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Le metamorfosi del griko tra memoria, rimorso e riscatto

cover-antropologia-cultura-pubblica-pellegrino-lingua-greca-terra-italianadi Angelo Campanella 

Nella geografia complessa delle minoranze linguistiche del Mediterraneo, la Grecìa salentina offre un osservatorio privilegiato sul rapporto tra lingua, memoria e appartenenza. Costituita nel 2001, essa comprende undici comuni, in sette dei quali – Calimera, Castrignano de’ Greci, Corigliano d’Otranto, Zollino, Sternatia, Martano e Martignano – il griko risulta ancora parlato. Il volume di Manuela Pellegrino, Lingua greca, terra italiana. Dal rimorso al riscatto? (Meltemi 2024), si inserisce in questo campo da una prospettiva scientifica. Il sottotitolo richiama la lezione di Ernesto de Martino e il tema del «rimorso» storico legato alla sensazione di vergogna sociale per una lingua minoritaria, a lungo percepita come stigma di arretratezza contadina e oggi attraversata da processi di patrimonializzazione e riscatto (De Martino 2023).

«Ri-morso» è anche la ricorsività di uno stato di crisi, un nuovo morso, attraverso cui la comunità si scopre ferita da quegli stessi processi di legittimazione e riconoscimento a lungo perseguiti. Inevitabilmente, infatti, la patrimonializzazione del codice linguistico avvia una serie complessa di conseguenze e contraddizioni. Pellegrino indaga il griko nelle sue tensioni politiche, emotive e istituzionali, offrendo un’etnografia densa che interroga il futuro delle comunità marginali e dei loro patrimoni linguistici. Il richiamo demartiniano diviene chiave di lettura per comprendere la condizione storica di una comunità che ha interiorizzato per lungo tempo il pregiudizio linguistico, ritenendo il griko un codice da confinare nella sfera intima e che oggi tenta di riformularne il senso pubblico.

La competenza antropologica e l’appartenenza biografica alla Grecìa salentina consentono all’autrice di osservare il griko da una prossimità consapevole. Tra i riferimenti aneddotici che rendono il libro godibile anche per un pubblico non specialistico, spicca la rievocazione di una voce familiare, quella della nonna Lavretàna, che chiedeva all’autrice bambina: «Teli spirì nerò?», cioè ‘Vuoi un po’ d’acqua?’ (ivi: 22). Pellegrino ricorda così che il griko era la lingua dei suoi nonni e si chiedeva, già allora, perché non fosse anche la sua. In questa distanza generazionale si coglie anche il peso del pregiudizio linguistico nelle fasce più giovani: significativo è il ricordo della sorella che, quando erano bambine, la invitava a «parlare bene», cioè a parlare in italiano (ibidem).

Affiora, inoltre, il ricordo del vecchio quaderno degli anni della scuola media, nel quale aveva trascritto «ogni frase che mia nonna diceva quando viveva a casa dei miei genitori» (ivi: 55), un nucleo originario delle ricerche future. Analoga intensità emerge nel riferimento al padre, «un uomo orgoglioso del vecchio mondo», che faticava a comprendere fino in fondo la necessità della figlia di mettere su carta ciò che, per lui, era già «scritto sulla sua pelle» (ivi: 52). L’attenzione alla lingua diventa vettore di memorie e gerarchie locali. Il griko è osservato dentro i contesti sociali, affettivi e istituzionali che ne orientano usi e significati. Ne deriva un’etnografia riflessiva, nella quale la vicinanza biografica ai parlanti e agli attivisti permette di cogliere le sfumature del non detto, le dinamiche di potere locali e il peso emotivo delle politiche linguistiche. L’autrice si sofferma in particolare sulle dinamiche del revival e introduce il concetto di «temporalità culturale della lingua» (ivi: 44), per evidenziare le relazioni che i parlanti stabiliscono con il passato attraverso la lingua e con la lingua attraverso il passato.

71fyposcerl-_ac_uf10001000_ql80_Il volume nasce da una più ampia ricerca elaborata originariamente in inglese, nell’ambito di una fellowship presso il Centro Studi Ellenici dell’Università di Harvard (Pellegrino 2021). Questo dato aiuta a comprendere l’ampiezza dello sguardo di Pellegrino, maturato tra il contesto salentino e le connessioni con altri spazi ellenofoni. L’autrice ha condotto la ricerca in parte a Salonicco, Ioannina, Patrasso, Corinto e Corfù, dove ha potuto seguire la rete di collaborazioni tra associazioni greco-salentine e greche. La prospettiva del libro risulta così insieme radicata e translocale: attenta alla densità del caso griko, ma capace di coglierne le risonanze entro una geografia culturale più ampia.

Gli etnotesti permettono di accedere direttamente alle posizioni metalinguistiche dei parlanti, restituendo la pluralità di atteggiamenti e giudizi che attraversano la comunità. Grazie a queste voci, si ricompone il quadro complesso della dimensione linguistica salentina, ricordando che il panorama locale «non è costituito soltanto dal griko e, negli anni più recenti, dall’italiano e dal greco standard, ma anche dal salentino, la varietà romanza locale che gli abitanti del luogo chiamano semplicemente “dialetto”» (ivi: 29).

Questa attenzione alla compresenza di codici e gerarchie linguistiche impedisce di ridurre il griko a semplice emblema identitario o a residuo folklorico, e consente invece di leggerlo dentro un quadro linguistico e sociale più ampio. Nel libro si descrivono le diverse posture dei parlanti e delle generazioni. Per gli anziani, la lingua rimane anzitutto uno strumento di comunicazione e custodisce una memoria esperienziale e fenomenologica, radicata nella lunga subalternità del Sud Italia. Pellegrino fa riferimento al concetto di indessicalità, che risale a Peirce e si fonda sulla nozione di index: la lingua non rinvia soltanto al significato specifico delle parole, ma produce senso attraverso le relazioni che attiva. Indici linguistici come la pronuncia, gli accenti o l’uso dei generi contribuiscono infatti a creare nessi con luoghi, contesti e persone nel tempo (cfr. ivi: 39).

Il griko diviene così il segno di una specificità storica e culturale, accostabile alla pizzica, ma segnato da una diversa fortuna pubblica. L’autrice lo chiarisce fin dalle prime pagine: «A differenza della pizzica, che continua a dominare l’immaginario legato al Salento, intercettando un vasto pubblico di addetti e seguaci, il griko è a lungo rimasto un fenomeno prevalentemente “di nicchia”, materia per linguisti e appassionati. Ora, invece, “pizzica” più che mai» (ivi: 13). Diversa, ma altrettanto significativa, è la posizione degli appassionati del griko: i greci contemporanei, interessati a misurare continuità e differenze rispetto al greco moderno, e gli attivisti salentini, che nel richiamo al passato ellenistico e bizantino del Salento trovano una risorsa per rivendicare continuità, appartenenze e genealogie culturali. In questo gioco di rimandi, il griko oltrepassa la scala locale e si proietta come simbolo dell’ellenismo nel mondo.

pizzica-salentina-ristorante-lecce-salentoÈ a partire da questa densità relazionale che prende forma la metamorfosi ideologica del griko. L’autrice ricostruisce con precisione il passaggio cruciale introdotto dalla Legge 482/1999, che annovera griko e greko (varietà ellenofona calabrese con caratteristiche peculiari) tra le dodici minoranze linguistiche storiche, raggruppandoli nell’unica categoria di «greco»: da lingua dei vinti, il griko è stato progressivamente ridefinito come patrimonio immateriale, diventando anche una risorsa identitaria ed economica nell’era del turismo globale. Nel volume si esamina con sguardo critico questa economia politica della lingua, mostrando le frizioni tra la tutela burocratica, spesso calata dall’alto e influenzata dai rapporti con la Grecia moderna, e le pratiche quotidiane dei residenti. Il griko, dunque, è al centro di una trasformazione degli ambiti d’uso, oltre la mera dicotomia tra perdita e sopravvivenza: dalla dimensione domestica e quotidiana a quella performativa della musica, del teatro e dell’attivismo culturale.

La pizzica

La pizzica

La lingua non coincide più soltanto con la comunicazione ordinaria, ma diventa memoria e arte: «Il griko continua dunque a far parte delle trame della vita quotidiana, assumendo un metasignificato che non ha solo sostituito, ma ha anche superato il suo valore e la sua funzione quale lingua di comunicazione» (ivi: 328). È in questo senso che Pellegrino può definirlo anche «un idioma performativo postlinguistico, una metalingua per parlare del passato al fine di ricollocarsi nel presente» (ibidem). La norma, infatti, produce un effetto che va oltre il riconoscimento formale della minoranza: ridefinisce il modo in cui quella minoranza viene percepita, rappresentata e amministrata. Il riconoscimento istituzionale genera risorse e visibilità, insieme a nuove gerarchie, nuovi linguaggi burocratici e nuove aspettative di autenticità. Il pregio maggiore del volume consiste proprio nel mostrare il griko come realtà più ampia di un residuo linguistico o di un oggetto di tutela patrimoniale. Pellegrino ne fa emergere lo spessore sociale: una lingua che sopravvive, si espone, si trasforma e talvolta si irrigidisce dentro reti di affetti familiari, politiche culturali, aspettative turistiche e pratiche di autorappresentazione locale.

Un possibile margine di ulteriore sviluppo della ricerca riguarda il dialogo tra il caso griko e altre esperienze mediterranee di minoranza linguistica e di patrimonializzazione (Palumbo 2001, 2013, 2024). Tra le distinzioni che attraversano il complesso panorama delineato dall’autrice vi è infatti quella tra greko e griko, così come tra Area Grecanica e Grecìa salentina. Pellegrino concentra la propria analisi sul griko, privilegiando la densità etnografica del caso salentino; proprio questa scelta, che rende il saggio radicato e convincente, apre alla possibilità di una futura analisi comparativa che consenta di indagare le dinamiche di “restanza” (Teti 2022) attivate nelle due aree dagli attivisti, osservando come pratiche di tutela, rivendicazioni identitarie e forme di appartenenza locale si articolino in contesti storici e territoriali differenti. Da questa prospettiva, il caso griko può essere letto come una soglia attraverso cui interrogare più ampiamente il panorama linguistico.

Le lingue minoritarie, i dialetti, le memorie subalterne e le pratiche rituali continuano a produrre senso dentro scenari attraversati da turismo, strategie culturali, economie della memoria e nuove forme di appartenenza. Il griko, in questa cornice, diventa una lente per comprendere i margini come spazi nei quali si rinegoziano identità, eredità e futuro. Il lavoro di Manuela Pellegrino mostra che la tutela di una lingua coinvolge sempre una dimensione politica e sociale, oltre il piano filologico. Lingua greca, terra italiana è un contributo rilevante per gli specialisti di minoranze linguistiche e per chi voglia comprendere come le comunità locali negozino la propria identità storica di fronte alle spinte omologanti della modernità. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026 
Riferimenti bibliografici
De Martino E. 2023 (1961), La terra del rimorso, a cura di M. Massenzio, Torino, Einaudi.
Palumbo B. 2001, Campo intellettuale, potere e identità tra contesti locali, “pensiero meridiano” e “identità meridionale”, «La Ricerca Folklorica», 43: 117-134.
Palumbo B. 2006, Iperluogo, «AM. Antropologia Museale», 14 (4): 45-47.
Palumbo B. 2013, A carte scoperte. Considerazioni a posteriori su un percorso di ricerca a rischio di “patrimonializzazione”, «Voci. Annuale di Scienze Umane», X: 123-152.
Palumbo B. 2024, Heritage Populism: How a Hyper-Place Turned into a Village, in P. Heywood (ed.), New Anthropologies of Italy: Politics, History, and Culture, New York-Oxford, Berghahn Books: 309-331.
Pellegrino M. 2021, Greek Language, Italian Landscape: Griko and the Re-storying of a Linguistic Minority, Hellenic Studies Series 89, Washington, DC, Harvard University Press, Center for Hellenic Studies.
Pellegrino M. 2024, Lingua greca, terra italiana. Dal rimorso al riscatto?, Milano, Meltemi.
Teti V. 2022, La restanza, Torino, Einaudi.

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Angelo Campanella, è Cultore della materia in Dialetto, Storia e Territorio (LIFI-01/A) presso l’Università di Palermo. Ha pubblicato libri di testo per la scuola e, di recente, le monografie Sciascia e la lingua dell’impegno. Analisi dei racconti inchiesta degli anni Settanta (Cesati, 2025) e DATOS Porto Empedocle (Vigàta) (CSFLS, 2025). Si è occupato della scrittura di Verga, Camilleri, Grasso. Collabora con il CSFLS per il rilevamento dei toponimi orali in Sicilia (Progetto DATOS).

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