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La speranza dei paesi: l’organizzazione sociale di comunità per la rinascita dell’Alta Marmilla

9788897787464_0_500_0_75il centro in periferia

di Maria Lucia Piga e Daniela Pisu [*]

1. Introduzione

In Sardegna si assiste a un rovesciamento delle modalità insediative millenarie: non si abbandonano le coste ma ci si addensa, allontanandosi dalle zone interne che in passato si sono contraddistinte per essere mete appetibili e di rifugio (Bottazzi et al. 2013). Le zone interne si contraddistinguono per essere strategicamente più lontane dai servizi pubblici e la loro stessa denominazione richiama le comunità con la vita semplice dei piccoli paesi (Fadda 2013). Il riferimento è ai territori che pagano il dazio per un problema a due facce, perché allo spopolamento quantitativo si somma quello qualitativo (Bauman 1998), erosione di quelle economie local capaci in passato di sostentare i propri abitanti (Pisu 2018).

In questo scenario, le comunità non mancano di mettere alla prova la propria antifragilità (Taleb 2012) cercando di essere ancora riconoscibili nel forte rapporto che lega i cittadini alle tradizioni locali e alle produzioni agroalimentari (Meloni e Farinella 2016). Tuttavia, mancherebbe al popolo sardo la capacità creativa per sfruttare appieno il potenziale che nella storia altri hanno sapientemente utilizzato a proprio profitto (Bandinu 2017).

Quali possibilità di agire, in questo contesto, intrappolato in continue oscillazioni demografiche, sociali ed economiche? È questa la domanda da cui muove il presente contribuito per mettere in luce come l’allentamento delle reti di solidarietà tra i cittadini può minare lo sviluppo delle zone interne nell’età dell’incertezza (Turco 2013), soprattutto se a questo allentamento si aggiunge una governance territoriale che, più che motivo di attivazione della sussidiarietà orizzontale, risulta essere calata dall’alto.

Prendendo come chiave di lettura gli studi sull’abbandono delle aree rurali (Meloni 2015; Barca 2019) e sull’organizzazione sociale di comunità (Anfossi 1968; Allegri 2015; Pisu 2019), si vogliono comprendere le strategie necessarie a tracciare rinnovati percorsi di attrattività territoriale delle zone “perifericizzate” (Serati 2018) puntando sulle pratiche di capacitazione (Sen 1992; Nussbaum 2011) della popolazione locale. Intraprendere questa strada richiede un “recupero di centralità” delle aree interne, affinché possano reagire consapevolmente alla marginalità nella quale sono state sospinte, diventando terreno di sperimentazione sociale e produttiva (De Rossi 2018; Carrosio 2019; Deriu 2018), protagoniste di una rinascita culturale ed economica improntata alla valorizzazione del diffuso patrimonio territoriale in esse conservato (Marchetti et al. 2017).

Nelle pagine che seguono illustreremo il progetto di ricerca-azione “La speranza dei paesi” contro lo spopolamento delle aree interne della Sardegna; le risultanze delle azioni progettuali; le proposte per il rinnovamento delle aree fragili del territorio in argomento e, per concludere, una riflessione sulle strategie partecipative da porre in essere per promuovere la co-progettazione come leva per scongiurare il problema dello “svuotamento dei servizi” a cui queste zone sono più esposte, perché difficilmente accessibili.

Convegno finale (ph. Luca Boschetto)

Convegno finale (ph. Luca Boschetto)

2. La speranza dei paesi: un primo passo per un’inversione di rotta

La ricerca-azione “La speranza dei paesi: l’organizzazione sociale di comunità come strumento di progettazione per il futuro”, finanziata dalla Fondazione di Sardegna, è stata realizzata nel 2021 dal Comune di Baradili in qualità di ente capofila con il Consorzio di Comuni “Due Giare” grazie alla partnership con il Dipartimento di Scienze Umanistiche e Sociali (d’ora in poi Dumas) dell’Ateneo sassarese, l’Ordine degli Assistenti Sociali della Regione Sardegna, l’Associazione culturale “Nino Carrus” [1].

L’obiettivo del progetto è quello di avviare, a partire da Baradili – il comune più piccolo dell’Isola con i suoi 77 abitanti – percorsi di “attivazione civica” nel territorio dell’Alta Marmilla, un contesto di denatalità e invecchiamento della popolazione e, per questa ragione, area pilota selezionata nel 2015 nell’ambito della Strategia Nazionale delle Aree Interne.

La logica partecipativa alla base dell’iniziativa, di tipo bottom-up, è accompagnata dagli interventi di “formAzione” sulla popolazione locale. Con questa espressione ci riferiamo ad uno degli obiettivi tipici della ricerca-azione che è quello di suscitare l’attivazione del fenomeno studiato. La formazione dinamica e responsabilizzante ha avuto come obiettivo quello di porre in essere azioni per contrastare l’emorragia demografica, rafforzando le motivazioni a restare degli abitanti attraverso la promozione e la tutela della ricchezza del territorio, applicando gli strumenti dell’organizzazione sociale di comunità, dalla mappatura dei servizi esistenti fino all’autoanalisi di comunità (Pisu 2019).

La ricerca-azione, di tipo non standard (Marradi 1996; Bichi 2002), nasce per rispondere non solo ai bisogni di inclusione delle zone interne dell’Isola, ma anche per proporre la “metodologia del lavoro sociale di comunità” agli studenti e alle studentesse di Servizio sociale dell’Università di Sassari (d’ora in poi Uniss). La pandemia ha inciso profondamente nelle sfere di vita delle persone, influenzando altresì la ricerca sociale sul campo e la possibilità per gli studenti e le studentesse di Servizio sociale di apprendere e sperimentare dal vivo gli strumenti e le tecniche di una dimensione della professione, che richiede di stare nei territori, con i cittadini e le loro esigenze, manifeste e latenti (Piga e Pisu 2021).

alcuni dei partecipanti al convegno finale del progetto, tra cui i rappresentanti dei soggetti partner (la prof.a Maria Lucia Piga - Responsabile Scientifica di progetto, il Sig. Lino Zedda - Sindaco del Comune di Baradili, il dr. Fausto Mura  e la dr.ssa Rosanna Carboni, rispettivamente Presidente e Vicepresidente dell'Associazione culturale "Nino Carrus" (ph. Luca Boschetto)

Gruppo dei partecipanti al convegno finale del progetto, tra cui i rappresentanti dei soggetti partner: Maria Lucia Piga – Responsabile Scientifica di progetto, Lino Zedda, Sindaco del Comune di Baradili, Fausto Mura e Rosanna Carboni, rispettivamente Presidente e Vicepresidente dell’Associazione culturale “Nino Carrus” (ph. Luca Boschetto)

La svolta imposta dall’emergenza sanitaria ha condotto ad una rimodulazione delle iniziali attività progettuali, fino al seguente cronoprogramma: 1) formazione da remoto sulla metodologia della organizzazione sociale di comunità, con la partecipazione di esperti impegnati sul fronte dello spopolamento, destinata a assistenti sociali e studentesse di Servizio sociale di Uniss; 2) realizzazione di due giornate laboratoriali con i cittadini dell’Alta Marmilla, in spazi esterni messi a disposizione dal Comune di Baradili; 3) disseminazione delle risultanze del progetto nell’ambito di un convegno finale, in presenza.

La cabina di regia Uniss, con la costante collaborazione e supervisione dell’Ente capofila, ha messo in campo le strategie comunicative per la promozione delle attività in una prospettiva di tipo multicanale, facendo quindi ricorso sia alle comunicazioni formali, sia ai social network, in modo da favorire la trasparenza delle attività e garantire la circolarità delle informazioni tra tutti i partner di progetto.

La prima fase ha visto come protagoniste 6 studentesse del corso di Laurea in Servizio Sociale (L39) con un progetto formativo predisposto da Uniss/Dumas per il tirocinio curriculare e 6 assistenti sociali, tra neolaureate e professioniste iscritte all’Ordine degli Assistenti Sociali Regione Sardegna. La seconda fase, realizzata con una call per la partecipazione con numero programmato dei cittadini dell’Alta Marmilla, ha coinvolto 13 abitanti del territorio nei laboratori sociali di comunità. La terza fase si è conclusa con un convegno a cui hanno preso parte i partner di progetto, i partecipanti ai lavori di gruppo, gli amministratori e i dipendenti comunali, le assistenti sociali e le studentesse iscritte a tutte le fasi progettuali. Con il contributo dell’Associazione culturale “Nino Carrus” è stato indetto il primo concorso di idee per lo sviluppo delle aree fragili “Costruire speranze a Scuola di Comunità”, il cui premio è stato assegnato a una studentessa di Servizio sociale, per la sua capacità di tenere insieme la pratica professionale del lavoro di comunità e il problema dello spopolamento delle zone interne dell’Isola [2].

Le partecipanti al primo concorso di idee "Costruire speranze a Scuola di Comunità" con la formatrice di progetto Assistente Sociale Daniela Pisu e la vincitrice Giulia Salvina Falchi, studentessa di Servizio Sociale dell'Università di Sassari (ph. Giuseppe Salis)

Le partecipanti al primo concorso di idee “Costruire speranze
a Scuola di Comunità” con la formatrice di progetto Assistente Sociale Daniela Pisu e la vincitrice Giulia Salvina Falchi, studentessa di Servizio Sociale dell’Università di Sassari (ph. Giuseppe Salis)

Le azioni progettuali sono state improntate sul problem solving collaborativo, sulla focalizzazione partecipata di istanze salienti per la comunità, nonché sull’orientamento all’empowerment, sull’efficacia delle attività proposte dall’équipe di ricerca. Un aspetto, analizzato attraverso la somministrazione di questionari di gradimento ai partecipanti, evidenzia un grado di soddisfazione molto rilevante per il 62% delle intervistate. I commenti rispetto al programma formativo riportano la richiesta di istituire, nel corso di laurea di Servizio Sociale di Uniss, maggiori possibilità di momenti di formazione come questa, considerata utile e completa.

3I laboratori sociali di comunità per ricostruire cantieri di relazioni

Il progetto ha puntato sulla valorizzazione delle esperienze e delle capacità individuali (Sen 1992) attraverso i laboratori sociali di comunità (Pisu 2018), dove il sapere esperto è quello dei cittadini che quotidianamente si incontrano e si scontrano con le sfide dettate dallo spopolamento. Per la realizzazione delle attività laboratoriali sono stati privilegiati gli spazi aperti, sia per il rispetto delle misure restrittive dovute alla pandemia, sia nell’intento di animare il territorio di riferimento. Una scelta diventata espressione dell’obiettivo a lungo termine dell’iniziativa, cioè quello di ripopolare i piccoli comuni partendo da azioni simboliche che, come questa, non rappresentano una soluzione al problema ma certamente sensibilizzano le comunità a vivere le piccole realtà in prospettiva generativa. Un modo strategico di rivivere il territorio nell’intento di riportare in auge il vicinato rurale. L’arte del buon vicinato può forse essere l’antidoto giusto alla malattia del nostro tempo: l’individualismo, con un portato di sofferenza a carico delle persone, perché chi vive isolato è più fragile e facilmente manipolabile. La ricostruzione di questo microsistema di vita ha consentito di abbattere le barriere del silenzio che lo spopolamento è riuscito ad innalzare, per offrire ai cittadini un’occasione di uscire da solitudine e ripiegamento su di sé.

Partecipanti al convegno finale

Partecipanti al convegno finale

Il coordinamento del team Uniss, unito alla professionalità delle assistenti sociali impegnate nei lavori di gruppo con il ruolo di facilitatrici, ha contribuito a gettare le basi per un clima accogliente e collaborativo, che ha consentito di portare avanti le tre attività indicate dall’équipe di ricerca e, successivamente, definire nuovi scenari sulla qualità del popolamento delle aree fragili. L’individuazione dei punti di forza e di debolezza del territorio in questione ha fatto emergere un quadro delle zone interne dove forte è lo spirito identitario delle popolazioni che vi abitano. Uno spirito che incontra però limitazioni e vincoli, come per esempio nel caso della scarsa propensione alle relazioni esterne, dovuta alla carenza dei trasporti, che alimenta il senso di isolamento dei cittadini e la sfiducia nei confronti delle istituzioni.

La ricerca delle cinque ragioni per restare a vivere in paese è il compito assegnato, che ha orientato l’attenzione dei cittadini sulle risorse presenti, invertendo lo sguardo sull’Isola: dai margini invece che dal (presunto) centro. Le motivazioni per restare nelle aree interne sono emerse in forme piuttosto nitide. Tra queste: la migliore qualità della vita dal punto di vista ambientale, lo stile di vita più sano, la possibilità di avere contatti umani e sociali più gratificanti, il fatto che il posto in cui si vive piace e offre risorse da sfruttare.

La co-progettazione di servizi utili alla collettività e alla rigenerazione della solitudine strutturale delle zone interne ha evidenziato un quadro organico di settori su cui intervenire: dai trasporti ai servizi per la persona, fino alla riqualificazione del territorio con investimenti pubblici per concedere in affitto o in comodato d’uso gratuito, a giovani disoccupati, i terreni in stato di abbandono, nella prospettiva di coltivare prodotti che rispettino la vocazione del territorio.

Emerge pertanto un primo bilancio dei bisogni di queste aree: invertire la rotta dello spopolamento (Barca 2019) con l’ascolto strutturato delle voci dei territori (Arminio 2013) per rigenerare quel capitale creativo (Florida 2019) che può dare risposte sul piano economico e sociale, oltre che su quello simbolico e identitario: percorrendo questa strada è possibile gettare le basi affinché le aree interne reagiscano consapevolmente alla marginalità (Piga 2019).

61qkasz73yl4. Verso la rinascita dei territori dell’Alta Marmilla: le proposte di sviluppo locale partecipato

Le risultanze della ricerca-azione e, in particolare, i dati emersi dai laboratori sociali di comunità, mettono in luce il bisogno di restituire la dovuta centralità agli abitanti e alle comunità delle zone interne. Un’inversione di rotta che potrebbe essere auspicabile con l’istituzione delle Scuole di Comunità, organizzate con cadenza annuale nei diversi comuni del territorio in argomento.

Le Scuole, a carattere itinerante, si propongono come officine di opportunità, campus estivi destinati a studiosi nel campo dell’organizzazione sociale di comunità, nell’ambito dello sviluppo locale e del turismo culturale-esperienziale. Un intervento con il quale promuovere lo sviluppo di partnership guidate dalle Amministrazioni locali, capaci di sviluppare sinergie e contaminazioni con associazioni culturali, ordini professionali, terzo settore, fattorie didattiche, piccole e medie aziende.

Ogni scuola, potrebbe avere una segreteria organizzativa costituita dagli abitanti locali che, con la guida del team Uniss/Dumas e delle rispettive Amministrazioni, si occuperebbero di porre in essere tutte le azioni necessarie, dalla promozione dell’iniziativa sino alla gestione delle singole fasi progettuali. La composizione della segreteria organizzativa potrebbe essere un’attività curata dall’Amministrazione comunale attraverso un’apposita call, promuovendo la partecipazione dei giovani, incentivando la collaborazione delle Consulte giovanili laddove presenti e sollecitandone l’istituzione dove assenti.

L’azione di supervisione della partecipazione civica permetterebbe di incrementare le opportunità di auto advocacy degli abitanti, nonché di promuovere le loro capacità di accedere alle stesse opportunità “dei centri”, pur scegliendo di vivere “ai margini”, con una formazione mirata alla conoscenza delle risorse nazionali ed europee disponibili per lo sviluppo locale. In questa prospettiva, il sapere degli esperti è quello degli abitanti locali che, coadiuvati da facilitatori e da verbalizzanti, possono orientare i partecipanti a riflettere su diversi scenari (tra cui l’istituzione delle cooperative di comunità, il microcredito, l’incubazione di impresa e altro ancora) sviluppando tecniche di progettazione partecipata.

411eojgytalLa riflessione sulle opportunità di sviluppo dei territori potrebbe essere articolata in diverse fasi: 1) conoscenza del territorio attraverso passeggiate di comunità, organizzate dagli abitanti locali per guidare i partecipanti nella conoscenza del patrimonio locale e la mappatura delle risorse esistenti; 2) focus group costituiti da cittadini, facilitatori, studenti e studiosi, da realizzarsi in spazi esterni e significativi per il territorio; 3) convegno finale destinato alla condivisione pubblica e valutazione riflessiva circa i risultati raggiunti.

Il carattere itinerante delle Scuole di Comunità avrebbe ricadute positive non solo sul tessuto economico, grazie all’arrivo degli studiosi ospiti nelle strutture ricettive locali, ma anche nel tessuto sociale.  Potrebbe infatti rinsaldare, tra i comuni attigui, quei valori di solidarietà e di collaborazione minati dall’individualismo di cui lo spopolamento voracemente si alimenta.

La presente proposta progettuale non può certamente configurarsi come misura che “risolve” l’emorragia demografica delle aree fragili. Tuttavia, restituire ai comuni delle zone interne la loro centralità di “catalizzatori di sapere”, è un fatto che riaccende i riflettori e i microfoni sul buio e sul silenzio dello spopolamento. È un piccolo ma importante passo che può sensibilizzare gli attori regionali verso interventi strutturali di sviluppo, nell’ambito di una programmazione che possa riconoscere, a questo protagonismo dei piccoli centri, anche finanziamenti ad hoc.

Baradili

Baradili

5. Conclusioni

La differente declinazione della modesta estensione demografica del Comune, unita a strategie di policy locale attente alla ricerca sociale e alle opportunità di benessere per i propri cittadini, hanno orientato l’analisi verso lo sviluppo di due direzioni fondamentali per la rinascita delle aree interne: 1) la formazione di studenti e studiosi nel campo della organizzazione sociale di comunità e, più in generale, nell’ambito dello sviluppo locale; 2) la formazione dei cittadini e, in particolare dei giovani, rispetto alle modalità di accesso alle risorse nazionali ed europee per rivitalizzare il tessuto economico e imprenditoriale, in modo da trovare nel contempo le ragioni per  “restare in paese”.

L’investimento in formazione risulta, dunque, un’azione utile per invertire la rotta dello spopolamento. Come? Preparando i cittadini a dialogare in rete e formando i professionisti a “saper leggere” i cambiamenti sociali, interrogandosi soprattutto sui motivi per restare. Le idee progettuali proposte dai due gruppi di lavoro evidenziano, infatti, che abbiamo a che fare con giovani che certamente vogliono stare dentro la famiglia, la chiesa, la scuola, l’azienda, il piccolo centro ma con mutati ruoli e atteggiamenti rispetto al passato.

In conclusione, le risultanze del progetto mettono in luce la centralità restituita a Baradili, il più piccolo comune della Sardegna dal punto di vista demografico. Il comune, nella sua qualità di ente capofila del progetto, ha mobilitato la rete delle risorse formali e informali, trasformandosi in un’officina di opportunità per riflettere sulla qualità del popolamento nelle aree interne. Questa esperienza, evidenziata tra le notizie di cronaca dai due quotidiani dell’Isola, oltre che da varie testate on line, ha rappresentato un’opportunità di condivisione, per i cittadini, gli amministratori, gli studiosi, le assistenti sociali e le studentesse di Servizio Sociale. In particolare, queste ultime si sono impegnate a sperimentare, come agenti del cambiamento, gli strumenti e la metodologia dell’organizzazione sociale di comunità in un setting privilegiato: il territorio reale, quello in cui non solo i bisogni, ma anche le visioni del cambiamento quotidianamente si manifestano. 

Dialoghi Mediterranei, n. 52, novembre 2021 
[*]  I paragrafi 2 e 5 sono di Maria Lucia Piga, mentre i paragrafi 1, 3 e 4 sono di Daniela Pisu.
Note 
[1] L’iniziativa nasce dal progetto di ricerca della dott.ssa PhD e Assistente Sociale Daniela Pisu, “La Primavera dei paesi: i laboratori sociali di comunità come volano di sviluppo locale. Una proposta progettuale per i territori dell’Alta Marmilla”, premiato nel 2017 dall’Associazione culturale Nino Carrus, con l’obiettivo di recuperare gli strumenti e la metodologia propri dell’organizzazione sociale di comunità in stretta sinergia con le amministrazioni, gli abitanti, le associazioni e gli enti del terzo settore attivi nel territorio. La Responsabile scientifica dell’iniziativa è la Prof.ssa Maria Lucia Piga e il team di ricerca comprende oltre la dr.ssa Daniela Pisu (in qualità di formatrice del progetto) il dr. Giuseppe Salis (in qualità di coordinatore di progetto). Le attività di supervisione sono state portate avanti dall’Amministrazione comunale di Baradili con la costante collaborazione dell’Area dei Servizi alla Persona, nella persona del Sindaco Sig. Lino Zedda e dell’operatrice sociale, la dr.ssa Michela Mura. I laboratori sociali di comunità sono stati guidati dalle facilitatrici (le assistenti sociali dr.ssa Monia Cucca e dr.ssa Luisa Angela Pittau), mentre alla buona riuscita dei lavori di gruppo hanno contribuito le studentesse di Servizio sociale di Dumas/Uniss, Giulia Salvina Falchi, Giada Nicolai, Manuela Floris.
[2] Il premio è stato assegnato a Giulia Salvina Falchi per il suo elaborato “Ospiti digitali: dare per avere”, proposta di sviluppo per il Comune di Gonnoscodina. In tal senso si rimanda al seguente link:
https://www.linkoristano.it/2021/10/06/alla-ricerca-di-idee-per-far-vivere-i-piccoli-centri-baradili-diventa-scuola-di comunità. 
Riferimenti bibliografici 
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Maria Lucia Piga, docente associata di Sociologia generale nell’Università di Sassari, è presidente del corso di laurea in Servizio Sociale. Nel 2018 ha fondato il Centro Interdisciplinare di Ateneo Studi di Genere A.R.G.IN.O. (Advanced Research on Gender INequalities and Opportunities) e ne è, attualmente, la direttrice. Tra le ultime pubblicazioni: La tratta di esseri umani, una schiavitù mai scomparsa nell’Europa dei diritti, in Bartholini I., Piga M.L, Migrazioni forzate e diritti disattesi. Lo sguardo di genere sui bisogni di frontiera, FrancoAngeli, Milano, 2021.
Daniela Pisu, assistente sociale specialista, mediatrice familiare, PhD in Fondamenti e metodi delle scienze sociali e del servizio sociale, per dieci anni ha lavorato nel settore dei servizi alla persona e dal 2016 collabora alle attività didattiche e di ricerca dell’Università di Sassari nel corso di Laurea in Servizio sociale (L39). Ha vinto il primo premio della quarta edizione del Premio “Nino Carrus” indetto dall’omonima Associazione nell’anno 2017 con il progetto di ricerca “La Primavera dei paesi. I laboratori sociali di comunità come volano di sviluppo locale”.

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