlio, che presenta la singolare sfortuna della «commara» Nunziata, madre di undici figli, tutti morti tranne l’ultimo, Antonio, a sua volta destinato a premorire inaspettatamente. Ancora, segue un pezzo dedicato a L’Amore, acuta riflessione sull’erotismo popolare, distinto per tipologie, suscettibile di larga estensione perché il genere non tollera barriere.  Commovente infine la biografia dedicata al figlio, Dalla nascita alla morte di Rocco Scotellaro, che riunisce testimonianze incisive, soprattutto per quanto riguarda il periodo di sindaco del figlio, segnato dalla sua generosità nei confronti dei compaesani, o ancora per la capacità di sopportare i giorni di carcere, infine per la morte inattesa: «Ho perduto il mio tesoro, il mio bastone, la mia speranza, la mia grandezza».

 Tornando da ultimo a Michele Mulieri, Figlio del tricolore, titolare della più accurata e completa biografia, la parola è data anche alla consorte, sia pure citata anonimamente (Intervista con la moglie), che apre con una frase dirimente perché descrive in una battuta stringata il carattere del marito: «Mezza parola che si sbaglia è guastata tutta l’amicizia». Le vicissitudini ricostruite puntualmente da Scotellaro sono incredibili: non solo per le tappe della sua vita. Mulieri (del 1904) si sposta in Italia, va addirittura in Africa negli anni Trenta, deciso a restarvi, ma deve rimpatriare. In paese ingaggia una battaglia di nove anni con l’Istituto di Previdenza, chiedendo un riconoscimento più ampio di un’invalidità di lavoro dovuta a un incidente da carpentiere. Per questo respinge sistematicamente i vaglia della pensione finché, a seguito di altre piroette (per esempio il rifiuto di battezzare i figli, reso clamoroso dalla convocazione delle autorità del paese come testimoni), riesce a ottenere giustizia, cioè l’aumento del suo assegno pensionistico. Non basta: si rivolge con franchezza al prefetto, va a Roma, dice lui, per parlare con Scelba e con Mussolini, fonda infine una sua repubblica.

MICHELE MULIERI. UNA STANCHEZZA DA MEDITAREDi là dalle curiosità sorprendenti, preme sottolineare i dati culturali esplicitati da Scotellaro che orientano la riflessione nel segno del tessuto culturale riconosciuto nella poesia. Difatti, commentando le prese di posizione di Mulieri, l’autore non esita a citare a esemplificazione i versi de La ginestra di Leopardi prima, del caso di Guido Dorso poi: «Come è potuto avvenire che ci sia in Italia, la repubblica di Mulieri? […] È storia, anche quella di Mulieri, dei meridionalisti meridionali accalorati e scettici, ragionatori impetuosi e poeti: tra Guido Dorso e Michele Mulieri non c’è evidentemente paragone da stabilire, tuttavia forse hanno lo stesso terreno di cultura e la stessa forza le definizioni del prefetto, ‘architrave dello Stato’ per l’uno, ‘ras di provincia’» per l’altro [10].

Ne deriva di nuovo la necessità di ricomporre nella convergenza di prospettiva piani di cultura lontani eppure afferenti. Dunque sia in poesia sia in prosa si aspira al proposito di procedere a una saldatura collaborativa, imposta da esigenze diverse nelle matrici, ma da declinare in sintonia nel progetto pensato in servizio di una cultura rinnovata. Probabilmente è questo il lascito più intrigante di Scotellaro, la sua eredità aperta che esige di essere rivisitata dai lettori e magari ricordata dai suoi colleghi in poesia. 

Dialoghi Mediterranei, n. 66, marzo 2024 
[*] Si presenta, per gentile sollecitazione di Pietro Clemente, un testo pronunciato nella Sala Melani della Casa Torre Toscano di Volterra il 26 gennaio 2024, nel quadro di una iniziativa promossa da «Frontiere della poesia, a cura dell’associazione “Ultima Frontiera” in collaborazione con l’assessore La Torre, Io sono uno degli altri. Rocco Scotellaro, un poeta da riscoprire a cent’anni dalla nascita». Ne ha parlato con il sottoscritto Pietro Clemente, ha letto i testi Gianni Calastri, che ha concluso il pomeriggio recitando un’antologia delle poesie di Scotellaro. Ha introdotto e presieduto Roberto Veracini. L’occasione spiega il carattere dell’intervento senza necessità di commento.
Note
[1] Per la biografia e per il quadro critico, si rinvia alla recente monografia di Marco Gatto, Rocco Scotellaro e la questione meridionale, Roma, Carocci, 2023. 
[2] Rosalma Salina Borello, A giorno fatto, Basilicata editrice, 1977: 20: a questo studio si rinvia in particolare per l’analisi della poesia di Scotellaro (pp. 65, 83, 85, 93), di cui più avanti. 
[3] Carlo Levi, Prefazione, in Rocco Scotellaro, È fatto giorno (1940-1953), Milano, Mondadori, 1954: 9-12: 9. Le citazioni di questa raccolta ricordate di seguito compaiono alle pp. 11, 23, 79, 96, 145.  
[4] Franco Fortini, La poesia di Scotellaro, Roma-Matera, Basilicata editrice, 1974: il volume, non riconosciuto dall’autore, riproduce l’intervento pronunciato al convegno del 1955. Per le citazioni successive, cfr.: 6, 8, 24, 96. 
 [5] Giosue Carducci, Il canto dell’amore, in Poesie, Milano, Garzanti, 1978: 224-30: vv. 119-20. 
[6] Vittorio Sereni, Gli strumenti umani, Torino, Einaudi, 1965: 42. 
[7] Pietro Clemente, Scotellaro. Una eredità incorporata, in «Dialoghi Mediterranei», n. 62, luglio 2023: 1-12: 9-10.       
[8] La nascita dei “Minatori della Maremma”. Il carteggio Bianciardi-Cassola-Laterza e altri scritti, a cura di Velio Abati, Firenze, Giunti, 1998, p. 66, lettera di Vito Laterza a Carlo Cassola del 17 dicembre 1954: «se Lei mi assicura di potermi mandare in capo a un periodo di cinque mesi materiale sufficiente per un minimo di 200 pagine a stampa, per tale periodo di cinque mesi io potrei assicurarLe un assegno mensile di 50.000 lire, in acconto sui diritti d’autore calcolati al solito 10°/°». 
[9] Rocco Scotellaro, L’uva puttanella. Contadini del Sud. Prefazione di Carlo Levi, Bari, Laterza, 1964: i rinvii si leggono nell’ordine alle pp. 167-89 per Andrea Di Grazia: 182-83; 191-214 per Antonio Laurenzana: 208; per Francesco Chironna: 215-40: 240; 241-58: 247, 255; 259-85 per i Racconti di Francesca Armento: 265-71, 272-75; per Dalla nascita alla morte di Rocco Scotellaro: 287-309: 308; per Michele Mulieri: 136-166,136, 165.     
[10] Cfr. Nota di Rocco Scotellaro alla biografia di Michele Mulieri: 132: da La ginestra o il fiore del deserto si citano i vv. 50-54 («Dipinte in queste rive / son dell’umana gente / Le magnifiche sorti e progressive. // Qui mira e qui ti specchia, / Secol superbo e sciocco…»); ivi: 143.   
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Arnaldo Bruni, già professore ordinario di Letteratura italiana all’Università di Firenze, dove si è laureato. Si è occupato di letteratura antica (Dante, Petrarca, Machiavelli) e moderna (fra Pirandello e Sciascia), dedicando attenzione particolare al Neoclassicismo, con le edizioni critiche e commentate dell’Iliade di Monti (2000, 2005) e delle Grazie di Foscolo (2014). Tra i suoi libri si ricordano Foscolo traduttore e poeta (2007), Belle Vergini (2009), Calliope e oltre. Da Winckelmann a Foscolo (2015). Dirige «Seicento & Settecento. Rivista di letteratura italiana», annuale di fascia A, ora al diciottesimo numero.

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