di Aldo Nicosia
Orano è stata la città più cosmopolita d’Algeria, dove francesi, spagnoli, maltesi, greci, italiani, arabi, berberi, ebrei hanno convissuto pacificamente, producendo una cultura molto vivace, fatta di musica, arte e una filosofia di vita molto più libera e leggera rispetto alle altre città algerine. Anche per la struttura architettonica tipicamente hausmanniana, Orano si è meritata giustamente l’appellativo di “Petit Paris”.
La scelta di due recenti opere, un film e un romanzo, ambientati ad Orano, oltre ad essere mossa dal desiderio di carpire la speciale atmosfera della città costiera, diventa anche un pretesto per raccontare (e smontare) la Storia dell’Algeria, soprattutto del post-indipendenza, e cercare di comprenderne il presente. Si tratta di al-Wahrani (L’Oranais, 2014) del regista franco-algerino Lyes Salem [1] e il romanzo Tayr al-layl (La fertilità del male, 2020) [2] di Amara Lakhous [3]. Vengono qui accostate, senza la pretesa di proporre una legittima comparazione, trattandosi di due diversi media, per svariate ragioni.
La prima è che entrambe le opere intendono smontare la Storia ufficiale algerina, partendo dagli anni cinquanta, cioè dall’epopea della guerra di liberazione contro la Francia, e affrontando poi le ambiguità del post indipendenza. In secondo luogo esse coprono vastissimi archi temporali. Il film si arresta agli anni ottanta, laddove gli eventi del romanzo attraversano un periodo più ampio, fino al 5 luglio 2018, festa dell’indipendenza. Esattamente nelle 24 ore di quel giorno si svolgono gli eventi della linea narrativa principale del romanzo, che è un’indagine su un omicidio eccellente.
L’altra ragione, abbastanza singolare, consiste nel fatto che i personaggi principali di film e romanzo sono componenti di una cellula rivoluzionaria, fatta di quattro persone (nel romanzo c’è anche una donna), alcune delle quali pagheranno le loro scelte di campo ad un prezzo altissimo: con il sangue o col tradimento e l’inganno. Il romanzo, oltre ad essere di genere poliziesco, condivide col film l’aspirazione a tracciare un dramma epico e dissacrante dell’Algeria, senza sconti per nessuno.
L’idea che sottende le due opere, composte da due artisti che vivono fuori dell’Algeria – dato alquanto importante – è che il passato può spiegare le recenti ed attuali lacerazioni profonde della società algerina, attraverso personaggi che trascendono gli stereotipi e le caricature del Paese sotto il FLN, la cui guerra di liberazione rimane spesso avvolta da un’aura sacra e intoccabile.
Al-Wahrani, dall’euforia alla disillusione
Il film inizia nel 1956 con una scena in cui Jaafar scopre che il suo amico Hamid, da lui giudicato “troppo francese”, è in realtà un rivoluzionario. Durante un inseguimento di alcuni mujahidin, tra cui il loro compagno Farid, Jaafar finisce per uccidere, senza neanche volerlo, un proprietario terriero francese e si ritrova suo malgrado a far parte dei combattenti per la liberazione dell’Algeria: è costretto per quattro anni a darsi alla macchia, tra le foreste, abbandonando così la moglie e la famiglia. Hamid invece emigra in Marocco e da lì segue la sua lotta. Dopo aver ottenuto l’indipendenza, Jaafar fa ritorno al suo villaggio, da eroe. È allora che scopre che sua moglie è morta, dopo aver dato alla luce un bambino, figlio di uno stupro subìto per vendicare la morte del francese: Bashir.
Nel frattempo, Hamid è diventato un personaggio di spicco e promuove Jaafar a consigliere della nuova Algeria. Quest’ultimo gestisce una falegnameria ed è animato da un sincero entusiasmo per le potenzialità del suo Paese, ma si ritrova ad operare come mero burocrate. Intanto Hamid si costruisce una lussuosa villa, sposa un’americana e stringe amicizie con personaggi loschi.
L’altro compagno di lotta clandestina, Farid, non esita a esprimere apertamente il suo dissenso sul tradimento degli ideali rivoluzionari da parte di Hamid. Il quarto, Said, rimane spesso molto in ombra, e si accontenta di gestire un locale dove si consuma alcol a fiumi. Più avanti sarà complice passivo della tortura di un giornalista che vuole ficcare il naso nella questione della paternità di Bashir. Tale questione è anche un simbolo della realtà complessa e dello stupro subito da un intero Paese.
Con sottile humour ed ironia viene affrontata anche la retorica dell’arabizzazione forzata, in una scena che si svolge nella falegnameria, ma che sembra un po’ appiccicata alla linea narrativa. Così come appare la questione dell’identità multipla dell’Algeria (araba, berbera, mediterranea, etc.) affidata alle sagge parole di Farid, che, non a caso, fa parte della vessata minoranza cabila.
Il sequestro della verità storica, a vantaggio del partito unico, si compie con la pantomima che racconta in modo falsamente epico la vicenda di Jaafar, sua moglie e Bashir.
Nel finale, Jaafar, pur consapevole che la morte del compagno Farid è anche opera del potente Hamid, va nondimeno a trovarlo in ospedale. In modo alquanto melodrammatico e poco aderente al tono prevalente della prima parte del film, si produce in un poetico monologo di rammarico per come sono andate le cose in Algeria, durante un quarto di secolo di indipendenza, concludendo in francese: “On pouvait changer le monde, vraiment”. Poi in arabo algerino, aggiunge: “Eravamo capaci di farlo, ti giuro che ne eravamo capaci”.
Il film non ha mancato di suscitare commenti e reazioni molto negative in Algeria, soprattutto per le numerose scene che mostrano gli ex combattenti dediti all’alcol. A tali critiche, risponde così il regista: «Je raconte l’histoire d’un groupe de personnes, des êtres humains avec plein de contradictions. Si cela heurte la sensibilité de certains qui préfèrent garder une image réconfortante ou rassurante d’un certain type de personnes, j’en suis désolé pour eux» [4].
Secondo il critico Belkaid, «Dans les propos de Hamid, on sent peu à peu poindre le mépris pour un peuple qui n’a de cesse de revendiquer sa part du gâteau. Dans certaines scènes, notamment celle d’une balade en mer, on ne peut s’empêcher de penser que Hamid, Djaffar et leurs amis ont pris la place des anciens colons» [5].
La fertilità del male: l’eterna colonizzazione
«L’Algeria non ha mai veramente ottenuto l’indipendenza; rimane una colonia fino ad oggi. I colonizzatori stranieri se ne sono andati, solo per essere rimpiazzati da nostri connazionali». In breve, i padri e gli eroi dell’indipendenza ne escono come i nuovi colonialisti: è questo il messaggio lanciato dal romanzo La fertilità del male, incentrato su due temi essenziali: il potere (quello occulto) e il tradimento.
La vittima del 5 luglio 2018 è Miloud Sabri, soprannominato tayr al-layl (il pipistrello [6]), ed è un ex combattente della rivoluzione algerina che rifiuta le cariche pubbliche per fare da burattinaio, manovrando gli altri all’ombra e dietro le quinte. Viene trovato morto disteso sul letto, con il naso mozzato, che è la fine che fanno i traditori: Miloud è quindi una figura che sancisce il sequestro della rivoluzione e dei suoi ideali.
I vari omicidi si succedono nello spazio di 60 anni, dal 1958 al 2018, e riguardano le famiglie di alcuni personaggi, oltre ai quattro elementi dei combattenti: la vittima Miloud, Idris il Falco, Abbas la Cicogna, e Farida, detta Dolores. Essi nascono da tradimenti antichi e conti in sospeso e fanno sì che dal male si generi altro male: da qui il senso del titolo della versione italiana, francese ed inglese del romanzo.
Più che esaurirsi in un classico giallo, La fertilità del male, che si richiama allo stile e ai contenuti di Sciascia romanziere, intende denunciare un sistema di potere e di manipolazione della memoria collettiva, simile alla pantomima del film al-Wahrani. Se il tempo diegetico dell’azione del 2018, l’intero 5 luglio, da un lato assicura al testo un ritmo travolgente per il lettore, dall’altro produce l’aspettativa che la rapida risoluzione del caso porterà a qualche risultato tangibile.
Lakhous, con una trama avvincente e avvolgente, e un realismo spietato che non risparmia nessuno, intende far conoscere al pubblico italiano delle realtà storiche e sociologiche algerine poco conosciute. Lo fa molto meglio di un libro di storia, attraverso le appassionanti vicende dei suoi protagonisti e degli altri personaggi (in verità troppi per poterli approfondire a dovere e creare empatia nel pubblico), e a volte con commenti sugli eventi più importanti che ha vissuto il suo Paese natio. La macrostoria è sempre più comprensibile attraverso la microstoria, cioè le vicissitudini di vittime di una rivoluzione tradita, di eroi spietati e sanguinari (esattamente come Hamid del film al-Wahrani)
Forse i lettori meno interessati alla storia dell’Algeria avrebbero tratto maggior piacere nel seguire i pensieri e le azioni dei personaggi del romanzo, più che le informazioni fornite da un narratore onnisciente un po’ dispotico e didascalico. Probabilmente l’esigenza di chiudere le indagini in un sol giorno non ha permesso di espandere lo showing narrativo dei personaggi. Interessante, rispetto al film al-Wahrani, è qui il ruolo decisivo delle donne, di tutte le generazioni, nel mostrare una maggiore forza etica rispetto agli uomini.
Il personaggio di Miloud Sabri esordisce nel romanzo con un intrigante prologo di cui non v’è traccia nella versione italiana (varie pagine di piacere negato al lettore italiano, vorremmo sapere perché, dato che l’incipit è la promessa e la premessa di un buon romanzo) che delinea un carattere e un modo di fare e di pensare che ricorda lo humour e i miti su certi uomini d’affari italiani.
Il colonnello Karim Sultani che conduce le indagini con scrupolo e zelo, e a volte diventa come chi intende reclamare i diritti di cittadinanza negata, accompagna il lettore attraverso una concitata giornata di indagini verso un finale sorprendente. Il narratore invece lo introduce, come un aspirante cicerone, nei meandri di realtà sociali e psicologiche che vengono ricostruite in modo tridimensionale, attraverso canzoni, ricordi di reali personaggi esistiti, modi di dire proverbiali. Essi costituiscono una difficile sfida per qualsiasi traduttore. Rispetto al romanzo, nel film al-Wahrani non appariva sullo schermo alcuna indicazione della data degli eventi, ma la tv, la radio e altri elementi sonori e visuali segnalavano il passaggio del tempo.
In conclusione, film e romanzo sono da apprezzare anche come documenti sociologici di un Paese e di un certo periodo, e credo che si possano anche utilizzare in modo sinergico. Sarebbe stato più realistico ascoltare più battute del film in arabo anziché in francese, e più interessante leggere i dialoghi del romanzo in dialetto oranese, magari semplificato, per il lettore arabofono, non algerino, invece di un asettico arabo standard, che non regala autenticità né vivacità ai personaggi.
Entrambe le opere costituiscono tuttavia delle grandi prove di affetto e di nostalgia per una città, Orano, nota al pubblico occidentale solo come la patria di Cheb Khaled e di altri artisti con la musica rai che hanno dato lustro all’Algeria in tutto il mondo.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] Lyes Salem (Algeri, 1973) è un regista noto per la sua partecipazione come brillante attore nei suoi cortometraggi e lungometraggi. Mascarades (2008), una storia di ipocrisia sociale ambientata in un villaggio algerino, è il primo lungometraggio.
[2] Il titolo arabo è traducibile con Il Pipistrello. È stato inserito nella longlist del Premio Internazionale per la Narrativa Araba 2021, noto anche come Booker arabo. L’edizione italiana, a cura di F. Leggio, è uscita per Edizioni e/o, Roma, nel 2026.
[3] Amara Lakhus (Algeri, 1970) vive ed insegna alla Yale università di New York. Nato in una famiglia berbera, si è laureato in filosofia all’Università di Algeri. Nel 1994, a seguito di minacce di morte ricevute da gruppi islamisti, ha lasciato il suo paese per l’Italia. Tra i suoi romanzi citiamo Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio (Edizioni e/o, 2006), Divorzio all’islamica a viale Marconi (Edizioni e/o, 2010), di cui ha pubblicato anche una versione in arabo, Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario (Edizioni e/o, 2013), e La zingarata della verginella di Via Ormea (Edizioni e/o, 2014).
[4] Giullaime Guguen, “L’Oranais”: moudjahidines, alcool, cabarets et beaucoup de bruit pour rien”, in“www.france24.com/fr/20141113-cinema-oranais-polemique-guerre-algerie-lyes-salem-moudjahidine.
[5] Akram Belkaid, “L’Oranais”, une histoire algérienne, 28 novembre 2014, in Orient XXI, http://orientxxi.info/l-oranais-une-histoire-algerienne,0760.
[6] Nella traduzione italiana è indicato come “L’Upupa”. Stupisce qui come un uccello che gode di un simbolismo positivo nella civiltà arabo-islamica sostituisca il pipistrello, che viene connotato, nel testo originale, come uccello che si atteggia come esempio del colmo dell’ipocrisia, oltre ad indicare chi agisce al buio, lontano dai riflettori: «Il pipistrello che gioca su due fronti. Se incontra uccelli, spiega le ali, fingendo di essere uno di loro. Se incontra topi, mostra loro i denti, fingendo di essere come loro».
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Aldo Nicosia, ricercatore di Lingua e Letteratura Araba all’Università di Bari (con abilitazione al ruolo di professore associato), è autore de Il cinema arabo (2007) e Il romanzo arabo al cinema. Microcosmi egiziani e palestinesi (2014) e Intellettuali e censura nel cinema egiziano (2025). Oltre che sulla settima arte e la censura, ha pubblicato articoli su autori della letteratura araba contemporanea (Haydar Haydar, Abulqasim al-Shabbi, Béchir Khraief, Amira Ghenim, Ibrahim al-Koni), sociolinguistica e dialettologia (traduzioni arabe di Deledda, Camilleri e de Le petit prince in algerino, tunisino e marocchino), dinamiche sociopolitiche nella Tunisia, Libia ed Egitto pre e post 2011. Tra le traduzioni più recenti si segnalano la raccolta Kòshari. Racconti arabi e maltesi (2021) e Bidayàt. Antologia di romanzi arabi (2024). Di recente ha curato il testo Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza (2025).
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