di Lorenzo Ingrasciotta
Lo disse Enrico di Navarra, rinunciando, indecorosamente, alla sua fede religiosa protestante in favore di quella cattolica, pur di conquistare Parigi.
Io, più modestamente, non ho dovuto fare nessuna rinuncia per farmi conquistare dalla capitale francese, dalla vita che scorre fra le turistiche vie di Montmartre, dai pittoreschi mercati del centro, dai vicoli e gallerie che catturano attraverso il Liberty delle sontuose strutture, il piacere di sedersi nei comodi sofà di storici bistrot oppure di tuffarsi nel profumo del passato, cedendo alla tentazione di serpeggiare fra i banchi di un mercatino ricco di pregevoli oggetti di antiquariato.
Anche immergersi nel dedalo buio della metropolitana è un modo per avvicinarsi alle espressioni pittoriche moderne che arricchiscono di luce e colori le stazioni del mondo sotterraneo della città.
È una lunga passeggiata il modo migliore per potersi godere Parigi: una inesauribile miniera di sorprese, e qualche volta anche molto gratificanti.
La mia passione per la street photography mi ha reso meno difficile percorrere i cinque chilometri che dalla collina dominata dal Sacré-Coeur porta sino alla Avenue Winston Churchill, più famosa per i due palazzi costruiti per l’esposizione Universale del 1900 (il Petit Palais e il Grand Palais), che per il bronzo a dimensione naturale dello statista inglese.
Arrivare alla Avenue Winston Churchill, dopo aver lasciato alle mie spalle Les Invalides, il maestoso complesso barocco che oggi ospita il Museo de l’Armees e la tomba di Napoleone Bonaparte, ho avuto la mia più piacevole e imbarazzante sorpresa di trovarmi dentro il teatro di posa di un set fotografico.
Non il mio, ma un set per Takay, fotografo di moda giapponese, ma da tempo trasferito a Londra, che ha scelto Parigi per la realizzazione di un progetto commissionato da una importante casa di moda parigina, specializzata in abiti da sposa.
Una modella, una truccatrice, un assistente alle luci e poche altre persone che aiutavano la modella ad indossare, con minuziosa attenzione, l’unico abito che mostrerà per tutto il servizio fotografico. Una sola pausa per un bicchiere d’acqua e qualche suggerimento del fotografo alla modella. La truccatrice rinfresca il trucco occupandosi prevalentemente delle labbra. Il tecnico delle luci si fa aiutare da un assistente per spostare un riflettore e ricalibrare l’esposizione all’apparecchio fotografico.
Riprendono a fotografare in una postazione poco distante dalla precedente in prossimità della scalinata del Grand Palais.
Un’ora dopo, interminabile, ma non per me, si conclude lo shooting.
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Avevo rubato qua e là qualche foto con il mio teleobiettivo, quando mi accorsi che la modella spostò il suo sguardo intenso verso la mia macchina fotografica.
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Sorrideva complice ogni qual volta allontanavo il mio occhio dal mirino.
Cambiava di tanto in tanto l’inclinazione del suo viso dandomi altre espressioni da congelare.
Sessanta secondi da protagonista in un set tutto per me e una modella disponibile a donarmi la sua bellezza.
Un’ora di attesa per carpire qualche segreto di un famoso fotografo di moda! Sessanta secondi di una fotomodella giapponese tutti per me!
Ero già stato a Parigi, per attraversare il Louvre, solo in parte, e raggiungere la mia meta: La più ‘chiacchierata’ opera di Leonardo, La Gioconda. Ero sempre stato curioso di sfidare il segreto del suo sguardo. Non volevo però arrivare al suo cospetto troppo indottrinato. Volevo evitare qualsiasi condizionamento per dare libertà al mio istinto e provare una sensazione inedita davanti alla magnificenza di questo piccolo quadro.
Soffocato dalla tirannia di due severissimi guardiani che gridavano al ritmo di sette ottavi qualcosa di incomprensibile e che, riecheggiando in quell’enorme salone, trasformava il suono adorabile della lingua francese i un idioma tedesco del periodo nazista, non mi sono affatto goduto qualsivoglia sensazione artistica in quei 7 secondi di osservazione.
Ecco, questa volta voglio visitare il Museo d’Orsay. È la vecchia stazione ferroviaria, costruita in occasione dell’Esposizione Universale del 1900 in cui sorgeva il vecchio Palais d’Orsay, ad ospitare il museo dove si possono ammirare, senza nessuno che ti metta ansia, la più grande collezione al mondo di opere d’arte dell’impressionismo.
Più di quattrocento opere da gustare serenamente, tra cui molti dei capolavori più famosi e importanti, realizzati tra il 1848 e il 1914. Finalmente, posso inebriarmi del profumo che diffonde Le déjeuner sur l’herbe, considerata scandalosa all’epoca, oggi è l’opera più conosciuta e diffusa in molteplici occasioni di Édouard Manet.
Posso ascoltare le fisarmoniche che la musica del Moulin de la Galette fa muovere le grazie di giovani e di elegantissime dame attraverso uno dei più famosi dipinti di Renoir.
Oppure posso districarmi fra i pensieri che orbitavano nella testa di Van Gogh mentre dipingeva rinchiuso in un manicomio, forse il più importante dei suoi diversi autoritratti, prima di suicidarsi.
I nostri sensi scoprono paradigmi diversi da immagazzinare nel nostro cervello. Parigi è così che diventa parte di noi: andrai a volte molto lontano ma lei sarà sempre con te.
Parigi, val bene una messa.
Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
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Lorenzo Ingrasciotta, originario di Castelvetrano, inizia a fotografare con una reflex, a Palermo, appena iscritto all’Università. Appassionato di viaggi, fa il primo reportage in Thailandia; una delle foto parteciperà ad un concorso fotografico e vince il primo premio. Ha realizzato servizi pubblicitari ed è stato premiato con menzione al secondo concorso nazionale indetto dall’AGFA. Sue foto sono pubblicate su quotidiani e riviste.
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