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La ricerca in area umanistica oggi: ruolo e collocazione delle riviste scientifiche

800px-vitoria-university-library-food-science-journals-4489di Antonio Pioletti

Le riviste scientifiche

Rappresentano uno degli strumenti più efficaci per la circolazione dei risultati della ricerca scientifica. La periodicità della loro pubblicazione, a maggior ragione se trimestrale o semestrale, permette infatti di immettere in tempi più rapidi nel circuito della diffusione delle novità della ricerca contributi funzionali all’avanzamento della ricerca stessa. Non solo, tramite la varietà della tipologia delle loro possibili Sezioni (saggio, review article, presentazione di nuovi progetti di ricerca, recensioni critiche, ecc.) permette altresì di contribuire in modo tempestivo e continuativo al confronto interno alle comunità scientifiche.

Originalità dei contributi, documentabilità delle tesi prospettate, completezza di riferimenti bibliografici aggiornati, ampiezza di circolazione nazionale e internazionale, rappresentano requisiti che le riviste scientifiche dovrebbero garantire. Esse, ovviamente, non possono e non devono ridimensionare, come oggi avviene, il ruolo della “monografia”. La monografia si distingue dal saggio pubblicato in rivista o in altra sede per la sua dimensione rapportata, quanto all’aspetto quantitativo, alla complessità dell’argomento scelto chiaramente definito nei suoi confini: un unico tema relativo, ad esempio, a un autore, un’opera (ovviamente anche in quanto edizione critica), un periodo storico, o trasversale a più autori, a questioni teoriche e metodologiche, ecc. Argomento che va comunque trattato in modo organico e sistematico in tutti i suoi aspetti, con risultati originali e innovativi supportati dall’applicazione di metodi scientifici finalizzati a un’interpretazione critica – e non quindi a un cumulo meramente descrittivo di dati – fondata su una documentazione e una conoscenza bibliografica sull’argomento trattato esaustive.

È ben noto come nel corso degli ultimi anni, a partire dall’introduzione voluta dal MIUR fra i requisiti richiesti per l’ammissione alle procedure dell’ASN di una soglia legata a pubblicazioni in riviste di Classe A, verificata quest’ultima anche in riferimento ai risultati conseguiti da singoli saggi nella VQR (anche se quest’ultima dovrebbe riguardare le strutture universitarie), si sia aperto un animato dibattito all’interno della comunità accademica. È lecito chiedersi se abbia senso la previsione di una Classe A delle riviste e ancor più di un nesso con i risultati della VQR, parametro che si vorrebbe “oggettivo”, il che suscita invero non poche fondate perplessità.

È ben noto come gran parte del dibattito che su questi temi si è finora sviluppato abbia posto al centro dell’attenzione le scelte operate dall’ANVUR, il che, sia lecito affermare, risulta, per quanto necessario e utile, non poco riduttivo. Nostro principale interlocutore infatti, è da dichiarare d’emblée, non possono che essere le cosiddette classi dirigenti, in particolare i governi – e relative scelte sul sistema universitario – che a partire dal Berlusconi IV (2008-2011) e dalla devastante Legge Gelmini (2010), si sono succeduti, nonché, va da sé, il governo attuale orientato, come pare, a privilegiare il nesso formazione e ricerca universitarie-mondo industriale, nonché a varare nuovi rovinosi provvedimenti sul reclutamento universitario.

La questione va affrontata in modo più approfondito di quanto di solito oggi, anche in riferimento ad altre tematiche, non avvenga in una fase di preoccupante regressione culturale. È da ritenere che sia necessario andare alle radici delle questioni aperte, ripristinando la funzione della critica, cioè del “saper distinguere”, privilegiando i contenuti rispetto a etichette del burocratese del tutto fuorvianti. Non si può infatti riflettere sulla valutazione delle riviste in senso lato scientifiche, cioè di uno strumento, come sopra rilevato, di diffusione dei risultati della ricerca, senza riflettere sui contenuti degli ambiti scientifici entro i quali la ricerca stessa trova origini e sviluppi. Per questo è opportuno prendere avvio da una riflessione, pur sintetica e di certo non esaustiva, sui lineamenti che non solo da oggi i saperi umanistici o, se si vuole, le scienze umanistiche, presentano.

Quale definizione di scienza, anzitutto. Così Edoardo Boncinelli, genetista e biologo molecolare:

«Un’impresa collettiva e progressiva volta a cogliere gli aspetti riproducibili di un numero sempre maggiore di fenomeni naturali e a comunicarli attraverso lo spazio e il tempo in forma sinottica e internamente non contraddittoria, in modo da porre chiunque in condizione di fare previsioni fondate e di progettare e mettere in atto “macchine” funzionanti, siano esse di natura materiale o mentale»[1].

Alcune domande in fase di avvio

Quali le interrelazioni fra saperi umanistici e altri ambiti scientifici? Quali la loro natura e funzione specifica? Con quali paradigmi si stabilisce che cosa in ambito culturale è “utile”, che cosa inutile”?

Infine, che cosa significa e che cosa comporta dichiarare che «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento», come prevede l’articolo 33 della Costituzione italiana, il che riguarderebbe e l’oggetto e le modalità della ricerca scientifica?

ceseraniInterrelazioni

Mi sembra invero del tutto scontata e di sottolineatura pleonastica una riflessione sulle interrelazioni fra l’area filologico-letterario-linguistica e gli ambiti scientifici oggi interni alle Aree CUN dall’XI alla XIV, e in particolare quelli storici, antropologici, economico-sociali e giuridici.  Meno scontata quella sulle interrelazioni con le scienze fisico-naturali sulle quali ha scritto da par suo il compianto Remo Ceserani in Convergenze. Gli strumenti letterari e le altre discipline (Bruno Mondadori, Milano-Torino 2010) e, con Danilo Mainardi, in L’uomo, i libri e altri animali. Dialogo tra un etologo e un letterato (il Mulino, Bologna 2013).

Da tempo avverto una certa insofferenza nel vedere non di rado «elusi i termini per un impianto concettuale non strumentale che non dovrebbe prescindere dal riconsiderare […]  la terminologia che adottiamo, la sua corrispondenza allo sviluppo delle scienze stesse, l’esigenza che della scienza e della cultura si abbia una visione sistemica che includa le loro articolazioni e specificità in quanto parti che concorrono a un fine comune, e non concorrenti in una sorta di duello»[2] . Ebbe a rilevare Tullio De Mauro come appare ancor oggi difficile

«mettere in discussione la sacra ripartizione tra scienze naturali o esatte, da un lato, e scienze umane, dall’altro. Essa attraversa gli sforzi di classificazione delle scienze da Ampère a Windelband, Naville e Diltey ed è concrezionata con l’organizzazione attuale degli studi in ogni parte del mondo»[3],

e si chiede:

«furono scienziati inesatti e innaturali grandi storici e filologi come Gaetano De Sanctis o Guido Calogero, Federico Chabod o Antonino Pagliaro o Ranuccio Bianchi Bandinelli e, invece, furono scienziati inumani grandi fisici o biologi come Emilio Segrè, o Giuseppe Montalenti?»[4].

saperuQui possiamo procedere solo tramite alcuni fra i tanti riferimenti che è possibile indicare e per i quali rinvio al già citato Convergenze di Ceserani e al mio sopra citato Quali saperi umanistici oggi. I campi da prendere in esame sarebbero i rapporti reciproci intercorsi negli studi di critici della letteratura, filosofi, matematici, fisici e chimici, biologi, antropologi e paleontologi, storici e geografi, economisti, sociologi, giuristi, medici, psicologi, neuroscienziati e cognitivisti. Rapporti che vedono temi specifici dei diversi campi presenti in testi letterari in base ovviamente alla loro collocazione storica (cito solo Lucrezio, Dante, Diderot, Goethe, Leopardi, Calvino…); la qualità letteraria della scrittura e dell’argomentazione della saggistica “scientifica” (Galileo, Newton, Darwin, Prigogine); l’interesse per la letteratura in altri campi (la Medicina narrativa, da Lev Semenovic Vygotskij a Alexander Romanovic Lurija e a Olivier Sachs; il movimento Law and Literature).

Come non saper vedere, sommersi nella e dalla vischiosità burocratico-accademica, l’impatto avuto, ad esempio, nelle scienze umanistiche dalle rivoluzioni scientifiche venute dall’ambito della fisica, la loro profonda incidenza a livello epistemologico, la dimostrazione che la tanto a parole decantata interdisciplinarità non è semplicisticamente un metodo, quanto un nesso ineludibile nei processi e nelle teorie della conoscenza, qualcosa quindi di strutturalmente sistemico. Alcuni esempi:

La teoria del caos:

«Il caos, inteso come complessità dinamica, ci circonda ai più diversi livelli della realtà e il paradigma dell’ordine atemporale dei sistemi chiusi, che ha costituito l’oggetto privilegiato dello studio scientifico in passato e ha portato a una concezione predominante della scienza basata su “fatti immutabili” e “leggi universali”, ha anche prodotto un’immagine della realtà se non proprio “falsa” certamente “incompleta”: nell’universo fisico e in quello culturale i sistemi dinamici sembrano essere non solo quantitativamente in maggioranza ma anche qualitativamente più rappresentativi della “realtà” di quanto ci fossimo mai immaginati»[5].

Come non pensare, per proporre solo un esempio, alla «semiotica di Lotman, alla sua categoria di semiosfera e alla sua teoria della dinamica dei sistemi culturali. […] Entra in crisi una visione lineare e regolare, rigidamente determinata e statica, dei processi naturali e culturali» [6].

La categoria di entropia: inizialmente legata agli studi di termodinamica e in particolare all’indicazione del fenomeno della dispersione del calore, ha trovato con diverse accezioni applicazione nei processi della comunicazione e nella teoria dell’informazione. Come non citare Calvino:

«L’universo si disfa in una nube di calore, precipita senza scampo in un vortice di entropia, ma all’interno di questo processo irreversibile possono darsi zone d’ordine, porzioni d’esistente che tendono verso una forma, punti privilegiati da cui sembra di scorgere un disegno, una prospettiva. L’opera letteraria è una di queste minime porzioni in cui l’universo si cristallizza in una forma, in cui acquista un senso, non fisso, non definitivo, non irrigidito in un’immobilità mortale, ma vivente come un organismo» [7].

La teoria della relatività:

«[…] dal tempo assoluto e dallo spazio contenitore, al tempo quarta dimensione dello spazio, alle curvature del tempo e dello spazio, esso stesso materia. Si apre «uno sguardo nuovo sul mondo» che ha riflessi di non secondaria importanza nell’analisi dei testi letterari e delle arti figurative, lo studio del cui cronotopo risulta livello critico imprescindibile per la loro interpretazione, e nello studio più in generale dello spazio, come è dato rilevare dagli incroci fra ricerche letterarie e ricerche geografiche. In particolare da quando, superando la visione cartografica di Paul Vidal de la Blache e della geografia positivistica («un formidabile dispositivo ontologico, un silenzioso strumento per la definizione implicita, dunque irriflessa, della natura delle cose del mondo», e poi della “geografia quantitativa” (anni Sessanta e Settanta del Novecento) e di quella comportamentale, a partire dalla cosiddetta “geografia umanistica” si pone il rapporto «di quanto si chiama rappresentazione in noi, con l’oggetto», come rileva Farinelli citando Kant» [8].

Non si può altresì non rilevare, volgendo lo sguardo ad altri tempi,

«come, pressoché nello stesso periodo, a Göttingen Carl Friedrich Gauss, astronomo, e Heinrich Wilhelm Olbers, fisico a Brema, discutono su come determinare la posizione esatta delle stelle e come distinguere tra errori “costanti” e “casuali”, e nel campo della filologia classica, dopo l’appello del 1795 con cui August Wolf apriva i Prolegomeni ad Omero, si elaborano i principi di una critica testuale che porterà il nome di Karl Lachmann, fondata, tra l’altro, su criteri più rigorosi nella scelta delle lezioni da preferire sulla base, appunto, del metodo degli errori comuni» [9].

E come non cogliere gli intrecci fra scienze diverse nella biologia culturale: Ceserani cita la studiosa di origine indiana Priya Venkatesan, secondo la quale «i fatti scientifici non corrispondono a una realtà naturale, ma sono il prodotto di una costruzione sociale»[10]. Per Leonard J. Davis e David B. Morris, autori del Bio-cultures Manifesto del 2007, «la cultura e la storia debbono essere ripensate con la consapevolezza del loro inestricabile, e tuttavia altamente variabile, rapporto con la biologia» [11].

Il rapporto cultura-storia-biologia sarebbe reciproco e ineliminabile per ciascuna delle sue sfere, pena una visione riduzionista della loro funzione:

«Lo scienziato non può capire pienamente i risultati di un dato senza conoscere le circostanze storiche, sociali e culturali che circondano quel dato» [12].

Che dire infine del ruolo ricoperto negli studi di Michail Bachtin da quelli di un neurofisiologo come Aleksej Uchtomski, di un biologo come Vladimir Vernadskij, di un filosofo come Pavel Florenskij. Tralascio i nessi con le scienze cognitive e quanto dimostra lo sviluppo dell’informatica umanistica.

Natura e funzioni specifiche dei saperi umanistici

Con Franco Farinelli [13], intendo per mondo «il complesso delle relazioni (sociali, economiche, politiche, culturali) al cui interno si svolge la vita umana» e di cui la terra è «la base materiale, e perciò visibile» [14]. Ho già avuto di rilevare:

«La scienza, in quanto prodotto dell’attività umana, è nella storia, nasce dalla e si confronta con la dimensione dell’esser-ci e delle domande che ciò pone. Le domande sullo stare nel mondo coinvolgono il Sé e l’Altro, la natura, il cosmo, la sfera dei bisogni, dall’alimentazione alla salute, dal sesso al piacere estetico, dai principi della convivenza civile all’economia. Come pensare che le scienze che riguardano il pensare stesso, il trasmettere un messaggio, il rappresentare nelle arti la condizione del mondo nella sua complessità e nella sua storia, il chiedersi “da dove veniamo” e “dove andiamo”, siano inutili o separabili dalle altre che in modo diverso pongono altre domande sui tanti livelli della realtà e tentano risposte?» [15].

6206832Come non cogliere il nesso stretto che lega dimensioni materiali e immateriali? Come pensare di scindere i bisogni materiali da quelli immateriali? Come non cogliere nella letteratura la potenza di cogliere in faglie del cosiddetto reale dimensioni non previste e illuminanti per la conoscenza e per l’esser-ci nel mondo? L’umanità vive nella pienezza del tempo: «Il presente – ha rilevato Bachtin [16] –, preso fuori del suo rapporto col passato e col futuro, perde la sua unità, si dissocia in singoli eventi e cose e ne diventa l’astratto conglomerato».

Chi di fatto nega l’importanza della conoscenza del passato intende imbalsamare un presente che, sulla base di interessi consolidati, si vuole immodificabile.

Paradigmi dell’utile e dell’inutile

Se oggi vige un paradigma della conoscenza del tutto strumentale e regressivo, ebbene, bisogna comprendere che esso non rappresenta un dato “oggettivo”, consono di per sé, come eppur si sostiene da parte dei suoi apologeti, alla “natura” umana. Si tratta di un esito storico e ideologico che sta a noi stessi riuscire a ribaltare nelle dinamiche del conflitto fra sistemi e visioni culturali antitetici. Ho così rilevato in sintesi:

«[…] è bene aver chiaro che il paradigma oggi dominante non risponde a una realtà oggettiva, è il prodotto storico di un conflitto di interessi che attraversa l’intero sistema: la globalizzazione non delle conoscenze e dei diritti, ma del capitale finanziario, la costruzione di una visione del mondo neodarwiniana volta a garantire la sopravvivenza dei più forti e ad acuire le diseguaglianze, la dislocazione dei poteri nei circoli, essi sì globalizzati, delle potenze finanziarie multinazionali, la formattazione omologante di coscienze a-critiche fino alla disumanizzazione, in un mondo in cui, come rileva papa Bergoglio, “gli esclusi non sono ‘sfruttati’ ma rifiuti, ‘avanzi’ “; “Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare” (Evangelii Gaudium). È “la cultura dello scarto” che porta alla “globalizzazione dell’indifferenza”» [17].

Il primato dell’economia sulla politica, la concezione dei poteri economici come “libertà” senza controllo e delle leggi di mercato come “leggi naturali” hanno portato, fra gli altri effetti, alla «trasformazione della politica in tecnocrazia, cioè nella sapiente applicazione delle leggi dell’economia» [18]. Da qui il paradigma di ciò che è “utile”: l’utile è ciò che è subordinato al profitto immediato, al denaro che produce denaro. Per quanto ci riguarda da vicino, criteri econometrici vengono applicati impropriamente in un ambito, quello della ricerca e della formazione, che richiede invece strumenti di gestione coerenti con contenuti e funzioni di natura ben diversa dalle merci. La burocrazia che oggi opprime gli Atenei è figlia di una visione tecnocratica di efficacia ed efficienza che risulta nei fatti non adeguata, efficacia ed efficienza del sistema che vanno garantite, ma con altri presupposti e strumenti, in primis finanziamenti adeguati che tengano conto degli squilibri territoriali, programmazione pluriennale degli obiettivi di miglioramento, valutazione ex-post.

Se si vuol vedere, il fallimento delle politiche neoliberiste è sotto gli occhi di tutti. Il benessere, anche nella forma di una vita decente, non si raggiunge coltivando alcune vette della produzione o, in ambito di politiche per l’Università, privilegiando alcuni Centri e Dipartimenti e aumentando nel FFO la quota premiale per alcune Università a scapito di un aumento reale dello stesso FFO nel suo complesso con priorità da riconoscere al potenziamento della ricerca, al miglioramento, nei contenuti e nelle strutture, della didattica, al diritto allo studio, al superamento degli squilibri territoriali. Solo se il sistema nel suo insieme progredisce in termini qualitativi in tutti i suoi settori di importanza strategica come, appunto, la ricerca e la formazione, sarà possibile superare progressivamente diseguaglianze sociali e squilibri territoriali, garantire progressi nei processi della conoscenza scientifica e della formazione delle nuove generazioni, dopo che per diversi decenni sono state e sono condannate al precariato e, in numeri preoccupanti, all’emigrazione.

51nr-tybvzl-_sx360_bo1204203200_Riviste, libertà di ricerca, valutazione

Non entrerò nel merito di polemiche che per lo più non si fondano su una riflessione relativa ai presupposti che dovrebbero guidare una valutazione seria dei prodotti scientifici, né mi guida la pretesa di presentare un quadro organico di proposte che può derivare solo da un’elaborazione collettiva che coinvolga preferibilmente tutte le aree scientifiche. Mi limito a prospettare, in riferimento alle riviste scientifiche, solo alcuni, per me ineludibili, princìpi di base che tendano a favorire un ripensamento generale della loro funzione e collocazione anche nei procedimenti abilitativi, che ritengo tuttavia debbano essere eliminati, e concorsuali, che a mio avviso dovrebbero tornare a essere nazionali. Interlocutore è il MIUR. Le aperture dell’ANVUR per una trasversalità della classificazione delle riviste di area non bibliometrica risultano senz’altro meritorie, ma oggi, se si vuol essere coerenti, si richiede una revisione complessiva più profonda degli obiettivi che in riferimento alla ricerca scientifica il sistema universitario deve darsi.

I suoi ordinamenti devono infatti favorire: 

a) la circolazione dei saperi, non solo fra quelli strettamente umanistici, ma anche, sulla base della congruità scientifica, fra loro e quelli delle aree fisico-naturali. La specializzazione, che pur deve essere a fondamento dei Settori scientifico-disciplinari e concorsuali, deve prevedere un’apertura all’interdisciplinarità. I Settori non possono risultare gabbie entro le quali rinchiudere la funzione della ricerca e degli strumenti di pubblicazione dei suoi risultati.

b) il superamento del quantitativismo – una vera e propria “quantofrenia” come prerequisito di valutazione;

c) il primato assoluto dei contenuti sui contenitori;

d) il superamento, in ogni caso, nella valutazione delle riviste del nesso con i risultati della VQR;

e) il superamento di una gerarchia nella tipologia delle pubblicazioni scientifiche che vede di fatto il ridimensionamento della monografia a vantaggio della saggistica.

È, infine, da rigettare qualsiasi criterio di valutazione che predetermini – e non ne mancano oggi gli esempi, visto il nesso con ASN e VQR che stringe, ad esempio, la valutazione delle riviste – scelte nello svolgimento delle attività scientifiche limitando per questa via il loro libero manifestarsi. In sostanza, se si vuole proprio prevedere una Classe A delle riviste scientifiche, occorrerebbe quindi distinguere tra due livelli: 

  1. valutazione complessiva specifica delle riviste in base alle tematiche trattate, alla loro tradizione, all’adozione di procedure di valutazione e accettazione peer review degli articoli, alla presenza di un Comitato scientifico internazionale, al rispetto della periodicità: la presenza quindi di studiosi in servizio o fuori servizio, strutturati e non, italiani e non, senza limiti e forzate percentuali che limitino la libera trattazione delle linee di ricerca previste;
  2. eventuale requisito per procedure valutative (ASN, VQR, ecc.) che riguardino solo docenti italiani strutturati.

Conclusioni

Così concludevo il mio Quali saperi umanistici oggi, in termini che purtroppo ancor oggi sono attuali: 

«Tramite fra le generazioni, dovremmo riconnettere i fili. Partire dalla vita per far vivere con rigore l’ansia dello studio, e dallo studio per tentare di comprendere la vita in tutti i suoi aspetti. Allora, forse, ogni disciplina non apparirà come un morto viluppo di memorie. Allora, forse, capiremo che ogni canone va rivisitato e immesso soprattutto in percorsi tematici che permetteranno ai classici di non finire «di dire quel che hanno da dire» [19].

Mi si permetta di concludere con due metafore utilizzate, la prima, dal filosofo Yehuda Elkana, convinto che

«ogni mutamento che consente una crescita della conoscenza […] appare […] come la spola di un telaio che si muove rapidamente fra differenti strutture e presupposti» [20].

21d0b3832439c3a48e8bc5925d54960e_w_h_mw600_mh900_cs_cx_cyla seconda, dall’antropologo, sociologo, psicologo Gregory Bateson a proposito di un necessario ripensamento di una tradizione di pensiero che ha le sue basi nel determinismo, nella dicotomia mente-natura, nell’interesse predominante per gli aspetti divisibili del mondo, per una visione delle cose ancorata al loro essere più che ai loro mutamenti, alla sostanza più che all’interazione fra esse. Si tratta di pensare le strutture «come una danza di parti interagenti» [21].

Le scienze umanistiche in una siffatta visione integrata dei saperi possono rappresentare un connettore delle domande sul senso delle cose che l’umanità si pone, con la ricchezza del patrimonio-in-movimento di memoria storica, di speculazione filosofica, di beni culturali, letterari e linguistici, di miti, credenze e religioni, che rappresenta il loro campo di applicazione. Una realtà da cui non si può prescindere per tentare di capire il mondo, per le sorti di una cittadinanza attiva e della democrazia.

Lo capiranno le classi dirigenti e i governanti? Non è agevole che avvenga, ma se sottovalutassimo la posta in gioco, chiusi nei circuiti dell’autoreferenzialità e della rassegnazione, non avverrà di certo.

Una forte, nuova motivazione può e deve sorreggerci.

Dialoghi Mediterranei, n. 51, settembre 2021 
Note
[1] E. Boncinelli, I connotati della scienza, in «Micromega» 5, 2015: 128 (127-60).
[2] A. Pioletti, Quali saperi umanistici oggi. Riflessioni su Convergenze di Remo Ceserani, in «Le forme e la storia», n. s. X, 2017, 1: 13-14 (13-30).
[3] T. De Mauro, Scienze inumane e scienze inesatte, in Saperi umanistici oggi [=«Le forme e la storia» 2011, 1-2: 139 (137-43).
[4]  Ibidem.
[5] Bruce, cfr. Ceserani, Convergenze, cit.: 52.
[6] Cfr. A. Pioletti, Quali saperi, cit.: 19.
[7] I. Calvino, Lezioni americane. Appendice, in Id., Saggi 1945-1985, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 20013, voll. 2, I: 751 (627-753). 
[8] F. Farinelli, Sulla genealogia del sapere geografico /e per l’agenda geografica post-moderna, in Saperi umanistici oggi, cit.:216 (213-22); cfr. Pioletti, Quali saperi, cit.: 20-21.
[9] A. Pioletti, Quali saperi, cit.: 21.
[10]  R. Ceserani, Convergenze, cit.: 26).
[11]  R. Ceserani, Convergenze, cit.: 74.
[12] Ivi: 75.
[13] Cfr. il suo Geografia. Un’introduzione ai modelli del mondo, Einaudi, Torino 2003: 6.
[14] Ivi: 7.
[15] A. Pioletti, Quali saperi, cit.: 28.
[16]  M. Bachtin, Le forme del tempo e del cronotopo nel romanzo, Einaudi, Torino 1979: 293.
[17] A. Pioletti, Quali saperi, cit.: 27-28.
[18] L. Ferrajoli, Ma l’economia è democratica?, in “Lo Straniero”, dicembre 2012/gennaio 2013 – n. 150/151.
[19]  A. Pioletti, cit.: 29-30.
[20] S. Salvestroni, Nuove chiavi di lettura del reale alla luce del pensiero di Lotman e dell’epistemologia contemporanea, in Ju. Lotman, La semiosfera, Marsilio, Venezia 1985: 9 (7-46).
[21] G. Bateson, Mente e natura, Adelphi, Milano 1984: 27.

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Antonio Pioletti, professore emerito di Filologia romanza dell’Università degli Studi di Catania, ha condotto le sue ricerche negli ambiti delle letterature francese, spagnola e italiana medievali, della teoria della letteratura e della comparatistica, con interessi rivolti anche al Moderno e al Contemporaneo. Sue pubblicazioni principali sono Forme del racconto arturiano (1984); Renaut de Beaujeu, Il bel cavaliere sconosciuto (1992); La fatica d’amore. Sulla ricezione del Floire et Blancheflor (1992); La porta dei cronotopi (2014); La porta dei cronotopi 2 (2019); Filologia e critica. Contro gli stereotipi (2021). Vasta la produzione saggistica su testi epici, materia arturiana, Commedia di Dante, rapporti letterari e culturali fra Oriente e Occidente, rappresentazione letteraria dell’alterità, ricezione delle letterature romanze, canone letterario, costruzione del tempo-spazio nei testi letterari. È condirettore delle riviste «Critica del testo» e «Le forme e la storia», oltre che della Collana «Medioevo Romanzo e Orientale».

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