di Maurizio Crispi
Il 5 maggio 1972 si consumò una tragedia di immani proporzioni, che gettò nel lutto l’intera città di Palermo piegata a piangere le 115 vittime di quello che è rimasto il più grande disastro aereo delle cronache italiane, quando per cause rimaste tuttora non soddisfacentemente spiegate il DC 8 Alitalia proveniente da Roma Fiumicino (il volo AZ112) si schiantò sulle balze di Montagna Longa nei pressi dell’aeroporto di Punta Raisi.
Allora, come spiega il libro del giornalista Francesco Terracina [1] si parlò di tragico incidente e di “errore umano”, ma presto si sollevarono dubbi sulla ricostruzione ufficiale.
Alcuni (molti dei quali appartenenti all’Associazione dei familiari delle vittime del disastro aereo di Montagna Longa) hanno continuato a lottare per il riconoscimento di una diversa verità, cercando di sollecitare la Magistratura inquirente a riaprire un procedimento giudiziario.
1. Quella notte, il 5 maggio del 1972, squillò il telefono di casa (l’unico che ci fosse allora). Papà era partito la mattina dello stesso giorno, per recarsi a Roma, in uno dei suoi frequentissimi viaggi di lavoro. Riporto qui di seguito ciò che scrissi, altrove, in un mio blog dedicato alla memoria di mio padre [2].
Squilla il telefono ripetutamente. Mia madre va a rispondere. Chi è, le sento chiedere.
Silenzio. Chi parla? Una lunga pausa di silenzio che pare eterna. Poi, la voce di mia madre si leva più acuta.
Lei mi deve dire perché vuole sapere proprio ora se mio marito si trova sull’aereo in arrivo da Roma.
Me lo dica, me lo dica… La voce, sempre più alta, è prossima a rompersi in un lamento.
Pausa. Di nuovo la stessa iterazione. Grida scomposte. E poi, ancora silenzio.
Forse la voce implacabile all’altro capo del filo sta finalmente dicendo qualcosa.
Fine della telefonata. Esco dalla stanza, ricomponendomi alla meglio, in ansia. Cosa sarà mai successo? mi chiedo con parole mute.
Ritrovando la voce, lo chiedo a mia madre. Chi era? Una giornalista del Giornale di Sicilia.
Che voleva? Voleva sapere se papà era sull’aereo che veniva da Roma.
Perché lo voleva sapere? Prima non me lo voleva dire Poi alla fine te lo ha detto? Sì.
L’aereo è caduto, è precipitato. No. Che cosa mi dici!? Sì, così.
Dopo questo sì, così netto ed irrevocabile, non ci sono più parole che si possano dire.
Cosa facciamo, adesso? Non sappiamo cosa fare… Non siamo come quelli che vanno e vengono dall’aeroporto ad accompagnare e a prendere i propri familiari. Non sappiamo che fare…
Telefoniamo. Sì, ma a chi? Proviamo a chiamare in aeroporto. Sì, proviamo.
Non si riesce a comunicare, le linee telefoniche per l’aeroporto sono intasate.
Andiamo, allora. Sì, andiamo. (…)
Ci vestiamo, siamo subito pronti. Ci imbarchiamo sulla piccola cinquecento di mamma e partiamo angosciati, io alla guida.
L’autostrada per l’aeroporto è buia e silenziosa… poche macchine, strada deserta e poi, all’improvviso, il transito di un grumo di ambulanze con la sirena spiegata.
All’altezza di Carini, nel buio pesto della notte, vedo fasci di luce di cellule fotoelettriche che spazzano il fianco di Montagna Longa. Sono preso dallo scoramento.
Per la prima volta dallo squillo del telefono il nodo che sento nel petto e in gola si scioglie in lacrime e pianto. Mamma, cosa andiamo a fare là. È inutile, torniamo a casa. Andiamo ad aspettare a casa.
È stato così che arrivati all’aeroporto senza nemmeno fermarci abbiamo imboccato la strada del ritorno. Questo è quello che io ricordo.
Ma in verità – qui mi sovviene il racconto di mia madre, trentuno anni e dieci giorni dopo – siamo arrivati sin dentro all’aeroporto e, scesi dall’auto, siamo entrati nella sala arrivi.
Uno spazio desolatamente vuoto si è aperto davanti a noi. Se ne erano andati tutti. Un funzionario ci è venuto incontro…
Volevamo sapere… Ma ci interrompe prima che noi si possa dire altro. È inutile che stiate qua; andate a casa! Perché, perché, fa mia madre.
Intanto si avvicina un giovane giornalista che noi conosciamo. Anche lui ripete le stesse cose, con gentilezza.
Ha un giornale arrotolato che sporge dalla tasca. Mia madre lo afferra e lo dispiega.
Legge la notizia “Si schianta su Montagna Longa l’aereo proveniente da Roma, morti i passeggeri e gli uomini dell’equipaggio”. Mia madre scorre con lo sguardo l’elenco delle vittime. E lì c’è scritto a chiare lettere anche il nome di mio padre: Francesco Crispi.
Accanto all’articolo principale, campeggia un cinico servizio sulle personalità di spicco della cittadinanza a bordo dell’aereo.
Comprendiamo il motivo della telefonata di prima. Era stata la cronista, autrice dell’articolo, a chiamare perché voleva avere la certezza del nome prima di includerlo nell’elenco, voleva essere sicura che si trattasse di quel Francesco Crispi, ben noto a Palermo negli ambienti giornalistici e della cultura, e non di altri [3].
Al ritorno, passiamo dalla strada dove c’è l’abitazione dei miei zii. Saliamo per un po’. Andiamo a trovarli e a parlare con loro. No. No. Cosa possiamo fare, cosa dire. Torniamo a casa.
A casa tutti uniti, ad aspettare notizie. Siamo tutti in piedi, in una situazione innaturale, un tempo sospeso, non c’è niente che si possa fare, solo attendere. Storditi. Attoniti.
Intanto si raccolgono gli altri parenti, i fratelli di mio padre, Aldo, il fratello di mamma, Zio Giovanni, la moglie e figli, forse sono andati in aeroporto e anche loro aspettano notizie perché a bordo dell’aereo c’era anche la figlia Elisabetta.
Un dolore terribile. Penso con amarezza che, la mattina, mio padre non l’ho nemmeno salutato in modo appropriato. So già che non lo vedrò più, nemmeno da morto.
È morto, una parola che non si può nemmeno pronunciare.
2. Ora siamo qui, 54 anni dopo quell’evento che ha sconvolto le vite di noi tutti.
Noi siamo in realtà dei sopravvissuti: guardando soltanto alla mia famiglia, ora che la mamma e mio fratello se ne sono andati, rimango soltanto io a custodire quella memoria dolorosa, desiderando fortemente di trovare nei miei figli dei validi portatori del testimone di quell’evento.
Ogni anno, ci ritroviamo con un gruppo sparuto di altri (che è stato un po’ più cospicuo in occasione del cinquantesimo anniversario, nel 2022) per salire sulla Montagna e rendere omaggio a coloro che persero la vita in quel giorno fatidico, ma anche desiderosi di poter conoscere una verità diversa su ciò che veramente accadde quella notte. Ogni volta che ci vediamo ne parliamo e torniamo a chiederci e ad interrogarci.
Al momento della tragedia tutto venne liquidato sbrigativamente, forse troppo sbrigativamente. Si giunse ad un verdetto di imperizia a carico dei piloti. Alcuni patteggiarono con l’Alitalia, stretti dalle necessità della vita. Altri no (come ad esempio, mio zio, l’Ingegnere Giovanni Salatiello, fratello della mamma), vollero condurre la loro battaglia.
Oggi sembrano riemergere altre verità a lungo sepolte e altre narrazioni. Qualcuno vorrebbe anche che, con una riapertura del caso giudiziario, si potesse giungere ad una differente verità.
È ciò che ha tentato di fare un recente film di Lorenza Indovina, La verità Migliore (2025) [4]. Ed è bene precisare che Lorenza Indovina è figlia di una delle tante vittime illustri di quel volo, il regista Franco Indovina [5].
3. Il film è approdato a Palermo ed è stato possibile visionarlo, presso il cinema Rouge et Noir il 29 aprile 2026, con un successo straordinario di pubblico e un sold out dei posti disponibili in prevendita online, tanto che è stata organizzata una proiezione anche in una saletta adiacente a quella principale ed una il giorno dopo (o prima, adesso non ricordo con esattezza) in una Multisala di Cinisi.
Dopo questa proiezione il 29 aprile alla presenza della regista stessa, il film è proiettato in altre location italiane e in un’occasione ha avuto un pubblico costituito anche da un nutrito gruppo di rappresentanti dei familiari delle vittime del volo aereo di Ustica [6]. Il 29 aprile, con grande emozione, ho avuto modo di vedere il film io stesso: un film bello e profondamente intimo che – credo – ha toccato tutti noi, o meglio quelli di noi che appartengono alla categoria dei figli (o in senso lato dei “sopravvissuti”) alla grande tragedia del disastro aereo di Montagna Longa.
È un film coraggioso e dolente, ma nello stesso tempo pieno di gioia.
Anche io – come molti altri – appartengo alla categoria dei “figli”, di coloro che rimasero orfani prematuramente a causa di quella tragedia o monchi di un fratello, di una sorella, di una moglie, di un marito. A fronte di molti altri – quando morì mio padre – io ero “a mezza via” nel transito verso una più sicura età adulta.
Molti rimasero orfani molto più piccoli e crebbero nel ricordo di un genitore (o di entrambi) che avevano solo imperfettamente conosciuto a causa dell’età ancora giovanissima. Di essi la memoria – per alcuni – si è apparentemente dissolta per molti anni e, del pari, non è stato possibile davvero elaborare il lutto, dal momento che il percorso di elaborazione del lutto si può avviare a partire dalla percezione di un’assenza.
Anch’io del resto, per anni mi ritrovavo a fantasticare che mio padre non fosse veramente morto, dal momento che mai vidi il suo corpo, poiché le sue spoglie ci furono consegnate già chiuse e sigillate dentro una bara. Qualcun altro – mi fu detto – aveva effettuato il dolente riconoscimento.
Però con questo dolore per l’assenza ci ho convissuto per anni e ho imparato a recuperare brandelli della memoria di lui, attraverso i ricordi condivisi della vita familiare. Ho fatto un lavoro assiduo e costante nei primi due decenni dopo la sua scomparsa, leggendo tutto quel che potevo sulla morte e sul morire, riflettendo sul caso e sulla necessità, sul mistero che conduce tante persone diverse a trovarsi assieme a fare il grande passaggio verso l’Ignoto. Mi fu molto d’aiuto leggere un libro di cui, casualmente, mio padre mi aveva parlato solo pochi giorni prima di andarsene e fu il piccolo libro dello scrittore americano Thornton Wilder, Il Ponte di San Luis Rey [7]. Non so perché mio padre me ne parlò, allora, ma sicuramente per lui, suggerirmene la lettura, alla luce degli eventi, fu una sorta di premonizione.
4. Di cosa parla questo romanzo?
La trama è semplice. Nel 1714 il ponte di San Luis Rey, che per oltre un secolo era stato la più importante via di collegamento per gli abitanti di Lima e Cuzco e, in generale, per i viandanti che si spostavano dall’una all’altra città, in Perù, crollò improvvisamente, causando la morte di cinque persone che si erano trovate tutte insieme su di esso. Fra’ Ginepro, un frate che si accingeva ad attraversarlo, dopo aver assistito all’accaduto e sconvolto dalla tragedia, inizia a porsi delle domande di carattere religioso e morale: chi erano quei cinque e perché si trovarono proprio lì?
Cercando di risalire alle cause del crollo del ponte, la curiosità porta Fra’ Ginepro a ricostruire i percorsi di vita dei cinque deceduti nel tragico evento, nel tentativo di capire se avessero qualcosa in comune. Sulla scorta della sua indagine – racconta Wilder – nacque un problema morale su cui si pronunciò anche la Chiesa del tempo, chiamando in causa la Provvidenza e suscitando altri interrogativi: si era trattato d’una tragedia o di una punizione divina, che aveva fatto incrociare i destini dei cinque nel medesimo luogo alla medesima ora? Il Signore aveva voluto punire così i malvagi oppure, operando in tal modo, aveva volutamente chiamato a sé gli innocenti? I quesiti, posti sull’eterna condizione umana e sulla morte, sulla misteriosa complicità di caso e destino, rimarranno inevasi.
Indro Montanelli, che a questo romanzo si ispirò nella scrittura del suo Qui non riposano, consigliava agli aspiranti giornalisti di leggerlo e di trarne ispirazione, in quanto esempio di «alta tecnica narrativa, valevole per tutti gli scrittori, compresi i romanzieri»; trovandolo anche «uno dei pochi veri capolavori di questo secolo, per ricostruire le varie vicende umane che avevano condotto tutti quei viaggiatori, sconosciuti l’uno all’altro, a trovarsi su quel ponte al momento della catastrofe».
Non so come mio padre fosse arrivato a questo testo: ma forse – così voglio pensare – ciò gli accadde proprio seguendo quegli strani percorsi di lettura che fanno coloro che amano i libri, in cui ciascun libro letto ne chiama altri, aprendo percorsi imprevisti e tortuosi (in nuce, questo modus operandi in cui si combinano assieme le voglie e le curiosità dei lettori con l’intrinseco potere dei libri è l’origine e il senso dell’infinita Biblioteca di Babele borgesiana).
Me ne aveva parlato, sì. Forse mi aveva dato anche quel libricino, perché lo leggessi. Mio padre sperava sempre che io seguissi i suoi suggerimenti e le sue suggestioni e, instancabilmente, provava a seminare in me germi di cultura, cercando di darmi una veduta ad ampio raggio del mondo e molti vertici di osservazione per aiutarmi a guardare le cose nella loro complessità.
Ma io, sul momento, quel libro lo avevo messo da parte, perché allora rivendicavo la mia autonomia di scelte (o almeno cercavo di mantenere un assetto di apparente indipendenza, per mia pace, poiché non si poteva sfuggire alle suggestioni che promanavano da lui).
5. Quindi, dopo il tragico evento, mi sentii chiamato a riprendere in mano quel volumetto, e da allora l’ho tenuto quasi sempre vicino a me, tra i libri che mi sono più cari e che devono stare – per così dire – sul comodino sempre pronti ad essere aperti, sfogliati, letti anche a caso, captando una frase qua e una là. Fui aiutato anche in questo percorso dall’esposizione ad una lunga psicoterapia personale.
Poi, a distanza di molti anni, iniziai a radunare le mie memorie e a scrivere tutto ciò che potevo per ricordare mio padre, e poi mia madre e mio fratello, quando se ne andarono anche loro. Questi scritti li ho pubblicati assiduamente nei miei blog [8]: la molla interiore che mi ha sempre mosso in questo lavoro è il pensiero – anzi la certezza – che se non coltiviamo di continuo la memoria, i nostri cari ci abbandonano. Loro vivono in noi e attraverso di noi.
Il ricordare e il tessere in una trama di narrazioni i nostri ricordi dovrebbero essere la nostra legacy a coloro che rimarranno dopo la nostra dipartita, credo. Quindi coltivare la memoria e creare attorno ai ricordi delle narrazioni dovrebbe essere – è – uno dei nostri compiti primari se vogliamo mantenere una continuità e sentire di essere parte di un flusso che si manterrà anche dopo la nostra scomparsa.
Altra cosa è quando gli elementi costitutivi di questa memoria non si sono ancora condensati, attorno a ricordi parzialmente coscienti e consapevoli. La tragedia di chi perse uno dei propri cari in tenerissima età (o ancora pre-adolescenziale) fu doppia, poiché oltre alla perdita fisica della persona amata e fondamentale, non si era ancora costituito in ciascuno di loro un bagaglio di ricordi.
Io credo che, senza entrare nel merito della soggettività di ciascuno, si possa allora costituire una sorta di buco nero della memoria, come quando soffriamo dei postumi d’un trauma cranico e rimane nella nostra mente una cicatrice che si esprime come un vuoto di memoria riguardante le cose fatte e gli eventi vissuti, subito prima e subito dopo il punto X (che rappresenta l’evento).
In queste circostanze chi è cresciuto senza il padre o senza la madre si trova a dover fronteggiare il compito di ricostruire qualcosa con elementi narrativi surrettizi che derivano dal raccogliere le narrazioni altrui, facendole proprie, oppure ad intraprendere un lavoro di scavo nella propria mente inconscia, alla ricerca di tracce e di segni che potranno essere poi utilizzati per comporre delle costruzioni verosimili e soggettivamente soddisfacenti.
6. La lunga premessa che ho fatto è per dire che il lavoro di Lorenza Indovina ha un che di meraviglioso, perché con esso è riuscita a rappresentare un difficile e doloroso/gioioso percorso di recupero delle memorie perdute, tornando al tempo stesso a sollevare interrogativi su quanto avvenne quella notte nei cieli di Punta Raisi (senza peraltro sbilanciarsi verso spiegazioni alternative certe, ma piuttosto sollevando dei dubbi dialettici ed argomentati), e in un delicato lavoro di intarsio nella sua memoria personale alla ricerca d’un incontro con una figura paterna che, per vicissitudini di vita, nel corso del suo sviluppo, si era trovata a mettere da parte (o che forse non c’era mai stata).
Come in tutte le storie di formazione, Lorenza, all’improvviso, mentre è immessa nel pieno della sua vita professionale adulta e meno che mai sta pensando al suo passato doloroso, viene raggiunta da un gruppo di messaggeri (che sono altri come lei, rimasti orfani da piccoli, e che credono fermamente che si debba ricercare una diversa verità su quell’evento tragico) e che con la loro fede (le loro ferme convinzioni) la convincono a mettersi su di una via di ricerca e a porsi interrogativi.
Facendo un passo indietro, nel mito dell’eroe, il messaggero (o araldo) è la figura archetipica che dà inizio all’avventura. Rappresenta il cambiamento e la chiamata all’azione, spingendo il protagonista fuori dalla sua zona di comfort per affrontare il suo destino. Questa figura chiave svolge diverse funzioni simboliche e narrative, determinando dapprima un innesco della trasformazione, rompe l’equilibrio iniziale del mondo ordinario in cui vive il protagonista/eroe.
L’arrivo del messaggero segnala che la vita dell’eroe non sarà più la stessa. Il messaggero inoltre è un “portatore di conoscenza”, poiché spesso rivela segreti sul passato dell’eroe o eventi dimenticati della sua vita pregressa, rivelando profezie o ponendo l’attenzione sulla natura della minaccia incombente, fornendo infine la motivazione necessaria per intraprendere il viaggio. È infine guida liminale, poiché si colloca al confine tra il mondo conosciuto e l’ignoto, assumendo nel suo manifestarsi le sembianze più disparate: da una figura saggia o divina a un evento inaspettato, un sogno o persino un nemico sconfitto. Infine, in quanto rappresentante del destino, il messaggero evidenzia l’inevitabilità degli eventi e la necessità per l’eroe di confrontarsi con forze superiori [9].
Nelle narrazioni moderne, l’archetipo del messaggero si evolve costantemente, adattandosi a contesti differenti e assumendo le sembianze di mentori inaspettati, di figure misteriose o persino di rivelazioni tecnologiche.
7. Credo che in quest’incontro tra Lorenza e i messaggeri, gli archetipi dell’araldo ci siano tutti: Lorenza, in effetti, anche se piena di dubbi e di perplessità intraprende un viaggio e un’avventura di conoscenza, alla ricerca di una verità esterna, ma anche nel profondo della sua interiorità.
In effetti il film è strutturato in questo modo, sia nei termini di viaggio (o anche pellegrinaggio) che avviene nel mondo reale, sia nei termini dell’esplorazione dei propri ricordi e laddove non vi siano tracce del tempo perduto, partendo alla ricerca di reperti della quotidianità trascorsa della sua infanzia, articoli di giornale e di riviste, antiche foto di famiglia (poche) e esplorando luoghi (come nel caso della visita dolente alla tomba di famiglia) e interrogando possibili e attendibili testimoni del tempo in cui il padre era in vita (i colloqui con lo zio che si fa accompagnatore in alcuni tratti del viaggio).
Ma l’eroe deve anche affrontare le sue paure da solo, abbandonando la compagnia confortante dei messaggeri e la presenza rassicurante di chicchessia. Il viaggio di Lorenza richiede anche un rito di passaggio che è il pellegrinaggio sulla montagna insieme origine e fine di tutto, ma anche punto di partenza per un cammino rinnovato.
L’ascesa alla montagna racchiude tutto il film e rappresenta l’addentrarsi in un territorio sconosciuto dove è necessario confrontarsi con le paure più ancestrali ed entrare in contatto profondo con lo spirito di coloro che sono morti un tempo e che forse aleggia tuttora nei luoghi della dipartita violenta ed improvvisa, quando nessuno era pronto ad affrontare il trapasso.
Lorenza segue (dapprima piena di dubbi e di reticenze) il suggerimento dei messaggeri (che, a tutti gli effetti, sono per lei un ponte verso un luogo dove stanno i ricordi perduti, le verità non dette, le narrazioni che ancora devono essere dette) e li segue in un viaggio che è fisico, ma anche dentro se stessa, con l’attraversamento di scenari fisici che si trasformano in scenari della mente, in veri e propri mindscapes. In questo sta la grande riserva di emozioni che il lungometraggio di Lorenza riesce a trasmettere a tutti gli spettatori: e non solo a quelli direttamente toccati da quella tragedia.
C’è anche un viaggio fisico, il ritorno a Palermo, dopo anni di assenza, l’ascesa a più riprese sulla Montagna dove si schiantò l’aereo, la visita al cimitero, la raccolta di notizie e di aneddoti riguardanti la figura paterna.
Alla fine di questo viaggio che si conclude con una lenta ascesa sul Monte [10] e con un pernottamento in solitaria, in attesa dell’alba e nel confronto con le sue paure, Lorenza sorriderà, riderà, ma anche piangerà, perché è riuscita a trovare la “sua” migliore verità e una sua personale narrazione sul padre scomparso e, in parte, dimenticato; la presa di possesso di questo ricordo, o anche la sua ri-narrazione implica – come in tutte le cose della vita, gioia, ma anche dolore. L’assenza di una costruzione narrativa, la mancanza di risposte ai propri interrogativi e di verità soddisfacenti, viceversa, vengono a costituire nel corso del tempo un vorace buco nero nella mente che assorbe ogni energia e che spegne la gioia.
Mi sono davvero commosso nel seguire questo percorso di trasformazione e rinascita e sono stato contento di avere portato i miei due figli a guardare con me la storia di Lorenza Indovina che è sua, personale, ma che riguarda tutti noi. Sinceramente spero che questo film possa muoversi su lunghe gambe e sollecitare un interesse diverso per quella grande tragedia che colpì noi in modo indelebilmente e che in assenza di una verità attendibile continua a rimanere come ferita aperta e non cicatrizzabile.
Ma – a prescindere dal fatto che si possa trovare una verità migliore “ufficiale” – credo che il film di Lorenza Indovina sia un grande – inestimabile – tributo alla nostra memoria collettiva.
Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
Note
[1] Cfr. Francesco Terracina, L’ultimo volo per Punta Raisi, Stampa Alternativa, 2012
[2] Dal mio blog, Francesco Crispi giornalista. Chi era, In una mattina di maggio mio padre è partito… (https://francescocrispigiornalista.blogspot.com/2010/06/in-una-mattina-di-maggio-mio-padre-e.html).
[3] Francesco Crispi (nato a Palermo, il 1° febbraio 1918 e deceduto a Carini-Montagna Longa – quel fatidico 5 maggio), discendente della stessa famiglia che espresse la figura del celebre omonimo statista. Mio padre morì prematuramente nella sciagura aerea di Montagna Longa, quando già aveva realizzato in modo eccellente diverse attività giornalistiche e quando, essendo ancora nel pieno delle sue energie creative, avrebbe potuto perseguire con molti mezzi efficaci il suo progetto di un miglioramento dei modi di far politica attraverso un’incisiva e costante azione di promozione culturale su molteplici temi. La sua morte precoce in un periodo in cui ancora non era nata la rete condivisa con tutte le sue infinite possibilità ha fatto sì che egli venisse praticamente dimenticato. Non vi è un solo sito web che parli di lui e di ciò che ha fatto e del peso specifico che egli ebbe nel panorama della cultura siciliana dei suoi tempi. Inserendo nei più utilizzati motori di ricerca il suo nome, compaiono infatti solo link su siti in cui si parla di Francesco Crispi, patriota e statista (che, tra l’altro, fu anche giornalista). Quelli che avevano conosciuto Francesco Crispi da vicino, nei mesi successivi alla sua morte, riconobbero che la sua scomparsa era stata una grande perdita nel terreno dei fermenti culturali siciliani, ma – malgrado ciò – non fecero nulla per preservarne la memoria alla posterità. A lui è stato intitolato il rifugio del CAS (Club Alpino Siciliano) di Piano Sempria (Castelbuono, PA), per ricordare la sua passione per le lunghe passeggiate in montagna, soprattutto nelle “sue” Madonie. Per preservare in qualche modo la memoria di mio padre ho dato vita il blog tematico a lui dedicato, già menzionato alla nota 2. Fra le tante azioni professionali di mio padre egli fu Direttore Responsabile di una rinnovata “Cronache Parlamentari Siciliani” per circa un decennio, sino alla sua morte e responsabile di una collana di saggi a sfondo culturale per Flaccovio. Fu anche segretario dalla sua attivazione del Premio di teatro Luigi Pirandello.
[4] Si veda il seguente articolo online: Un documentario sulla strage di Montagna Longa: l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma (https://www.palermotoday.it/attualita/film-strage-montagna-longa-festa-cinema-roma.html).
[5] Franco Indovina, palermitano di nascita, dopo gli studi cominciò la sua carriera in teatro, come assistente di Luchino Visconti al Piccolo Teatro di Milano, per poi passare al cinema, come aiuto regista di Michelangelo Antonioni (in L’avventura, La notte e L’eclisse), Francesco Rosi (Salvatore Giuliano) e Vittorio De Sica (Matrimonio all’italiana). Già padre di due figlie (una delle quali è l’attrice Lorenza Indovina), durante la lavorazione dell’episodio Latin Lover del film I tre volti, nel 1964, si legò sentimentalmente alla principessa Soraya, ex imperatrice di Persia; formarono una coppia cui pose fine solo la morte di Indovina, nel 1972, vittima dell’incidente aereo di Montagna Longa, del volo Alitalia 112 a Punta Raisi, vicino all’aeroporto di Palermo, che costò la vita a 115 persone (da Wikipedia).
[6] Ricordiamo qui il volo di linea IH870 da Bologna a Palermo del 27 giugno 1988 il cui aereo, un DC-9 Itavia, si inabissò al largo di Ustica. Per approfondimenti si veda al riguardo il saggio di Cora Ranci, Ustica. Una ricostruzione storica, Editori Laterza, 2020, ma anche il precedente studio di Erminio Amelio e Alessandro Benedetti, IH870. Il volo spezzato. Strage di Ustica: le storie, i misteri, i depistaggi, il processo, Editori Riuniti, 2005.
[7] Il ponte di San Luis Rey (The Bridge of San Luis Rey) è il secondo romanzo dello scrittore e drammaturgo statunitense Thornton Wilder, pubblicato nel 1927. Vinse il Premio Pulitzer l’anno dopo. La copia che mio padre mi diede da leggere era un’edizione negli Oscar Mondadori. Di recente il volume è stato riedito da Sellerio con una prefazione di Roberto Alajmo, curatore della collana in cui il volume è stato inserito. Roberto Alajmo, peraltro, ha scritto anche un saggio inchiesta sul terzo disastro aereo che ha funestato l’aeroporto di Punta Raisi, il 23 dicembre 1978, quando un DC-9 proveniente da Roma con 129 passeggeri a bordo compì un ammarraggio nelle acque antistanti l’aeroporto di Punta Raisi. Il volume, dal titolo, Notizia dal disastro, è stato pubblicato da Sellerio nel 2022.
[8] Uno è quello già citato nella nota 1, l’altro è Frammenti e Pensieri Sparsi. Una pagina di cinema, letteratura, note diaristiche e pensieri vari (https://www.frammentipensierisparsi.net/).
[9] Nella tematizzazione del ruolo del messaggero hanno un ruolo importante le elaborazioni concettuali di Joseph Campbell, nel suo saggio L’eroe dai mille volti (The Hero With a Thousand Faces, 1949), in cui propone sostanzialmente – alla base di tutte le narrazioni mitologiche un mono-mito universale, ma soprattutto le elaborazioni che Christopher Vogler ha applicato al mondo della cinematografia, ispirandosi al saggio di Campbell e semplificandolo in qualche modo. Influenzato dagli studi di Joseph Campbell, Vogler ha approfondito la struttura del mito a uso di scrittori di narrativa e cinema. I miti sono qualcosa di cui la gente ha bisogno, momenti chiave di passaggio da uno stadio della vita al prossimo, racconti che segnano la strada (come nell’intervista di Bill Moyer a Campbell, The Power of Myth, 1988). Ogni racconto ha quindi degli elementi universalmente rintracciabili nel viaggio di un eroe, ed essi consistono di moduli (pattern) e varianti. Dunque è possibile tracciare un atlante dei comportamenti di un eroe: una mappa per il suo viaggio di trasformazione (cresce, cambia, fa un percorso da un modo d’essere a un altro). Sono dodici fasi (stages) sul cui telaio stanno appunto le molte possibili varianti ma, sintetizzando, si potrebbe dire che la tesi di Vogler sia che la quasi totalità delle storie moderne si basino in realtà su modelli di storie (Chris Vogler, Il viaggio dell’eroe, Dino Audino, Roma 1992).
[10] Indubbiamente, per tutti noi, Montagna Longa è un luogo della memoria potente e pieno di mistero, un luogo dove sentiamo aleggiare lo spirito degli scomparsi, un luogo di forza, si potrebbe dire. Si veda il mio articolo nel mio blog Frammenti e Pensieri Sparsi: Montagna Longa, come luogo della memoria -(https://www.frammentipensierisparsi.net/2016/10/montagna-longa-come-luogo-della-memoria.html).
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Maurizio Crispi, palermitano del 1949, figlio del giornalista Francesco Crispi e discendente dello statista Francesco Crispi, possiede tre diverse anime. È medico con specializzazione in Psichiatria e con una pratica in psicoterapia. È stato sportivo praticante in diverse discipline sportive tra le quali l’atletica leggera, il canottaggio e, in tempi più recenti, la corsa sulle lunghe e lunghissime distanze. Dal 2006 è giornalista pubblicista e questa è la sua terza anima: la passione per la scrittura lo ha portato a seguire le orme del padre Francesco, che fu giornalista professionista e la cui carriera fu interrotta prematuramente e bruscamente dalla morte, occorsa nel disastro aereo di Montagna Longa, nel maggio del 1972. Ha fondato una testata giornalistica online che si occupa di sport di endurance (in particolare, la corsa), “Ultramaratone Maratone e Dintorni”. Ha creato diversi blog i cui contenuti spaziano dalle recensioni letterarie e cinematografiche, alle note di costume, alle considerazioni e approfondimenti in campo socio-psicologico. Il blog attualmente attivo è Frammenti e Pensieri Sparsi. Una pagina di cinema, letteratura, note diaristiche e pensieri vari, che – momento presente (giugno 2026), registra circa 2800 articoli pubblicati e corredati di foto spesso personali. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi scientifici, riflettenti i suoi interessi professionali e un volume dal titolo Ricordando A Hard Rain’s A-Gonna Fall che è sostanzialmente un album fotografico corredato di testi personali. Più di recente con Edizioni Ex Libris ha pubblicato due volumi: Ai tristi tempi del Coronavirus. Dove siamo, dove andiamo. Il mio diario quotidiano (2021) e Di panchina in panchina. Vagabondaggi oziosi e fotografie di pensieri (2022).
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