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«Non esistono posti dove andare quando l’unico desiderio è restare». La “restanza” come orizzonte aperto e consapevole

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CIP

di Giampaolo Francesconi 

La restanza è innanzitutto uno stato d’animo, è un abito mentale e una forma di vita. È anche un atto di coraggio: quello di ricongiungersi con le origini, in ogni caso, con una scelta esistenziale che si nutre di differenza, di distanza e di alterità. Il termine ha assunto un uso diffuso nel linguaggio sociologico e antropologico, persino in quello più quotidiano e giornalistico, soprattutto grazie agli studi che Vito Teti ha dedicato al tema del “restare”, alla scelta di far vivere o rivivere i luoghi abbandonati, quell’Italia dei paesi troppo presto spopolati o dimenticati di fronte alle prospettive di una industrializzazione imperante e alla promessa di una vita più comoda nelle città in via di sviluppo.

Si tratta di un termine polisemico, ricco di sfumature e di possibilità, che dal 2017 è entrato nell’Atlante della Treccani e che già nel 1991 Patrizia Valduga aveva còlto in tutto il suo spessore semantico, quando scriveva che la restanza «non è un dimorare permanente per resistere a ciò che passa: la restanza è una scrittura che insieme si iscrive e si cancella. Ora, se nel cuore di questa resistenza c’è restanza, possiamo dire che la restanza si oppone alla solitudine e alla morte».

Già nelle parole della Valduga era racchiuso tutto un percorso, quello che lasciava intravedere un cammino complesso e tortuoso, controcorrente, intriso di resistenza, addirittura di solitudine e di morte. Un cammino all’indietro, per molti versi, che riportasse a geografie perdute e a spazi trascurati.

Con la terza edizione di Storia&storie, l’iniziativa di public history, che il Centro Italiano di Studi di Storia e d’Arte organizza dalla primavera del 2023, si è cercato di guardare a proprio a questa complessità, a tutto quell’insieme di pratiche, di istanze e di prospettive che storici, antropologi e sociologi indagano da tempo e che si è ritenuto opportuno offrire e discutere con il pubblico degli studenti e degli appassionati.

E così il 10 e l’11 aprile a Pistoia si sono ritrovati studiosi, di formazione e di profilo disciplinare diverso, per discutere sul tema La Restanza. Partire, tornare, restare. Negli spazi dei licei cittadini, il Liceo scientifico “Amedeo di Savoia” e il Liceo classico “Niccolò Forteguerri”, e nella cittadella della cultura costituita dalla sede della Fondazione Caript di Palazzo de’ Rossi e dalla chiesa di San Iacopo in Castellare, si sono alternati i quattro appuntamenti previsti dal programma. Sono stati interventi dal taglio metodologico e dalla struttura anche molto diversa, con i quali alcuni dei maggiori esperti del tema hanno affrontato le questioni dei paesi abbandonati, delle prospettive future per le aree marginali o aree interne, della demografia delle terre appenniniche e della cultura e della vita materiale delle società locali tradizionali, montane e di campagna.

Possiamo dire, sin da subito, che la differenza degli approcci e delle attitudini disciplinari, la pluralità dei punti di vista, ha costituito il motivo di maggior interesse della due giorni e la ragione stessa della fecondità problematica che ne è emersa. E bisogna pur dire che si sono confrontati alcuni dei maggiori specialisti delle questioni di cui si discuteva: fotografi, storici territorialisti, demografi e antropologi.

Luca Bertinotti, fotografo, ricercatore appassionato ed eterodosso, nonché medico di professione, ha incontrato gli studenti del Liceo scientifico con una lezione interattiva, per lo più strutturata intorno ad un percorso fotografico presentato con un suggestivo montaggio video. L’illusione del vuoto. Fotografia e futuro dei paesi abbandonati sin dal titolo ha posto in termini problematici la questione dell’abbandono, nella misura in cui un abbandono non è mai definitivo, non costituisce mai un vuoto assoluto, ma è sempre foriero di conseguenze e di tracce. Anche l’abbandono vive paradossalmente di una sua vita propria, di una vicenda che non termina con l’assenza degli abitanti, ma che prosegue con i crolli, con il peso delle testimonianze, con la scia inquieta del ricordo che non si spegne. Bertinotti, dopo aver opportunamente richiamato la distinzione fra “paese” e “borgo”, fra un luogo vissuto da una comunità e un insediamento dal profilo storico e architettonico, ha lasciato che fossero le foto a “parlare”, con una serie ricchissima di immagini che ha incrociato la cronologia dell’esperienza di ricerca e la topografia di oltre un centinaio di paesi sparsi per la penisola, soprattutto lungo la dorsale appenninica.

Quella di Bertinotti è stata una testimonianza di prim’ordine, fatta di una passione personale per tutto ciò che sta ai margini, che si è arricchita di una raffinata tecnica fotografica, capace di evocare la bellezza dei resti dell’abitare, dei residui del vissuto, delle tracce mai silenziose di ciò che un tempo era vivo. Strade, viottoli, case dirute, interni crollati, mobili e suppellettili lasciate come una trama spezzata sono stati passati in rassegna, con l’ausilio di un suadente accompagnamento musicale. Il tragitto problematico ed evocativo ha avuto il merito di un impatto, anche emotivo, che è stato capace di sollevare questioni e curiosità che gli studenti hanno intercettato con interesse e raccolto per la discussione.

Il tema dell’abbandono, d’altronde, non è stato affrontato, né voleva esserlo, come un inerte lascito del passato. Bertinotti ha richiamato anche la questione delicatissima e per nulla agevole del futuro dei borghi abbandonati, delle risorse e delle possibilità che molte di quelle realtà potrebbero offrire anche ai più giovani. Si tratta, naturalmente, di una questione di grande rilevanza sociale, esistenziale ed economica, che è stata ripresa anche in alcuni degli interventi successivi.

La lezione pomeridiana si è tenuta nel Saloncino della musica di Palazzo de’ Rossi, la sede della Fondazione Caript, l’ente che è socio fondatore del Cissa con il Comune di Pistoia e che è stato sostenitore anche di questa iniziativa. Rossano Pazzagli, storico territorialista e docente all’Università del Molise, ha parlato di un tema cruciale, come quello di Abitare i paesi: una sfida per il futuro. Pazzagli, che è uno degli studiosi più attivi sul tema del destino e della valorizzazione delle aree interne, ha compiuto un excursus sulle dinamiche economiche, sociali e insediative dell’Italia come “Paese di paesi”. Dalla grande trasformazione economica, sociale e insediativa che ha caratterizzato la nostra penisola negli anni Cinquanta e Sessanta fino alla crisi del nostro tempo, una crisi dalle molte facce e dalle enormi conseguenze: economiche, produttive, generazionali e persino ecologiche. Pazzagli ha parlato, citando Calvino, di quella “Italia in discesa”, che era stata attratta e ammaliata dalla vita in città, dalla possibilità di trasformarsi da contadini e montanari in operai e impiegati, da quella straordinaria ubriacatura che alla metà degli anni Sessanta aveva trasformato un Paese di paesi in un Paese di città, di anonime periferie urbane e di abbandoni.

In quel displuvio cronologico, l’Italia ha voltato le spalle al suo passato, alle sue tradizioni, questo era stato anche il parere di Pier Paolo Pasolini nel richiamare l’inevitabile rincorsa dell’american way of life, favorito dall’affermazione della televisione. Pazzagli ha fatto vedere molto bene come nell’arco di un decennio tutto sia cambiato: i paesi si sono spopolati, in qualche caso sono stati abbandonati, i territori si sono trasformati, il paesaggio stesso ha cambiato aspetto. Perché il territorio, come il paesaggio, sono costruzioni storiche, sono sedimenti culturali che necessitano di una relazione continua, di una relazione che è fatta di vita vissuta, di sentimenti, di una cultura che è cultura della cura e della perseveranza.

Convegno a Pistoia su La Restanza

Convegno a Pistoia su La Restanza

Pazzagli ha discusso di quella pericolosa linea di frattura e della sua possibile ricomposizione, che non può e non deve essere saldata su un senso “domenicale” della nostalgia, ma necessita di impegno, di visione, di strategie mirate, anche politiche, per riportare in vita un’Italia a torto definita minore, fatta di piccoli paesi, di borghi montani, di contrade dimenticate. Le terre meridiane, i “tanti sud” della penisola, tutte quelle aree che esprimono un modo altro di essere e di vivere, dalla Maremma al Molise, devono ritrovare la possibilità di un dialogo che sia insieme politico, esistenziale e “potenziale”. Nella linea tracciata da molte voci di riflessione e di resistenza, come la rubrica che ci ospita Il centro in periferia di Pietro Clemente su Dialoghi Mediterranei. Ma si potrebbe ormai fare riferimento a molte altre esperienze e a molte altre voci.

Rossano Pazzagli ha richiamato con forza la necessità di tenere insieme il lavoro scientifico, la ricerca universitaria con il territorio, superando i confini e le strettoie disciplinari per andare alla ricerca dei bisogni delle comunità: è necessario imparare ad osservare le pratiche, mettersi in ascolto dei luoghi, del loro spirito, delle loro esigenze più intime per dare un contributo reale al loro cambiamento. L’obiettivo è quello di ridare fiducia e possibilità, ma soprattutto consapevolezza alle risorse dell’Italia profonda, rurale, bellissima e troppo presto dimenticata. L’invito è a risalire, a tornare indietro, a riscoprire modelli di sviluppo e forme di vita che possono avere un futuro, per evitare disgrazie peggiori, all’insegna di nuovi equilibri, di un uso più saggio e misurato delle risorse e di un cambio radicale del punto di vista: che dovrebbe essere l’esatto opposto di quello che scriveva Franco Arminio «se ne sono tutti andati, specialmente chi è rimasto». Rimanere non significa asfissiare, chiudere le prospettive, confinarsi nelle logiche localistiche di uno spazio di periferia, scomodo e lontano da tutto, ma ricostruire un collegamento, una visione, una rete che consenta ai singoli luoghi di ritrovare la loro dignità, ma in una forma diversa: aperta, di largo respiro, con un orizzonte che non avverta il senso del confine.

Non è più il tempo del campanile di Marcellinara, raccontato da Ernesto De Martino. Il campanile per tornare a vivere e dettare i ritmi di vita di una comunità necessita di una consapevolezza nuova, di conoscenza e di una certa dose di coraggio: in questa miscela possono trovare alimento le prospettive di molti giovani che avrebbero l’occasione di tornare a dare linfa a luoghi appartati senza perdere il contatto con il centro, soltanto così la periferia potrà tornare ad essere un “centro” vivo, propulsivo e vitale. Occorre abitare i margini con una cultura nuova, che rispetti la tradizione, ma sia capace di innervarla di sentimenti, di esigenze e di ambizioni rinnovate.

Da prospettive non molto diverse è partito Marco Breschi, nell’incontro che si è tenuto nella biblioteca del Liceo Classico “Forteguerri”. Breschi, demografo dell’Università di Sassari, sindaco di Sambuca Pistoiese, ha vissuto in prima persona l’esperienza della risalita, che nel suo caso di studioso nato e vissuto in città, anche in grandi città come New York, è stata l’esito di una scelta diversa e consapevole. Quella di abitare un luogo quasi estremo ed abbandonato come il castello di Sambuca, sull’Appennino pistoiese, a 730 mt. di altitudine nella valle della Limentra occidentale. E, dunque, Breschi ha parlato della Demografia delle terre alte, tenendo insieme la sua esperienza di demografo e di risalito, dallo sguardo molto ampio. Si può scegliere di vivere a Sambuca, insegnando a Sassari e con un occhio rivolto alle grandi città americane. Questo, in estrema sintesi, potrebbe essere il senso del suo discorso e di un discorso fondato sulle cifre e sulle stime di un demografo, che ha portato anche la sua esperienza di chi ha fatto una scelta in prima persona e si è assunto l’onere di amministrarla.

Convegno a Pistoia su La Restanza

Convegno a Pistoia su La Restanza

Lo spopolamento, il depauperamento del territorio, del bosco soprattutto, la mancanza di servizi sono stati alcuni degli aspetti che Marco Breschi ha toccato con la sensibilità viva dello studioso, dell’abitante e dell’amministrare. Per far vivere i borghi dell’Appennino è necessario attivare politiche mirate, riportare i servizi, ridare linfa alla scuola, cuore propulsivo di ogni luogo che ambisca ad avere un futuro: il tema delle scuole di prossimità è molto caro a Breschi ed è stato affrontato con l’ausilio di dati che sono stati presentati e interpretati con immediatezza ed efficacia. La scuola è una prospettiva per riportare i giovani in montagna e per riconsegnare una speranza a tutto un mondo, ma il presente è insidiato dalle esigenze degli anziani, dei pochi rimasti che sono sempre più vecchi, più soli e hanno bisogno di cure e di assistenza: la questione dei bisogni dei più fragili nelle aree montane assume una prospettiva anche più corrosiva e impegnativa.

Breschi ha parlato di terre alte, delle esigenze della montagna, della bellezza di luoghi che hanno straordinarie potenzialità paesaggistiche, climatiche, anche turistiche, ma che necessitano di grande impegno, di uno straordinario realismo, e soprattutto della necessità di creare dei ponti, dei collegamenti che siano dei veri e propri network culturali, virtuali. Il futuro dei luoghi interni non può e non deve essere inscritto nell’isolamento e nel sentimento del “recupero”. Se ne decreterebbe una morte ancor più duratura.

Convegno a Pistoia su La Restanza

Convegno a Pistoia su La Restanza

L’ultima sessione di Storia&storie si è tenuta il pomeriggio di sabato 11 aprile nello scenario suggestivo della chiesa, recentemente restaurata, di San Iacopo in Castellare. Ed ha avuto per protagonisti Pietro Clemente e Claudio Rosati: un maestro degli studi antropologici come Clemente, a lungo docente ordinario fra Siena e Firenze di Storia delle tradizioni popolari e di Antropologia culturale, nonché Presidente onorario di Simbdea e di IDAST, e un museografo di grande esperienza e raffinatezza come Rosati, che di Clemente è stato a lungo collaboratore e in qualche misura anche allievo.

Pietro Clemente e Claudio Rosati hanno dato vita ad un dialogo, moderato dal sottoscritto, di grande interesse e di straordinaria vivacità, nel quale sono state ripercorse alcune delle loro principali esperienze di ricerca, anche comuni, con un occhio sempre aperto al mondo delle tradizioni popolari, della cultura contadina, delle forme della scrittura diaristica dei semicolti. Il lavoro dello storico delle tradizioni, del folklorista e del demologo si è intrecciato fruttuosamente con quello della museografia della mezzadria, delle realtà montane, dei migranti toscani. Clemente e Rosati hanno magistralmente fatto rivivere, attraverso esperienze e progetti di ricerca, in parte anche datati, quelle culture subalterne che hanno corso il rischio di essere sepolte e dimenticate dalla modernizzazione delle strutture produttive, economiche e sociali.

La vita quotidiana, le forme rituali e della festa, gli spazi vissuti del lavoro, le consuetudini alimentari sono stati altrettanti capisaldi di un lavoro di ricerca, di recupero, di salvaguardia che si è connotato anche di istanze civili, se non politiche. Laddove lo studio del cambiamento, e la storia come l’antropologia di quello devono occuparsi, delle trasformazioni e delle lotte sociali è diventato un motivo di curiosità scientifica e di difesa, almeno di denuncia, delle ragioni dei più deboli, che in questo caso erano i contadini e i loro epigoni. Anche difenderne la cultura è stata una battaglia civile e politica.

Convegno a Pistoia su La Restanza

Convegno a Pistoia su La Restanza

Il dialogo è stato intenso e ricco di spunti, pur partendo da esperienze retrospettive, che hanno menzionato i progetti dell’antropologia museale, degli studi etnoantropologici, del rapporto con l’antropologia interpretativa che alla fine degli anni Ottanta arrivava dagli Stati Uniti. Lo scambio, anche inevitabilmente leggero ed amichevole, fra Pietro Clemente e Claudio Rosati è stato il sigillo migliore di una due giorni che ha avuto, crediamo, il merito di aver posto molte questioni, di aver sollevato problemi e di aver tracciato alcune vie potenziali per un territorio pedeappenninico come quello di Pistoia. Le prospettive non mancano, occorre dotarsi di conoscenza e di buona volontà per imboccare una via diversa.

Che potrebbe, fra le altre, essere anche una risposta possibile, una proposta plausibile per superare quella conquista dell’infelicità, di cui ha parlato recentemente Raffaele Alberto Ventura: quella di una società del tutto omologata, alla ricerca di una felicità spendibile e sempre più difficile da raggiungere per una classe media in affanno economico, in cui l’ascensore sociale sembra essersi fermato e il senso di estraneità pare aver avuto la meglio. Ecco, allora che sarà necessario guardare a nuovi modelli di sviluppo, a forme di vita più essenziali e anche meno sganciate da una costruzione sociale dei bisogni che ha saturato ogni spazio e ogni energia residua. Con questo auspicio non rimane che dirci, con le parole del romanziere norvegese Johan Harstad, che «non esistono posti dove andare quando l’unico desiderio è restare». 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026 

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Giampaolo Francesconi, medievista, si è occupato con particolare attenzione di storia politica, sociale e istituzionale delle città e dei territori toscani. È stato allievo di Giovanni Cherubini all’Università degli Studi di Firenze e ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia medievale, sotto la direzione di Jean-Claude Maire Vigueur. È stato alunno e coordinatore della Scuola nazionale di studi medievali annessa all’Istituto Storico Italiano per il Medioevo di Roma, dove ha lavorato con Massimo Miglio. Ha svolto attività di ricerca e insegnamento nell’ambito della storia medievale ed è presidente del Centro Italiano di Studi di Storia e d’Arte (CISSA) e membro del consiglio direttivo della Società Pistoiese di Storia Patria. Insegna materie letterarie e latino nei licei. Tra i suoi principali interessi di ricerca figurano la storia di Pistoia e della Toscana medievale, il monachesimo camaldolese, le istituzioni comunali, i rapporti tra città e territorio e le trasformazioni del potere tra XI e XIV secolo. Tra le sue opere si ricordano Districtus civitatis Pistorii. Strutture e trasformazioni del potere in un contado toscano (secoli XI-XIV) e Elio Conti e la società fiorentina del Quattrocento. È inoltre autore e curatore di numerosi volumi e saggi dedicati alla storia medievale, alla cultura comunale e alla tradizione dantesca.

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