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La narrazione familiare a tavola tra socializzazione e agency politica

tavola_attenzione-alla-posizione-delle-posate-1024x724di Maura Scimeca

Oltre a essere un prodotto individuale, testuale e cognitivo, la narrazione può essere considerata come una pratica sociale discorsiva in grado di assolvere vari scopi interazionali. In quanto pratica sociale, l’attività narrativa svolge un compito essenziale nella costruzione dell’identità sociale personale e collettiva (Ochs, Sterponi 1996). È quindi per questa ragione che gli analisti della conversazione, nello studio delle narrazioni, oltre a indagarne l’organizzazione sequenziale e la dimensione interattiva analizzando i turni di parola, le strategie di apertura e di chiusura del discorso e la configurazione della partecipazione dei diversi interlocutori, hanno cercato di coglierne e approfondire anche la funzione sociale. Si è trattato pertanto di un progetto di ricerca teso a comprendere non solo «come l’attività narrativa prende forma nella conversazione ma anche […] che cosa la narrazione sta realizzando in termini di azione sociale» (Ochs, Sterponi 2003: 134).

Le funzioni della narrazione sono, invero, molteplici: intrattenere, persuadere, ottenere consenso, esprimere un’opinione, avanzare una richiesta, risolvere un problema, ecc. (Petraki 2002; Ochs, Sterponi 2003). Tipologie narrative quali l’aneddoto, il racconto di esperienze personali, il reporting di episodi di attualità costituiscono solo una piccola parte della vasta gamma di narrazioni che ricorrono con frequenza nella nostra quotidianità e che presentano una configurazione sequenziale costante. Naturalmente, poi, ogni gruppo sociale e culturale possiede un proprio repertorio di narrazioni più o meno tipizzate, destinate ad assolvere un certo numero di compiti. A ciò si aggiunge il fatto che i tipi narrativi dai tratti facilmente codificabili sono accompagnati da una lunga serie di narrazioni meno riconoscibili e di conseguenza più difficili da etichettare.

Elinor Ochs e Lisa Capps (2001) hanno, da parte loro, cercato di individuare un criterio dimensionale che permettesse di distinguere questi due tipi narrativi e lo hanno identificato nel cosiddetto livello di integrazione. Adottando come variabile il livello di integrazione, nell’ambito delle conversazioni quotidiane, possiamo individuare, da un lato, degli episodi narrativi isolati e circoscrivibili, dove i partecipanti sono inequivocabilmente impegnati nell’attività del narrare, dall’altro, delle narrazioni dai confini meno visibili, mimetizzate all’interno di altre attività discorsive. L’esistenza di narrazioni ad alto livello di integrazione mostra come l’attività narrativa abbia un raggio di diffusione che va ben oltre la sfera della fiaba della buonanotte o del racconto intorno al fuoco.

In altre parole, la narrazione non è una semplice parentesi tra un’attività e l’altra della nostra giornata, ma è alla base di quell’insieme di pratiche discorsive di cui è intessuta la nostra esistenza. La pervasività del fenomeno narrativo ci aiuta a comprendere il perché tale attività sia coinvolta anche nel processo di costruzione di identità discorsive, sociali, culturali e politiche all’interno dei più svariati contesti culturali e situazionali.

ochs_capps_livingnarrative_1Gli studiosi della socializzazione linguistica, prendendo in conto i processi linguistici che organizzano la trasmissione e l’acquisizione di un habitus all’interno di una o più comunità, hanno deciso di intraprendere un’analisi capillare e approfondita dell’attività narrativa e delle sue implicazioni sui processi di formazione identitaria, indirizzando le proprie ricerche verso uno studio delle «local narrative practices – in all their complexity and variability – as both the prism through which to study socialization and the mechanism through which socialization transpires» (Miller et al. 2011: 190). Obiettivo prioritario di tale ricerca è stato quello di restituire, mediante la raccolta di un’ingente quantità di dati e di informazioni, non solo la complessità ma anche l’eterogeneità delle pratiche narrative, ossia la variabilità dei generi narrativi e la molteplicità delle forme che ciascun genere può assumere all’interno di una o di un’altra comunità (ibidem).

Ma il tratto davvero originale di questo approccio consiste nello studio della narrazione nel contesto. Esaminando i meccanismi di acquisizione di un habitus, ma anche i processi di costruzione di identità sempre variabili, molteplici e vicarianti, gli studiosi della socializzazione linguistica si sono chiesti e continuano a chiedersi quali contesti e, più precisamente, quali sentieri partecipativi siano accessibili ai novizi e ai bambini all’interno degli eventi narrativi. Tale quesito ha un grande peso non solo perché indirizza la ricerca verso una direzione specifica (comprendere come i membri “meno competenti” di un gruppo sociale acquisiscano norme e valori fondamentali della propria comunità di appartenenza), ma anche perché marca la differenza tra l’impianto etnopragmatico degli studi sulla socializzazione linguistica e i developmental studies, i quali, a differenza dei primi, si basano su narrazioni estrapolate e separate dai contesti.

Concentrare l’attenzione sui sentieri di partecipazione accessibili ai bambini e ai novizi nell’ambito degli eventi narrativi consente anche di fare luce su un aspetto importante: i novizi e, in modo particolare, i bambini, partecipano alle narrazioni non solo nel ruolo di co-narratori ma anche in qualità di ascoltatori casuali (come nel caso degli shaping-the-mind events dei Kwara’ae). Questo significa che la co-costruzione narrativa dell’identità da parte della famiglia o della società avviene anche mediante processi di ascolto attivo (Fung, Miller, Lin 2004). Va inoltre precisato che, all’interno di molti gruppi sociali, la mancata partecipazione dei bambini alla conversazione è dovuta al fatto che essi non vengono ratificati dagli altri membri come narratori esperti in grado di riportare in maniera autonoma le proprie esperienze. In casi come questo, gli adulti possono prevenire o subentrare nelle narrazioni riguardanti i propri figli. L’esempio tipico è quello della visita medica in cui i genitori intervengono nella comunicazione sostituendosi ai figli nella descrizione dei loro sintomi. È molto raro che venga chiesto ai bambini di parlare in prima persona dei propri disturbi: di norma, sono i genitori a costruire con l’aiuto del pediatra una narrazione relativa alle condizioni di salute del bambino (Miller et al. 2011)

Social but not socialUno dei contesti di socializzazione più studiati da un punto di vista discorsivo è la narrazione familiare a tavola, luogo di scambio dove le identità e i ruoli di parentela sono oggetto di continue negoziazioni. Lo scambio familiare durante i pasti è anche un terreno fertile per la condivisione di informazioni, storie e resoconti, ma soprattutto uno degli spazi preposti allo sviluppo di un sistema volto a favorire la cooperazione e la risoluzione dei problemi quotidiani. È a tavola che la famiglia manifesta la sua natura di corpo politico impegnato nella gestione di fatti, di eventi e di problemi che riguardano i suoi componenti. Scegliendo come campo di studio le narrazioni familiari a tavola di una decina di famiglie statunitensi e italiane, Elinor Ochs (2006) mette in luce come la struttura politica della famiglia venga essenzialmente ricalcata e ripresa da diversi ruoli discorsivi – protagonista, richiedente, narratore iniziale, problematizzatore e problematizzato – distribuiti variamente tra i membri della famiglia stessa. Concretamente, però, il meccanismo di distribuzione dei ruoli non garantisce una partecipazione democratica di tutti i membri alla narrazione familiare.

Analizzando infatti il corpus delle registrazioni effettuate, gli studiosi della socializzazione linguistica hanno constatato come, durante la cena, i bambini abbiano un controllo piuttosto limitato sulle varie componenti delle narrazioni familiari, persino quando queste li vedono occupare il ruolo di protagonisti. Ciò vuol dire che essi non assumono il ruolo di soggetti problematizzatori ma problematizzati, pertanto esposti al giudizio critico dei genitori, i quali, nel bene o nel male, esercitano, tra le altre, anche l’autorità di decidere cosa sia degno di entrare a far parte del dominio della conversazione familiare e cosa no. Se quindi il ruolo di protagonisti e di soggetti problematizzati è assegnato ai bambini, ne deriva che tutti gli altri ruoli – dal narratore iniziale al problematizzatore – saranno distribuiti nella maniera più confacente rispetto allo specifico contesto. Ad assumere in maniera preponderante il ruolo di problematizzatore è invece la figura paterna. I fattori che rendono possibile questo sbilanciamento del potere giudicante in favore del padre convergono tutti nel concetto di narrazione asimmetrica, ossia nel principio per cui non tutti possono detenere gli stessi diritti narrativi e non tutti possono rivestire specifici ruoli all’interno di un racconto.

no-against-adult-supremacy-dog-section-pressIn molte comunità chi ha assistito e partecipato a un evento ha il diritto prioritario di narrare ciò che ha visto; tuttavia, nel caso delle famiglie analizzate da Elinor Ochs e dai suoi collaboratori, l’interazione è regolata dalla dinamica del Father-knows-best, un meccanismo che tende a legittimare il padre nel ruolo di destinatario primario dei racconti e di problematizzatore di azioni, pensieri e comportamenti dei vari membri della famiglia (Ochs, Taylor 1993; Ochs, Taylor 2006).

Per quanto riguarda i figli, il ruolo giudicante del padre è favorito dalla madre, la quale tende a introdurre e a elicitare le narrazioni con protagonisti i figli stessi rimettendole allo sguardo scrutatore della figura paterna. Un esempio:

 «MADRE: Ah: sai cosa? Racconta a papà cosa ti è successo oggi.
PADRE: Raccontami tutto ciò che ti è successo dall’istante in cui sei entrato fino…»
(Ochs, Taylor 2006: 207)

Come possiamo evincere dall’esempio riportato, lungi dall’avere una posizione marginale all’interno della narrazione, la madre esercita un doppio controllo, sia perché sceglie le storie da sottoporre al vaglio familiare, sia perché seleziona il destinatario a cui indirizzare il racconto. Ne deriva dunque che entrambi i genitori hanno un ruolo di «cooperanti nella costruzione e nella gestione del potere della narrazione secondo una dinamica che assicura a ciascuno dei due modalità complementari di controllo» (Ochs, Taylor 2006: 213).

Da un punto di vista discorsivo, il controllo perpetrato dai genitori sulle narrazioni che hanno per protagonisti i figli si sostanzia nello sbilanciamento sistematico dei diritti narrativi in favore di alcuni membri e quindi nell’acquisizione di ruoli che consentono di stabilire come indirizzare la narrazione e cosa introdurvi. Una distribuzione di ruoli narrativi che predilige i genitori come introduttori e come problematizzatori porta al configurarsi di dinamiche che offuscano la capacità dei figli di acquisire un controllo sul racconto. I membri più giovani finiscono dunque per essere vittime di quella che Foucault (1971) ha chiamato «rarefazione dei soggetti parlanti», ossia quella dinamica per la quale nessuno può accedere al discorso a meno che non soddisfi certe esigenze o non sia qualificato per farlo. Tale dinamica si presenta perché, all’interno degli episodi narrativi, non a tutti è concesso di penetrare qualunque regione del discorso: se alcune, infatti, «sembrano aperte ai quattro venti e poste, senza preliminare restrizione, a disposizione di ogni soggetto parlante», altre sono «saldamente difese (differenziate e differenzianti)» (Foucault 1971: 19).

phpthumb_generated_thumbnailjpgLa struttura che appare più adeguata a illustrare la configurazione familiare a tavola è quella del panopticon focaultiano e cioè quel meccanismo che meglio di ogni altro assicura la conservazione dell’asimmetria, dello squilibrio e della differenza. Durante il pasto serale si istituisce quindi una sorta di panoptismo genitoriale radicato su un controllo della narrazione che genera nei figli uno stato di cosciente visibilità e di esposizione al giudizio altrui (Ochs, Taylor 2006; Foucault 1976). All’interno di questa architettura narrativa, le storie e i resoconti diventano dei dispositivi discorsivi che, come le celle del panopticon, espongono i protagonisti delle narrazioni all’ispezione degli interlocutori (nel nostro caso, i genitori). In altri termini, quando le madri esortano i bambini a raccontare un fatto verificatosi durante la giornata o quando introducono esse stesse un racconto sui figli, i bambini vengono visualizzati come protagonisti le cui azioni e comportamenti devono passare al vaglio degli altri partecipanti. In questa dinamica, il ruolo paterno diventa quello del sorvegliante del panopticon incaricato di monitorare e di osservare i comportamenti dei figli-prigionieri.

Assumendo una prospettiva più specificamente politica, potremmo dire che il controllo genitoriale sulla produzione del discorso, sui turni di parola e sulla scelta dei temi della conversazione è assimilabile, in un certo senso, a quello esercitato da insegnanti e giudici su studenti e testimoni, ma anche a quello che le culture dominanti hanno esercitato ed esercitano tutt’ora a scapito delle minoranze. La costruzione di un’infanzia incapace di gestire la produzione del discorso ha come fine specifico l’affermazione dell’agency di un mondo adulto che, detenendo un controllo sull’ordine del discorso, si identifica come “dominante” appropriandosi del compito di vigilare e di intervenire sulla realtà sociale e politica (non è un caso che la sottomissione e la subordinazione dell’Altro passino spesso attraverso vere e proprie forme di infantilizzazione). Non va però dimenticato che, laddove si presenta uno squilibrio di potere o una situazione di subordinazione, i soggetti più vulnerabili possono mettere in atto delle forme di resistenza, come nel caso che segue:

Resoconto di Jodie sul vaccino (estratto)

«[…]
MADRE Sai cos’ha detto Jodie che era veramente – mi sembrava davvero intelligente? (.) e veramente una buona idea?
OREN Cosa
MADRE Ha detto che non poteva resistere ad aspettare per il vaccino (fino –) all’ultimo
JODIE ((rivolgendosi ad Oren con occhi sbarrati e tono orgoglioso)) Così l’ho fatto per prima
[…]
MADRE m’è sembrata proprio una cosa stupenda che ha fatto
PADRE sono d’accordo
MADRE cosa ne pensi ((a Oren))
OREN ((annuisce)) Se mi lasci andare via allora penso che è una cosa fantastica
PADRE (no)
MADRE ((sorridendo)) E se ti diciamo di no pensi che sia stata una cretinata eh).
[…]»
(Ochs – Taylor 2006: 220)

Oren, fratello maggiore di Jodie, sembra qui chiamato a rivestire il ruolo di soggetto giudicante. Tuttavia, non appena egli coglie il tentativo di manipolazione narrativa da parte dei genitori, che lo sollecitano ad esprimere un parere sull’operato della sorella, si libera immediatamente dal ruolo che gli viene assegnato attraverso un’azione oppositiva di tipo discorsivo.

61o0ppxyqwlIl panoptismo genitoriale inteso come strumento di creazione del reale nel discorso incontra, in definitiva, una resistenza significativa nella disobbedienza dei figli. Questo significa che i bambini non partecipano al frame interazionale sprovvisti di risorse ma sono capaci di adottare specifiche strategie multimodali (come, ad esempio, l’abbandono della tavola o l’evasione delle risposte) per sottrarsi alle elicitazioni narrative e al controllo che i genitori esercitano sui contenuti e sugli strumenti della narrazione. L’elusione della sorveglianza narrativa consente ai bambini di non allinearsi alle prospettive genitoriali, ma, soprattutto, di costituirsi – come diceva Bourdieu – come categoria sociale dotata di una propria agentività politica.

La narrazione familiare a tavola è, in conclusione, un frame interazionale interessante non soltanto perché permette di cogliere la distribuzione dei ruoli discorsivi che ciascuno dei componenti può ricoprire, ma anche perché rappresenta un valido mezzo di socializzazione dei due processi esterni che fanno tuttavia da sfondo agli episodi narrativi: la riproduzione delle relazioni familiari e, parallelamente, da parte degli interlocutori più vulnerabili o esposti, la ricerca di tattiche di resistenza utili a inserirsi nell’ordine del discorso e a consolidare la propria capacità di intervenire a più livelli sulla realtà politica e sociale. Naturalmente, la narrazione familiare a tavola non è che un esempio, per quanto interessante e semanticamente denso, dei modi in cui le tattiche di resistenza vengono a realizzarsi nelle interazioni discorsive. Altri frame interazionali sarebbero da prendere utilmente in conto e comparare non soltanto per verificare l’effettiva portata semiotica dei vari contesti di riferimento – un pronto soccorso, per esempio – ma anche per meglio distinguere le diverse forme di ritualità che a essi vengono associati (Montes 2016).

Dialoghi Mediterranei, n. 41, gennaio 2020
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Maura Scimeca, laureata in Studi Storici, Antropologici e Geografici all’Università di Palermo, ha discusso una tesi in Antropologia del Linguaggio (dir. Stefano Montes) dal titolo “Oltre la comunicazione: l’interazione genitori bambini tra narrazione e socializzazione”, un tentativo di analisi etnopragmatica dell’interazione adulti-bambini osservata nell’ampio quadro delle pratiche linguistiche rivolte alla trasmissione e all’acquisizione di un habitus. Attualmente i suoi interessi gravitano intorno allo studio della narrazione come risorsa semiotica per la formazione dell’identità e all’analisi morfo-sintattica del linguaggio audiovisivo contemporaneo.

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