
Gino Scarpelli, Paolo De Simonis e Luciano Giannelli, La pastora, 1971, Firenze: installazione mnestica multicodice entro tesi di laurea
di Paolo De Simonis [*]
un trio sfasato
A Firenzuola la voce cantante di Gino, contadino e pastore, restò incisa su nastro magnetico di registratore Geloso G257 mototrasportato, assieme a me, da Falcone Guzzi 500.
A Firenze le parole della soprastante canzone epico-lirica, ospitata dal 1888 nei Canti popolari del Piemonte raccolti da Costantino Nigra, vennero dattilografate con i caratteri standard della mia Lettera 22 Olivetti e infine ‘precisate’ con i segni diacritici della grafia fonetica aggiunti da pennarello nero a punta fine guidato da Luciano Giannelli: cui avevo chiesto soccorso sapendo bene che altrimenti, da solo, avrei sicuramente commesso più di uno scerpellone.
A distanza di 55 anni quei segni correttivi li considero oggi, anche per la loro matericità, oggetti d’ affezione paratestuali. Posso toccarli per ricordare meglio: sono anche loro cosas, assieme a “le monete, il bastone, il portachiavi, la pronta serratura, i tardi appunti che non potranno leggere i miei scarsi giorni [ma] ci servono come taciti schiavi, senza sguardo, stranamente segrete” [1].
Luciano mi apparve per la prima volta, in un sabato mattina del 1970, attivo nella cornice del seminario per laureandi di Dialettologia tenuto da Gabriella Giacomelli. Col gesso stava infatti luminando alla lavagna confini linguistici tra Colle Val d’Elsa e Castiglioni Basso. Confini individuati ricercando ‘sul campo’ e interpretati riflettendo in biblioteca e/o nell’aula. Non molto diversamente, come si vede, dall’approccio antropologico impostato su andate e ritorni tra casa e mondo. Sempre e comunque incontrando ‘persone’.
‘Intendersi’ con Luciano, appena conosciuto, mi fu particolarmente agevole. Soprattutto perché la lingua madre delle nostre mamme, entrambe di estrazione contadina, era proprio il codice dialettale che noi figli avevamo scelto come oggetto di studio. Eravamo inconsapevolmente cresciuti con le fonti orali in casa. In età di ragione Luciano mise a punto mirabile relazione di familismo linguistico: a sua madre Bruna, per chiarimenti su ‘come si dice qui’, si rivolgeva in modi paritetici, come a una stimata collega da consultare.
Al seminario partecipava anche Leonardo Savoia, che conoscevo fin dall’infanzia per comunanza di scuole frequentate, dalle elementari al liceo, attorno all’asse di Borgo Pinti ossia Spingi, come traduceva Luciano nelle gare per il titolo di peggior calembouriste.
Il ‘campo’ per le ricerche di Leonardo divenne spesso ‘monte’: dal Mugello alle Alpi Apuane, dove l’auto arriva ‘fino a un certo punto’. Il resto a piedi.
Si formò comunque un ‘trio’ squilibrato per competenze ma tenuto assieme dal mistero dell’amicizia.
Due esempi, per entrare in medias res, entrambi legati alla ‘gorgia toscana’: “la più nota e stereotipata marca di fiorentinità (e toscanità)” [2]. Vulgo: la hoha hola hon la hannuccia.
Il Circolo Linguistico Fiorentino, fondato da Giacomo Devoto, ci invitò a esporre lo stato dell’arte sulla gorgia nella seduta del 26 giugno 1970 [3]. Un invito importante, che De Mauro avrebbe considerato “una vera e propria iniziazione” [4]. Fermo restando che la mission del Circolo, fondato in un 28 settembre 1945 ancora molto vicino al 25 aprile, intendeva costituire un luogo di incontro settimanale libero e informale per discutere di temi linguistici al di fuori delle rigide gerarchie accademiche e senza una programmazione formale prefissata. Favorendo la spontaneità, il dialogo interdisciplinare e lo scambio orizzontale. In particolare coinvolgendo le giovani generazioni.
Bene: Luciano e Leonardo disponevano già di consolidata e adeguata preparazione all’impegno richiesto. Non io, che potevo però contare sulla saggezza popolare che rende sinonimi i tesori e gli amici. Ancora più in taglio Oscar Wilde: «Un amico è qualcuno che ti conosce molto bene e, nonostante questo, continua a frequentarti».
Così fu e, senza farmelo pesare, i due compari generosamente finsero di aver trovato anche per me una parte in commedia.
“Chi vuole l’acqua chiara vada alla fonte”. Mi è parso opportuno, in questa direzione, evidenziare quanto e come l’intelligenza artificiale rappresenti una fonte di informazioni la cui auspicata purezza richiede controlli circa la sua veridicità come anche attorno alle ragioni mai casuali della sua mendacia.
Intanto i toni di una retorica fortemente orientata.
La seduta del 26 giugno 1970 è citata come “dibattito storico” o “momento fondamentale per la dialettologia italiana, in quanto ha visto il confronto diretto tra Luciano Giannelli, Leonardo Maria Savoia e Alberto Maria De Simonis”.
Giusto e doveroso definire Luciano Giannelli “grandissimo esperto di dialettologia toscana e autore di studi fondamentali sulla fonetica della regione”. Idem per Leonardo Maria Savoia: “linguista di fama internazionale, specializzato in fonologia e sintassi dialettale”. Peccato che non esista un “Alberto Maria De Simonis: studioso che ha contribuito significativamente al filone della ricerca fonetica e dialettologica toscana e ha integrato la componente etnolinguistica e antropologica, concentrandosi sulla percezione dei confini linguistici e sul concetto di identità dei parlanti. Per non dire di Annalisa De Simonis che avrebbe “analizzato la gorgia dal punto di vista geografico e sociale, studiandone la penetrazione e la percezione nelle varie aree della Toscana”.
Non sorgevano dal nulla i miei quasi cognonimi al tempo del secondo esempio: quando, alla fine degli anni ’60, Luciano decise di verificare in area chiantigiana quale fosse il trattamento riservato dalla gorgia alla /t/ postonica. Ne derivò lesta spedizione brancaleonica, a metà autunno, con partenza antelucana dal pratoliniano quartiere di Santa Croce e destinazione Radda in Chianti. All’assenza o quasi di mezzi pubblici supplì la mia Lodola Guzzi 235 senza parabrezza: così come senza caschi, guanti e adeguata copertura del torso erano i passeggeri. “Fu tutto un bubbolare dal freddo”. Scesi di sella iniziammo a girare per il paese cercando di individuare luoghi e persone dove avviare l’indagine che, anzitutto, doveva svolgersi indirettamente per non influenzare l’informatore locale. Del ‘bersaglio’, ossia la ‘cosa da verificare’, non andava mai enunciato il nome. Entrati in un bar per riscaldarsi, Luciano vide sottovetrina un bombolone gravido di qualcosa. “Mi scusi, cosa c’è dentro quel bombolone lì?”. “Marmellàta”. Così la /t/ postonica si manifestò senza veli. Un successo che peraltro non ripagò i danni subiti: mezza bronchite di Luciano risolta in qualche giorno di letto.
Il trio si laureò nell’estate del 1972: in giugno Luciano con Giacomelli e, il mese dopo, io con Giacomelli e Leonardo con Nencioni. Una vicinanza cronologica che più o meno si confermò con i nostri matrimoni: da allora in poi seguendo diversi percorsi di studio che tuttavia convergevano a volte in occasioni d’incontri non accademici. Luciano inoltre militava politicamente, assieme a sua moglie Mady: nel 1991 al termine di un pranzo mi invitò a far due passi, durante i quali cercò senza successo di convincermi a transitare dal PCI alla Rifondazione comunista. Ci furono anche altre occasioni peripatetiche centrate su temi politico culturali locali. Luciano mi mostrava problemi caldi che emergevano nella sua Colle consultandomi su temi di cui, quasi sempre erroneamente, pensava avessi qualche esperienza recente. Come quando si trattò di fornire risposte a questioni determinate, dalla linguistica all’urbanistica, da ondate di migrazione all’inizio soprattutto interna.
Capitava inoltre, in più occasioni, che Luciano mi interpellasse in quanto testimone affidabile di fiorentinità espressiva. Mentre il ‘campo’ dilatava la scala delle migrazioni cui prestò attenzione, coerentemente, studiando le relazioni fra linguaggi e poteri. Fu lui a farmi conoscere gli Intillimani. Esemplare, strutturalmente, il suo impegno per la nascita del CISAI (Centro Interdipartimentale di Studi sull’America Indigena), un centro di ricerca fondato nel 1997 presso l’Università degli Studi di Siena. La sua attività si è addensata prevalentemente sull’etnolinguistica, sulla sociolinguistica e sulla salvaguardia delle lingue native.
Non fu un percorso evolutivo. ‘Tornando a casa’ vide crescere il dubbio sul senso del ripartire. Un disagio impegnativo, doloroso, nitidamente tratteggiato nei suoi Scritti Vagabondi. Linguistica e dintorni. Entro un quadro delusivo, al limite della distopia. Tanto da porre al centro la stessa mission della Dialettologia. Che fare con le lingue locali?
“Anni fa ero in grado di determinare con un minimo scarto la provenienza degli studenti toscani nel corso dell’esame”[5].
Come se, «scomparso il popolo e scomparsa la dimensione rurale e di villaggio italiana scomparisse anche il codice linguistico che principalmente l’organizzava, appunto il dialetto» [6].
Impossibile risultando la connessione del dialetto a un ceto preciso cresce l’ipotesi che «l’apparente pastiche linguistico quotidiano è forse il nostro nuovo oggetto di studio» [7]. Non ce l’abbiamo fatta a gestire produttivamente il fascino della complessità. «Un’antropologia del parlare/comunicare può e deve tornare a occuparsi del conflitto […] perché io non credo che armoniose osmosi anche intercontinentali siano di per sé ‘terapeutiche’» [8]. La pace è forse la gestione condivisa del conflitto, il ‘prendersene cura?
Da Barbiana a Pieve Santo Stefano che ospita l’Archivio Diaristico Nazionale: un agglomerato impressionante di parole scritte che potrebbero incrociarsi. Altro che fil rouge per orientarsi nello gnòmmero! Alle porte del paese un’azienda locale, la Tratos, produce cavi di straordinaria efficienza: 288 fibre ottiche racchiuse in un cavo dal diametro di 8 millimetri.
Con Andrea Merendelli, regista: quei cavi «sfogliati come un fiore rivelano decine di fili microscopici, ognuno dei quali è un abbonato, una voce, una connessione tra due persone che non si vedono. Un’immagine che dice tutto sulla natura di questo lavoro: l’enorme complessità industriale che serve a fare la cosa più semplice del mondo, che è comunicare con qualcuno che sta lontano» [9].
le parole tue sien conte,
perché “chiacchiere e acquerello se ne fa quante se ne vòle”. Quelle manifestatesi sin qui credo e spero possano esser ospitate, nonché meglio comprese, nella seguente struttura comunicativa costruitasi negli anni come serie ordinata di mail tra Luciano e me. Quanto basta per rileggerle in cerca di nessi e scenografie.
7 mar 2021 18: 06
Caro Paolo,
insieme con Luciano che ci legge stiamo tramando di fare una chiacchierata su zoom o altro a partire dal volume di Neri Binazzi, Codici di sopravvivenza, ci farebbe piacere che fossi della partita, verso la fine del mese
Pietro
7 mar 2021 18: 57
claro que sì: ghe mancarìa ! Nuje simmo ‘e nu paese bello e caro: semus istiga de cudd’antica zente. Tanto per goffamente celebrare la quasi biele zoventut condivisa con Luciano.
Paolo
14 marzo 2021 08: 40
Polifonia come jam session, concordia discordantium canonum o che altro? Insomma: qualcuno prevede, assegna, coordina un qualche gioco delle parti?
Saluti a tutti, per un venerdì di Pasqua in pandemia, con vecchia dolce canzone di Guccini:
Venerdì Santo, prima di sera, c’era l’odore di primavera;
Venerdì Santo, le chiese aperte mostrano in viola che Cristo è morto;
Venerdì Santo, piene d’incenso sono le vecchie strade del centro
O forse è polvere che in primavera sembra bruciare come la cera.
Paolo
14 marzo 2021 09: 08
Nessun gioco delle parti, Paolo; parleremo a turno e poi replicheremo, tranquilli.
A presto
Luciano
28 marzo 2021
Caro Paolo,
rivanghiamo i nostri ricordi da studenti. Per favore, mi puoi dare informazioni essenziali per una ricerca tendenzialmente ‘monumentale’ che stiamo facendo con Luciana Brandi e una collega di Modena-Reggio?
Da ragazzi si citavano (anche con spasso) frasi da fiorentino d’antan con posposizione del clitico soggetto nelle domande. Cioè, invece del corrente icché ttu ffai? forme X ffa’ tu/hu?
Il problema è nella X. Io ho il mio ricordo, ma non ho competenza di fiorentino, per me L2, e forse sbaglio. Un fiorentino ormai non facilmente verificabile. Per me, almeno.
Luciana Brandi attesta che a Vaiano questa sintassi è ancora in uso: c’è sfumatura di significato fra icché ttu ffai? e che fa’ tu? Ma, bada: che ffa’ tu? Non icché!!!
Nei miei ricordi io ho icché ffa’ tu/hu? se non icché ‘ fa’ hu? ma sono ricordi di quando se ne parlava tra noi, con te, con Leonardo Savoia … e io ascoltavo e basta.
Un mio amico, colligiano, che ha i parenti nelle campagne di Barberino di Val d’Elsa mi diceva stupefatto che quelli vecchi gli dicevano icché ha’ tu ffatto? icché t’ha egghin daho? Ma avrò sovrapposto io (o lo ha fatto lui), per analogia, per ipercaratterizzazione un icché a che ? E mi pare anche che mi riportasse, si pensa erroneamente, icché t’han egghin daho?
Insomma, Paolo, il problema è: che ffa’ tu? oppure icché ’ fa tu? La forma che ffa’ tu? è un tratto di Vaiano (di Prato?) con tracce pre-fiorentine o è la forma canonica fiorentina? La questione è molto delicata, direi strategica; te ne parlerò, avuto da te il chiarimento che spero.
Ti mando i più cari saluti.
Sono molto contento che ci si riveda, dopo tanto, benché in sola immagine.
I più cari saluti
Luciano
eccomi, ma assolutamente solo come teste, con implicazioni e complicazioni paralinguistiche.
Tra che ffa’ tu? oppure icché ’ fa tu? la mia competenza, mnesico-passiva, è per la prima scelta: forse anche meglio ocché fa tu ? Icchè suona a me come stonatura. Sto riferendomi al fiorentino del mio rione di Santa Croce e ancor più alla lingua di mia madre mezzadra, a un km da dove abito adesso.
Già nella mia infanzia anni ’50, comunque, ricordo suddetta espressione come più ‘citata’ che detta di routine. Con leggera ironia distanziante: “questo lo diceva mio nonno, lo dicono gli ignoranti”.
Di più, ancora in questa direzione: katù inserito in gioco linguistico, di quelli ironici (anche auto ironici) che hanno selezionato, come marcanti ‘alterità bassa’, alcuni tratti che vengono ricomposti in pseudo parole/scioglilingua. Uno ligure, che non ricordo, tutto centrato sull’esagerata presenza di ‘u’. Quello veneziano ‘igaigaigai’, ‘hanno legato i galli’.
Orbene, il nostro conosce diverse varianti ma ruota attorno a questa presente in FB https://www.facebook.com/notes/maledetti-pratesi/di-filastrocche-ed-altri-ricordi/1052197181558373.
Vive anche al grado zero “Katù (o karatù)? Tarabai”, citatissimo e mi pare anche inserito in qualche sonetto dialettale (Yorich ? dovrei cercare un po’) e lo direi ‘ritornato nell’uso compiaciuto’ e patrimonializzante del ‘tipico’ etc.
Tanto ‘ritornato’, si fa per dire, da forse farsi semioforo di ‘toscanita’ non legata alla geografia ma, appunto, all’esibizione del ‘prima contadino’ da spot televisivo. I pratesi comunque mi pare che sul web vogliano attribuirsene paternità.
Scusami per questi smarginamenti dalla dritta via della dottrina ma, ‘al volo’, “questo solo io posso dirti: ciò che non sono”, ossia un dialettologo. Già per la tesi dovetti ricorrere a te per la trascrizione fonetica di alcuni canti popolari mugellani: lo ricordi? Non mi sono mai sdebitato.
saluti a casa
paolo
22 aprile 2021 10: 45
Caro Paolo,
Come va? Tutto bene? Vaccinati? Da vaccinare? Noi non ci si riesce.
Allora, per la recensione Binazzi, sono incaricato da Pietro di sminestrare, io.
Comincio da te. Dovresti mandarmi (ma per favore a lucianogiannelli@alice.it) il pezzo entro il 10 giugno, per non più di 5.000 battute. Si sarebbe così in grado di uscire il primo luglio che è anche la festa patronale di Colle. Il che non c’entra nulla, ma mi piaceva dirtelo. San Marziale martire gallo che inventò l’Elsa.
Saluti a te e a Anna. Anche da Madi.
22 aprile 2021 18: 20
Carissimo,
Come va? Va, nafanta nafanta, da neovaccinati. Perché voi no? Domani rivedrò Leonardo, assieme ad alcuni superstiti calcianti. ‘Birba chi manca’ poi (come si traduce in colligiano di sopra?) per le 5.000 battute entro il 10 giugno. Grazie infine al tuo patrono che ha scelto anche lui di nascere, come me, il primo di luglio per meglio santificare i Dialoghi mediterranei.
saluti anche da Anna a te e Madi: vi aspettiamo da vicino in estate
Paolo
2 luglio 2021
Carissimo Paolo,
non sapevo tu ti fossi occupato d’albanesi. Me lo dice Pietro, al quale m’ero rivolto e che m’indirizza a te. Benissimo.
Luisa Giacchi, che ha collaborato e di nuovo collabora con me, sta lavorando per pubblicare su classi bilingui (italiano e albanese) circa i meccanismi di interazione verbale, invero un lavoro più da antropologa (o etnologa della comunicazione) che da linguista, come lei invece è.
Puoi darci qualche suggerimento di natura bibliografica o di contatti?
Esattamente sta studiando come gli italofoni si divertano a parlare albanese. Succedeva tempo fa tra toscani e napoletani, mio nipote parlava correntemente il napoletano appreso dai compagni, ora ha un po’ perso.
Ecco, questo è quanto.
Ti ringrazio e ti mando volentieri i migliori saluti.
Luciano
12 gennaio 2022
Carissimo Paolo,
con Luciana Brandi e altri stiamo scrivendo un opus magnum, per il quale fioccano gli interrogativi.
Ti vorrei sottoporre una questione, che dal finale vedi che è di qualche importanza.
Ti ringrazio anticipatamente.
Ti risulterebbe che qualche parlante fiorentino non proprio ‘impeccabile’ in quanto tale osi dire cose come
l’è ttornaho le mi’ sorelle
bada he ora, la homincia la festa
l’è ttutto sbagliaho
al posto dei canonici gliè ttornaho le mi’ sorelle, ora e’ homincia la festa, gliè tutto sbagliaho?
Perché è un dato importante?
Pensa al manzoniano la c’è la Provvidenza! esclamazione di un esasperato Renzo Tramaglino. Lombardo? Fiorentino arcaico? Fiorentino sfaldato? Frainteso manzoniano?
L’ottimo Neri Binazzi ha scritto giustamente che a Livorno (aggiungo, a Colle) si dicono bischerate tipo signora, la c’è i’ ssu’ marito. Fosse toscano antico? O invece l’è ttornaho le mi sorelle è il sistema che si sfalda. La stessa cosa di l’è i’ mmi’ mariho.
Come sempre, illuminaci!
Grazie.
Luciano.
7 maggio 2022
Beh, mi ha fatto piacere la chiacchierata al telefono.
Se davvero ci vedessimo? Da te, da me o in campo neutro
Ne sarei molto contento
Ciao
Luciano
[…] Ieri son passato davanti a un’insegna che ho già dimenticato ma si riferiva a un’offerta alimentare espressa in proverbialità dialettale. E allora il piacere terminale dei vecchi: come non ricordare “Icché c’è c’è”, avanguardia del tema, che ci vide a tavola ‘insieme’ ed ebbe adeguata risposta con la vostra ‘Cartiera’ colligiana?
grazie di tutto
Paolo
8 maggio 2022 10: 26
Icché cc’è cc’è dicono i poggibonsesi ed anche icché cci ‘a cci ‘ole.
E questa differenza è fondamentale.
Volentieri, da colligiano, definisco il poggibonsese ‘semifiorentino o meglio pseudofiorentino’, e non so se alla fine toglierò questa gratuita cattiveria.
Salutoni
Luciano
14 giugno 2022
[…] Grazie quindi in anticipo ma guai a noi se prima della fine dell’estate non ci vediamo con le consorti per adeguata ‘rievocazione storica’: il problema saranno i costumi e in parte il linguaggio, così mutato nel frattempo.
a presto, insomma, e saluti a casa
Paolo
7 ottobre 2022 06: 23
Carissimo Paolo,
mi piace mandarti questo lavoro appena uscito anche se risulta datato 2021[10].
L’estate è passata, io ho avuto una brutta botta ma è passata anche quella … ci vedessimo come detto? Magari risolta la pesante faccenda bestemmia[11]. Che dici? Ci sarebbe tanto da dire…
Pensiamoci!
Grazie
Saluti all’Anna
Luciano
7 ottobre 2022 07 :11
eccomi: lo leggerò volentieri per più ragioni e per una connessione di rimembranza.
Tuo padre, in relazione alla divisa di aviere: “Si faceva una maffia [12], con quella!” E tua madre, mentre stirava e rimproverava amabilmente qualcuno di vostra comune conoscenza per il suo ‘neofiorentismo’ provocatogli da frequentazioni di lavoro nell’area della Dominante.
Vabbè: Viejas melancolías, cosas del alma. Llegan con el silencio de la mañana. Non sapevo niente della cosa brutta ormai alle spalle e, anche per questo, si rende necessario il rivedersi. Entro domani, audita la consorte, apro la negoziazione delle date proponendone alcune: immagino non necessariamente corrispondenti alle feste più o meno comandate.
un abbraccione per adesso a te e famiglia
Paolo
8 dicembre 2022
Carissimo Paolo,
voglio mandarti un libro, che sarei orgoglioso stesse/stasse nella tua libreria [13].
Mi confermi il recapito postale?
Ti perseguiterò finché non lo fai, giuro.
Un abbraccio
Luciano
25 dicembre 2022
[In oggetto: articolo divertente] [14]
Almeno spero.
Saluti cordiali e auguri per Santo Stefano ecc.
Luciano
PS Ci sentiamo
29 dicembre 2022 12:00
Caro Luciano,
allego una paginetta, assolutamente di mero quanto sincero flusso reattivo:
riauguri a te e famiglia
Paolo
[pagina allegata]: ‘divertente’ non direi proprio: per me è stato anzi ‘convergente’ su varie quistioni che amo senza esser ricambiato. Mi riferisco, da passionista, alla toponomastica considerata e immaginata nel suo farsi storico-sociale: dalla ratio del sema lessicogeno alla sua diffusione condivisa e declinata da n fattori extralinguistici.
Monti e fiumi: da quando i loro nomi, qualunque ne sia stata la motivazione originaria, sono divenuti univoci rispetto alla popolazione ‘circostante’? Fino a congelarsi in forme ufficiali indeclinabili e spendibili universalmente. Non pare abbia corrisposto a forme di democrazia partecipativa la scelta di chiamare ‘Arno’ quel che sappiamo nascere sul Falterona etc. per tanti km: non è probabile che in età non definibili quello stesso referente idrico sia stato nominato diversamente lungo il suo corso? Idem per i monti più alti ‘visti’ da versanti diversi e difficilmente comunicabili tra loro.
‘Maremma’ mi pare costituisca a riguardo ottimo esempio: a favore, in termini causali, molto più delle iridescenti dinamiche culturali che di una (oggettiva?) determinanza geomorfologica. Solo nella seconda metà dell’800 si precisa la costruzione di una ‘identità’ maremmana centrata sulla seduzione dell’alterità primitiva: cfr. il fascino delle culture subalterne, misere ma interessanti e quindi in qualche modo da tutelare. Tanto da renderle oggetto di consumi culturali attraverso forme di rappresentazioni esterne e culte. Dai macchiaioli ai novellieri ai musicisti.
Ovviamente Fucini (Vanno in Maremma e Tornan di Maremma) e Paolieri, che per decenni hanno albergato nelle antologie scolastiche (quorum maremmanamente specifico il caso Bilenchi).
Penso anche a Paride Pascucci, mancianese sociodipintore denunciante la ‘Maremma amara” che abbiamo cantato, dal 1964, per effetto Bueno al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Del 1895 gli effetti della malaria in questo suo Eroi di Maremma:
29 dicembre 2022 21: 57
Totalmente condivisibile quello che dici.
‘Divertente’ nasce dal fatto che scoprirsi maremmani fa un certo effetto.
Certo che a Grosseto si sono costruiti una identità cui tengono molto.
Luciano
30 dicembre 2022
Quanto ai “nostri” butteri, pare che siano in effetti più bravi dei gringos. Comunque io ho visto nel 1959 in piazza del Duomo a Grosseto gente vestita come si vedevano nei western […]. Oggi sono tornati ad una ‘filologia’, niente pistole ma vinchi per infastidire il cavallo, niente vestiti alla John Wayne. Son pochi, molto pochi, c’è qualche buttera.
Appena abbonatomi a Akwesasne Notes, rivista approvata dagli anziani della riserva transnazionale di St. Regis c’era pubblicata una lettera di un bambino di Grosseto che diceva ai mohawk: ma lo sapete che anche a Grosseto ci sono i cow boys. Non so con quanta gioia i mohawk hanno pubblicato senza commento la letterina.
Comunque i grossetani, la cui ‘identità’ è almeno dubbia, si sono un po’ vergognosamente impossessati del brand Maremma, anche se hai visto che già in tempi ormai remoti Renato Fucini veniva definito ‘maremmano’. Concedono solo a volte Maremma toscana, negando quindi di fatto la definizione ad altri legittimi proprietari come i piombinesi-campigliesi.
[Dal 1 al 3 aprile 1906 anche mia nonna paterna, Ida, vide uno spettacolo multietnico proposto in Firenze, al Campo di Marte, da Buffalo Bill: tra le centinaia di figuranti a cavallo si esibirono non solo cow-boys e indiani ma anche cosacchi, gauchos, samurai, zuavi, beduini. I figuranti appartenevano principalmente alla tribù dei Sioux, con netta prevalenza della sottotribù degli Oglala Lakota
Gli indiani furono oggetto di survey da parte di Nello Puccioni, futuro Direttore del Museo di Antropologia: «Gli indiani, dalle fisionomie caratteristiche e intelligenti, acconsentirono quasi subito a lasciarsi fotografare e misurare, ma dimostrarono in modo evidente il grado della loro civilizzazione chiedendo per prima cosa un adeguato compenso pecuniario per ciascun individuo che sarebbe stato misurato e fotografato»] [15]
31 dicembre 2022
ho avviato prima scorsa del tomo intimidente: da cui consapevolezza della distanza scientifica siderale fra noi e dell’altrettale tua generosità manifestata con la dedica che, comunque, mi terrò fra le ‘cose’ più care.
Paolo
14 gennaio 2023 08:38
Caro Paolo,
appena ho tempo, mi metto a stendere la memoria su mio padre internato in Germania.
Ho un’idea di testo, vediamo.
Grazie
Luciano
PS Chiarisco che lo farò comunque, e col medesimo impegno. È anche un debito che ho con mio padre.
[Durante le vacanze natalizie avevo informato Luciano del mio interesse per i diari degli ex Internati Militari Italiani: quella parte cospicua del nostro esercito che, dopo l‘8 settembre 1943, venne disarmata dai tedeschi e posta davanti a una scelta lose-lose. La continuazione della guerra assieme a Mussolini e Hitler o la prigionia nei lager.
Giorgio, padre di Luciano, fu uno degli oltre 650.000 che vollero e seppero dire NO ai dittatori].
«Il giorno di San Giorgio del 1945 a Berlino infuriava la battaglia. I russi erano lì, cannonate continue. Ma il gruppo d’italiani era felice. S’erano messi in cerchio intorno ad un fuoco dove arrostiva un ben di Dio di bucce di patata. Un sibilo atroce. Un’esplosione proprio dove arrostivano le bucce. Parecchi riversi, morti. Giorgio sentì un dolore terribile alla gamba sinistra”[16]. Necessaria l’amputazione. “Credevo che tutti i babbi avessero una gamba sola» [17], ricorda Luciano].
14 gennaio 2023 12:12
Grazie Paolo,
M’aveva detto di aiutarlo a scrivere le memorie, qualcosa (pochissimo) ha scritto, mia madre ha fatto sparir tutto.
Io mi rifiutai d’aiutarlo convinto che bisognasse guardare avanti.
E mi cuoce.
Voglio rimediare
Ti ricordo che il progetto sarebbe di scrivere paragonando le narrazioni a me con quelle fatte a Anna, che risultano del tutto coerenti e ripetitive.
Una scrittura sperimentale, vediamo…
Grazie
Luciano
«Sarebbe il caso che portasse un bastone», disse lo specialista. Io col bastone? Da ridere. O forse no. E mi venne in mente il bastone, quello che avevo salvato dalla furia distruttrice di mia madre alla morte di babbo, indirizzata a tutto ciò che ricordava la sua mutilazione. Che poi alla morte di lei m’ero portato in casa e giaceva negligentemente tra due piccole librerie. Quel bastone, che secondo me – sbagliavo – mio padre non aveva mai sostituito, che non ce l’aveva nessuno, ed era la passione di me bambino [...]. Il bastone. E ora io ci viaggio, alternandolo con quello che fu di mia suocera, ma non era, era di suo suocero, nonno Gino, anche lui con una gamba mozzata, sulla Bainsizza. Questi bastoni puzzano di guerra. Questi bastoni hanno aiutato a resistere. Ora sostengono me» [18].
[Finalmente, dopo molto tempo, riusciamo a fissare di vedersi a casa mia]
19 settembre 2023
Siccome sarà anche problematico riconoscersi, noi viaggiamo su una Captur nera la cui targa comincia con GD
A presto
Luciano
fuori sacco del 14 giugno 2021
“Ma te ne ricordi della nostra lunga ‘cavalcata’ in moto alla fine degli anni ’60? Stavo in via de’ Benci e tremai tutta la notte. Ma fantastico”.
Luciano
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
[*] L’espressione “Occuparsi del conflitto” è una citazione da L. Giannelli, Volendo riscrivere la dialettologia: 15-32: 30.
Note
[1] J. L. Borges, Le cose, in Elogio dell’ombra, in Tutte le opere, II, Milano, Mondadori, 2002: 297.
[2] è a p. 5 del contributo di Savoia
[3] P. De Simonis – L. Giannelli – L. Savoia, Ricerche sulla gorgia toscana, 26 giugno 1970, in C. A. Mastrelli, Le sedute e i convegni del Circolo Linguistico Fiorentino per l’italianistica, in N. Maraschio (a cura di), Firenze e la lingua italiana fra nazione ed Europa, Atti del convegno di Studi Firenze, 27-28 maggio 2004, Firenze, University Press, 2007: 219-255: 231.
[4] T. De Mauro, La cultura fiorentina e la linguistica del Novecento, in N. Maraschio (a cura di), Firenze e la lingua italiana fra nazione ed Europa. Atti del Convegno di studi (Firenze, 27-28 maggio 2004), Firenze, Firenze University Press: 15-25. 2007: 16
[5] L. Giannelli, Volendo riscrivere la dialettologia, in Id., Scritti vagabondi. Linguistica e dintorni, Arezzo, Edizioni HElicon, 2023: 15-32: 19.
[6] Ivi: 24.
[7] Ivi: 28.
[8] L. Giannelli, Scritti vagabondi, cit.: 30
[9] A. Merendelli, Tratos, Futuro da scrivere, in 120 volti e storie intra Tevero et Arno, vol. v., 2025, Petruzzi Printing Industries // Città di Castello (PG): 251-295: 290.
[10] L. Giannelli, (a cura di e con C. Braglia e L. Brandi), Tra Po e Tevere, e altre terre e altri mari: studi di lingua e di culture, Bologna, Pendragon, 2022.
[11] Luciano fa riferimento a F. Carnesecchi, P. Clemente, P. De Simonis, L. Giannelli, G. Macciotta, G. Pieri,
Non c’è bestemmia. Scritti sul parlato riprovevole, prefazione di Pietro Clemente, San Giovanni in Persiceto (BO), Maglio Editore, 2023.
[12] Niccolò Tommaseo, nel suo monumentale Dizionario della lingua italiana (1865), documentò che nel vernacolo toscano (in particolare nel pistoiese) la parola maffia indicava la miseria, la “boria” o l’ostentazione vistosa.
Angelico Prati, nel saggio Voci di gerganti, vagabondi e malviventi (1940), analizzò le varianti regionali centro-settentrionali di maffia. Collegò il termine al nome proprio Maffeo (variante di Matteo), che nel gergo militare o popolare assumeva significati legati allo sfoggiare lusso (“far la maffia”) o a forme di sfrontatezza.
[13] L. Giannelli (a cura di e con C. Braglia e L. Brandi), Tra Po e Tevere, e altre terre e altri mari: studi di lingua e di culture, cit.
[14] N. Binazzi, L. Giannelli, Un errore geografico di Romano Bilenchi rivisitato e l’idea di Maremma, in “Annali di Studi Umanistici” 9: 47-62.
[15] N. Puccioni, Gli indiani di Buffalo Bill, in «Archivio per l’Antropologia e la Etnologia», XXXVI, 1906: 85-88: 85.
[16] https://matitaecielo.com/2023/05/12/racconti-di-un-grande-passato-la-ballata-del-babbo-di-luciano-giannelli/
[17] Ivi
[18] https://matitaecielo.com/2023/05/12/racconti-di-un-grande-passato-la-ballata-del-babbo-di-luciano-giannelli/
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Paolo De Simonis, ha incontrato le storie degli altri lavorando nelle “150 ore”, per le pagine toscane de L’Unità e insegnando Dialettologia italiana nell’Università di Scutari e Antropologia Culturale in quelle di Pisa e Firenze. Ha progettato e realizzato in Toscana mostre e musei DEA. Tra i suoi scritti: Fissazioni. Tempi e metodi nell’accogliere e conservare voci e immagini di Toscana (2007); Luoghi comuni e singolari. Fratture antropologiche nel paesaggio (2009); L’anno dei mezzadri: da esperienza toscana a legge nazionale fra istituzioni, memoria e futuro (2014); “Un progetto campato in aria”: cornici fiorentine attorno al primo museo di etnografia italiana, (2014); Ibidem: esponendo altri tempi attorno a Scarperia (2017); Graffiti sulla gavetta (2018).
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