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Nell’Atlante fotografico di Monica Maffioli l’identità della Sicilia e dei Siciliani

Gianfranco Ayala, Caltanissetta. Uomo con carro, 1950 ca., immagine digitale da negativo originale su pellicola 6x6, © Gianfranco Ayala / Courtesy of the Artist, Palermo

Gianfranco Ayala, Caltanissetta. Uomo con carro, 1950 ca., immagine digitale da negativo originale su pellicola 6×6, © Gianfranco Ayala / Courtesy of the Artist, Palermo

di Sergio Todesco

«Una storia dell’arte che sia soltanto collezione delle emergenze inventive ritiene della storia soltanto il nome, non di certo ciò che con esso presume di indicare. Il critico che così si conduca è come lo scienziato che, dovendo studiare un bosco, si ritenga pago di descrivere un certo numero di alberi che gli sembrano più significativi o più belli, trascurando la rete sottile di relazioni che legano gli alberi tra di loro e questi agli altri esseri viventi, alla terra, alla natura tutta: ciò in sostanza che di una massa di alberi fa un bosco. Da qui l’esigenza, dunque, per lo storico dell’arte che voglia essere uomo di scienza e non pescatore di perle (e ciò sia detto senza alcun disprezzo per coloro che nella fruizione dei fatti artistici si collocano al livello del vissuto, sia pure, come è più spesso, di un vissuto morbosamente avvertito) di penetrare tutta intera la vicenda dei fatti artistici, che non è fatta solo di invenzioni ma anche e soprattutto di ripetizioni. Se l’arte è, come molti pensano, il momento della parole: dell’infrazione della norma, l’artigianato è il momento della langue: del rispetto della norma. L’arte è degli individui, l’artigianato della società, o meglio l’arte appartiene all’articolarsi individuale della società, l’artigianato all’essere sociale degli individui. Come non è possibile parole senza langue e viceversa, non vi è arte che non si fondi su un lavoro artigianale, e artigianato che non tenda a porsi come arte. Lo studioso d’arte, allora, sarà realmente storico di una cultura artistica solo nella misura in cui riuscirà a essere storico anche del suo artigianato, come dire delle sue strutture formali sociali, delle tecniche per realizzarle, delle funzioni che i suoi prodotti sono chiamati ad assolvere» (Buttitta 1975: 11).

2-nemizA tale pregnante metafora del grande antropologo siciliano mi è accaduto di pensare leggendo lo splendido libro di Monica Maffioli, Fotografi siciliani del Novecento (Giunti Editore, 2026) recentemente pubblicato dopo, presumo, lunghi anni di ricerche e riflessioni dell’autrice sull’argomento. Un libro, questo, del quale si avvertiva da tempo l’esigenza. Esistevano infatti fino ad oggi storie della fotografia in Italia e dei fotografi che ne sono stati i protagonisti (ad es. Miraglia 1980, Zannier 1986, Becchetti 2001) e pregevoli monografie su singole figure di fotografi che hanno documentato, secondo le rispettive estetiche e poetiche, la vita, la cultura e la società isolane nel secolo che, dopo il pionieristico avvio della fotografia avvenuto alla fine della prima metà del precedente, ne aveva registrato la definitiva affermazione quale pratica di registrazione e documentazione della realtà siciliana, e al contempo di perimetrazione dell’identità di un territorio tra i più complessi e contraddittori, in perenne sospensione ed equilibrio tra lutto e luce, secondo la geniale sintesi di Gesualdo Bufalino dalla stessa Maffioli richiamata.

Ma non era mai stato prodotto un lavoro di scavo capillare come quello oggi offertoci dalla studiosa, un lavoro che dipanandosi lungo quattrocento pagine ricostruisce l’attività di circa trecentocinquanta fotografi i cui sguardi si sono dispiegati sulla realtà loro contemporanea con l’intento di testimoniare e trasmettere al futuro ciò che per loro risultava degno di essere sottratto allo scorrere del tempo. Uno dei pregi del volume risulta infatti proprio il tenersi distante dalla boria cui Buttitta accennava, avendo l’autrice adottato un atteggiamento empatico rivolto a tutti i fotografi siciliani del Novecento, ognuno dei quali è stato, nei modi che la sua cultura e il contesto in cui operava glielo consentivano, quello che in linguaggio giudiziario si definisce una persona informata dei fatti.

12-zannierMaffioli non riserva naturalmente a ciascuno di tali testimoni della realtà siciliana la medesima attenzione, ma il suo assunto metodologico risulta efficace; per lei si è trattato infatti di non focalizzare l’attenzione unicamente su quelle che potrebbero essere definite le eccellenze nel campo della fotografia, quasi fossero dei massi erratici formatisi miracolosamente in un deserto privo di asperità, ma – assimilando con acribia la lezione delle Annales – di spingere la propria indagine fino a cogliere tutte le modalità con cui la cultura fotografica nei suoi più svariati contesti, da quelli “letterari” a quelli vernacolari, si è venuta declinando in Sicilia nel XX secolo. Un’attenzione quindi volta a cogliere i nessi antropologici e le dinamiche sociali, le articolate reti locali, i rapporti tra centri e periferie, le committenze, le mostre e le Riviste, le storie familiari e dinastiche, infine il desiderio sotteso alla pratica di ogni operatore di condurre scavi nel proprio naturale habitat per coglierne l’identità nascosta.

La studiosa delinea con grande lucidità le finalità che l’hanno indotta a cimentarsi in tale lavoro, destinato a diventare un punto di riferimento imprescindibile per gli storici della fotografia, ossia «il tentativo di riconoscere le corrispondenze culturali, letterarie, artistiche, sociali, presenti nella fotografia siciliana -professionale, amatoriale, vernacolare-, che connotano le sue peculiarità linguistiche e identitarie», al fine di «tracciare per la prima volta un disegno unitario della storia della fotografia siciliana del secolo scorso, mettendo a fuoco le sue specificità identitarie e culturali, in un alternarsi tra elementi di “sicilianità” e istanze di “radicale sconfinamento”».

Sulla scorta di tali premesse il volume si articola in quattro densissimi capitoli, ai quali fanno seguito analitici Apparati comprendenti l’elenco delle illustrazioni, il repertorio dei fotografi, la bibliografia e l’indice dei nomi.

Siamo pertanto in grado di attraversare l’intero Novecento siciliano attraverso lo sguardo di una pluralità di operatori, professionisti o amatori evoluti, che hanno prodotto immagini a partire dall’Esposizione Nazionale palermitana del 1891-92 fino alla fine del millennio segnato da una trasformazione epocale, il passaggio dalla foto analogica a quella digitale, che rende possibile, anzi opportuno se non necessario, l’inizio di un processo di storicizzazione di quanto il secolo breve abbia prodotto in tema di fotografia nel circoscritto angolo di mondo che è la Sicilia. Sfilano dunque (è il caso di dire) davanti ai nostri occhi le immagini realizzate in un arco temporale che ha visto avvicendarsi, e spesso compenetrarsi, attività fotografica e suggestioni letterarie, fotografia artistica e amatoriale, produzioni vernacolari e sperimentazioni futuriste, inchieste sociali ed esplorazioni etnografiche, arcadie taorminesi e documentazione di disastri, sguardi orientalistici e Questione Meridionale, retoriche di regime e demistificazioni neorealiste, progetti identitari e utilizzazioni turistiche, battaglie civili e denuncia delle subculture mafiose.

3-bufalinoSenza mai perdere di vista la tecnica (le caratteristiche degli apparecchi e dei supporti nei quali la luce viene imprigionata) Maffioli offre un quadro oltremodo articolato delle ideologie (gli a-priori, le equazioni personali, i condizionamenti sociali, le utopie…) in base alle quali ogni fotografo si è trovato a descrivere la realtà che lo circondava. In tale assai denso panorama uno dei protagonisti dell’avventura fotografica novecentesca studiata dall’autrice risulta essere il territorio, il territorio siciliano. Si può assumere il territorio nella sua accezione di spazio fisico, e allora i rapporti tra fotografia e territorio saranno quelli che intercorrono tra un medium che consente la registrazione di una determinata realtà e la realtà stessa. Si può viceversa considerare il territorio come spazio culturale e mentale, e in questo caso i “territori” della fotografia saranno i molteplici linguaggi che la sua pratica è stata in grado di dispiegare, e ha storicamente dispiegato, in dipendenza delle diverse determinazioni di spazio, tempo e struttura sociale entro le quali ogni fotografo si è trovato a operare, e delle correlative forme di cultura proprie di tali contesti.

In realtà, la distinzione sopra proposta appare problematica, in quanto ogni attività di messa in forma basata sulla creazione di immagini attraverso la luce è solo apparentemente “neutrale” (nel senso che l’operatore non farebbe altro che registrare una realtà di per sé esistente), posto che, come hanno da tempo accertato storici e sociologi della fotografia, le scelte del fotografo sono determinanti nella resa del prodotto finale, tanto sotto il profilo tecnologico (caratteristiche dell’apparecchio) quanto avuto riguardo alle opzioni sul soggetto, sull’inquadratura, sui tempi di posa, sull’apertura del diaframma etc., insomma alla complessiva organizzazione degli elementi che concorrono nella composizione dell’immagine fotografica. Ogni “fotografia del territorio” dunque, sembra suggerirci Maffioli, è un “territorio della fotografia”, come già notava un illustre storico della fotografia (Quintavalle, 1979). Questo infatti è sempre, in qualche misura, immaginato e trasfigurato, non fosse altro che a motivo di un ulteriore scarto tra realtà e rappresentazione, già nel 1931 acutamente annotato da Walter Benjamin: «La natura che parla alla macchina fotografica è infatti una natura diversa da quella che parla all’occhio; diversa specialmente per questo, che al posto di uno spazio elaborato consapevolmente dall’uomo, c’è uno spazio elaborato inconsciamente» (Benjamin 1966: 62).

4-bolognariLe immagini di paesi, uomini e culture che i fotografi ci hanno trasmesso da centocinquant’anni a questa parte, e delle quali Maffioli ci ha regalato questo straordinario Atlante, hanno pertanto una valenza che non pertiene esclusivamente all’ambito storico-documentario-testimoniale, né quello tecnologico-scientifico, né quello antropologico-culturale, ma tutti in qualche modo li riguarda tenendoli coesi. Attraverso la fotografia il territorio, le persone che lo abitano e le culture che lo attraversano, mostrano e tramandano i loro volti; volti che saranno sempre di nuovo ridisegnati in dipendenza degli sguardi che, in altri tempi e in altri contesti, su di essi potranno dispiegarsi.

I temi legati al territorio, alla storia e al divenire sono talmente consustanziali alla fotografia che potrebbe apparire una banalità porvi un accento particolare. Monica Maffioli ad esempio mette bene in luce l’importanza dello studio della vita privata dei luoghi ai fini di una conoscenza meno superficiale, sottratta come tale ai silenzi della histoire evénementielle, delle dinamiche sociali. L’ambito domestico e quotidiano, in tal modo riscattato dalla condizione di esclusiva pertinenza dei romanzieri per assurgere a oggetto di indagine socio-antropologica, risulta così in grado di dispiegare tutte le proprie potenzialità in ordine al rischiaramento delle zone d’ombra della storia (“Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì? /Ci sono i nomi dei re, dentro i libri. / Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?”, scriveva Bertolt Brecht nel 1935).

Per rimanere a contesti a noi vicini, è indubbio che un’analisi della società siciliana, quale essa si è mantenuta fino alla soglia della perniciosa mutazione degli anni ’60 del secolo scorso, non possa prescindere da un’accurata opera di scavo condotta sulle istituzioni e sui luoghi di elaborazione dei modelli culturali e dei valori che tale società esprimeva, nonché sul loro concreto funzionamento nella vita quotidiana. I documenta di questa storia sono nascosti all’interno di atti notarili, di memoriali, di diari, di epistolari, e di fonti siffatte si nutre ormai regolarmente l’indagine storica; solo in seguito, rispetto a tali fonti, si è iniziato a prendere coscienza della forte pregnanza ermeneutica del documento fotografico, come questo libro efficacemente dimostra.

coverLa considerazione che la moderna produzione delle immagini abbia in qualche modo smarrito l’aura che connotava le fotografie fino a qualche decennio fa, quando con la scomparsa delle lucciole s’imposero nella rappresentazione del reale nuovi rituali basati più sull’usaegetta delle società calde che sui tempi lunghi di culture poco avvezze alle fughe in avanti, tale considerazione non deve farci velo sul fatto che anche per la fotografia si potrebbe affermare, parafrasando Ernesto de Martino (1961: 14), che la magia, l’aura o l’opacità non appartengono alle immagini in sé, ma sono sempre di nuovo ridistribuibili nella trama iconica di cui si sostanzia la nostra realtà in funzione di certi problemi presenti che stimolano a scegliere il passato importante. Ecco, a me pare in conclusione che l’enciclopedica opera di Monica Maffioli, rendendoci manifesto un secolo di storia siciliana attraverso gli sguardi fotografici, abbia fornito al lettore uno strumento utile a decriptare dell’Isola non solo la complessa e a volte contraddittoria vicenda storica ma anche ad avviare cauti scandagli sull’altrettanto sua complessa e contraddittoria identità. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Riferimenti bibliografici 
Piero Becchetti, Fotografi e fotografia in Italia (1839-1880), Quasar, Roma, 1978. 
Walter Benjamin, Piccola storia della fotografia, in Id., L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica: Arte e società di massa, Einaudi, Torino, 1966: 57-78.
Bertolt Brecht, Poesie e canzoni, Einaudi, Torino, 1967.
Antonino Buttitta, Nota introduttiva a Antonino Ragona, La maiolica siciliana dalle origini all’ottocento, Sellerio, Palermo, 1975.
Ernesto de Martino, La terra del rimorso: Contributo a una storia religiosa del Sud, Il Saggiatore, Milano, 1961.
Ando Gilardi, Storia sociale della fotografia, Feltrinelli, Milano, 1976.
Marina Miraglia, Note per una storia della fotografia italiana (1839-1911), in Storia dell’arte italiana, 9: Grafica e immagine, Einaudi, Torino, 1980: 424-543.
Arturo Carlo Quintavalle, Il territorio della fotografia, Fabbri Editori, Milano, 1979.
Italo Zannier, Storia della fotografia italiana, Laterza, Bari, 1986.  

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Sergio Todesco, laureato in Filosofia, si è poi dedicato agli studi antropologici. Ha diretto la Sezione Antropologica della Soprintendenza di Messina, il Museo Regionale “Giuseppe Cocchiara”, il Parco Archeologico dei Nebrodi Occidentali, la Biblioteca Regionale di Messina. Ha svolto attività di docenza universitaria nelle discipline demo-etno-antropologiche e museografiche. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, tra le quali Teatro mobile. Le feste di Mezz’agosto a Messina, Messina, 1991; Atlante dei Beni Etno-antropologici eoliani, Palermo, 1995; Fotografi di paese, Messina, 1995; Iconae Messanenses – Edicole votive nella città di Messina, Palermo, 1997; Angelino Patti fotografo in Tusa, Palermo, 1999; I sentieri di Didyme. Un percorso antropologico, Palermo, 1999; In forma di festa. Le ragioni del sacro in provincia di Messina, Messina, 2003; Miracoli. Il patrimonio votivo popolare della provincia di Messina, Messina, 2007; Vet-ri-flessi. Un pincisanti del XXI secolo, Palermo, 2011; Matrimoniu. Nozze tradizionali di Sicilia, Messina, 2014; Castel di Tusa nelle immagini e nelle trame orali di un secolo, Patti, 2016; Angoli di mondo. Scritti di antropologia, folklore, storia delle idee, Patti, 2020; L’immaginario rappresentato. Orizzonti rituali, mitologie, narrazioni, Palermo, 2021; Il mio Blog su LetteraEmme, 2 voll., Messina, 2022-2023; Angoli di mondo 2. Scritti di antropologia, folklore, storia delle idee, Patti, 2025; Il sacro iridescente. Madreperle incise a soggetto religioso nell’arte popolare, dalle collezioni Basilissi Minnella Todesco, Messina, 2025.

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