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L’Inferno di Dante e l’etnocentrismo di Sumner. Una pagina di diario dell’ultima visita ad Alberto Mario Cirese

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Alberto Maria Cirese (ph. Magni)

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di Antonio Fanelli

Martedì 31 maggio 2011. Partenza alle ore 8.10 dalla stazione di Firenze Santa Maria Novella con Pietro Clemente. A Roma Termini incontriamo Alberto Sobrero e partiamo alla volta della clinica dove si trova ricoverato il prof. Alberto Mario Cirese.

Salaria? Nomentana? Subito alcune avvisaglie di pericolo, forse ci perderemo, ma non è detta. C’è molto traffico. Direzione Mentana? Forse Fonte Nuova. “Ma eravamo passati di qui? Io non ricordo”. Meglio chiamare Eugenio Testa. Imbocchiamo finalmente la strada della clinica. Ci perdiamo anche nella clinica. “Che piano era?”. E anche stavolta: meglio chiamare Eugenio Testa.

Stanza 305, entriamo nella sezione “privata” del reparto, che è più accogliente ma nella stanza di Cirese c’è il medico, aspettiamo la fine della visita ed entriamo.

Il professor Cirese siede su una sedia a rotelle poggiando le spalle verso un pilastro, con un cuscino dietro la schiena e un paio di occhiali da sole con doppie lenti (ci spiegherà che li ha modellati suo figlio Eugenio che ha scoperto di essere un provetto bricoleur). Non ci riconosce subito perché non vede bene, inoltre non ci sente bene perché ha l’apparecchio auricolare fuori posto. Ha una voce stremata ma commossa. Sobrero chiede delle informazioni sulla salute, dice di vederlo bene, meglio rispetto alla precedente visita. Cirese conferma, sta facendo ginnastica, muove anche la gamba dove c’è la frattura.

Dopo queste informazioni di carattere più generale inizia a raccontare.

Ha in mano un I-Pood (io non sapevo neanche cosa fosse) e ci spiega che sta ascoltando Dante e lo sta apprezzando sempre di più. Tra i suoi versi infatti c’è una preziosa indicazione sulla vita del degente, quella di mitigare il male girandosi varie volte su un lato e poi su un altro. Incredibilmente ne cita a mente i versi. E poi racconta che in una notte di veglia ha ascoltato tutti i canti dell’Inferno. Poi è nato anche uno scontro con un’infermiera. Cirese l’aveva interrogata su Dante e lei aveva risposto seccata: “che me frega a me! Io so fa le punture! tu soffri e statte zitto!”. Quando fa delle battute Cirese parla con accento romano e usa espressioni dialettali molisane-abruzzesi-sabine. Questo lo avevo notato anche altre volte. Lo scontro era proseguito, alle accuse di ignoranza di Cirese l’infermiera controbatte con tutto il suo potere, lo mette in punizione e lo lascia per tre ore senza il pulsante attivo per la chiamata d’emergenza. A quel punto per protesta Cirese comincia a recitare ad alta voce dei versi danteschi e pensa poi ad un’azione più forte, il lancio di un oggetto verso il vetro … Ride, e dice che per fortuna ora sta meglio e accetta la sua condizione, non si lamenta.

Ci spiega che è diventato amico di una sorella della persona anziana ricoverata a fianco al suo letto, si chiama Lina, come una cavalla di suo nonno e anche Lina ama i cavalli, insomma, è nata un’amicizia. Spesso la signora Liliana, moglie di Cirese, telefona a Lina per avere sue notizie.

Cirese non riesce a vedere bene il suo compagno di stanza, meglio così, è una persona in fin di vita ed è uno strazio il suo volto che implora uno sguardo, una parola, ma non reagisce a nessun cenno di saluto.

csm_libro-delitala_3100d53da8A questo punto Clemente lo informa del progetto di pubblicazione su «Lares» del regesto curato da Maria Federico sugli studi di poesia popolare. Poi commentano insieme un testo ancora inedito di Enrica Delitala che racconta la cattedra di storia delle tradizioni popolari di Cagliari del 1957, si tratta di una sorta di introduzione a una donazione fatta all’ISRE. Clemente propone di pubblicarlo su «Lares» e Cirese se ne dice onorato [1].

A questo punto Alberto Sobrero mi guarda e ridendo mi fa: “pensa un po’ te, fra 50 anni, nel 2061, quando insegnerai a …  che ne so? A Campobasso, dalle parti tue – e ride ancora di più – e racconterai ai tuoi studenti questo incontro, queste cose … e gli dirai vi ricordate di quel personaggio del libro, Cirese, quello del Novecento, bene, pensate che io, una volta …”.

Si parla ancora di poesia popolare e Cirese ci spiega il volume in preparazione su Mondo culto e mondo popolare dal 1300 al 2010, curato da Eugenio Testa, con 2 cd allegati con scansioni e documenti e inizia a raccontare per ogni secolo i personaggi studiati e citati. Per il ‘300 c’è Petrarca. “A proposito” – interviene Clemente – “ti devo mandare tanti saluti da Valerio Petrarca, e poi anche da altri, da Paolo Piquereddu, ho qui tante mail per te”. Cirese dice di inoltrargli queste mail, conta di tornare a casa, dove si farà aiutare da alcuni preziosissimi collaboratori, giovani studenti di Eugenio Testa.

Non poteva mancare qualche invettiva contro Ernesto de Martino: il suo bersaglio polemico preferito in questi ultimi anni, da quando ha deciso di tirare fuori dei lontani episodi di contrasto forte, dei fatti sopiti a lungo tempo sotto una comune appartenenza a un medesimo fronte e ora sgorgati violentemente fuori [2].

9788898054077-475x500-1Poi la polemica diventa più violenta e riguarda il comunismo. Cirese accusa gli attuali presumibili eredi del mondo comunista che crollava a fine Novecento di non aver fatto mai i conti con i mali di quel tempo. È difficile digerire da lui, a lungo uomo politico della sinistra socialista, questi feroci attacchi. Se in questi anni ha realizzato dei saggi di preziosa filologia storica su Pasolini [3] e Scotellaro [4], non sono però mancati degli attacchi verbali in pubblico un po’ ridondanti ed eccessivi che hanno ferito tanti colleghi, amici e allievi che hanno vissuto e amato quella strana creatura, il PCI, che inneggiava a Stalin e al centralismo ma portava avanti le battaglie democratiche del nostro Paese. Una svolta liberal-democratica quella di Cirese che sceglie dei toni provocatori e ‘politicamente scorretti’. Non è facile da ascoltare, ma è necessario sforzarsi per capire, tra le righe, ci sono degli spunti interpretativi di grande spessore (lo aveva capito benissimo Giorgio Baratta [5], che portandolo a ripensare Gramsci nella temperie attuale lo aveva condotto a Nuoro [6] a parlare di “solidarietà tra eguali” e “rispetto dei beni comuni”. Quel “serpente incantatore” e ultra-sinistro di Baratta, come lo definiva amichevolmente Cirese …).

Ed è proprio mentre si anima di più che la voce torna forte, ferma, il tono si fa più autorevole. La scintilla innescata dalla polemica lo porta a essere quello di sempre e non sembra più una persona ricoverata in una clinica. Per cambiare discorso abilmente Clemente pensa di occuparsi dell’auricolare che sta andando fuori posto e a questo punto mi invita a raccontargli del libro pubblicato da poco con l’Istituto de Martino e la Fondazione Buttitta: un inedito teatrale di Ignazio Buttitta su Portella della Ginestra [7]. Gli mostro il libro e racconto del ritrovamento dell’inedito, dell’introduzione dedicata allo spettacolo al Piccolo di Milano e ai progetti di Buttitta con Bosio e Paolo Grassi negli stessi anni in cui si era attivato anche lui con Leydi e le Edizioni Avanti! per creare un Centro studi presso il Piccolo, una sorta di antesignano del futuro Istituto de Martino.

Ascolta con piacere, ama molto ricordare quel periodo della sua vita e le amicizie e collaborazioni nate durante la militanza socialista. Ci spiega che ascolterà il libro a casa perché dispone di uno scanner che una pagina per volta acquisisce il testo e lo legge. Il dispositivo si chiama “maestro”. Noi tre ascoltiamo increduli, da analfa-informatici. E allora a Clemente torna in mente un’immagine forte di Cirese, quella del pastore sardo con il ‘calcolatore’, come lo chiama Cirese, con il computer, … mondo tradizionale e informatica, un binomio ciresiano forte.

Arriva il pranzo e Cirese va al tavolo e mangia da solo, è una bella conquista, dopo esser stato allettato per un bel po’. Mangia con gusto e con appetito, ma ha in serbo altri colpi.

sunner“Pietro – dice – non sono d’accordo con te per quanto hai detto a Palermo su Sumner”. E Clemente: “ma io non mi ricordo quello che ho detto a Palermo”. Cirese ha ascoltato la registrazione inviata da Elsa Guggino della presentazione del suo ultimo libro Altri sé [8]. Clemente è reo di aver detto che Sumner non lo conosce nessuno, invece Sumner è il primo studioso a introdurre il concetto di “etnocentrismo”. Si agita e ricorda di aver curato lui Costumi di gruppo nei primi anni ‘60 per le Edizioni di Comunità [9]. “Mangia adesso e poi ne parliamo” rincara anche Sobrero. Incredibilmente Clemente inizia a dargli del lei, in veste di allievo rimbrottato dal maestro passa al lei, ma se ne rende subito conto, ci ride sopra e torna al tu. “Alberto, non volevo dire che Sumner non sia importante, ma solo che i giovani antropologi non lo conoscono”. “Perché sono ignoranti, ecco perché, nella storia dell’antropologia di Fabietti [10] non c’è neanche Sumner”.

Ecco l’infermiera, si va in terapia, a fare ginnastica. Ci congediamo ma prendiamo il suo numero di cellulare. Ci spiega che non ci vede bene e spesso partono chiamate all’ultimo numero selezionato. “Sarà un piacevole incomodo” rispondono Pietro e Alberto. Gli lascio il cd di “Spedino” [11] con brani tradizionali molisani riletti in chiave blues. Volevo parlargli di altre cose, della pubblicazione di suoi inediti sul prossimo numero della rivista “il de Martino” … ci vuole per forza un’altra visita, ma questa volta speriamo in piazza Capri.

 (31 maggio 2011).

Dialoghi Mediterranei, n. 50, luglio 2021
Note
[1] Il testo di Enrica Delitala diverrà un volume: Enrica Delitala, L’Archivio e l’Atlante Demologico Sardo. Frammenti di storia degli studi 1957-2009 memorie e documenti, Isre, 2013.
[2] I carteggi inediti fra Cirese e de Martino e altri documenti si trovano nel numero monografico di «Lares»: Una “difficile alleanza”: il carteggio tra Alberto Mario Cirese e Ernesto de Martino, a cura di A. Fanelli (n.3, 2018).
[3] A. M. Cirese, Il Canzoniere italiano: Pasolini studioso di poesia popolare, in Lezioni su Pasolini. A cura di T. De Mauro e F. Ferri. Ripatransone, Edizioni Sestante, 1997: 133-166
[4] A. M. Cirese, Per Rocco Scotellaro: letizia, malinconia e indignazione retrospettiva, in «Annali di San Michele», n. 18, 2005. “Contadini del Sud, Contadini del Nord. Studi e documenti sul mondo contadino in Italia a 50 anni dalla morte di Rocco Scotellaro”, a cura di G. Kezich e E. De Simoni: 197-229.
[5] Vedi il capitolo Folclore e filosofia in Giorgio Baratta, Antonio Gramsci in contrappunto. Dialoghi col presente, Roma, Carocci, 2007: 144-160.
[6] Alcuni frammenti del dialogo gramsciano fra Baratta e Cirese si trovano in Gramsci ritrovato, a cura di A. Deias, G. M. Boninelli e E. Testa, in «Lares», n,2, 2008.
[7] Ignazio Buttitta, Portella della Ginestra: dramma in quattro atti, a cura di E. Buttitta e A. Fanelli, Palermo, Fondazione Ignazio Buttitta; Sesto Fiorentino, Istituto Ernesto de Martino, 2010.
[8]A. M. Cirese, Altri sé: per un’antropologia delle invarianze, Palermo, Sellerio, 2010.
[9] A. M. Cirese, Introduzione, in W.G. Sumner, Costumi di gruppo, Milano, Edizioni di Comunità, 1962.
[10] In effetti nella seconda edizione del prezioso manuale di storia degli studi di Ugo Fabietti, Storia dell’antropologia, Bologna, Zanichelli, 2001, Sumner non compare neanche nell’indice dei nomi.
[11] Giuseppe “Spedino” Moffa, Non investo in beni immobili, cd, Irma Records srl / Edel 2010.

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Antonio Fanelli, Ricercatore di Antropologia Culturale (“Sapienza” Università di Roma, Dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni, Arte, Spettacolo), ha conseguito il Dottorato di Ricerca in “Antropologia, Storia e Teoria della Cultura” presso l’Università di Siena. Fa parte del Comitato Scientifico e della Giunta Esecutiva dell’Istituto Ernesto de Martino e della redazione di “Lares” (Olscki editore) e della “Rivista di Antropologia Contemporanea” (il Mulino). Tra le sue pubblicazioni: A casa del popolo. Antropologia e storia dell’associazionismo ricreativo, Roma, Donzelli, 2014; Contro canto. Le culture della protesta dal canto sociale al rap, Roma, Donzelli, 2017; Carlen l’orologiaio. Vita di Giancarlo Negretti: la Resistenza, il Pci e l’artigianato in Emilia Romagna, Bologna, Il Mulino, 2019.

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