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Pensieri al bar. Intorno al merito

 

 Chiesa di San Francesco a Mazara del Vallo: particolare (foto Giaramidaro)

Chiesa di San Francesco a Mazara del Vallo: particolare (foto Giaramidaro)

di Nino Giaramidaro

Sì, pensieri rapsodi, all’altezza di Pasolini, corsari. Con un po’ di autocritica, sovrappensieri al bar, incattiviti dal caffè che fa sempre più schifo. Intorno al merito. Che secondo il vocabolario significa «diritto alla stima, alla riconoscenza, alla giusta ricompensa acquisito in virtù delle proprie capacità, impegno, opere, prestazioni, qualità, valore; detto di ciò che costituisce vanto, onore per chi l’ha detto o l’ha fatto».

Non è facile identificare tutte queste parole nelle nostre giornate, nei nostri incontri, in noi e nelle persone, come diceva Silvio Noto, vicine e lontane. Quale significato è giusto assegnare ad esse, visto come va il mondo guidato dai meritevoli.

Altra questione al penultimo sorso dalla tazzina: merito – nell’accezione corrente – e onestà, intelligenza camminano insieme? Che fanno i più meritevoli? Ristrutturano aziende, acchiappano regalie (mazzette), “esuberano” silenziosi e ancora sudati loro simili senza meriti, ora anche senza una lira. Questo ambiguo lemma, come galleggia sui soldi? È un merito beccarsi decine di milioni mentre due o tre generazioni trascorrono le loro giornate con le dita spiaccicate sui telefonini?

Forse ci voleva più zucchero nel caffè.

Il merito implica una qualche conoscenza, spezzoni di quell’umano sapere ereditato dalla fatica della storia, molta parte del quale ogni giorno si perde perché vecchio, incartapecorito come le idee, diventate quasi appestamenti “meritevoli” di dileggio, ludibrio, sospetto, quarantena senza fine. Oggi, se si incontra qualcuno che conserva qualche idea, si corre subito a lavarsi le mani con il disinfettante.

Sì, mi sembra di diventare acido, terra terra, fra gli ultimi che mai saranno primi. Se per avventura un intelligente dovesse leggere qui, potrebbe rimanere disdegnato: nemmeno dal barbiere; meglio la partita – che nessuno va più a vedere.

Il merito forse è un mito, terribile, che rimbalza nelle menti svuotate di ogni valore. Nuovo Moloch che Allen Ginsberg nell’Urlo graffita come travestimento del capitalismo e della macchina bellica che manda i figli a morire («Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia… Moloch il cui amore è petrolio e pietra senza fine! Moloch la cui anima è elettricità e banche!… America perché le tue biblioteche sono piene di lacrime?») perché i Moloch di qualsiasi tempo danno valore alla guerra, alla morte. Dovunque si spari, c’è un Krupp che fa soldi.

«Considero valore il vino finché dura il pasto», sostiene Erri De Luca – scrittore incriminato per istigazione a delinquere – e aggiunge «un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano. Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello che oggi vale ancora poco. Considero valore tutte le ferite. Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido…».

Io aggiungo i miei: accendere il fuoco con un solo cerino, trovare subito la stella polare, conoscere i capricci del vento, dire rete anziché gol (goal), sapere attaccare un bottone, stimare ad occhio la distanza, spendere meno di quanto si ha in tasca, accollarsi il torto soprattutto quando si ha ragione, essere in buoni rapporti con le virgole. Un intelligente, un meritevole – nell’accezione corrente – considererà me, e soprattutto Erri De Luca, dei poveri di spirito. Chi ripara più un paio di scarpe? la stella polare si trova col tablet, i cerini? ma come sono fatti?

 Distruzione di opere a Ninive ad opera dell'Is

Distruzione di opere a Ninive per mano dell’Isis

Gesualdo Bufalino, non molti anni fa, riteneva però che «l’uomo è nessuno senza memoria». Cancellare la memoria è una delle umane nefandezze che distingue la prepotenza e il terrore dalla democrazia e dalla tolleranza – parola inadatta perché significa accettare malgrado, sopportare – forse meglio, dal sentimento di uguaglianza. L’Isis oltre a Kalashnikov e coltello usa la mazza, il piccone e la ruspa contro la memoria di pietra, solida e secolare. Ma non è una follia nuova: nello scorrere del tempo c’è sempre stata un’orda che voleva mettere il bianchetto sulla storia. «Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie e combattere contro il moralismo…» Punto 10 del Manifesto del Futurismo, a firma di Filippo Tommaso Marinetti, l’uomo che voleva perfino «uccidere il chiaro di luna». Decine di anni dopo si è riusciti ad uccidere le lucciole, quelle luci alla Peter Pan che facevano gioire sotto il chiaro di luna ancora illeso, fra odori, rumori e visioni scomparsi perché i meritevoli, i migliori, avevano capito che le lucciole non esprimevano nessun valore, mentre il cemento, le ciminiere, l’amianto, la diossina, i rifiuti tossici erano miliardari.

Nel sacco di Roma del 1527 i lanzichenecchi distrussero il Velo della Veronica, sfregiarono, fra tanti altri monumenti, Villa Farnesina e abbatterono il convento della basilica di Santa Maria del Popolo. Nel 452 Attila rase al suolo Aquilea  e sparse il sale sulle rovine. Come i Romani della primavera del 146 a. C. fecero a Cartagine: passarono l’aratro sulle rovine e gettarono il sale nella terra, loro che erano creduti il sale della terra.

Le Guardie rosse di Mao distrussero i “quattro vecchi”: vecchi pensieri, vecchia cultura, vecchie consuetudini, vecchie abitudini; e porcellane dipinte Ming, scrigni buddisti, statue della dinastia Tang (618-907), il tempio di Confucio, musei, biblioteche e teatri. Salti di gioia del veggente Marinetti, insignito da D’Annunzio della dignità di “cretino fosforescente”.

I secoli cadono nel passato e i più meritevoli, i custodi del talento, i bravi e intelligenti ripropongono uccisioni, bombe, fughe da esodo, fame e malattie, epidemie infinite. Il male inguaribile, inestirpabile, irredimibile come un peccato che nemmeno la storia riesce a risarcire.

«Ogni epoca ha una coscienza propria che le altre epoche non sanno assimilare. È questo il segreto del futuro», pensata di Renè Magritte, che però sembra rimasta surreale, incompiuta: come se il futuro sapesse “meritarsi” il brutto e lasciare alla frontiera degli immeritevoli il bello, il contentarsi, la solidarietà fatta di spiccioli, senza nessun orgoglio e tracotanza. L’uomo è antiquato, dice il filosofo Gunther Anders, le tre rivoluzioni industriali hanno portato al superamento dell’essere umano da parte della tecnologia. Siamo nella fase di attacco alla natura, alla terra, all’ambiente succeduta all’età della macchina e a quella della creazione dei bisogni.

Le parabole del Muos a Niscemi

Le parabole del Muos a Niscemi

Nella riserva naturale di Niscemi (in un’area Sic, Sito di Importanza Comunitaria), sono in corso i lavori di realizzazione di uno dei quattro terminali terrestri del Muos (Mobile User Objective System), il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina militare degli Stati Uniti. Tre antenne paraboliche smisurate per parlare con i satelliti tramite decine di gigahertz, e due trasmettitori di 149 metri d’altezza per il posizionamento geografico, con frequenze tra i 240 e i 315 megahertz. Un mixer di onde elettromagnetiche che penetreranno la ionosfera con potenziali effetti devastanti per l’ambiente e la salute dell’uomo. Vai a pensare alle lucciole, alle cicale e ai grilli ammutoliti, alle rane che aspettano il loro nuovo re, alle persone che moriranno prima della guerra che i guerrafondai scalpitanti aspettano mentre il papa Francesco dice che già si combatte “una terza guerra mondiale a pezzi”.

Gli aerei modernissimi – Boeing 787 Dreamliner, Airbus A380 e A350 – rischiano attacchi di hacker perché hanno la “modernissima” rete wi-fi unificata, sia per i passeggeri sia per la cabina di pilotaggio. Insomma, gli hacker potrebbero assumere il controllo del computer di bordo, dei sistemi di allerta e pure dei comandi di navigazione sostituendosi ai piloti. Allarme dell’Ufficio investigativo del Congresso Usa (Gao, Government Accountability Office) rivelato dalla Cnn.

Tutta roba che gronda intelligenza e talento. Questi aerei – il primo americano, gli altri europei – sono più leggeri, consumano meno, usano anche propellenti bio. I meritevoli hanno ben studiato come fare rimanere più soldi in cassa, ma non pensando – o voluto pensare – al dettaglio degli hacker; i dettagli, dove il diavolo si annida. Oppure nei loro grandi numeri qualche aereo con un centinaio di persone dentro che sparisce, cade, va a schiantarsi contro qualche cupola, torre, montagna, è previsto nella partita doppia.

Un qualsiasi portatore di scarpe grosse, pure senza cervello fino, ci avrebbe pensato agli hacker, come pensa alle cavallette, al mal bianco, alla fillossera, alla zappa quotidiana. Insomma, gli “effetti secondari” sono sempre ineluttabili, come quando Enola Gay sganciò Little Boy su Hiroshima per distruggere gli insediamenti bellici: il collateral damage fu di 166.000 morti subito e, credo, non contati quelli successivi. Poi quelli di Nagasaki. Quanti? Possiamo paragonarli all’olocausto degli armeni?

foto3I grandi detentori del merito, coloro i quali mettono in grado le spie di decifrare infallibilmente a miglia e miglia di distanza la marca di sigarette che stai fumando, non riescono a neutralizzare il “fuoco amico”, quello che uccide chi non dovrebbe essere ucciso. Dall’alto dei miliardi di dollari trasformati in strumenti – ricchezza di magnati, corporation, gesellschaft, e chissà quali acronimi con kappa russi – non sanno distinguere chi siano le persone in basso, e mandano il drone. Nuovo mostro cieco, grondante merito e sangue.

Forse non hanno lacrime per chi viene colpito. E così non ci sono meritevoli – adiposi o lupeschi di magrezza dantesca – che tengano il numero di chi doveva morire e chi invece no. Uno zotico ignorantaccio si sarebbe chiesto ogni volta, prima di schiacciare il bottone rosso, «vediamo bene chi sta fumando quella Camel». Così sono morti in Pakistan Giovanni Lo Porto, Warren Weinstein e un altro americano unknown.

L’Europa contro il traffico di essere umani nel Mediterraneo, molto cordogliata per le migliaia di morti, non sa decidere nulla di costruttivo. I meritevoli allora stanno decidendo di distruggere i barconi vuoti; e forse già si preparano a sopportare il peso del collateral damage. Non sarà facile distinguere fra l’incrociarsi affollato di rotte, approdi e partenze, gli scafi vuoti dai pieni, barconi carichi di armi, rimorchiatori armati con equipaggi obliqui. Nel 1209, a Beziers, il legato pontificio Arnaud Amaury disse ai suoi armigeri che lo interrogavano su come identificare gli eretici: «Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi». E questa frase, clandestina o palese, è rimbalzata nei secoli. Immutabile e impunita sembra di sentirla ancora.

Basta, il caffè è diventato imbevibile come una menzogna. Un pensiero annerito da una cattiva tazzina: forse è tempo che al merito si sostituisca la mediocrità meno aurea, gli ìnopi, quelli con la faccia che non si ricorda, i fedeli ai proverbi. Forse un po’ di demerito potrà migliorare il mondo. 

Dialoghi Mediterranei, n.13, maggio 2015
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Nino Giaramidaro, giornalista prima a L’Ora poi al Giornale di Sicilia – nel quale, per oltre dieci anni, ha fatto il capocronista, ha scritto i corsivi e curato le terze pagine – è anche un attento fotografo documentarista. Ha pubblicato diversi libri fotografici ed è responsabile della Galleria visuale della Libreria del Mare di Palermo. Recentemente ha esposto una selezione delle sue fotografie degli anni sessanta in una mostra dal titolo “Alla rinfusa”.

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