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L’eredità del Progetto Sardegna dell’OECE: le comunità dei saperi per lo sviluppo

e-poi-arrivo-lindustria-di-andrea-francesco-zedda-1di Romina Deriu 

Introduzione

Nel corso degli ultimi settanta anni, la Sardegna è stata attraversata da un mutamento sociale radicale. Economia, cultura e vita quotidiana si sono modificate profondamente in ragione della rapidità del processo di modernizzazione che ha prodotto almeno tre fratture importanti: l’industrializzazione per poli realizzata con il Piano di Rinascita e con la creazione delle cosiddette cattedrali nel deserto; la crisi del settore industriale e lo sviluppo del turismo balneare di impatto; la fase di iper-modernismo di cui il consumo è la massima espressione che avvolge le relazioni sociali. Solo successivamente, dalla fine degli anni 80, inizia a farsi strada il concetto di «modernità riflessiva» la cui parola chiave è ‘sostenibilità’. Aspetto centrale di questi processi è dato dalla disgregazione delle campagne come effetto perverso di un modello di industrializzazione che non era riuscito ad arrestare l’emigrazione (Lelli 1975).

In sintesi, il passaggio dalla tradizione alla modernità, o come si diceva allora dall’arretratezza allo sviluppo, dalla seconda metà degli anni 50 agli anni 80 è stato gestito in grande rapidità bruciando le tappe e sconvolgendo l’assetto tradizionale, senza mediazioni e senza filtri.  Sono gli anni di una «modernità squilibrata» che ha segnato in maniera profonda e contradditoria lo sviluppo e le dinamiche del mutamento in Sardegna e più in generale nel Mezzogiorno (Barbagallo, 1994; Tidore 2011). È in quegli anni del dopoguerra che programmi, piani e interventi pubblici per la promozione dello sviluppo non solo diventano oggetto centrale del dibattito pubblico ma rappresentano gli elementi per disegnare lo sviluppo desiderabile.

9788864292779_0_536_0_75La logica che sottendeva le politiche per lo sviluppo pensate e attuate a partire dagli anni cinquanta «conteneva una filosofia in parte illuminista e in parte positivista che, in realtà, ancora appare assai diffusa nel mondo della programmazione: da un lato, le istituzioni di governo avrebbero il compito morale di ordinare il disordine della società civile e del mercato capitalistico e dall’altro, esisterebbero strumenti ‘scientifici’ per rispondere in modo tecnicamente corretto a questa esigenza, come appunto i piani e/o programmi» (Bottazzi 2005: 29).

L’idea di privilegiare l’industria chimica, lasciando in ombra altri settori quali l’agricoltura e l’artigianato si è mostrata una scelta del tutto inadeguata in quanto i successi in termini occupazionali negli anni in cui la SIR (Società Italiana Resine) costituiva l’intervento principale, assorbendo la maggior parte degli investimenti, ha prodotto già allora una serie di effetti perversi e nefasti, tali da controbilanciare negativamente i vantaggi.

Leggere i problemi della Sardegna di oggi significa nella nostra prospettiva collocarli storicamente uscendo dallo spazio angusto del localismo, perché in Sardegna sono evidenziati più che altrove i problemi cruciali del passaggio tra l’antico e il nuovo, dell’equilibrio tra tradizione e modernità che si esplicita in più dimensioni della vita quotidiana, esasperando nella sua espressione locale quelle tendenze critiche riscontrabili diffusamente anche a livello europeo (Sapelli, 1997). 

s-l1200Gli anni del Progetto Sardegna

Nello stesso periodo in cui si dava avvio al Piano di Rinascita, non lontano dall’area in cui negli anni ‘70 sarebbe sorto l’impianto dell’industria chimica di Ottana nel centro Sardegna (Lelli 1975; Columbu 1975), si andava affermando un progetto basato sulle risorse materiali e immateriali delle comunità su cui intendiamo proporre una riflessione ripercorrendone i tratti essenziali. Pensiamo infatti con convinzione che questo andare a ritroso temporale può consentire di riscoprire «possibilità dell’accaduto non ancora spente nell’accaduto, così che la ripetizione abbia il segno istruttivo del passato e del presente, della loro vitalità e delle loro esigenze» (Toscano 1984:11). Alla fine degli anni ‘50 venne realizzato, in un’area tra le più disagiate dell’isola, un progetto che si collocava in una stagione di grande fermento culturale, sociale e politico che aveva coinvolto anche la Sardegna. Esso costituiva il tentativo di andare nella direzione della partecipazione delle comunità ai processi di sviluppo inserendosi in un più vasto progetto portato avanti negli anni 1958-1962 ad opera dell’OECE (Organizzazione Europea di Cooperazione Economica successivamente diventata OCSE – Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico). Quello sardo sarebbe stato il «progetto sperimentale 400» meglio noto come «Progetto Sardegna». La denominazione suggeriva da subito che si sarebbe trattato di un’iniziativa sperimentale tra le altre 400 realizzate in aree aventi in larga misura le stesse caratteristiche.

In Sardegna la zona prescelta era stata definita in virtù di tre motivi fondamentali: era già operante un piano di sviluppo (Piano Vanoni); si veniva elaborando un piano regionale integrato a quello nazionale (Piano di Rinascita); il distretto individuato risultava rappresentativo dei tratti sia fisici che umani di una buona parte dell’Europa considerata arretrata. Venne dunque individuata, mediante una serie di studi preliminari, la zona pilota racchiusa nel triangolo Oristano, Bosa e Macomer costituita da 170 mila ettari di terreno, comprendente 41 comuni e 110 mila abitanti (Girardet in Ichnusa 1961:95). Il Progetto, che non disponeva di fondi di investimento ma solo di fondi di funzionamento, si articolava in servizi propriamente tecnici (di divulgazione agricola, di economia domestica rurale, di artigianato e delle piccole industrie) e in servizi socio-culturali (servizio sociale, servizio di educazione degli adulti, servizio dei sussidi audiovisivi) (Anfossi, 1968).

41xuag6tx-l-_ac_uf10001000_ql80_Una delle idee di fondo che sottendeva il Progetto Sardegna era l’idea di comunità in quanto sede di risorse materiali e umane che costituivano il presupposto per un modello di sviluppo armonico fondato sull’interdipendenza tra fattori economici, sociali, culturali e ambientali. In questo senso, il Progetto Sardegna traduceva in termini pratico operativi l’idea stessa di comunità (Toscano 1984). Gli abitanti delle comunità vennero chiamati in causa come attori del proprio cambiamento, senza quei traumi che derivano dallo scontro tra la realtà di appartenenza e modelli di sviluppo importati e imposti dall’esterno. Di fatto, il progetto dell’OECE fu soprattutto «un laboratorio il cui tratto originale e fondamentale consisteva nella dimostrazione della necessità di condurre contemporaneamente gli investimenti umani e gli investimenti materiali, in modo tale da mettere l’uomo in condizioni di fruire dei benefici di entrambi senza sfasamento tra loro» (Girardet in Ichnusa 1961:94).

Un’altra idea portante del Progetto Sardegna era la partecipazione che, inserita nella dinamica del piano, potesse allargare i suoi confini, verso orizzonti più vasti di quelli della comunità stessa per arrivare a livelli istituzionali più alti. Infatti, «il procedimento comunitario non è estraneo all’esercizio di una soggettività progressiva e dialettica» (Toscano 1984:87), ma anzi la partecipazione attivata nella comunità fa nascere anche la riqualificazione della comunità stessa come soggetto interlocutore nei confronti delle entità statuali.

Appare evidente come un progetto con queste finalità non potesse non considerare di primaria importanza il ruolo della formazione, facendo leva sulla mobilitazione, rinnovamento dell’energie intellettuali come passo decisivo verso un rapporto più attivo e produttivo uomo-ambiente. In questo quadro generale, il Progetto Sardegna assumeva i valori della ruralità non come elemento residuale rispetto al settore industriale, ma come elemento fondante delle attività che si volevano potenziare.

L’innovazione era infatti un altro elemento fondante del Progetto Sardegna. Vennero dunque introdotte innovazioni tecnologiche del settore agropastorale da un lato e dall’altro vennero favorite le cooperative di produttori nella consapevolezza che i vecchi modi di produzione agricola dovessero trasformarsi dando luogo a modalità di produzione più innovative. L’impegno, per certi versi ambizioso, assunto dal Progetto Sardegna era quello di preparare gli uomini ad essere soggetti attivi di questo mutamento. Come evidenzia Mario Aldo Toscano in un bilancio critico a vent’anni di distanza dall’esperienza del Progetto Sardegna, «si trattò forse soprattutto di una forma di mediazione sullo sviluppo, di una forma di mediazione collettiva, con il postulato che al rinnovamento empirico del pensiero dovesse seguire il rinnovamento dell’azione» (1984:17).

41wevkwzxl-_ac_uf10001000_ql80_A fianco all’assistenza tecnica nell’agricoltura e pastorizia, nacquero le prime cooperative di donne. Era infatti presente nell’area una grande ricchezza di tipi e forme di produzione basate sulle risorse del territorio riferite ai tessuti, ai tappeti, alle ceramiche, all’intreccio, ma totalmente insufficiente per il mercato moderno che si andava affermando. Le cooperative che ebbero origine negli anni del Progetto Sardegna erano il frutto dell’articolazione di un lavoro educativo ampio e complesso più che iniziative economiche in senso stretto. Con l’assistenza del Progetto Sardegna venne fondata a Santu Lussurgiu, piccolo centro della regione storica del Montiferru, parte del Progetto, la cooperativa delle tessitrici, che costituiva la prima concreta iniziativa diretta a combattere il problema della disoccupazione femminile, a frenare la crescente immigrazione, a favorire lo sviluppo di attività artigianali. Si trattava di un’iniziativa che si configurava come esperienza di cultura operativa che usciva dall’ambito tecnologico strumentale per entrare in quello dell’educazione culturale diventando così elemento di crescita dell’intera comunità.

Si decise dunque di creare una specie di cantiere scuola che permettesse di introdurre nuove tecnologie, come per esempio quella relativa a un sistema di schede perforate per l’uso dei telai tradizionali per la tessitura dei tappeti, che consentissero l’introduzione di elementi di innovazione senza entrare in conflitto con le pratiche tradizionali. Questo modo di operare costituiva anche un approccio nuovo nel concepire l’impresa collegandosi con la realtà esterna in particolare per le esportazioni dei prodotti: un’impresa non più individuale ma collettiva e funzionale con uno sviluppo importante delle reti di relazioni e di capitale sociale.

Si configurava così una organizzazione cooperativistica che procedeva di pari passo con la fase educativa. A distanza di anni, si può affermare che l’esperimento funzionò come processo di educazione permanente, in grado di promuovere nelle persone una disponibilità ad accettare la sfida della razionalità economica e degli stimoli provenienti dall’esterno senza compromettere il legame con il passato. Seguendo questa logica, nel corso dell’attuazione del Progetto Sardegna vennero fondate nel territorio oggetto della sperimentazione dell’OECE cooperative in diversi settori: maglieria, confezioni di guanti da lavoro, lavorazione della ferula. Ancora oggi è presente nel territorio di Oristano la Cooperativa allevatrici sarde con più di cinquanta anni di storia. 

9788835136507_0_500_0_75Il ruolo del «movimento di comunità» e il valore sociale della cultura 

Negli anni del Progetto Sardegna, nello stesso territorio prese forma un «movimento di comunità» di ispirazione olivettiana che in particolare a Santu Lussurgiu aggregava giovani e persone provenienti da tutta la Sardegna (Deriu 1999; Meloni 2008). È importante ricordare che l’educazione allo sviluppo in base a una rielaborazione della cultura locale venne svolta nell’area dal Centro di Cultura Popolare dell’UNLA (Unione nazionale per la lotta contro l’analfabetismo) operante nella zona. Il Centro rappresenta un’istituzione volontaria per l’educazione permanente ed esiste in quell’area da più di cinquanta anni. Il centro ha svolto un’importante funzione attuando forme di attivazione comunitaria, partendo proprio dallo «stimolare la gente ‘a pensare’ e a ‘divenire cosciente’ della propria vita in comune» (Giorio 1993).

L’educazione degli adulti era intesa come pratica democratica, ovvero come aiuto e sostegno alla popolazione, stimolandola a prendere parte al processo di cambiamento e intendendo pertanto la cultura come modo di vita complessivo, coinvolgendo «vita economica e strumenti teorici, lettura e valori, umanità e comportamento politico per arrivare alla creazione di una comunità critica» (Lelli 1971: 52). La scuola serale per gli adulti era divenuta una specie di coscienza critica della società, completamente inserita nella vita quotidiana. Sono gli anni in cui alcuni intellettuali della zona, tra i quali ricordiamo Diego Are, Antonio Cossu, Francesco Salis promuovono attività e iniziative, compresa la creazione della rivista «La grotta della vipera». L’intento era riflettere su temi culturali ampi e su concetti come solidarietà, autonomia, partecipazione, processi di sviluppo, ruolo delle comunità promuovendo un dibattito aperto sul valore sociale della cultura (Paltrinieri 2022) nell’area in cui si realizzava il Progetto dell’OECE.

Il Progetto Sardegna non fallì dunque nelle sue istanze e neppure nella sua realizzazione, ma piuttosto non venne riproposto in nessuna delle sue componenti. Inoltre, avrebbe dovuto durare dieci anni per consolidarsi, ma si concluse entro i quattro anni dal suo inizio in quanto la Cassa per il Mezzogiorno e altri enti che lo avevano sostenuto iniziarono a mostrare meno interesse, appoggiando il più rapido e visibile progetto di industrializzazione dell’Isola. 

Possiamo affermare che due linee differenti stavano emergendo nella Sardegna di quegli anni. Da un lato, vi era la programmazione e attuazione del Piano di Rinascita, sotto la spinta dei grandi interessi industriali sorretti dalla politica nazionale e dalla classe politica locale. Dall’altro, la linea su cui si era basato il Progetto Sardegna, la cui idealità e progettualità sono inquadrabili nella linea olivettiana di sostegno e valorizzazione della comunità. Tuttavia, vinse la linea di uno sviluppo che avrebbe dovuto recuperare velocemente il «ritardo economico» della Sardegna, dunque quella proposta dal Piano di Rinascita che, tradendo le istanze contenute nella fase programmatoria, venne imposto in maniera brutale. Tale scelta coincise con l’ascesa al potere regionale di una nuova classe di politici professionisti che espellono dal potere politico nazionale e locale la vecchia classe dirigente e si sostituiscono come protagonisti di un nuovo intreccio tra politica ed economia (Sapelli, 1997). 

11L’attualità del Progetto Sardegna: i saperi delle comunità al centro dello sviluppo

Il gioco a somma negativa dell’industrializzazione in Sardegna, che mostra oggi i gusci vuoti delle sue cattedrali, espressione e simbolo del suo fallimento, ha compromesso l’ambiente, non ha creato posti di lavoro a lungo termine, non ha incluso le donne nei processi produttivi, ha generato gravi problemi di salute tra i suoi abitanti. Per contro, alcuni effetti e ricadute positive del Progetto Sardegna, e di quel clima culturale complessivo, sono ancora visibili nell’area del progetto e in particolare nella regione storica del Montiferru in cui, meglio che altrove, sembrano attecchire i progetti di tipo cooperativistico secondo criteri di originalità e partecipazione comunitaria. Ciò fa ipotizzare che l’eredità, anche di tipo culturale, lasciata sul territorio dal Progetto Sardegna e dal movimento di comunità possa costituire ancora oggi un lascito fecondo su cui edificare percorsi innovativi di sviluppo mediante la partecipazione comunitaria intesa come vero e proprio metodo per lo sviluppo.

Come si è osservato, il Progetto Sardegna implicava un processo articolato, lento e morbido, secondo una idea di sviluppo che metteva al centro aspetti materiali, immateriali e persino simbolici delle comunità. Soprattutto si trattava di un processo che non consentiva le scorciatoie rese possibili dallo sviluppo industriale che invece prese piede nell’isola soffocando le istanze di quella straordinaria esperienza. Vi era nel progetto sperimentale dell’OECE una profonda attenzione verso le risorse e i saperi del mondo agricolo, pastorale e artigiano presente nel territorio, in particolare se disconosciuti, sottoutilizzati o non valorizzati pienamente, e verso gli attori del territorio, compresi quelli meno forti e meno visibili, eppure portatori di saperi, conoscenze ed esperienze che andavano incluse nel progetto.

Riferirsi a processi territorializzati e condivisi di sviluppo (Zanfrini 2001) significa porre al centro i saperi di cui le comunità sono ancora depositarie: essi possono costituire un antidoto alla crisi della coesione sociale, e assumere un ruolo decisivo per lo sviluppo qualora si conferisca loro un valore strategico, soprattutto in quelle aree esposte a un progressivo spopolamento. Abbiamo visto quanto le dimensioni territoriale, tacita (Polanyi 1979; Sennett 2008; Angioni 2003), innovativa (Balfet 198; Olivier de Sardan 2005)), relazionale dei saperi (Deriu 2018) siano state centrali nel Progetto Sardegna. Tuttavia queste dimensioni costituivano dei nodi problematici legati alla trasmissione dei saperi e alla formazione, all’inclusione delle donne e dei giovani nei processi produttivi, all’innovazione, alla sensibilizzazione della comunità rispetto ai temi della cooperazione e della diversificazione produttiva in ambito agricolo.

Non da oggi emerge con forza la necessità di una nuova agricoltura multifunzionale (Roep e Van der Ploeg 2003) che attraverso la diversificazione delle produzioni possa garantire più funzioni e dunque non solo la produttività legata al consumo di beni alimentari, ma anche la produzione di beni maggiormente legati alla rigenerazione del paesaggio, della sicurezza alimentare, della biodiversità, dei servizi connessi all’agricoltura sociale e all’artigianato su cui i giovani soprattutto sono attenti.

Resta da chiarire il percorso per passare da una logica centralista dello sviluppo, e dunque come passare dalla «programmazione [centrale] dello sviluppo locale», alla programmazione locale dello sviluppo» (Lobrano 2022). Quello appena citato non è un gioco di parole, ma impone un ribaltamento radicale di prospettiva e insieme costituisce una scommessa. Ciò significa incoraggiare da un lato le comunità ad assumere un ruolo programmatorio e dall’altro sostenere e sollecitare il dinamismo del territorio.

Neppure la programmazione negoziata degli anni ‘90 con i vari strumenti di cui si era dotata (che nelle intenzioni chiamava i cittadini a partecipare) ha dato i risultati attesi in termini di ricaduta per le comunità. Per molti versi la programmazione negoziata ha ricalcato lo schema centro-periferia. Nella vecchia programmazione (Piani integrati d’area, Patti territoriali, Progetti integrati territoriali, Leader), salvo alcune eccezioni, sono stati più i denari che le idee a mobilitare le persone (Sassu 2017).

untitledSe è vero che la Sardegna è stata luogo di applicazione e convergenza di diverse idee e proposte di programmazione per lo sviluppo, è vero anche che di volta in volta esse hanno suscitato aspettative e aspirazioni che sono state perlopiù mortificate dagli esiti. Il problema non è tanto il derivato di carenza di risorse ma è dato dal mancato accesso da parte degli attori più deboli alle risorse (intendiamo qui per deboli gli attori meno visibili e poco adusi alla richiesta fondi o alla burocrazia dei piani e dei progetti, ma forti sul piano delle competenze legate ai saper fare), dalla dispersione delle risorse stesse e dalla mancanza di una aggregazione e di una messa in comunicazione delle molteplici iniziative.

Ciò che sembra mancare è un disegno politico complessivo che sostenga e metta in collegamento le disperse eppur virtuose attività presenti sul territorio (Bottazzi 2022) anche rispetto all’imprenditorialità femminile diffusa legata ai saper fare locali. Se c’è una lezione in particolare, tra le altre, del Progetto Sardegna che resta preziosa e profondamente attuale è quella della partecipazione e dell’impegno autenticamente promozionale delle comunità. Tuttavia, occorre sottolineare che la parola ‘partecipazione’ pur essendo evocata dalla nuova programmazione e dalla progettazione europea rischia di essere una parola vuota e ridotta a mero slogan, erosa nel suo significato profondo, se non è accompagnata dall’impegno costante giocato all’interno delle comunità.

Lo sviluppo proposto dal Progetto Sardegna si fondava sull’idea di comunità che non era e non è mai stata il luogo dell’idillio. È stata semmai, allora come adesso, luogo della resistenza all’innovazione e della diffidenza, perché le persone hanno oscillato tra il conforto del già noto e il coraggio di intraprendere nuove iniziative. Tuttavia, il pregio del Progetto è stato anche quello di fare emergere i conflitti e le contrapposizioni per trovare in seno alle stesse comunità le ricomposizioni di cui esse sono capaci. Questo processo era garantito dai tecnici dell’OECE, dalle studiose e studiosi e da tutte le persone che a vario titolo erano coinvolte nelle iniziative del progetto e nel quotidiano lavoro a fianco alle persone nelle comunità.

Infine, il Progetto Sardegna è stato un percorso che includeva quelli che oggi verrebbero definiti processi di innovazione sociale (Moralli 2019), precorrendo i tempi di ciò che la progettazione europea avrebbe richiesto, soprattutto con la creazione dei Living Labs in ogni comunità sede dei progetti che l’Unione Europea finanzia. I moderni Living Labs, soprattutto in contesti rurali mediterranei, potrebbero infatti divenire concretamente dei laboratori viventi e duraturi di co-costruzione di percorsi realmente partecipati di sviluppo (Ceseracciu et ali 2023), traendo ispirazione da quell’esperimento virtuoso che si è realizzato più sessanta anni fa in Sardegna.

Dialoghi Mediterranei, n. 66, marzo 2024 
Riferimenti bibliografici
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Romina Deriu, docente di sociologia all’Università di Sassari. È autrice di vari saggi sui temi della metodologia della ricerca sociale, dello sviluppo e dei saperi con particolare riferimento al contesto mediterraneo. Tra le sue pubblicazioni recenti si segnalano con C. Ceseracciu, G. Branca, P.P. Roggero (2023), Using the right words or using the words right? Re-conceptualizing Living Labs for systemic innovation in socio-ecological systems, in “Journal of Rural Studies”, 104; con G. Branca, C. Tidore (2023), La stakeholder mapping nellepolitiche di turismo culturale. Sostenibilità e partecipazione: un’esperienza di ricerca, in “Sociologia Urbana e Rurale”, 132.

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