Il 2 giugno di quest’anno (2026), nell’ottantesimo della Repubblica italiana, il presidente Sergio Mattarella ha invitato a dire che cosa pensiamo della Repubblica. Ecco in estrema sintesi il mio pensiero.
La Repubblica è in linea di principio meglio della Monarchia. Ma esistono repubbliche e repubbliche. Erano repubbliche (aristocratiche) anche Genova e Venezia, con Pisa ed Amalfi le grandi “repubbliche marinare” italiane. Era repubblica, sin dalla sua definizione, anche la mussoliniana Repubblica di Salò, dittatoriale e criminale. Era una repubblica (orrenda) anche la Germania nazista. Ed era un’unione di repubbliche l’Urss: Unione, per lo più involontaria e coattiva, di sedicenti Repubbliche Socialiste Sovietiche, peraltro senza socialismo e senza soviet, sin dal tempo della repressione di Kronstadt (1921), insorta invano per difendere i soviet.
La vigente Costituzione italiana (1948) ha pertanto accoppiato, nel suo primo articolo, repubblica e democrazia, definendo l’Italia una “repubblica democratica fondata sul lavoro”. Ma anche il termine “democratico” è stato (ed è ancora), almeno in parte, soggetto a tante interpretazioni diverse (alcune semplicemente assurde, ma condivise anche da non pochi membri dell’Assemblea costituente). Basti dire che quasi tutti i Paesi caduti dopo la Seconda guerra mondiale sotto il dominio sovietico si definivano “repubbliche democratiche” (a volte con l’aggiunta, non meno equivoca, di “popolari”), a partire dalla Germania orientale, la sedicente Repubblica Democratica Tedesca (che ho ben conosciuto, essendo andato a studiare a Berlino, ovest ed est, nel 1961, subito dopo la costruzione del “muro”, ancora transitabile senza problemi da chi avesse un passaporto diverso da quello della Repubblica Federale Tedesca; i cittadini della Germania orientale venivano invece presi a fucilate dai militari di quella Repubblica democratica se tentavano di passarlo).
Anche in Italia vi è stato un ampio uso (in parte mistificatorio) del termine “democratico” (a volte opportunisticamente utilizzato, invece del termine comunista o paracomunista o, più genericamente, di sinistra). Ricordo, per esempio, dopo il ‘68, l’Associazione dei Genitori Democratici e, prima ancora, quella di certi magistrati (Magistratura Democratica, costituitasi del 1964), che si definivano così come se tutti gli altri genitori e tutti gli altri magistrati non lo fossero. Simile anche il caso di certi raggruppamenti politici (come i “demoproletari”, presentatisi per qualche anno anche alle elezioni politiche).
Bisognerebbe quindi aggiungere a Repubblica democratica anche l’aggettivo “liberale”, spesso però inficiato anch’esso da equivoci, perché inteso come di “destra”, anche per la confusione di liberalismo e liberismo. Si veda in proposito la discussione fra il filosofo Benedetto Croce, già autore del Manifesto degli intellettuali antifascisti nel 1925, e l’economista Luigi Einaudi, poi primo presidente della Repubblica italiana, dopo la presidenza provvisoria di Enrico De Nicola (personalmente monarchico), con torti e ragioni da entrambe le parti.
Proprio per questo dal Partito liberale (di cui dal 1943 al 1947 fu presidente Croce) nel 1955 si distaccò l’ala di sinistra, che diede vita al Partito radicale (con Bruno Villabruna, quando Marco Pannella, che lo avrebbe “rifondato” negli anni ‘60, era ancora poco più che un ragazzo un po’ “rompiscatole”: la definizione è di Eugenio Scalfari, allora autorevole membro della direzione dell’originario partito radicale, così come Ernesto Rossi, co-autore del Manifesto di Ventotene, e diversi altri Amici del “Mondo”), mentre il Partito liberale, non più bilanciato da quella componente, divenne un partito sempre più chiaramente di destra, sotto la guida peraltro autorevole di Giovanni Malagodi, che lo avrebbe portato a uno straordinario ma breve trionfo alle elezioni comunali di Milano.
Ma il principale scontro politico nei primi decenni del dopoguerra fu quello che oppose, da un lato, la Democrazia Cristiana e i suoi alleati (i cosiddetti partiti laici centristi: Partito liberale, Partito repubblicano e Partito socialista democratico, nato da una scissione dal Partito socialista guidata da Giuseppe Saragat, poi diventato presidente della Repubblica) e, dall’altro, il Partito comunista e il Partito socialista, guidato da Pietro Nenni, a lungo suo subalterno alleato, per il patto di “unità d’azione”). Ciò rifletteva anche la situazione internazionale, segnata dalla “guerra fredda” in corso fra il blocco occidentale e il blocco comunista. La Repubblica ne fu a lungo segnata, sino a perdere quell’apertura che le dovrebbe essere intrinseca.
Avevo otto anni al tempo delle elezioni del 18 aprile 1948, ma ne ricordo i riflessi diffusi in tutta la popolazione. Basti dire che nel 1948 anche noi bambini, invece che a “guardie e ladri”, giocavamo a “democristiani e comunisti”, naturalmente intercambiandoci i ruoli con infantile innocenza. Quelle elezioni furono vinte dalla Democrazia Cristiana, anche per la mobilitazione del clero (andarono a votare per la prima volta anche le suore di clausura) e delle donne (che avevano da poco acquisito il diritto al voto). Leo Longanesi commentò icasticamente: “Ci hanno salvato le vecchie zie”.
Dopo il ‘68, che dette una fatidica scossa alla situazione, e l’“autunno caldo” sindacale del 1969, lo scontro divenne molto più grave. Da un lato, tentativi di repressione, a partire dalla “strage di Milano”, con la bomba posta alla Banca dell’Agricoltura da gruppi di estrema destra, con la complicità, riconosciuta molti anni dopo, di forze deviate dello Stato; dall’altro, spinte rivoluzionarie, o pseudo-tali, culminate nella “lotta armata” da parte di piccole bande, desiderose di emulare quel che accadeva in altre parti del mondo. Un tragico periodo segnato da centinaia di morti e feriti, il cui simbolo resta l’assassinio a freddo nel 1978 di Aldo Moro, già presidente della Democrazia Cristiana e cinque volte capo del governo, dopo l’uccisione della sua scorta e il suo sequestro, in un agguato di “geometrica potenza” (l’espressione è di Toni Negri, il teorico di “autonomia operaia”).
L’affermazione nel Partito socialista della corrente di orientamento “autonomista” permise l’entrata di questo partito nel governo di coalizione e poi il governo (sempre di coalizione) guidato dal socialista moderato Bettino Craxi. Ormai incombeva però la crisi dei vecchi partiti tradizionali. Dopo la “caduta del muro di Berlino” (9 novembre 1989) e il dissolvimento dell’Unione Sovietica (26 dicembre 1991) anche il Partito comunista italiano cambiò prima nome e poi, in parte, politica. Ciò aprì la strada a un rimescolamento delle carte, soprattutto dopo le inchieste giudiziarie e i processi di “mani pulite”, che colpirono il Partito socialista più di ogni altro partito (peraltro quasi tutti toccati) e spinsero Craxi a rifugiarsi all’estero, dove morì.
In questa situazione “scese in campo” l’imprenditore immobiliare Silvio Berlusconi, presidente del Milan, che, anche grazie a Craxi, aveva potuto rompere il monopolio massmediatico della Rai (controllata dai partiti tradizionali) e costituire un vasto impero televisivo. Il suo movimento, nuovo di zecca, “Forza Italia”, vinse immediatamente le elezioni, permettendogli di formare un governo, con il sostegno di altre due formazioni prima estranee alle coalizioni governative (la regionalista Lega Nord, di recente formazione, e il Movimento Sociale, ancora di orientamento neofascista, che, dopo quello “sdoganamento”, avrebbe cambiato nome e in parte politica). Ma Berlusconi cadde presto, per risorgere più tardi, dopo una lunga “traversata del deserto”.
Nel frattempo era andata al governo una coalizione (prima impensabile) fra gli eredi della vecchia Democrazia Cristiana e del vecchio Partito comunista; poi un nuovo movimento di contestazione radicale, il “Cinque Stelle”, fondato da un comico geniale, che però lasciò la guida del governo a un’allora sconosciuto avvocato di provincia, Giuseppe Conte, che, addolcendo l’originario orientamento di quella formazione, si alleò prima con la Lega (spostatasi a destra) e poi con il Partito democratico (la denominazione assunta dalla citata alleanza fra ex comunisti ed ex democristiani, con varie aggiunte), che, per un breve periodo, aveva anche governato, con l’ex sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ora a capo di un suo piccolo partito.
Il resto è storia recente, che è inutile riassumere qui, se non per segnalare l’arrivo alla presidenza del Consiglio, nel 2022, di una donna, Giorgia Meloni, frutto lontano (così come l’ormai notevole partecipazione femminile alla vita politica e sociale) dell’estensione alle donne del diritto di voto nel 1946, al tempo del referendum per Repubblica.
La Repubblica ha resistito per tutti questi anni a tutte le prove, per quanto non indolori, grazie anche (e forse soprattutto) a presidenti onesti e impegnati, e con una straordinaria storia personale, come Sandro Pertini, Carlo Azeglio Ciampi e, ora, Sergio Mattarella.
Ma chi sono i cittadini della Repubblica? Il problema si è posto con forza dopo il passaggio dell’Italia (anche statistico, nel 1973) da Paese di emigrazione (il primo in Europa) a Paese di immigrazione (ora gli immigrati regolari sono più di 5 milioni, grazie anche alle ampie e numerose regolarizzazioni straordinarie, comunque definite, avvenute nel tempo). La cittadinanza in Italia è stata a lungo per ius sanguinis (anche per attribuirla ai figli nati all’estero da emigrati italiani) e non per ius soli. Ora questo criterio è stato in parte moderato, per permetterne l’acquisizione alla maggiore età da parte dei nati in Italia da immigrati regolari stranieri (che, peraltro, già l’acquisiscono automaticamente, a qualunque età, se uno dei genitori l’acquisisce dopo un periodo di residenza regolare in Italia: dieci anni per i non comunitari). Il problema è aperto e costituisce una sfida importante per la Repubblica, ove il tasso di natalità è uno dei più bassi del mondo (1,14 nati per donna, contro il 2,2 richiesto per il mero ricambio della popolazione), con tutti i ben noti effetti, demografici, economici, sociali e culturali.
Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
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Umberto Melotti, ha insegnato Sociologia e Antropologia culturale all’Accademia di Brera, all’Università di Pavia e, come ordinario, per ventisei anni, alla “Sapienza”. Ha fondato e diretto la rivista “Terzo Mondo” ed è stato a lungo membro della direzione dell’“International Review of Education”, pubblicata in tre lingue dall’Unesco. Fra le sue numerose pubblicazioni: Marx e il Terzo Mondo (Il Saggiatore, 1972), tradotto in inglese, spagnolo e cinese; L’immigrazione: una sfida per l’Europa (Edizioni Associate, 1992); Etnicità, nazionalità e cittadinanza (Seam, 1999); Migrazioni internazionali, globalizzazione e culture politiche (Bruno Mondadori, 2004), parzialmente tradotto in molte lingue; Marx: passato, presente, futuro (Meltemi, 2019).
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