Since brass, nor stone, nor earth, nor boundless sea/ But sad mortality o’er-sways their power,/ How with this rage shall beauty hold a plea,/ Whose action is no stronger than a flower?/ O, how shall summer’s honey breath hold out/ Against the wrackful siege of batt’ring days,/ When rocks impregnable are not so stout,/ Nor gates of steel so strong, but time decays?/ O fearful meditation! where, alack,/ Shall time’s best jewel from time’s chest lie hid?/ Or what strong hand can hold his swift foot back?/ Or who his spoil of beauty can forbid? O, none, unless this miracle have might, / That in black ink my love may still shine bright [1].
Con il sonetto 65, Shakespeare elabora una serie di domande angosciate. Assistendo alla rovina delle epoche, delle opere umane e dei regni, la voce poetica sente venir meno anche l’illusione di poter difendere ciò che si ama. Il tempo appare come una forza assoluta, davanti alla quale ogni resistenza materiale fallisce. Non resta possibilità neanche per la bellezza, che diventa fragile come un fiore. Se una speranza esiste, però, risiede in un miracolo: che l’amore possa continuare a splendere nell’inchiostro nero. La poesia diventa, così, l’unico spazio in cui il tempo può essere sfidato, forse anche vinto. Essa non conserva semplicemente ciò che il tempo consuma: lo trasforma, lo restituisce a un aspetto che non coincide più con l’originale ma ne porta ancora il frutto.
Non sorprende, allora, che le opere del passato continuino a testimoniare la persistente vitalità nella cultura di tutti i tempi e così anche a interrogare il presente. Infatti, è nello scarto tra ciò che il testo era e ciò che diventa nel momento in cui qualcuno lo legge che si apre lo spazio di quello che chiamiamo “classico”.
Questo mi sembra lo spirito che ha guidato la stesura di Classico attuale. L’antico nella cultura contemporanea, un volume collettaneo che si colloca nella linea ormai centrale degli studi di ricezione. Il testo, pubblicato a gennaio 2026 da Carocci editore, è stato curato da Tommaso Braccini, docente di Filologia greca e latina presso l’Università degli Studi di Siena. Si tratta di una sorta di guida, una mappa ampia ed eterogenea delle forme attraverso cui l’antico continua a riemergere nella modernità avanzata.
Il volume si apre con una premessa di Braccini, che inquadra l’obiettivo generale: mostrare la persistenza dei modelli latini e greci nei linguaggi della contemporaneità, come riattivazione continua all’interno di media, pratiche e immaginari diversi. I classici oggi fanno parte di un repertorio mobile di immagini, archetipi, lessici e strutture narrative più che di un modello normativo. L’antico viene osservato nella sua capacità di attraversare registri vari, con una vitalità non sempre ordinata, a volte inconsapevole ma sempre fertile. È così che esso diventa materiale frammentato, remixato e spesso ironico o pop.
Segue una serie di contributi dedicati ai linguaggi dell’infanzia e dell’animazione, a partire dal saggio sui cartoni animati di Lara Nicolini. Qui il mondo classico emerge nella forma narrativa e iconografica: miti e figure antiche vengono tradotti in linguaggi accessibili, spesso attraverso processi di alleggerimento e riconfigurazione ironica. Questo succede con il famosissimo Pollon, manga degli anni Ottanta, che ha accompagnato l’infanzia di bambini e bambine, che hanno conosciuto il pantheon greco seguendo le avventure dell’impertinente figlia (inventata) di Apollo.
In continuità, le pagine sulla letteratura fantastica, e poi anche quelle sulla letteratura per l’infanzia, firmate da Braccini, mostrano che il mito antico viene utilizzato come repertorio di storie fondative, adattate a esigenze pedagogiche e narrative contemporanee. Spinte che vengono da chi, come l’autrice di Ragazze dell’Olimpo, Elena Kedros, nutre un sentimento di amore verso quel patrimonio, di cui vuole fare dono soprattutto ai più piccoli.
Il contributo sul cinema di Roberto M. Danese amplia il discorso al linguaggio audiovisivo, analizzando la presenza dell’antico come struttura narrativa e come immaginario. Il mito diventa un codice cinematografico, spesso rielaborato secondo logiche spettacolari e seriali.
Il saggio sulla danza di Pietro Bertocchini introduce una prospettiva diversa, concentrandosi sulla dimensione corporea della ricezione: la forma dell’antico viene vista non come testo, ma come gesto, ritmo, memoria incarnata. In parallelo, il capitolo sul teatro di Mattia De Poli insiste invece sulla continuità scenica del repertorio, che continua a essere riattivato attraverso riscritture e adattamenti. Una sezione importante è dedicata alle maniere di trasformazione e falsificazione del patrimonio culturale, con il contributo di Luca Bombardieri. In una ricognizione interessante e a tratti davvero esilarante, l’attenzione si sposta sui processi di costruzione, manipolazione e reinvenzione di manufatti artistici, mostrando come il classico possa essere anche un oggetto prodotto, ricreato o persino simulato nella modernità. Lo stesso autore interviene anche nella sezione sulla pubblicità, dove il mondo antico è ridotto a repertorio simbolico immediatamente riconoscibile, utilizzato per finalità persuasive e commerciali.
Il saggio sui fumetti di Igor Baglioni evidenzia invece la dimensione seriale e visiva del mito, che si presta a essere frammentato e ricombinato in narrazioni continuative. La riflessione dedicata ai videogiochi di Tommaso Braccini mostra come il classico diventi ambiente interattivo, spazio narrativo esplorabile e insieme sistema di regole ludiche. La sezione sulla lingua italiana di Yorick Gomez Gane osserva la presenza dell’eredità nel lessico e nelle forme linguistiche contemporanee. Non si tratta di temi o immagini, ma di un’infrastruttura linguistica che si tramanda di generazione in generazione, soprattutto grazie all’insegnamento a scuola.
Le pagine dedicate alla moda di Iosif Hadjikyriakos analizzano invece l’antico come stile e come citazione estetica, dove elementi iconografici vengono riattualizzati nel design e nell’abbigliamento contemporaneo, sia in quello quotidiano, sia in quello cinematografico, dalla firma di Valentino Garavani ai motivi drappeggiati e alle corone d’alloro di Wonder Woman.
Una parte del volume riguarda le arti performative. Simone Beta mette a tema una riflessione su musica classica, musical e opera, mostrando tre diversi livelli di riuso dell’antico: dalla rielaborazione colta alla trasposizione narrativa, fino alla dimensione spettacolare. Francesco Bargellini si occupa invece della musica rock, dove emerge un immaginario simbolico che talvolta diventa elemento identitario o iconico.
Il contributo sulla poesia di Alessandro Fo riporta a una dimensione più strettamente letteraria, analizzando la continuità e la trasformazione del patrimonio classico nella scrittura poetica contemporanea. Il discorso menziona la portata del modello omerico, che arriva a giungere fino alle Antille raccontate dal poeta caraibico Derek Walkott, che con il suo Omeros, racconta la vita dei pescatori dell’isola Santa Lucia, in un esempio paradigmatico di intertestualità. Il saggio sul romanzo, firmato da Salvatore Renna e Silvia Romani, mostra invece che la narrativa moderna continua a utilizzare il mito come struttura profonda di costruzione narrativa, più che come semplice fonte tematica.
Infine, la sezione dedicata ai media digitali e alla cultura contemporanea comprende i contributi su serie TV (Antonino Pittà), social media (Eleonora Pischedda), pubblicità (Luca Bombardieri) e sport (Valeria Melis). Qui il classico appare come linguaggio diffuso e quasi invisibile, che attraversa pratiche comunicative quotidiane, dinamiche identitarie e forme di spettacolarizzazione globale. Non è più la letteratura a essere il centro della ricezione, ma i media (TV, social, cinema, gaming). Il repertorio dell’antico è trattato come una risorsa che permette anche a istituzioni culturali, musei, fondazioni e università di sfruttare le opportunità fornite dai social media per comunicare con i propri utenti. Questo materiale transmediale viene diffuso tramite video e podcast nelle più svariate piattaforme digitali. Particolarmente significativa risulta, in questo contesto, la crescente presenza dell’intelligenza artificiale, che introduce nuove modalità di produzione, mediazione e rielaborazione, aprendo questioni ancora in larga parte da indagare sul piano teorico e critico.
Nel suo insieme, il volume propone un quadro estremamente ampio. Le forme della tradizione emergono come costellazione di riusi, trasformazioni e riattivazioni che attraversano livelli culturali molto diversi, dal pop alla letteratura alta, dai media digitali alle arti performative. Il testo ha il pregio di evitare sia il tono apologetico che tende a sottolineare quanto il “classico sia eterno”, sia la lamentazione sulla crisi degli studi umanistici. Non si ottiene così l’effetto di culto di una reliquia, ma quello della riflessione su dispositivi vivi che ripropongono e producono simboli.
Uno dei meriti maggiori è la scelta dei campi d’indagine, che evita la gerarchizzazione culturale tra “alto” e “basso”, trattando opera lirica e meme digitali come fenomeni ugualmente degni di analisi, perché parlano con noi, ma soprattutto parlano di noi, della nostra capacità di leggere, interpretare o assumere ingenuamente e acriticamente i modelli che ci giungono dal passato.
L’impostazione volutamente eterogenea del volume permette a chi legge non tanto di trovare una teoria compatta della riconfigurazione dei repertori simbolici, quanto una selezione di casi studio aperti all’interpretazione. La lettura del volume stimola ulteriori riflessioni, come quella degli usi conflittuali dell’immaginario greco e romano: esistono appropriazioni nazionalistiche – si pensi all’estetica neoclassica del fascismo –, richiami alla romanità come cifra identitaria di certi sovranismi contemporanei, come avviene con i meme alt-right, che decontestualizzano citazioni storiche per farne strumenti di una retorica della durezza virile o della superiorità culturale occidentale [2]. Sono usi in cui il classico viene piegato, svuotato di storia, armato di ideologia. Eppure, proprio perché esso si presta a questi usi, è anche capace del contrario. Nell’ultimo discorso da Presidente degli Stati Uniti, tenuto nel 2017 a Chicago, Barack Obama attingeva direttamente al Pericle di Tucidide – al celebre epitaffio per i caduti del primo anno della guerra del Peloponneso – come esaltazione dei valori di una patria che nutre i propri cittadini. Una scelta retorica tutt’altro che innocente, pensata in consapevole contrasto con la deriva identitaria che stava prendendo forma [3]. Il modello, qui, non è ornamento, vuole essere risposta.
Per studiosi e studiose di letteratura classica o di ricezione dell’antico, il libro si inserisce bene nella tradizione dei reception studies contemporanei. Risulta particolarmente utile perché fotografa un momento disciplinare preciso: quello in cui i classical studies cercano nuove forme di legittimazione culturale senza rinunciare alla propria specificità filologica. In questo senso, Classico attuale funziona anche come manifesto implicito di una filologia aperta ai media studies e alla cultura visuale. Dal punto di vista stilistico, il volume offre una leggibilità ampia, non esclusivamente destinata agli addetti ai lavori.
Ogni forma di ricezione implica anche una trasformazione delle strutture storiche della rappresentazione; così, la memoria non sopravvive come repertorio immobile di temi o immagini, ma come forma storicamente situata che cambia funzione nel momento in cui viene ricollocata in nuovi orizzonti culturali. Questo patrimonio che ancora oggi possediamo coincide con un insieme di materiali trasmessi e indagati attraverso metodi di varia elaborazione, e anche – per riprendere una riflessione di Erich Auerbach – con una ricchezza riletta ai fini di una storia interiore dell’umanità, tesa a un’idea unitaria del mondo e della sua molteplicità [4]. Un testo vive precisamente nella sua capacità di circolare e trasformarsi al di fuori del proprio contesto originario.
È forse anche in questo senso che i modelli di cui parla il volume possono essere pensati entro l’orizzonte della “letteratura mondiale”. Secondo David Damrosch, infatti, la Weltliteratur non designa tanto un canone infinito e inafferrabile di opere, quanto una modalità di circolazione e di lettura che si attiva quando i testi attraversano contesti culturali differenti. Una modalità applicabile tanto alle opere canoniche quanto ai corpi materiali resi nuovamente disponibili alla lettura e a nuove scoperte [5].
La complessa stratificazione delle ricezioni fa sì che un’opera possa agire attraverso la storia in modo obliquo e inatteso. Antichità e modernità, presente e passato, sono sempre implicati l’uno nell’altro, sempre in dialogo: per comprendere l’uno, bisogna tenere conto anche dell’altro [6]. L’intento degli studi di ricezione è quello di verificare come l’antico possa rifrangersi e trasformarsi in nuovi linguaggi, anche a costo di introdurre nel presente una frattura, un’estraneità, una zona di opacità critica. Il merito del volume è di rendere questa dinamica visibile in una varietà di contesti che non sempre vediamo messi in dialogo tra loro. Per chiunque voglia capire in che modo il passato continui a plasmare il nostro modo di raccontare, immaginare e abitare il presente, Classico attuale offre una lettura curiosa e attenta.
Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
Note
[1] Il testo del Sonetto 65 è tratto da Duncan-Jones 1997:241.
[2] https://sites.lsa.umich.edu/learn-speak-act/2018/02/15/classics-and-the-alt-right/.
[3] https://obamawhitehouse.archives.gov/the-press-office/2017/01/10/remarks-president-farewell-address/.
[4] Auerbach, 2022:25-26.
[5] Damrosh, 2003.
[6] Martindale: 1-14.
Riferimenti bibliografici
E. Auerbach, Letteratura mondiale e metodo, Milano 2022. Edizione Kindle.
M. Bettini, A che servono i Greci e i Romani? L’Italia e la cultura classica, Torino, 2017.
M. Bettini, Chi ha paura dei Greci e dei Romani? Dialogo e cancel culture, Torino, 2023.
D. Damrosch, What Is World Literature?, Princeton, 2003.
D. Damrosch, How to Read World Literature, Oxford, 2009.
K. Duncan-Jones, William Shakespeare, Sonnets, London, 1997.
C. Martindale – R. F. Thomas, eds. Classics and the Uses of Reception, Oxford, 2006.
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Grazia Aiello è una dottoranda del corso di “Migrazioni, differenze e giustizia sociale”, presso l’Università degli Studi di Palermo, in cotutela con la Universiteit Gent di Ghent, in Belgio. Il suo progetto di ricerca, Porre il luogo. Un viaggio attraverso l’orientamento e lo smarrimento nella letteratura latina, si focalizza sulla rappresentazione letteraria dello spazio e del movimento nell’antichità, con particolare attenzione all’Eneide di Virgilio e alle connessioni tra l’immaginario antico e la riflessione critica sul contesto contemporaneo. Tra le pubblicazioni: Voci dal mare. Un mosaico di vite nell’opera di Evelina Santangelo, «Dialoghi Mediterranei», 2024; Understandig Ovidian Violence and Beyond. International Conference. 15th and 16th May 2025 Ghent University, Faculty of Arts and Philosophy, in «Bollettino di Studi Latini», 2025: 652-657; Attraversare l’ignoto: lo sguardo sul paesaggio nel viaggio romano, dall’Eneide al De reditu suo, «ClassicoContemporaneo», 2025: 306-330.
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