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La Vlora e la Bestia

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Bari, profughi albanesi sulla nave Vlora (ph. Ansa)

di Lisa Regina Nicoli

La relazione dell’Italia con il fenomeno migratorio degli ultimi cinquant’anni è certamente complicata e unica nella sua complessità. Nella storia italiana troviamo esempi di ogni tipologia di migrazione, sia interna da regione a regione, o dal sud verso il nord, e viceversa, sia ovviamente internazionale, comunitaria o extra UE.  Inoltre la nostra penisola è stata sin dalla notte dei tempi meta di partenze e di approdi. L’abbraccio di un mare quieto ha fatto sì che nascesse in molti cuori il desiderio di navigare, di muoversi, di spostarsi, esplorare. Lo stesso mare dove hanno perso la vita più di 27 mila persone dagli anni ’80 ad oggi (dati Fortress Europe). Italiani brava gente. Navigatori e cittadini imbrigliati in un rapporto complicato con il fenomeno migratorio, attraverso cui riflettono visioni politiche, sociologiche, e squisitamente antropologiche nella definizione dell’altro, e quindi, inesorabilmente di sé.

La situazione politica attuale da un punto di vista di approccio al fenomeno delle migrazioni internazionali appare indubbiamente allarmante. Come anche il racconto restituito dai media. Secondo “Notizie di chiusura” il VI rapporto dell’Associazione Carta di Roma, che analizza il linguaggio utilizzato nel racconto dei fatti legati al fenomeno migratorio, la parola simbolo del 2013 è stata Lampedusa, nel 2014 mare nostrum, nel 2015 Europa, all’interno della grave crisi politica, nel 2016 muri, nel 2017 ONG, in una lettura di rigetto da parte dell’opinione pubblica, mentre nel 2018 è stata Salvini. E al tempo stesso il rapporto annuale dell’istituto di ricerca Censis dipinge gli italiani come un popolo incattivito e aggressivo.

Quanto sono profondi i legami tra agenda politica, mediatica e un tema centrale da un punto di vista socio-politico ma anche economico e emotivo come le migrazioni internazionali? È possibile che questi temi si interfaccino reciprocamente influenzando l’opinione pubblica a seconda dei contesti storici differenti?  Cosa ci sta succedendo, realmente?

Andiamo con ordine, e iniziamo dal principio. Gli albanesi. Nonostante la migrazione albanese dei primi anni’90 non sia stata la prima ondata migratoria che ha interessato il nostro Paese, è il fenomeno che in qualche modo ha segnato un primo solco verso un cambiamento nella percezione del fenomeno da parte degli italiani.

I blocchi sovietici dell’Est Europa erano sull’orlo del tracollo e l’ombra nei nazionalismi si stava già allungando, delineando lo scheletro di quello che sarebbe stato il dramma della ex Jugoslavia, quando la nave mercantile Vlora strappò a quella sponda del Mediterraneo più di 15mila persone. Disidratate, stanche, disperate. Persone, come ricorda il sindaco di Bari nel racconto della moglie.

«Andò subito al porto, prima ancora che la Vlora sbarcasse. A Bari non c’era nessuno del mondo istituzionale, erano tutti in vacanza, il prefetto, il comandante della polizia municipale, persino il vescovo era fuori. Quando uscì di casa però non immaginava quello a cui stava andando incontro. Dopo qualche ora mi telefonò dicendomi che c’era una marea di disperati, assetati, disidratati, e aveva una voce così commossa che non riusciva a terminare le frasi. Non dimenticherò mai l’espressione che aveva quando tornò a casa, alle 3 del mattino dopo. “Sono persone” – ripeteva – “persone disperate. Non possono essere rispedite indietro, noi siamo la loro ultima speranza”» [1].

Anche se un sempre pacato Cossiga ai tempi lo apostrofò come “cretino” e il capitano della nave dovette opporsi al blocco navale per approdare, l’impatto dello sbarco del mercantile Vlora si conficcò negli occhi di molti italiani, pugliesi in particolare. Ricordo la mia insegnante di cucito ripescare recentemente e con profonda commozione l’immagine del fiume umano che dal porto si riversava nelle vie interne dei paesini, qualcuno pare si fosse si tuffato direttamente dalla nave ed era approdato a nuoto; gli esuli stanchi dalla traversata venivano accolti dagli abitanti che portavano per loro cibo e vestiti puliti. Questo ricordava profondamente turbata. Salvo poi aggiungere «non come adesso che vengono per delinquere».

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Bari, lo sbarco degli albanesi

Sono perplessa. Com’è possibile che lo stesso fenomeno subisca due letture tanto diverse? Il punto del ragionamento forse non è il fenomeno dell’ingresso illegale in sé, che pur essendo certamente cambiato sia nella natura come nella sostanza, mantiene alcune delle sue caratteristiche più importanti (ingresso visibile, condizioni estreme, contesti di partenza altamente impoveriti, fuga), ma la cornice in cui tutto ciò avviene. Al tempo della Vlora l’Italia si stava affacciando sulla Seconda Repubblica, le compagini politiche disgregandosi e una giovane Lega Nord si preparava ad essere il quarto partito in Italia. Insieme a Tangentopoli crollava l’illusione di una politica realmente interessata alla res pubblica e, anche se ancora non lo sappiamo, cadevano a terra i primi semi di malessere che “la Bestia” renderà evidenti quasi trent’anni dopo.

In qualche misura lo sbarco della Vlora si colloca all’inizio di un tortuoso percorso legislativo dei vari governi italiani nel tentativo di gestire e dirigere il fenomeno migratorio, rivelandosi spesso un passo indietro rispetto al fenomeno anche quando trattato con anticipo. La prima legge italiana che tratta in materia di immigrazione è la legge Martelli (L.39/1990) di poco precedente allo sbarco della Vlora; si trattava del tentativo, a tratti contrastato dallo stesso governo del ministro promotore, di delineare alcune primitive misure relative alla regolamentazione di flussi migratori che allora si assestavano sulle 50 mila unità l’anno, cifre molto lontane dai dati recenti, e alla definizione della figura del rifugiato politico, delineata dalla Convenzione di Ginevra, abbandonando la riserva geografica, cioè la possibilità di discriminare l’accoglimento della domanda su base di appartenenza nazionale. La legge prevedeva la possibilità di istituire punti di informazione e accoglienza nelle aree di confine al fine di fornire assistenza ai migranti in ingresso.

Dopo quasi dieci anni, due genocidi, la fine dell’apartheid in Sud Africa e la nascita dell’Unione Europea, nel 1998 è una legge di sinistra a compiere per prima il passo verso l’associazione del concetto di immigrazione a quello della legalità/sicurezza, un connubio che diventerà un caposaldo della politica nazionale negli anni a venire. È la Turco-Napolitano (L.40/1998) che abrogando la legge Martelli introduce un elemento totalmente nuovo per il Paese: i centri di prima accoglienza o centri di permanenza temporanea. I princìpi ispiratori della nuova legge sono da ricercare nei sistemi legislativi di alcuni Paesi della neonata Unione e manifestano la volontà dei legislatori di proporre una soluzione lucida e ad ampio respiro nei confronti di uno scenario sempre più proiettato verso l’internazionalità (Basso-Perocco 2008).

Lo scopo della legge, apparentemente mosso dal principio dell’integrazione e non della segregazione, era quello di trattare l’intera materia dell’immigrazione seguendo due principali linee di intervento: da una parte contrastando fermamente il fenomeno dell’immigrazione clandestina, e dall’altra favorendo l’immigrazione regolare attraverso politiche di integrazione. L’elemento più importante della legge Turco-Napolitano è stato il concreto tentativo da parte delle istituzioni di mettere alla luce la necessità di predisporre un sistema legislativo che si occupasse del fenomeno migratorio in senso ampio: seguendo questa scia viene elaborato il Testo Unico (286/98 Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero) delle leggi sull’immigrazione che compendia e unifica la legislazione in materia.

Il Testo Unico riconosce almeno sulla carta i diritti fondamentali della persona agli stranieri che arrivano alla frontiera o che entrano nello Stato, a tutti è attribuito il diritto d’accesso ai servizi pubblici e sono garantite le cure ospedaliere essenziali. I regolari sono equiparati ai cittadini in materia di diritti civili e sociali.

Questi provvedimenti si ispirano ad un modello di integrazione che è definito dal documento programmatico come:

«Un processo di non discriminazione e inclusione delle differenze […] nel costante e quotidiano tentativo di tenere insieme principi universali e particolarismi. […] dovrebbe quindi prevenire situazioni di emarginazione, frammentazione, ghettizzazione, che minacciano l’equilibrio e la coesione sociale» [2]. 

Nel frattempo il fenomeno delle migrazioni internazionali aveva decisamente sfondato il dato dei 50 mila ingressi l’anno diventando uno dei punti centrali delle politiche nazionali e, nonostante i buoni propositi, l’effettiva applicazione della normativa proposta presentava un rapporto già incrinato tra obbiettivi dichiarati e risultati ottenuti. Nascono in questi anni i primi tentativi di spettacolarizzazione mediatica del fenomeno, e le fondamenta della “paura da invasione” che gradualmente si allontanano dalla percezione empatica provata del sindaco di Bari allo sbarco della Vlora. Prende corpo nelle crisi globali che via via continuano ad esplodere alle porte dei confini di quella che viene presto definita “Fortezza Europa”assumono caratteristiche determinate.

flag of wiresIl fenomeno delle migrazioni internazionali inizia a questo punto ad essere associato al concetto di “sicurezza”. È il controverso tema dell’immigrazione clandestina ad infiammare i dibattiti politici più intensi che hanno fatto da cornice alla campagna elettorale per la nuova legislatura; il governo di sinistra promotore della legge venne accusato di “pigrizia” e di “lassismo” e gli venne addossata la responsabilità di un’alta presenza percepita di immigrati irregolari e il loro coinvolgimento in attività criminali per una scarsa volontà governativa di controllo (Macioti-Pugliese, 2004).

In questo contesto, nell’estate del 2002 viene approvata la nuova legge in materia di immigrazioni denominata Bossi-Fini (L.189/2002) che inquadra definitivamente l’immigrazione nei termini di “problema” piuttosto che di “risorsa”. Gli obbiettivi della legge, che in realtà è un’integrazione di una parte del Testo Unico e quindi della Turco-Napolitano, sono principalmente due: da un lato limitare gli ingressi legali in Italia, legando ad esempio il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, dall’altro ridurre la presenza di irregolari sul territorio.

Le contraddizioni più evidenti della legge sono relative al proposito di ridurre la presenza di irregolari sul territorio, salvo poi favorirne la presenza per via di regolamenti altamente restrittivi ed esclusivi. Di fatto la norma sembra contravvenire al suo obbiettivo, producendo possibili nuove irregolarità legate non soltanto alla difficoltà di fare ingresso nel Paese tramite chiamata del datore di lavoro, ma anche all’introduzione del“foglio di via” che intima agli irregolari di lasciare il Paese con mezzi autonomi entro cinque giorni senza tuttavia verificarne l’effettivo abbandono. Infine, uno degli elementi certamente più critici della nuova legge è l’istituzione della strettissima dipendenza tra padrone e operaio; appare ancora più evidente il processo di selezione della forza lavoro da parte degli organi statali e la continua precarizzazione dei migranti totalmente dipendenti dalla volontà dei datori di lavoro e quindi costretti ad accettare condizioni sfavorevoli, se non di vero e proprio sfruttamento. Gli immigrati a livello sociale sono sempre più vittime della segregazione e i riflettori mediatici impediscono un vero contatto tra autoctoni e stranieri; procedimento in cui vari autori hanno visto la discriminazione eletta a sistema (Basso-Perocco, 2008).

Per quanto concerne il diritto d’asilo, per cui non esiste una legge organica nazionale ma solo il recepimento di direttive europee, la nuova normativa prevede elementi preoccupanti: non solo accetta e promuove i respingimenti in acque extraterritoriali sulla base di accordi bilaterali tra Paesi coinvolti, come il trattato di Bengasi che sanciva la collaborazione tra governo italiano e libico, ma impedisce l’attracco sul suolo italiano imponendo che i processi di identificazione e di prima assistenza avvengano a bordo delle navi stesse. Inoltre l’istituzione di centri di identificazione (e di detenzione) per i richiedenti asilo genera preoccupazione per il rispetto del principio di non refoulement e per il rischio concreto che molti migranti risultino impossibilitati a presentare domanda d’asilo a causa dei respingimenti e che in quegli spazi poco monitorati dalle organizzazioni umanitarie a causa di un alto grado di ostruzionismo vengano consumati atteggiamenti lesivi alla dignità delle persone. L’ordinamento internazionale relativo alla Convenzione di Ginevra e al diritto d’asilo sembra non avere nulla a che fare con l’ordinamento interno italiano.

La rigidità normativa massima raggiunge l’apice con la presentazione del disegno di legge 92/2008 rinominato “Pacchetto Sicurezza” promosso dall’allora Ministro dell’Interno Maroni e acclamato a gran voce dalla destra leghista. Le novità del documento (L.125/2008) riguardano molteplici aspetti della vita sociale, quali la sicurezza urbana, la lotta alla prostituzione, la lotta alla criminalità diffusa; è facile immaginare che ricondurre il tema dell’immigrazione e dei migranti a questi aspetti negativi e scottanti, non favorisca una percezione positiva del fenomeno. Il pacchetto sicurezza si pone nuovamente un grande obbiettivo già annunciato dalla legge Bossi-Fini: combattere e sconfiggere l’immigrazione clandestina.

3Le novità in materia di immigrazione sono molteplici, la più discussa è stata certamente l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno irregolare punito con una multa e l’espulsione, quando l’essere sprovvisti di documenti in passato aveva sempre rappresentato una sanzione amministrativa, non penale, il provvedimento era già stato anticipato dall’introduzione della clandestinità come aggravante in caso di reato ed era stato ampiamente contestato. Queste modifiche hanno scatenato una serie di effetti concatenati quali il reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina per chi affitta immobili a stranieri non regolari, o a chi li assume, e ha perfino conseguenze spiacevoli anche in casi di grave rischio alla vita delle persone, come raccontano alcuni pescatori siciliani che per avere tratto in salvo un gruppo di migranti stipati su un gommone si sono visti ritirare la licenza di pesca e multare per favoreggiamento all’immigrazione clandestina (Delle Donne M., 2004).

Nel testo infine viene definitivamente ratificato il patto di collaborazione con la Libia.

«Su queste persone si scatena un’allucinante criminalizzazione di massa. Odio e sospetto alimentano le generalizzazioni e la politica dell’emergenza. La storia recente del nostro bel paese e un avvicendarsi di campagne d’allarme che producono assordanti rumori. Un suono di sirene annuncia lo sbarco dei capri espiatori. Se non ci lasciamo assordare dalle parole dei demagoghi e ci domandiamo perché queste persone vengono da noi la risposta non è per niente semplice» [3].

Nonostante sia opinione diffusa che l’apparato legislativo italiano in materia di immigrazione sia obsoleto, perennemente in ritardo, inattuabile, profondamente incompetente e disorganizzato, la tendenza a semplificare la lettura rischia di non restituirne il reale senso. Il percorso giuridico italiano sembra avere seguito uno sviluppo razionale volto alla segregazione sociale della figura dell’immigrato rispetto al contesto di inserimento su tre livelli: segregazione tra l’immigrato e l’autoctono, segregazione tra l’immigrato e gli altri immigrati, segregazione tra l’immigrato e se stesso, le parole di uno dei promotori della Bossi-Fini risuonano sempre attuali.

«La legge Bossi Fini sull’immigrazione è una legge dura ma onesta. Ne va la vita. […] la massa che si sposta dal Terzo Mondo verso i nostri confini è già si è sistemata in qualche modo in Europa è si sociologicamente una classe di poveri ma è anche corpo sociale dove si alimenta[…] un virus ben più tremendo che non l’aids: quello della negazione della nostra libertà. […] bisogna soccorrere i poveri, d’accordo, ma persino i missionari d’Africa stanno attenti a non morire anch’essi di fame e aids, dopo se no chi soccorre gli affamati e i malati?»

E conclude:

«Così non possiamo praticare il suicidio della nostra comunità e di quel che rimane di un popolo cristiano ed europeo per acconsentire ad un principio astratto che chiamiamo diritto d’asilo…» [4]. 

Gli anni 2000 si chiudono con un’Unione Europea allargata a nuovi membri, lo spettro del terrorismo islamico che si fa tangibile, solidi accordi commerciali per la libera circolazione delle merci e confini sempre più serrati. Fioriscono lotte per l’indipendenza e nuovi Stati, come il Kosovo, si conclude il conflitto della Guerra del Golfo e nasce Youtube. Un nuovo modo di comunicare e di costruire il pensiero di massa è in fase di costruzione.

A partire dal 2010 i precari equilibri mondiali iniziano a vacillare ulteriormente. L’esplosione della guerra in Siria e la crisi in Libia segnano un altro profondo spartiacque nella storia italiana. Ricordo il fiorire delle Primavere Arabe che alimentavano il Nord Africa come una ventata di freschezza, sapevano di ribellione e di risveglio verso una società più libera. I movimenti di rivolta diedero una forte spinta all’incremento dei flussi migratori via mare, accolti inizialmente con molta apertura, frutto di una spinta ribelle e di una renaissance che stava stravolgendo ancora una volta una delle sponde del Mediterraneo e che l’Europa sembrava guardare con interesse.

4Nel 2011 lavoravo già da tempo in un centro d’accoglienza per rifugiati. Era un lavoro dinamico e molto interessante; parenti e amici che avevano mostrato perplessità rispetto al mio percorso di studi ora si mostravano curiosi rispetto alla mia professione e mi chiedevano costantemente informazioni. Rispetto al sistema di informazione anche televisione e giornali raccontavano i rifugiati come persone forti, coraggiosi in fuga, assetati di vita e di libertà. Migranti forzati da accogliere, proteggere e tutelate. Pochi mesi dopo Gheddafi venne ucciso nel corso di un’operazione militare organizzata a livello internazionale. Molti dei miei ospiti che solo due anni prima avevano osservato con stupore il Colonnello piantare la sua tenda in una nota magione italiana erano piuttosto confusi, ma molti di loro avevano ancora qualche amico o parente imprigionato in Libia e il loro sollievo era evidente, il regime era caduto, la situazione sarebbe migliorata. Si vociferava che fosse intervenuta l’Europa, la Francia in particolare. Non sarebbero più stati soli.

Presto la stabilità libica andò in frantumi e i flussi iniziarono ad intensificarsi. Molte Vlora iniziarono ad attraccare e i media raccontavano di fiumi di persone che avevano necessità di essere accolte, lo spettro relativo ad una percezione di invasione si stava già allungando. La tragicità dell’immigrazione forzata impattò drammaticamente la mattina del 3 ottobre 2013, quando un orribile naufragio al largo dell’isola di Lampedusa colpì profondamente l’opinione pubblica. Pare che i motori della nave che trasportava più di 500 persone originarie del Corno d’Africa, andarono in avaria poco lontano dall’isola e che qualcuno diede fuoco a stracci per attirare l’attenzione dalla costa. Il fumo generò il panico nei migranti che agitandosi provocarono il rovesciamento dell’imbarcazione. Morirono 368 persone. Per giorni e giorni il Mediterraneo restituì i loro corpi e ancora oggi è difficile dire quante persone siano effettivamente disperse.

Internet e i social network rimbalzano le fotografie dei cadaveri gonfi a pelo d’acqua, la pelle lucida e tirata dei morti, una mamma con il suo bambino ancora attaccato al cordone ombelicale. Persone chiuse nella stiva, corpi che galleggiavano a braccia aperte, una maglia gialla sul blu dell’acqua. Si trattava di una tragedia senza precedenti. L’allora governo di sinistra Letta scelse una posizione netta e optò per la costruzione di un dispositivo per il controllo e la salvaguardia delle acque nazionali. È cosi che ha avuto origine l’operazione Mare Nostrum, un programma militare e umanitario che aveva l’obbiettivo di pattugliare le acque di confine al fine di intercettare preventivamente imbarcazioni in difficoltà, sostituita nel 2014 dall’operazione Triton/Frontex Plus per via dei costi insostenibili, ad oggi sostituita a sua volta dall’operazione Themis.

Se il mare in quegli anni si presentava piuttosto burrascoso, il clima di terra non era certo migliore. Per fare fronte al forte incremento degli sbarchi un nuovo sistema di accoglienza nacque in fretta e furia come nemesi del fratello stabile e strutturato Sprar-sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Il sistema inizialmente chiamato “Mare nostrum”, poi “Emergenza sbarchi” e poi solo CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) prevedeva l’apertura in velocità ed emergenza di centri di accoglienza basici per garantire a tutti i richiedenti asilo l’accoglienza prevista dalle normative internazionali.

La presenza dei migranti e dei richiedenti asilo, ormai fusi nella definizione di “profughi”, divenne d’improvviso estremamente visibile tanto quanto poco gradita. Molte amministrazioni comunali furono costretti ad accettare aperture non desiderate sui propri territori, creando veri e propri scontri con parte della cittadinanza. La scarsa professionalità  di alcuni enti gestori e l’evidente incapacità di gestire il fenomeno hanno contribuito a fare credere ai cittadini che accogliere non fosse più una cosa doverosa, ma nemmeno giusta. Se prima i media parlavano di giovani donne e uomini coraggiosi e esercenti il diritto di chiedere il rispetto della propria dignità e diritti umani, oggi le stesse persone venivano descritte come nullafacenti, zecche a spese dello Stato, terroristi e molto altro ancora. Nel clima della crisi economica i flussi migratori irregolari avevano assorbito la percezione globale del fenomeno facendosi tema centrale di ogni discorso relativo alle migrazioni.

5Il fenomeno delle migrazioni internazionali non era forse prevedibile nella portata che ha assunto prima dell’intervento del Ministro Minniti nella regione del Fezzan libico che ha portato a un drastico calo degli arrivi via mare senza tuttavia arrestare il flusso, ma le premesse degli anni precedenti potevano essere sufficienti per predisporre misure concrete e durevoli nella gestione dell’accoglienza. Infatti, seppure, come dimostrato, la relazione complicata dell’Italia con il fenomeno migratorio sia di vecchia data, la gestione interna sembra sempre votata all’emergenza e all’urgenza non differibile.

L’approvazione nel 2017 del Decreto Minniti ha aperto la strada al decreto legge fortemente voluto dal Ministro dell’Interno Salvini su Sicurezza e Immigrazione D.L.113/2018, oggi legge 231/2018 che ha chiuso il cerchio aperto dal Ministro Martelli quasi trent’anni prima. Il messaggio veicolato è che l’immigrazione irregolare è un problema così importante che deve necessariamente essere fermata ad ogni costo e deve essere fatto urgentemente, non con una normativa ampia, studiata magari attraverso il recepimento delle normative internazionali all’interno di una legge organica sul diritto d’asilo, ma con un decreto legge urgente, tanto urgente da porre la fiducia, che la proposta arrivi da destra o da sinistra.

Ma a conti fatti, così come nel precedente pacchetto sicurezza di Maroni e nella Bossi Fini, il nuovo decreto non pare risolutivo, ma sembra anzi portare all’estremo i rischi dei contributi precedenti. Eliminando la protezione umanitaria si decide lucidamente di escludere, almeno in prima istanza e previo ricorso al tribunale, una grossa fetta di persone dalla possibilità di ottenere un permesso di soggiorno e rendersi così autonome e contributive al benessere nazionale; così come limitare gli accessi allo Sprar, unico sistema votato all’accoglienza integrata e con un processo di rendicontazione tanto laborioso quanto preciso, impedisce a chi ha sviluppato una forte professionalità di portare il suo contributo all’integrazione, spingendo l’obbiettivo di questa legge molto lontano dal concetto di sicurezza per tutti i cittadini stranieri e italiani.

Com’è possibile dunque che un sistema normativo fragile e inefficace sia così largamente condiviso e accettato? Nel corso degli anni, il clima di forte insicurezza, generato dall’involuzione dei contesti, si è tradotto in disagio e successivamente in vero e proprio timore negli occhi delle persone che dalle strade hanno trasferito le loro sensazioni alla rete, uno spazio di condivisione unificato e impersonale dove l’ampia reattività consente una diffusione immediata di pensieri e sensazioni. In questo contesto virtuale si colloca un’enorme massa di informazioni e notizie a portata di tutti, senza tuttavia la possibilità di garantirne l’autenticità e di conseguenza un’efficace forma di moderazione e controllo dato il raggio di diffusione potenzialmente enorme.

In un contesto generale di protratta crisi economica che si trascina da quasi dieci anni il clima di paura sostituisce la speranza nelle persone che tendono a trasformare i loro timori in sentimenti di rabbia, angoscia e irritazione. La ricerca di un capro espiatorio e di un nemico ideale si pone come strategia politica doppiamente efficace, da un lato per abbassare la pressione sul piano sociale, dall’altro per alimentare una propaganda utile al raggiungimento di un consenso generalizzato e fondato su una percezione e non sul principio di realtà. Siamo incattiviti e per questo vulnerabili, in attesa di aggrapparci ad un sentimento che risponda alle nostre esigenze più profonde e istintive.

In questa condizione le risposte più efficaci sono quelle che alimentano immediatamente la percezione del momento, il nutrimento di una risposta soddisfacente, non necessariamente vera, il noto ragionamento motivato caro a molte teorie della psicologia cognitiva. Si tratta di un meccanismo che porta la mente ad ancorarsi sulle proprie credenze, anche a dispetto di evidenze di realtà, invece di riflettere razionalmente quando si trova a dover affrontare un concetto problematico; una sorta di posizione difensiva che si traduce con l’avversione alla soluzione al fine di tutelare la propria percezione. Nasce da queste premesse l’esperimento della Lega di Salvini, uno stratagemma alla base della politica propagandistica del partito che i suoi ideatori hanno affettuosamente rinominato “la Bestia”.

6Si tratta di un sistema in grado di calcolare e analizzare la tendenza dei commenti sui social gestiti dal leader della Lega al fine di orientare i temi che verranno proposti successivamente per aumentare esponenzialmente il potere di diffusione e interazione dei post, elevando notevolmente  la possibilità di procacciare like e condivisioni. Niente algoritmi estremamente complessi, un semplice strumento “di ascolto” degli umori della rete, sistema ampiamente rodato nel corso delle campagne elettorali in molti Paesi esteri. L’utilizzo dei dati ricavati dai social a fini di utilizzo politico non è certamente un elemento nuovo, la novità è l’uso domestico e quotidiano che ne ha fatto il partito leghista, creando un fasullo e apparente legame diretto con elettori e potenziali tali che in un clima di paura e diffidenza si sentono ascoltati e accolti da un politico vicino alle loro situazioni in grado di capirli e di rispondere immediatamente e efficacemente ai loro bisogni.

La condivisione spasmodica e non verificata di contenuti propagandistici e potenzialmente fake, alimentata anche da moltitudini di profili fasulli creati al solo scopo di generare interazioni, si legittima sulla forza dei numeri. Se in 10 mila utenti social condividono una notizia, il fatto che sia vera o falsa non è più di primaria importanza, ancora di più se la notizia soddisfa immediatamente un bisogno emotivo legato a sentimenti quali rabbia e paura. Così in questo clima, un crimine operato da un immigrato potenzialmente avrà una cassa di risonanza molto più ampia rispetto ad un crimine perpetrato da un autoctono, contribuendo ad alimentare visioni stereotipate della vita e del mondo. A questo richiama il rapporto dell’Associazione Carta di Roma che conferma per il 2018 la centralità del fenomeno migratorio nel linguaggio mediatico e la permanenza delle cornici di allarme, sospetto e divisione, come sostiene Valerio Cataldi, presidente dell’Associazione: «Pacchia, crociera, clandestino, la paghetta dei 35 euro, invasione, sono le parole con cui la politica fa la sua propaganda, ma che rimbalzano su tutti i giornali e su tutti i telegiornali, senza contraddittorio»,  queste parole contengono un messaggio potente che di fatto possono trasformare la realtà. Le analisi dell’Associazione rilevano come questo utilizzo sia preponderante nei media televisivi, e non ad esempio nei quotidiani stampati e che si alimentano nei social network data la difficoltà di proporre (o desiderare?) una moderazione realmente efficace che sia in grado di bilanciare la libertà di espressione con l’arginare il linguaggio di odio.

La doppia faccia della medaglia del matrimonio tra politica, immigrazione intesa come nemico ideale e media fa sì che si tratta di un meccanismo difficilmente controllabile in eterno, perché le paure della gente si evolvono con l’evoluzione dei contesti. La storia insegna che tutti i re, o presunti tali prima o poi subiscono la gogna della nudità pubblica, ma non c’è tempo per attendere il naturale corso delle cose, è necessaria un’assunzione di responsabilità finalizzata a contrastare attivamente un sistema costruito e profondamente ingiusto e strumentale per evitare che presto, senza avere consapevolezza del cambiamento, accada che guardandoci allo specchio non ci riconosciamo più.

Dialoghi Mediterranei, n. 35, gennaio 2019

Note

[1] Racconto della moglie di Enrico Dalfino, Sindaco di Bari al momento dell’attracco della Vlora.
[2] Cit. in Macioti M. I., Pugliese, 2004: 99.
[3] Falagario L., Il viaggio migratorio, tesi di laurea specialistica, università cà Foscari Venezia, a.a.2007/2008: 25.
[4] R. Buona legge in tempi di guerra, in “Libero”, 2 luglio 2002, in Basso-Perocco, 2008: 220.
Riferimenti bibliografici
Ballerini A. Benna A., Il muro invisibile, Fratelli Frilli, Genova, 2002.
Basso P., Perocco F., Gli immigrati in Europa. Diseguaglianze, razzismi, lotte, Franco Angeli, Milano, 2008.
Bifulco R. Cartabia M. Celotto A., L’Europa dei diritti: commento alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, Il Mulino, Bologna, 2001.
Delle Donne M., Un cimitero chiamato Mediterraneo : per una storia del diritto d’asilo nell’Unione europea, DeriveApprodi, Roma, 2004.
Facchi A., I diritti nell’Europa multiculturale, Laterza Roma-Bari, 2001.
Macioti M.I., Pugliese E., L’esperienza migratoria : immigrati e rifugiati in Italia, Laterza, Roma-Bari, 2003.
Morozzo della Rocca P. Cognini P., Immigrazione: profili normativi e orientamenti giurisprudenziali, Utet, Torino, 2005. 
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Lisa Regina Nicoli, antropologa e ricercatrice esperta di religioni afro-brasiliane e afro-caraibiche, si occupa  dello studio delle culture e tradizioni di matrice africana, con focus specifico sulle religioni Vodoun. Da dieci anni si occupa di migrazioni internazionali, della tratta ai fini dello sfruttamento sessuale e dei sistemi di accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati.
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