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Luglio rovente per la Chiesa cattolica. Papa Leone tra Écône e Lampedusa

Il Papa a Lampedusa

Il Papa a Lampedusa

di Leo Di Simone 

È innegabile che lo spettacolo mediatico più vistoso nell’incipit del mese di luglio 2026 sia stato quello che la Chiesa cattolica, o per meglio dire il cattolicesimo nelle sue sfaccettature, ha dato di sé nei due eventi dello scisma di Écône il giorno 1 e della visita di papa Leone a Lampedusa il giorno 4. Due eventi che hanno mostrato due volti molto diversi, se non contrapposti e contraddittori del cattolicesimo, sia nella cognizione dei più lontani dalle logiche cristiane, che identificano tout court il cristianesimo con le grandi istituzioni religiose che dicono di incarnarlo, sia nella incapacità di cognizione degli stessi “credenti” o “praticanti” che non distinguono tra fede e religione, tradizione da tradizionalismo, testimonianza evangelica da folklore religioso, profezia da propaganda.

Oggi la fede cristiana, anche nella sua configurazione “cattolica”, vive curiosamente in due condizioni opposte. Da una parte si confonde con il perseguimento del conformismo sociale della dittatura culturale di massa, organizzata dal sistema di potere occulto che si nasconde dietro il paravento della filantropia per tessere le sue trame contro l’umanità e moltiplicare a dismisura i suoi profitti economici nei templi bancari del capitalismo. I cristiani sono ancora, statisticamente, coloro che non vogliono cambiare il mondo, che vogliono conservare le buone tradizioni senza discernere con intelligenza sulla qualità autentica di queste tradizioni che vengono percepite come punti fermi di coscienza identitaria, di appartenenza elitaria, di orgoglio individuante ed escludente. Escludente anche all’interno della stessa “confessione” che non si presenta più come una rocca monolitica ma come un arcipelago frastagliato.

Tutto ciò può essere condiviso, a livello di fenomenologia religiosa, con altre religioni dello stesso ceppo e non solo. Per quello monoteistico il parallelo con il giudaismo e l’islam non è fuori luogo, ed anzi molto calzante. Ciò che rende immediatamente visibile una religione in quanto fenomeno è il tradizionalismo, che si caratterizza per forme appariscenti, distinte sociologicamente ma difficili da penetrare per la complessità delle dinamiche interne complicatesi nel processo storico. Tradizioni inveterate, immutabili, ritenute divine, che hanno per orizzonte un mondo statico, chiuso in sé, con un fondamento immutabile da conservare immutato. Tradizionalismo e fondamentalismo sono i nomi che caratterizzano il loro rapporto col mondo [1] dando enfasi alla “numinosità del sacro” dato in gestione a selezionati specialisti della prassi cultica e del pensiero condizionato.

Dall’altra parte, poi, ci sono molti cristiani – statisticamente pochi rispetto agli altri – che fanno della fede una scelta di rottura col “sistema” corrente sorretto dalle tradizioni inveterate, rottura con l’ambiente culturale sclerotizzato e persino con le tradizioni confessionali della propria chiesa che valutano in maniera critica nelle sue componenti costitutive fondamentali del mito, del rito, del logos e dell’ethos; inclini quasi per istinto naturale di nuda fede a cercare e trovare l’equilibrio tra queste componenti spesso – storicamente troppo spesso – sbilanciate e singolarmente polarizzanti; per contrappore ad una religione delle norme di una tradizione troppo umana quella che ha come unica norma l’amore di Dio per l’umanità. Che è ciò che ha fatto Gesù Cristo e che non si vuol riconoscere in tutta la sua portata radicale e sovversiva, perché il suo operato, che è stato il segno salvifico inciso nella carne del mondo, è stato occultato dal “possesso” o dalla “rapina” della sua identità che i cristiani hanno preteso di delineare nei dogmi e nelle tradizioni da loro create, perdendone la dimensione esistenziale, facendo di Gesù un nome senza contenuto oltre la fisionomia metafisica, e rendendo la sua parola vuota di messaggi per il presente storico; messaggi che sono stati trasmessi dalla sua umanità, dalla sua “vita” che le tre stagioni della ricerca esegetica sul Gesù storico hanno cercato di focalizzare sempre più per cercare di coglierne, oltre l’assetto dogmatico, il senso della positività storica significato dallo scandalo dell’incarnazione, in aiuto all’umanità sofferente. È la disillusione del possesso per l’approccio ad un Gesù “sconosciuto” che bisogna perseguire, per una propedeutica necessaria all’ascolto dell’uomo che si presenta, sempre, come straniero, straniero come il Gesù che abbiamo camuffato con i nostri panni culturali per farlo più nostro, o più “dei nostri”, per attribuirgli una quasi complicità alle nostre malefatte che non gli appartiene.

È singolare però, che ambedue le tipologie di cristiani, globalmente presi nelle diverse confessioni, presumano e pretendano di essere fedeli alla legge di Gesù Cristo, pur vivendola, storicamente, in modo diametralmente opposto e confliggente. Abbiamo visto, e ancora si vedono, dittatori, aguzzini, torturatori dichiaratamente cristiani o/e cattolici, così come guerriglieri e oppositori “sovversivi” e “terroristi”, richiamarsi alla stessa fede cristiana, alla figura messianica di Gesù. Come è possibile? Il fenomeno paradossale si spiega con la frantumazione dell’omogeneità delle componenti costitutive dell’atto di fede nella sua prassi vitale, dove l’ethos collettivo si costituisce non più a partire dai temi essenziali: del mito, ridotto a elemento rituale e sacrale, privato di comprensibilità e narrato in una lingua “sacra” e sconosciuta anche nelle riduzioni o nel tradimento delle traduzioni vernacolari; mentre il rito stesso, divenuto “arcano” per la perdita di significazione simbolica di ripresentazione esistenziale dell’evento salvifico, si tramuta in teatro di spettacolarità e legittimazione dei meccanismi allegorici di potere che regolano il mondo per delega divina.

È quanto è accaduto, con alterne vicende e fuorvianti ermeneutiche nello sviluppo diacronico del cristianesimo nei suoi venti secoli di storia, esigendo la costruzione ex nihilo di una teologia della legittimazione di un potere sacrale che trova nel tempio e nelle caste afferenti le mediazioni del rapporto con la divinità, previa la scrupolosa osservanza di norme attribuite alla divinità stessa da riprodurre scrupolosamente, pena la perdita del contatto metafisico e della salvezza. Tutto ciò nonostante la decostruzione cristica ad opera del Gesù storico, e non senza provocare disaccordi, lotte, lacerazioni scismatiche ancora non sanate all’interno della grande compagine cristiana attualmente non completamente descrivibile in tutte le sfrangiature del suo tessuto originario. Anche tra le orlature del tessuto cattolico le sfrangiature sono variegate, e vanno dalla coloritura nostalgica a quella dell’impellenza escatologica con una infinità di sfumature: da un cupo, anacronistico quanto impossibile ritorno al passato, fino alla ricerca di una luminosa patria per l’uomo in un Regno di giustizia e di pace.

02-de-lumeauQuesto variegato e scomposto mosaico fa da cornice allo sforzo della Chiesa cattolica di uscire dall’impasse in cui s’è cacciata, e già da tanto tempo ormai, giusto per dare risposta all’interrogativo che nel 1977 il grande storico della Chiesa Jean Delumeau si poneva: Le christianisme va-t-il mourir? O per rimettere in auge le profezie sull’agonia del cristianesimo proferite da Miguel de Unamuno nel 1925, prefigurando un secolo di travaglio che dalle intransigenti e integriste posizioni antimoderniste della Chiesa di Pio X hanno condotto il cattolicesimo, dalle gabbie ideologiche dei totalitarismi politici, passando per la crisi della troppo lenta recezione conciliare, alla visione imprevista della “Chiesa povera e in uscita” di papa Francesco; al varco della soglia di quella porta aperta sul mondo che ha inquadrato Leone XIV a Lampedusa tre giorni dopo aver subito lo schiaffo annunciato dell’insubordinazione lefebvriana di Écône; controprova e convalida di uno scisma continuato da quarant’anni senza mai un’ombra di ripensamento intelligente e di pentimento.

Tutto ciò si può definirlo il quadro della “complexio oppositorum”, icona di una Chiesa difficile da descrivere con un solo tratto, come osservava nel 2004 Alberto Melloni in un impietoso quanto acuto saggio sulla Chiesa «madre e matrigna» [2]. E le situazioni ecclesiali ed ecclesiastiche che descriveva criticamente non sono cambiate “tre papi dopo”, ed anzi si sono dilatate ed acuite con l’aggiunta di questioni nuove che chiedono alla Chiesa assunzione di responsabilità precise e di limpide risposte evangeliche del tipo «si, si, no, no» ad interrogativi cruciali come quelli della pace e della giustizia per l’umanità intera, dell’integrità del pianeta sotto minaccia di una conflagrazione nucleare conclusiva. La coscienza che il genere umano è una sola cosa ci sembra di averla scoperta nel peccato e nell’ombra della morte proiettati dalle economie dello sfruttamento internazionale, per cui le retoriche ideologie universalistiche e umanitarie brandite dai filantropici poteri forti e da complici istituzioni da parata fintodemocratica non bastano più. C’è bisogno d’altro, di un radicalmente altro che solo la Chiesa possiede come tesoro in vasi di creta: la passione per l’uomo che s’è rivelata nell’uomo Gesù.

Per far questo la Chiesa cattolica guidata da Leone XIV deve prendere posizione, assumersi quella responsabilità politica da cui certa tradizione teologica l’ha dichiarata aliena de jure anche se non de facto, come insegna la storia; la storia delle intromissioni pesanti della Chiesa nella vita politica dei popoli per dominarli a partire dai loro re a cui imponeva, per mandato divino, le corone. Ora che le corone divine sono cadute – tranne quella britannica – e altre virtuali le hanno soppiantate, il potere della Chiesa può essere solo morale, nella modalità dell’avviso profetico forte, tagliente, provocatorio e dirompente; presa di posizione che comporta schierarsi, benché schierarsi comporti farsi dei nemici. Da che parte sta la Chiesa? Naturalmente dalla parte di Cristo che si schierò e si fece molti nemici. Perché si schierò dalla parte dei poveri, primi interlocutori del suo messaggio salvifico, contro i ricchi e i potenti delle conventicole laiche e religiose di Israele che avevano sostituito la cogenza dell’aureo verbo profetico con la ferraglia idolatrica delle loro tradizioni interessate al mantenimento del potere. Si fece nemici i potenti che detenevano il monopolio del sacro! Il sacro che incute timore e tremore, ed esige obbedienza e sottomissione indiscussi. Il solo avergli rinfacciato tale non irrilevante blasfemia gli costò la vita. Ed è questo fatto, a partire dall’atteggiamento gesuano, l’oggetto del contendere nell’interpretazione dei due schieramenti che da sempre, e in maniera più evidente oggi per via del rumore mediatico, costituiscono grossomodo la perenne bipartizione della Chiesa, nonostante essa non si possa ridurre ad una monoformità senza la perdita della cattolicità; e semmai condurre alla concordia discors di una comunione che la configura corpo articolato, votato all’attuazione di quel bene che le è stato consegnato e costituisce la sua unica tradizione.

03-melloniNella dialettica interna di quella complexio oppositorum può essere utile, per una non debole analogia usare, giusto per intendersi, le categorie della dialettica parlamentare che nella comprensione “vulgare” vengono chiamate la destra e la sinistra della Chiesa. Per Melloni si tratta di una «analogia zoppa» [3] e si può essere d’accordo con lui se solo altri termini come tradizione e innovazione, conservazione e progressismo, antico e moderno non fossero meno ambigui e poco significativi per l’uso ideologico che se ne può fare. L’analogia può risultare calzante solo a patto che si tenga in considerazione ciò che attualmente nel mondo civile e a livello universale si intende politicamente per destra e sinistra, non tanto come scaturigine della dialettica hegeliana, ignota ai più, ma come simboli direzionali di situazioni esistenziali contrapposte, come sazietà e fame, dominio e libertà, ricchezza e povertà, menzogna e verità, realtà e illusione, informazione e ignoranza, indottrinamento e cultura, tradizionalismo e tradizione, dittatura e democrazia … Per ricordare l’ironia di Giorgio Gaber, quali termini sono di destra e quali altri di sinistra? Genocidio è di destra o di sinistra? Occupazione di terre altrui è di destra o di sinistra? Accumuli di ricchezza che affamano l’umanità sono di destra o di sinistra? Ognuno potrà dire la sua, ma le realtà drammatiche restano e i cristiani, di tutte le confessioni, non possono voltarsi dall’altra parte, non potendo essere, in teoria, né di destra né di sinistra. L’unico orientamento che gli si addice non è neanche un asettico “centro” ballerino e “moderato”, ma è “l’alto” che non ha rappresentanze parlamentari.

La scelta di papa Leone del 4 luglio è stata decisa, determinata nell’atto del varcare la soglia della simbolica porta di Lampedusa, aperta sul Mediterraneo, cimitero acquatico di diseredati, specola simbolica sulla distruzione della Palestina e sul massacro genocidario dei suoi abitanti musulmani e cristiani, sguardo lungo sulle stragi dei cristiani in Nigeria e altre terre africane ad opera dei fondamentalisti islamici, su tutto il Vicino e Medio Oriente in fiamme a causa del fondamentalismo sionista che sta provocando nel mondo intero rigurgiti di antisemitismo impensabili dopo il monito della Shoah … Attraversando quella simbolica porta, memoria della storica e imprevista visita di papa Francesco l’8 luglio del 2013, papa Leone ha determinato la sua posizione, lasciandosi alle spalle scismi e compromessi con le potenze di questo mondo. Secondo una logica di buona prassi diplomatica avrebbe dovuto presenziare al rito del trionfo dell’impero americano, alla gloria del suo tronfio imperatore, per dargli lo stesso lustro che Pio VII fu costretto a dare all’incoronazione di Napoleone: ruolo passivo, di sudditanza coatta camuffata con concessioni di posture onorifiche e ieratiche, come illustrato dal quadro “manifesto” di Jaques Louis David. Trionfo del cesaropapismo, smacco alle pretese teocratiche della Chiesa, per Napoleone; asservimento del cattolicesimo americano all’impresa imperiale Maga in nome di un neoconservatorismo di confessione protestante che a partire dagli anni 80 del secolo scorso ha preso sempre più piede tra l’elettorato cattolico americano, stando alla narrazione documentata di Massimo Franco in Papi, dollari e guerre [4].

05-papi-dollari-e-guerreUn corpus elettorale che faceva il paio, nell’ottica del sorpasso, col conservatorismo della costellazione protestante e antipapista USA. E comunque costituito da «neoconservatori che avevano sentito subito Ratzinger dalla loro parte» [5] dal momento che divenuto Benedetto XVI aveva scelto l’arcivescovo di San Francisco, William Joseph Levada, californiano, come suo successore alla Congregazione per la dottrina della fede. Levada era noto per la durezza dimostrata nei confronti dei movimenti omosessuali statunitensi. In Italia, nel cuore dell’impero spirituale della Chiesa, nell’epoca sguaiata e tragicamente burlesca del berlusconismo, a proposito dell’alleanza fra Benedetto XVI e i neoconservatori USA si esprimeva positivamente l’allora presidente della CEI cardinale Camillo Ruini: «Esiste nel mondo, e in particolare negli Stati Uniti, un movimento di rinascita cristiana che va al di là delle frontiere delle Chiese, e che sottolinea un afflato cristiano del quale non si può non tenere conto» [6]. Non specificava però il cardinale cosa intendesse per «afflato cristiano» transecclesiale o transoceanico, e se fosse o meno, quell’afflato, parte attiva di quel processo, allora in itinere e verso un crescendo, che ha ridotto l’Italia e l’Europa nelle misere condizioni attuali che paragonare al caos è un blando eufemismo. Il cardinale ha avuto modo di assistere, negli ultimi tempi della sua vita, alla narrazione della retorica Maga e alle imprese belliche e discriminatorie dell’imperatore a stelle e strisce, primicerio della congrega cristiana neoconservatrice che lo ha intronizzato e di cui davvero «non si può non tenere conto» nella valutazione storica del disastro planetario in cui ci ha precipitati. Non sappiamo se il cardinale si sia ricreduto o pentito.

Resta comunque la realtà di un cattolicesimo conservatore, tradizionalista, di destra, giusto per orientarci nelle sfumature politiche. Un cattolicesimo che si ostina a non voler fare i conti con la storia, a non volersi confrontare con i drammi della contemporaneità, ma che confida nel ritorno ad una esteriorità del “sacro” che ha dell’inquietante. I suoi attori sono gli epigoni di quella minoranza irriducibile e reazionaria che tormentò Paolo VI durante e dopo il concilio, nostalgici della liturgia tridentina che individuarono nel concilio stesso la rovina della Chiesa, della crisi resasi più visibile nel 68, per via della secolarizzazione dei costumi e non per Lumen gentium o Gaudium et spes che risultarono loro indigeste perché non lanciarono nessun anatema contro il mondo moderno; ed anzi, quell’unico espresso decisamente da Gaudium et spes 80 fu per condannare ogni atto di guerra e richiamare i governanti di questo mondo a «considerare davanti a Dio e davanti all’umanità intera l’enorme peso della loro responsabilità». Gli articoli 81 e 82, inoltre, sono di estrema attualità, e andrebbero studiati da ogni politico, da ogni governante che si dice cristiano; stigmatizzano la corsa agli armamenti e ribadendo la condanna assoluta della guerra suggeriscono l’azione internazionale per evitarla.

Nessun concilio aveva mai affrontato questi argomenti con tanta determinazione e competenza. Il guaio è che l’ondata “normalizzatrice” prodottasi nel postconcilio per l’influsso subdolo quanto fisiologico di processi di “restaurazione”, onda lunga del conservatorismo atavico della Chiesa, ha fatto cadere nel dimenticatoio i documenti conciliari più scottanti, riducendoli, al più, a citazioni dotte di omiletica episcopale, evitando di sbatterli in faccia ai poteri forti, facendoli valere come armi morali di denuncia cristiana. Le prospettive e gli auspici del concilio come frutto dello Spirito sono rimasti lettera morta. Fino all’arrivo di Francesco, che li ha tolti dal congelatore. E poi Leone che andando oltre la denuncia conciliare della guerra dichiara una «pace disarmata e disarmante» e “osa” demolire anche la nozione universalmente accettata di “guerra giusta”; oltre che togliere a Maria il titolo di corredentrice, con levate di scudi tra le pruderie devozionali di Radio Maria.

Pietro III, il papa scismatico

Pietro III, il papa scismatico

Allora, quando il papa fa il papa, le schiere dei tradizionalisti più accaniti, più beceri, più stupidi reagiscono dicendo che la sede di Pietro è vacante, e alcuni fanno risalire questa vacanza già a partire da Giovanni XXIII. L’ultimo papa è stato dunque Pio XII. A colmare il vuoto ha dovuto pensarci la Madonna stessa, in seguito a presunte apparizioni a El Palmar de Troya in Spagna, nel 1978; fondando una comunità separata dalla Chiesa cattolica e creando una linea indipendente di “veri” papi di una “vera” Chiesa cattolica. Attualmente Pietro III è il quarto della serie e gira il perimetro blindato della sua piccola Chiesa ultraconservatrice su sedia gestatoria e con tiara barocca in capo. Sul web sono visibili le cerimonie sontuose di questa Chiesa antiromana con preti paludati alla maniera delle sfilate di moda ecclesiastiche dei film di Fellini. L’unico effetto percepibile davanti a simile spettacolo è quello del ridicolo e della stupidità. Stupidità o follia di quell’altro prete siciliano, due volte scomunicato, che vede la Madonna e sostiene di essere il vero erede di Benedetto XVI.

Gli insulti reiterati che papa Leone ha subìto da parte del despota americano rendono evidente il fatto che non è orientato nella direzione della conservazione, né invischiato in trame destrorse. La sua sosta silenziosa nel piccolo cimitero di Lampedusa dove riposano le anonime vittime dell’indifferenza umana ha voluto significare la continuità con l’azione di papa Francesco e l’accoglienza piena della sua eredità apostolica e magisteriale; per riversarle «dentro una stagione nuova», come ha specificato il cardinale Baldo Reina, suo vicario per Roma, preannunciando la visita e indicandone gli scopi: «comprendere non solo il dolore degli arrivi, ma anche le cause delle partenze. Lampedusa, infatti, non è la causa del dramma migratorio. È il luogo in cui il dramma smette di essere invisibile. Qui il Mediterraneo non separa soltanto: rivela. Rivela guerre dimenticate, economie predatorie, corruzione, sfruttamento delle risorse, deserti attraversati, prigioni libiche, famiglie indebitate, speranze ostinate. Ogni barca che approda porta con sé una storia personale e una trama geopolitica. Il magistero africano di Leone XIV aiuta a leggere Lampedusa con occhi più profondi. L’Africa non può essere considerata soltanto un continente destinatario di assistenza, ma un luogo da cui interpretare il mondo: non problema, ma chiave; non periferia muta, ma osservatorio delle contraddizioni globali» [7].

A sconfessione dell’ideologia Maga papa Leone ha fatto più volte riferimento alla “dignità umana”, ricordando che la vera libertà e il Vangelo si misurano sulla capacità di farsi prossimi agli oppressi e agli stranieri, oltre la rigida logica dei confini nazionali. Si è riferito poi alla responsabilità collettiva dichiarando che «i morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate». Un richiamo alle coscienze per un esame serio e globale di fronte alla “globalizzazione dell’indifferenza”, e una esortazione all’Europa a non considerare il Mediterraneo come un fossato, ma come una casa comune. In un anno di ministero petrino non sono certo mancate parole decise e pesanti contro la guerra e contro le ingiustizie dei potenti nei confronti dei deboli. Molti avevano sperato in una maggiore moderazione, in una correzione di tiro rispetto alle “sparate” di Francesco, spontanee quanto estemporanee e molte volte per nulla politicamente corrette e causa di estremi imbarazzi per il puritanesimo vaticano.

Si sperava che il successore avesse riassunto con la mozzetta rossa e la barocca stola petrina la dignitas pontificale, il sussiego clericale, e la sua prima apparizione sulla loggia delle benedizioni lasciò ben sperare gli zelanti cerimonieri pontifici e le sartorie ecclesiastiche romane che campano tenendo vive le mode degli abiti “piani”, cioè dei tempi di Pio IX. In un mondo pieno di guerre e di ingiustizie si deve purtroppo registrare, nella Chiesa cattolica, non uno zelo pastorale pacifista e pacificante, ma «la passione ideologica per la talare, nella quale non c’è più il disprezzo antiborghese con cui la indossava un don Milani, ma una ricerca di raffinatezza morbosa e di un’eleganza inquietante» [8] a dir poco.

Questo quanto alla forma esteriore della Chiesa amata dai tradizionalisti che ancora non hanno osato il salto dello scisma lefebvriano, speranzosi di ripropagare la compulsività liturgica che li tormenta, agita come un’ossessione e in nome delle proprie nostalgie del “piccolo mondo antico”, mentre identificano quella pura farisaica esteriorità con il rimedio per sconfiggere tutti i mali di questo mondo. Troppo scarsa e nichilista quella «nobile semplicità» scaturente da chiarezza e brevità richiamata da Sacrosanctum concilium 34 per la messa in atto dei riti liturgici. Il concilio è accusato di disfattismo liturgico dai gerenti mitrati di impettiti ed inamidati cerimonieri, che non hanno mai studiato, gli uni e gli altri, la liturgia in quanto scienza teologica, le sue fonti, le implicazioni antropologiche delle innumerevoli, continue e naturali inculturazioni, né mai letto un rigo de Lo spirito della liturgia di Romano Guardini, testo cardine pur apprezzato da Benedetto XVI che però lo leggeva con occhiali dogmatici creando la confusione in atto per il riuso di un vecchio rito fuori uso, come sagacemente ha affermato Andrea Grillo [9], e affermando che la nuova legge non abroga l’antica: se si dice che è possibile celebrare la liturgia con i riti precedenti alla riforma, è chiaro che si relativizza e si banalizza non solo la riforma liturgica, ma lo stesso Concilio Vaticano II.

Écône

Écône

Se i fondamentalisti cattolici avessero studiato si sarebbero accorti che il “rito antico” è quello rimesso in auge proprio dal Vaticano II, il rito sorto spontaneamente nelle forme dell’inculturazione cristiana dei primi secoli, nella sua essenzialità di relazione tra Parola e gesto, espressione abbastanza limpida e semplice del culto “in spirito e verità” istituito da Cristo in sostituzione del vecchio culto levitico dichiarato “fuori uso” dalla Lettera agli ebrei, ma ripreso nelle sue forme proprio dalla ritualità tridentina. Non un semplice ritorno al passato, ma un ritorno al vecchio superato dal nuovo.

Per i lefebvriani e i loro simpatizzanti ancora rimasti nel recinto cattolico è da attribuirsi al Vaticano II e massimamente alla riforma liturgica l’emorragia del clero, la crisi della vita religiosa, l’allontanamento dei giovani dalla Chiesa, il mutare dei costumi dei popoli cattolici per nascita, dunque la scristianizzazione dell’Europa che ripudia persino le sue radici cristiane; e l’avanzare dell’islam, la sostituzione etnica e tante altre nefandezze che evidentemente non esistevano nel bel tempo antico, quando bastavano «quattro pianete, sei candelabri e qualche latinorum per riportare le cose là dove le avevano lasciate nei loro vent’anni» [10]. Nel non meno mordace saggio Quel che resta di Dio, scritto nell’affacciarsi al papato di Francesco, Alberto Melloni si chiedeva se dopo Benedetto fosse questa la Chiesa che ci saremmo dovuti aspettare, o se fosse stata dissolta l’illusione di pigiare «a destra» il pulsante rewind della storia «riportando il mondo ai “bei tempi”, in cui i neri erano negri, i gay froci, i figli di Israele sporchi ebrei, Fanfani non capiva di politica e i comunisti mangiavano i bambini (rubati dagli zingari): da quei tempi la Chiesa è uscita non grazie alla modernità, ma grazie a Dio che ha sopportato con le vittime una conversione delle chiese forse in atto, forse in corso. Nessuno sa se questa moda è finita col 2013 o c’è stata solo una pausa». Una pausa in questa cultura conservatrice che non riesce a chiedersi «se i parametri sociologici, che dovevano provare la “crisi”, non confondessero la causa con gli effetti» [11]. I fatti ci hanno detto che quella cultura non è morta; sopravvive in epigoni smemorati che non ricordano i tempi bui in cui le loro nostalgie sono sorte. Tali nostalgie corrono in parallelo con altre, di più laica matrice, che anelano agli assolutismi, alla belligeranza, all’odio razziale, alla violenza, alla cupidigia omicida, dimentiche degli orrori di tutti gli “ismi” che hanno insanguinato il mondo appena ottant’anni fa all’insegna di “Dio, patria e famiglia”.

La solenne cerimonia episcopale di Écône (non riesco a chiamarla liturgia, per via della sua impronta assolutamente clericale) su cui come “segno dal cielo” si è abbattuto, il primo luglio, uno scroscio d’acqua di eccezionale portata temporalesca, è stato il contraltare scismatico ed eretico della celebrazione eucaristica di papa Leone a Lampedusa. Scismatico perché ha provocato rottura e separazione, eretico perché la liturgia cristiana è professione di fede, in quanto la legge della preghiera formula lo statuto della legge del credere. Non viceversa! Papa Francesco nella Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio «Traditionis Custodes» sull’uso arbitrario della Liturgia Romana anteriore alla Riforma del 1970, ha fatto chiarezza in ordine alla illegittimità e alla contraddizione dell’uso del rito della messa secondo l’ordo del concilio di Trento ratificato nel messale di Pio V nel 1570. Traditionis Custodes afferma perentoriamente che «i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano» (Art. 1).

07-liturgia-medievaleAi giornalisti e ai vari pubblicisti carenti di conoscenza liturgica si deve ricordare che non è questione di “messa in latino”; non è l’uso della lingua latina il discrimine della questione. I libri liturgici postconciliari nella loro edizione tipica sono scritti in latino e in questa lingua possono essere celebrati i sacramenti afferenti da quei pochi preti che adesso conoscono il latino e lo sanno ben pronunciare. Così accade ad esempio nelle celebrazioni papali. La questione vera è di ordine teologico oltre che rituale, e l’ho spiegata dettagliatamente in un lungo saggio dove descrivo nascita, sviluppo, deformazioni del “Rito romano” e le forme di cristallizzazione che lo hanno mummificato dal concilio di Trento al Vaticano II per quattrocento anni [12].

Può essere utile, per i non competenti, l’esempio di un edificio semplice ma funzionale cui si aggiungono superfetazioni nel corso degli anni che ne snaturano la fisionomia e ne compromettono l’abitabilità. Ad un certo punto si rende necessaria un’azione di restauro per il ripristino strutturale e funzionale. Quando i tradizionalisti e i lefebvriani dicono di voler tornare alla “messa di sempre”, dicono una stupidaggine, o per ignoranza o per dolo ideologico. La loro messa tridentina intanto non è antica ma moderna (1570) ed altro non è che il risultato del riassemblaggio di indebite aggiunte, interpolazioni devozionistiche e pietistiche nate nell’alto medioevo in area gallo-germanica, letture allegoriche della liturgia che ne hanno distrutto la simbologia, prevaricazione del dogma sul rito; quest’ultimo non più traduzione rituale del mito-parola ma riduzione ancillare del logos dogmatico-metafisico. La clericalizzazione dei riti esprimeva una concezione di Chiesa piramidale e autoritaria che riduceva i fedeli a muti e passivi spettatori delle “confezioni” sacramentali da parte del clero. Il grande liturgista Joseph Jungmann nella sua monumentale opera  Missarum sollemnia  conclude che la riforma tridentina non riuscì a raggiungere il suo obiettivo che era quello «del ritorno alla liturgia seguita nella città di Roma, e anzi alla liturgia romana delle origini» che si caratterizzava per la concisione e la semplicità, non riuscendo, per la mancanza di fonti storiche, «ad eliminare tutte quelle infiltrazioni avvenute nella messa romana durante il periodo franco-germanico e che si erano sovrapposte alle sue forme primitive o che nell’età gotica erano penetrate fin nei messali secundum usum Romanae curiae» [13].

Il rito idolatrato dai lefebvriani e dai tradizionalisti è dunque un rito inquinato, non più puro. Il Vaticano II ha eseguito l’opera di restauro servendosi dello studio delle fonti che il Movimento Liturgico da più di un secolo aveva setacciato e ordinato. Ora che le fonti storiche sono state studiate i tradizionalisti si ostinano a non guardarle, fissando lo sguardo solo su un punto dell’asse diacronico: su un rito romano che romano non è, e di cui tengono in considerazione la sua ultima forma redazionale moderna, cristallizzata da quattro secoli di storia; non la sua capacità di adattamento alle esigenze culturali dei vari popoli presso i quali aveva avuto la capacità di inculturarsi.

L’atteggiamento dei tradizionalisti con in capo i lefebvriani può definirsi senza ombra di dubbio oscurantista. Il loro riferimento culturale è l’antimodernismo che segnò la cultura ecclesiastica a cavallo tra i secoli XIX e XX ed ebbe la sua massima e repressiva espressione sotto il pontificato di Pio X (1903-1914) il quale penalizzò, anche con la scomunica, tutti quegli intellettuali cattolici che avevano in comune la propensione di aprire il pensiero della Chiesa alle novità del mondo moderno. Unanime tra questi intellettuali era il tentativo di riformare la Chiesa rinnovandone la cultura, aprendo gli studi filosofici e teologici ai nuovi metodi critici introdotti dalla scienza storica. In Italia, don Ernesto Buonaiuti che fu scomunicato e privato della cattedra di Storia del cristianesimo all’università di Roma, con la complicità del regime fascista in seguito ai Patti lateranensi, affermava che si rendeva necessario «uno sforzo sincero e vigoroso, anche se ingenuo e sognatore, di rinnovare in pieno secolo ventesimo il miraggio delle prime speranze cristiane» per ridare «snellezza e vitalità alle forme esauste dell’ecclesiasticismo ufficiale» [14].

Il fermento intellettuale si colorava anche di connotazioni politiche: un altro prete, anch’egli poi scomunicato, Romolo Murri, affermava che la redenzione delle classi inferiori non dovesse scaturire dalla liberale magnanimità di quelle superiori, ma da un libero confronto tra padroni e operai. In un articolo su «Cultura sociale» del 1899 deduceva che al feudalesimo «come istituzione politica di classe» era succeduto il capitalismo, «tiranno incontrastato del XIX secolo». Era chiara la distanza anche dal cattolicesimo sociale di Leone XIII [15]. Nel 1906 il Santo Uffizio condannava e metteva all’indice Il Santo di Fogazzaro, romanzo in cui si poteva leggere in tralice la tematica rosminiana della riforma della Chiesa. L’ardimento dello scrittore arrivò sino al punto di immaginare una “Chiesa povera”, non tanto prevedendo il sogno pastorale di papa Francesco, ma preannunciando quell’inciso dogmatico mai ricordato e meno ancora pronunciato di Lumen gentium 8:

«E come Cristo ha compiuto la sua opera di redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza».

Paragone teologico di prima grandezza: Come Cristo, così la Chiesa!

L’obiettivo comune dei “novatori”, come venivano chiamati con disprezzo, era comunque che bisognava far uscire la cultura cattolica, irrisa dalla cultura laica, da quello stato di inferiorità in cui si trovava, per cui era necessario non chiudersi nella turris eburnea ideale e confrontarsi con il mondo moderno. Ma i teologi che operavano in questa direzione furono messi all’indice e gli studiosi del Movimento liturgico, del Movimento biblico e dell’incipiente Movimento ecumenico vennero ostracizzati, perseguitati, puniti. I loro sforzi scientifici, tuttavia, non furono vani e furono di grande aiuto per la formulazione dei documenti risolutivi del Vaticano II. Ma ci furono padri conciliari, pochi in verità, che guardarono a questi nuovi risultati di “aggiornamento” con disprezzo preconcetto; tra i grandi difensori del tradizionalismo come Ottaviani, Siri, Ruffini, Bacci, Spelmann, McIntyre, spiccò Marcel Lefebvre, il futuro padre dello scisma, che non per nulla dopo il concilio si mise in proprio e fondò ad Écône una fraternità sacerdotale intestandola a san Pio X. Quando davvero nomen est omen! Non bisogna però dimenticare la nazionalità francese di Lefebvre e il suo retroterra culturale nel quale matura il suo carattere reazionario e la sua profonda avversione per la modernità, ragion per cui i suoi seguaci settari accusano ancor oggi la Chiesa cattolica di “modernismo”, utilizzando il termine in senso dispregiativo come sin dagli inizi fu utilizzato dalla pubblicistica italiana di stretta osservanza clericale ai tempi di Pio X.

Marcel Lefebvre si era formato al seminario francese di Roma ai tempi in cui superiore della Congregazione dello Spirito Santo, di cui faceva parte, era padre Henri Le Floch, la cui linea politica era tradizionalista e conservatrice, sostenitrice di posizioni antimoderniste, antiliberali e antidemocratiche, vicina alle idee di Charles Maurras e dell’Action Française, movimento poi condannato nel 1926 da papa Pio XI per l’influenza che aveva sui giovani cattolici, propugnava la restaurazione monarchica e un nazionalismo integrale: «Il culto della patria nella sua purezza originaria portava all’avversione per tutti gli stranieri, specie i tedeschi, ad un forte antisemitismo – che provocò l’affare Dreyfus – e all’avversione per gli imbelli regimi parlamentari». Nonostante questi tratti di fondamentalismo reazionario «Action Française aveva raccolto un largo numero di aderenti nelle destre cattoliche, persuase di trovare in essa la forza necessaria per combattere l’anticlericalismo, il modernismo, le tendenze repubblicane e insieme convinte di difendere in questo modo i propri privilegi sociali» [16]. Centre royaliste d’Action française (CRAF) è divenuto oggi il principale dei tre movimenti politici monarchici in Francia e insieme a Ressamblement National rappresenta il fronte di estrema destra.

Con questo solido bagaglio ideologico nel 1932 il giovane prete Lefebvre partiva per l’Africa dove svolse positivamente e con successo la sua missione per trent’anni, con la tenacia del migliore spirito coloniale che al tempo era un modello naturale anche per la Chiesa. Si guadagnò anche l’episcopato in virtù di forte zelo apostolico, e quando tornò in Francia nel 1962 non si aspettava le deviazioni del concilio dai binari su cui lui aveva fino ad allora viaggiato; si mise così a collaborare alla rivista di destra Rivarol, per la quale pubblicava una corrispondenza dal concilio con toni critici e sferzanti. La Chiesa romana sopportò con amorevole pazienza le sue invettive anticonciliari, fino al punto di rottura del 30 giugno del 1988, quando consacrò quattro vescovi senza chiesa, col solo ruolo di maestri di disciplina della fraternità divenuta scismatica e fuori dalla comunione ecclesiale. Da allora ad oggi, e dopo la sua morte, gli orientamenti dei suoi seguaci non sono mutati. Sono rimasti fermi ad una intransigenza ideologica fondamentalista, con aderenze politiche destroidi come quelle di Richard Williamson, uno dei quattro vescovi del 1988 che negò la Shoah. Né servì alla conversione della fraternità la misericordia pastorale di papa Benedetto, che togliendogli la scomunica pensava di poterla riaccogliere nel seno della cattolicità. La coazione a ripetere è stata più forte e la creazione di altri quattro vescovi senza chiesa ha rivelato la vocazione irrimediabilmente scismatica di questi preti che guardano al passato, alle belle tradizioni liturgiche medievali e al rapporto con accoliti politici con venature reazionarie. È un dato di fatto che gli amanti del vecchio rito tridentino nutrano ammirazione per le politiche autoritarie. All’estenuante cerimonia di Écône durata cinque ore erano presenti anche esponenti di spicco dell’estrema destra italiana, con rappresentanti di Forza Nuova e Futuro Nazionale, in sintonia e nel rispetto della tradizione di Action Française così cara a Lefebvre. C’è stata tuttavia anche qualche piccola concessione alla modernità nel rito, con la diretta online; e al momento della raccolta delle offerte è comparso un QRcode per le donazioni a distanza. Il denaro non è modernista! Anzi!

Ai primi di luglio 2026 sono dunque balzate alla ribalta delle cronache internazionali due immagini di Chiesa cattolica: quella del concilio di Trento e quella del Vaticano II. La prima corroborata da quattro secoli di storia in una forma istituzionale “conclusa” sia nel senso della chiusura che della fine, idealmente granitica e irreformabile per strategia teologica; la seconda ancora giovane per storia, incerta tra il già e il non ancora, non completamente purgata dalle scorie di un passato trionfalistico e indecisa sulle forme materiali e spirituali da utilizzare per manifestare quella sincera conversione che sempre deve caratterizzarla. Alle spalle di papa Leone, alle spalle della porta aperta della Chiesa di Lampedusa la sagoma di una lontana Chiesa scismatica, arroccata ad Ecône, nel Canton Vallese della neutrale Svizzera, gelosa della sua ritualità vecchia con cui vuole simbolizzare l’attaccamento ad una tradizione non più consegnabile alla storia, perché in sé finta e finita con la stessa inconsistenza di una Chiesa che preferiva l’alleanza con i potenti invece che “abbatterli dai troni”, ed anzi in cerca di alleanze tra trono e altare.

Papa Leone, disertando l’anniversario USA, ha mostrato di ritenere non più essenziale la ricerca di quell’alleanza e che la Chiesa ha una sua autonomia politica che scaturisce dall’evento del Regno che «non impone alla Città umana nessun regime teocratico che sia in opposizione con il mondo laico, politico, economico, di cui esso ricusi il valore proprio o l’autonomia; no, esso introduce nel cuore del mondo un principio critico che mira a fratturare l’egemonia dell’avere e del potere nella trasformazione dei rapporti umani. Inteso in questo modo, il Regno non è il doppione del mondo e la Chiesa non deve scimmiottare questo mondo» [17]. A partire da questo principio politico tratto dal Vangelo Dio non può più essere il garante del potente, né la Chiesa può fare da madrina al battesimo delle guerre ritenute dai governanti eventi salvifici. Parole troppo generiche sono state pronunciate in passato, sempre in termini generali, per stigmatizzare i mali di questo mondo; ma con i responsabili concreti dei disastri umanitari si è fatto finta di niente, ci si sono scambiate visite di cortesia, scattate diplomatiche foto di circostanza … Ma adesso, da Francesco a Leone, le parole critiche dell’operato iniquo dei potenti sembrano individuare i soggetti, delinearne il profilo, coglierne il malanimo. Nessuna indulgenza per gli estremismi politici, per le criminali imprese finanziarie del capitalismo disumanizzante, per le politiche di sfruttamento neocoloniale che trasformano i diseredati in delinquenti o in terroristi solo perché reclamano ciò che gli è stato rubato.

Parole dirimenti sull’appartenenza cristiana: non si può ritenere di essere cristiani e appoggiare regimi genocidari, stragi di civili, curare progetti di riarmo indiscriminato e omicida, limitare la libertà di parola, di opinione, di informazione, emanare leggi autoreferenziali per chi governa per l’esonero dalle indagini e dall’accertamento delle responsabilità penali. Tutto ciò che è contro la verità e la vita non è la via cristiana. Papa Leone non si è voluto trovare accanto ad un presidente che invoca Dio per sostenere i bombardamenti contro l’Iran, appoggia a viso aperto e senza rimorso l’operato criminale del regime sionista, frantuma un multilateralismo e un ordine internazionale dei quali pure gli USA erano stati i progettisti. Il messaggio dettato dalla sua assenza al mega evento Maga è rivolto anche al cattolicesimo conservatore americano che nel binomio Trump-Vance ha visto il via libera al ritorno di movimenti integralisti e fondamentalisti crismati dal martirio di esponenti della destra ipertradizionalista come Charles Kirk. Questo è il paradosso di «un papa statunitense, Robert Prevost, sul soglio di Pietro per dichiarare guerra agli Stati Uniti del movimento Maga, del trumpismo, e di un cattolicesimo preconciliare che aveva nel vicepresidente J.D. Vance, un convertito ostile al papa argentino, il simbolo più significativo» [18].

Il cardinale Burke

Il cardinale Burke

E poi ci sono quei cardinali che tirano il nuovo papa per la tonaca e lo misurano con i parametri dei “dubia” con i quali hanno tormentato Francesco, tentando di blandirlo per i contenuti ortodossi del suo magistero, nella speranza che riporti la Chiesa nell’alveo della tradizione perduta, al tempo delle sanzioni e degli anatemi del sant’Uffizio e dei bei merletti cerimoniali che richiamano la natura muliebre della Chiesa. Il cuore del cattolicesimo tradizionalista americano pulsa in Vaticano, nella persona del cardinale Raymond Burke, il più arcigno critico delle supposte deviazioni dottrinali di papa Francesco, che lo rimosse dagli incarichi e lo mise da parte. Nel frattempo, per non perder tempo, si era fatto nominare da Steve Bannon, grande elettore di Trump e promotore del movimento populista di destra internazionale, presidente d’onore di una scuola di formazione politica sovranista promossa dal Dignitatis Humanae Institute presso la Certosa di Trisulti, messa a disposizione dal governo italiano; progetto poi fallito in seguito a numerose proteste sulla concessione della certosa, inestimabile bene culturale italiano che non poteva essere ceduto a organizzatori della destra internazionale sotto l’ala religiosa e benedicente di Burke. La quiescenza ha però acuito il suo zelo pastorale ed è sempre in giro a presiedere messe e riti della vecchia liturgia presentandosi con la coda serica e purpurea di dodici metri della sua “cappamagna” che riempie insieme a lui tutto l’abitacolo posteriore delle lussuose automobili con cui viaggia quale “principe della Chiesa”.

Massimo Franco riferisce che secondo una certa vulgata Burke abbia raccolto voti per Prevost al conclave, ragion per cui Leone gli avrebbe concesso di pontificare solennemente in San Pietro il 25 ottobre 2025 per il pellegrinaggio a Roma dei cattolici tradizionalisti [19]. Gesto di misericordia? Tentativo di voler ricucire il tessuto strappato della Chiesa? Prudenza pastorale? Ognuno può leggervi ciò che vuole, ma il cardinale Arthur Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino, da sempre considerato il principale interprete della linea liturgica di Francesco, in un’intervista al settimanale britannico The Tablet, ha escluso qualsiasi cambio di rotta: papa Leone non intende modificare la Traditionis custodes, il motu proprio con cui Francesco nel 2021 limitò drasticamente la celebrazione della liturgia preconciliare, archiviando di fatto il regime di ampia liberalizzazione introdotto da Benedetto XVI con la Summorum Pontificum. Si distingua la regola dalle possibili eccezioni che si spera non siano molte.

10-werbickDi fatto ci troviamo davanti ad un fenomeno epocale che Jürgen Werbich denomina «esaurimento ecclesiale», sia perché una precisa fase storica è ormai «esaurita», sia perché non sappiamo come far fronte a questa situazione e come immaginare la Chiesa del futuro [20]. Per rispondere alla domanda sul credere in un tempo di esaurimento ecclesiale il teologo si chiede preliminarmente: cosa non va gettato via, cosa va compreso in modo nuovo, più biblico, più umano? Che cosa è stato snaturato del cristianesimo nel corso della storia e ora, purificato, deve riemergere in primo piano? La sua risposta è l’invito a riscoprire la vocazione più profonda del cristianesimo in questo tempo di crisi non solo ecclesiale e religiosa ma sociale, politica, culturale, osando una fede che non teme la debolezza, lo stato di minorità e che proprio nella debolezza trova la forza per rendersi solidale con i poveri nel corpo e nello spirito. Quello della riforma della Chiesa, della Chiesa semper reformanda, è un tema che l’ha attraversata dal suo nascere al presente, e si potrebbe dire il suo dramma continuato che però l’ha resa viva nella testimonianza di una tradizione in movimento, sempre in cerca della sua fonte in alcuni momenti smarrita, in continua tenzione col mondo e le sue storie.

Il Vaticano II colse una serie articolata di domande e cercò di dare risposte in linea con il tempo nuovo che si affacciava alla ribalta della cultura planetaria, sulla linea “dell’aggiornamento” come pensava Giovanni XXIII. Ancora oggi i principi e gli orientamenti conciliari, che non sono stati né esauriti né completamente compresi in questi sessant’anni, rappresentano un suggerimento prezioso per affrontare la sfida “dell’esaurimento ecclesiale”.

Il concilio cominciò dalla questione rituale per affrontare quella della Chiesa, poiché il rito è lo specchioiella Chiesa, ne rivela simbolicamente la natura e ne plasma l’ethos. Non si spiega l’accanimento tradizionalista al vecchio rito tridentino se non con il desiderio del ritorno ad una Chiesa ideale, non vera, disegnata a Trento da poche decine di vescovi italiani ed europei, contro i 2500 provenienti da tutto il mondo al Vaticano II. Il rito tridentino era lo specchio di una Chiesa medievale ed eurocentrica, ed anzi romana perché Roma era la sede del papato e il papato il pro-motore della politica europea e della religione. La Chiesa muoveva e incoronava principi e imperatori, eccetto poi quelli che avevano protestato con Lutero e avevano rifiutato il “rito romano”. Il rito romano tridentino fu l’affermazione della teocrazia papale espressa in “simboli e cerimonie” che illustravano l’ecclesia triumphans dominante sui monarchi, sui popoli e soprattutto sugli eretici. Le glorie barocche che hanno sfondato i soffitti delle chiese sono emblemi iconici di una forma mentis non ancora estinta. La riforma dei riti del Vaticano II fu intrinseca alla volontà e alla necessità di riformare la Chiesa, e prefigura il nuovo delinearsi della fisionomia della Chiesa descritto, come detto più sopra, in Lumen gentium 8: «Come Cristo …. Così la Chiesa». E dunque come la Chiesa così la liturgia. La fisionomia della Chiesa deve leggersi nel suo organismo rituale che è professione della sua fede, così come lo delinea nella sua essenzialità Sacrosanctum concilium 50:

«I riti, conservata fedelmente la loro sostanza, siano semplificati; si sopprimano quegli elementi che, col passare dei secoli, furono duplicati o aggiunti senza grande utilità; alcuni elementi invece, che col tempo andarono perduti, siano ristabiliti, secondo la tradizione dei Padri, nella misura che sembrerà opportuna o necessaria».

L’intento del concilio è stato quello di ricondurre la ritualità cattolica alla sua originaria significazione, tagliando tutto ciò che di ampolloso potesse offuscarne il significato inibendo l’efficacia sacramentale: tirare fuori i riti da quell’aura di magia creata da gesti incomprensibili, azioni metaculturali, parole misteriose sussurrate, apparati rituali che col barocco assunsero ruolo scenografico preponderante a discapito della sostanza. La «nobile semplicità dei riti» invocata al n. 34 della stessa costituzione molti padri conciliari, accusati poi di “progressismo” o di “modernismo”, la invocarono anche per la coerenza della loro vita. Il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del concilio, una quarantina di padri conciliari celebrarono una Eucaristia nelle catacombe di Domitilla, a Roma, chiedendo fedeltà allo Spirito di Gesù. Dopo tale celebrazione, firmarono il “Patto delle Catacombe”. Il documento era una sfida ai “fratelli nell’episcopato” a portare avanti una “vita di povertà”, una Chiesa “serva e povera”, come aveva suggerito papa Giovanni XXIII. I firmatari – fra di essi, molti brasiliani e latinoamericani – si impegnavano a vivere in povertà, a rinunciare a tutti i simboli e privilegi del potere, ai palazzi, ai titoli onorifici e altisonanti, agli abiti eleganti e sgargianti della tradizione e a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. Il testo ha avuto una forte influenza sulla Teologia della Liberazione, che sarebbe sorta negli anni seguenti e poi ostracizzata con sospetti di collusione col marxismo; l’uno e l’altra sono stati archiviati e in sessant’anni di postconcilio non sono mutati né i titoli altisonanti di eminenza, eccellenza, monsignore, né gli abiti di foggia ottocentesca, né il modo trionfalistico di considerare la Chiesa e i modi autoritari di governo. Tutte cose che rientrano appieno nell’ideologia tradizionalista, ed anzi ne costituiscono l’essenza. Tutte cose che il gesuita argentino Bergoglio aveva rivisto scegliendo sin da subito, divenuto Francesco, modi più semplici di abitare, di vestire e di condurre in maniera più umana e meno ieratica il suo ruolo istituzionale. Tutte cose che crearono malumori e “chiacchericcio” invece di emulazione. I vescovi, fuori di Roma, continuarono a pontificare con gli apparati sontuosi di sempre, usando ruoli e termini “pontificali” inappropriati evangelicamente, dato che il titolo di Pontifex è pagano, di accezione imperiale, e non si addice neanche al papa il cui titolo è di accezione paterna. Leone è comunque rientrato nei ranghi nell’affacciarsi al fatidico balcone e questo è bastato per ridare la stura alla ricerca di vecchi paludamenti essenziali, specie per i giovani preti, per appagare l’ansia di identità sociale, in assenza d’altro.

Al lavoro di riforma la Chiesa del postconcilio ha corrisposto con superficialità. Ha sottovalutato il fatto sapienziale che il vino nuovo della liturgia necessitasse di nuovi otri e non se n’è provvista, come dell’olio le vergini stolte escluse dal banchetto nuziale. Ha prevalso lo spirito vecchio, così i vecchi otri si sono spaccati e il vino nuovo perso. I “sorveglianti” non hanno sorvegliato abbastanza e gli “anziani” non sono stati saggi. Ha prevalso paradossalmente lo spirito individualistico, nonostante l’insistenza retorica sulla nozione comunitaria, e il clericalismo tanto deprecato da Francesco si è propagato al popolo. Il nuovo ordo è diventato vecchio prima di crescere e sono cominciati gli abusi e le ermeneutiche personalizzate di un rito romano che romano non può più essere senza confliggere con la configurazione della cattolicità con la quale costituisce un ossimoro esausto. Ha prevalso, ancora, il particolarismo della devozione popolare esplosa già nel medioevo; simulacri di santi e sante, di reliquie ossee e tessili viaggiano da un luogo all’altro, in attesa di quella evangelizzazione auspicata da elaborati quanto cervellotici e inattuabili documenti magisteriali, con l’illusione di una Chiesa di popolo al tempo del nichilismo imperante. Nel 1999 il cardinale Martini, altro gesuita pensante inviso alle gerarchie meno acute, aveva proposto al sinodo dei vescovi una lista di problemi non effimeri e “sottopelle”, che non possono essere esauriti, ancor oggi, dalle diagnosi e dalle descrizioni e che rappresentano questioni interne alla Chiesa in attesa non tanto di essere risolte, ma di essere almeno “dette” [21]; come l’argomento tabù del matrimonio dei preti di rito latino o dell’ordinazione dei “probi viri” cui si riferì il Sinodo dell’Amazonia tanto demonizzato dal fariseismo dalle ortodossie vaticane; la necessità di criteri più trasparenti ed ecclesiali per la nomina dei vescovi e la “delevitizzazione” del Sacramento dell’Ordine arbitrariamente strutturato secondo i parametri del sacerdozio veterotestamentario di stampo sacrale e rituale. Tutto al fine di emendare la Chiesa dal clericalismo che l’ha soffocata con scandali che non sono certo imputabili al popolo di Dio e recuperare le funzioni di sale e lievito che le sono più proprie, in capite et in membris, in osmotica e armonica reciprocità “sinodale”.

Papa Leone in visita al comitero di Lampedusa

Papa Leone in visita al cimitero di Lampedusa

Questa la rotta di navigazione che attende Leone XIV se veramente vorrà portare la Chiesa in alto mare (duc in altum) oltre il porto di Lampedusa, su rotte impraticate e verso terre inesplorate. L’impresa sinodale voluta da papa Francesco sembra non essere accolta con coralità unanime né delle gerarchie né dall’inconsapevolezza identitaria della maggior parte dei credenti; perché esige la morte di questa Chiesa, della forma moderna ed ibrida di questa Chiesa cui siamo troppo abituati; morte salvifica per la fruttificazione del chicco di grano sepolto, per una nuova semina, e nuovi frutti. Se non muore non potrà rinascere! In questi anni difficili molti segni stanno irrompendo nella coscienza collettiva, quasi una specie di apocalittica laica, uno scoramento, una disillusione che colpisce prevalentemente i giovani, uno scetticismo che non ha motivazioni profetiche, ma che emerge dalla verifica della fraudolenza delle promesse dei padri: la democrazia, la libertà, la giustizia, la pace duratura ci erano state promesse. La “civiltà”, così com’è stata costruita, secondo il progetto che abbiamo ereditato, non regge più. Molte cose, forse troppe stanno crollando. Nessuno ci può accusare di modernismo o di progressismo, quasi che il puntare il dito contro l’immobilismo e l’ottusità del tradizionalismo sia assumere l’identità oltre gli schemi che nella chiesa di Pio X veniva attribuita a quanti, per amore del Vangelo, volevano seguire altre vie per inculturarlo. Non ci possono più essere complessi di inferiorità rispetto al progresso, all’orgoglio della scienza, ai miracoli della tecnologia. Non hanno risollevato la dignità calpestata degli esseri umani, hanno fallito.

La Chiesa deve cominciare a parlare anche con quanti la ritengono complice, per gli eventi documentati dalla storia, dei colonialismi e dei bellicismi delle “nazioni cristiane”. Deve riacquistare la credibilità perduta. Ora non è più tempo di inculcare dogmi o affrontare dispute razionali per dire, a chi non crede, una fede la cui unica dicibilità è fomentare l’opera della giustizia per ottenere la pace. I cristiani, ecumenicamente parlando, inclusi i lefebvriani, i sedevacantisti e affini, non devono più costruire spazi sacri per il loro rifugio, non hanno più terre sante dove compiere pellegrinaggi di devozione, dal momento che la casa di Dio è la casa dell’uomo e la santità di Dio ha il suo tempio nell’uomo vivente. Nella costruzione del Regno si fatica con altri, coi diversi, con gli stranieri, senza che la fede sia motivo di discriminazione e disaffezione dall’impegno nella vita quotidiana e in tutti i progetti politici ispirati a giustizia non finta. In tale actuosità risiede la dimensione profetica del popolo cristiano, che chi ha il ministero di presidenza nella Chiesa ha il dovere di incrementare. Il messaggio profetico non è un messaggio di salvezza individuale che ci indica le vette della contemplazione in cui rifugiarsi lontano dai rumori del mondo. Il messaggio cristiano deve essere via via liberato dai meccanismi psicologici e sociali incrostati dalle polveri della religione, che invece tende a condurre il momento alto dell’esistenza in un isolamento della storia. Parlare di radicalità evangelica può suonare parecchio retorico, ma papa Leone ne ha fatto riferimento ad Assisi, lo scorso 6 agosto, riferendosi al Poverello:

«Imparate la radicalità evangelica, che è l’opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti, sempre alla sequela di Gesù e quindi umili, accoglienti verso tutti. Non è facile, ma dà molta gioia».

Il caldo di luglio mi ha portato per sentieri infuocati, sentendomi nella Chiesa e partecipando alle sue stesse sofferenze. Credo comunque di non essermi allontanato dalle immagini di partenza che ho sviluppato nell’acido risolutivo nella camera oscura del diritto di critica. Perché i fatti e i misteri cristiani o noi li percuotiamo per far discendere il loro messaggio nei solchi della vita e della storia, oppure essi diventano, lontani da noi, occasioni di riti e cerimonie che ormai hanno perso il loro senso persino nella coscienza di noi credenti. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026 
Note
[1] Cf. L. Di Simone, Le aporie della pace. I fondamentalismi e la cultura di guerra, in «Dialoghi Mediterranei» n. 76.
[2] A. Melloni, Chiesa madre, chiesa matrigna, Einaudi, Torino 2004.
[3] Ivi: 43.
[4] M. Franco, Papi, dollari e guerre. Il potere dell’America in Vaticano dai tabù del passato a Leone XIV, Solferino, Milano 2026: 251.
[5] Ivi: 243.
[6] Ivi: 241.
[7] In «La Stampa», 30 giugno 2026.
[8] A. Melloni, Quel che resta di Dio. Un discorso storico sulle forme della vita cristiana, Einaudi, Torino 2013: 113.
[9] Cit. in L. Di Simone, Liturgia medievale per la chiesa postmoderna? La questione del “rito antico” nel racconto del “rito romano”, FEERIA, Panzano in chianti (FI) 2013: 120, nota 46.
[10] A. Melloni, Quel che resta di Dio, cit.: 114.
[11] Ibid.
[12] L. Di Simone, Liturgia medievale per la chiesa postmoderna? Cit.
[13] Cf. ivi: 118-119.
[14] E. Buonaiuti, Il modernismo cattolico, Guanda, Modena 1943: 17-18, 26.
[15] D. Saresella, Modernismo, Editrice Bibliografica, Milano 1995: 41.
[16] G. Martina, La chiesa nell’età del totalitarismo, Mocelliana, Brescia 19794, 102-103.
[17] D. Collin, Il cristianesimo non esiste ancora, Queriniana, Brescia 2020, 168-169.
[18] M. Franco, Papi, dollari e guerre, cit.: 291.
[19] Ibid.: 298-299.
[20] J. Werbick, Il cristianesimo può scomparire? Credere in un tempo di esaurimento ecclesiale, Queriniana, Brescia 2026.
[21] Cf. A. Melloni, Chiesa madre, chiesa matrigna, cit.: 129-130.

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Leo Di Simone, teologo, scrittore, liturgista, esperto di musica liturgica e di arte sacra, è Interlocutore Referente presso la Pontificia Accademia di Teologia (PATH). Ha insegnato Antropologia culturale e Liturgia presso la Facoltà Teologica di Sicilia (Palermo), l’Istituto di Scienze Religiose di Mazara del Vallo e l’Istituto Teologico di Scutari (Albania). È presbitero della Diocesi di Mazara del Vallo, docente e Direttore della Scuola Diocesana di Teologia e della Biblioteca diocesana. Nella stessa Diocesi coordina il progetto “Operatori di pace” e dirige l’Ufficio Diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso. Attualmente è anche Referente diocesano per il Sinodo. Tra le sue pubblicazioni, si segnalano i seguenti volumi, editi da Feeria (Panzano in Chianti – Firenze): Liturgia secondo Gesù. Originalità e specificità del culto cristiano. Per il ritorno a una liturgia più evangelica (2003); Vexilla Regis. La croce dipinta di Mazara del Vallo. Icona pasquale della liturgia (2004); Beato Angelico. L’estetica del Verbo incarnato (2004); Le rotte dei Misteri. La cultura mediterranea da Dioniso al Crocifisso (2008); Liturgia medievale per la Chiesa postmoderna? La questione del “rito antico” nel racconto del “rito romano” (2013). Ha curato, per i tipi de Il Colombre, il volume Trasfigurazione. La Basilica Cattedrale di Mazara del Vallo. Culto Arte e Storia (2006). L’ultimo suo volume è un saggio biografico su Thomas Merton: Il romanzo di Thomas Merton. Un umanista cristiano nell’era postcristiana, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani (2018). Nel campo dell’innografia liturgica ha pubblicato con le Edizioni Paoline due volumi di inni: O fonte della luce; O Cristo splendore del Padre.

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