di Fabio Sebastiani
“Affetti da una grave patologia respiratoria”. Si definiscono così i poeti e gli artisti che a Roma stanno cominciando a confrontarsi sulla possibilità di costruire percorsi comuni provando a forzare il limite della performance individuale. Artisti “contaminati”, quindi, già in partenza, e “contaminanti”, nel grande contesto della realtà metropolitana – ciò che, convenzionalmente, chiamiamo città/metropoli – e sul rapporto di questa con l’espressione artistica.
«E i luoghi chiusi aggravano il nostro stato», aggiungono. Patologia da crisi del “progetto metropoli”? I segni ci sono tutti, ma ci sembra anche di capire che l’arte stia a poco a poco “riprendendosi” mettendo in campo discorsi e visioni.
Discorsi e visioni che certamente dicono la loro con il “loro linguaggio” sui vari temi all’ordine del giorno ma che, dall’altra parte, pongono una istanza chiara attraverso una domanda sui “fondamenti” della “forma di città” e del significato della “produzione di senso” al suo interno in un momento – come appare chiaro a tutti, anche a causa dei cambiamenti climatici – in cui la città sta diventando un “oggetto” inservibile.
«Abbiamo deciso di praticare arte negli spazi urbani. E di farlo prima che la città, ripiegandosi su sé stessa, come è ormai chiaro, ci soffochi. Il solo forzato accatastamento di corpi e oggetti sta espellendo del tutto il significato moltiplicando meccanismi e funzionalità», si legge in uno dei punti che fa da premessa a quello che non vuole essere un manifesto – l’ennesimo – ma un semplice “passaparola” potenzialmente interessante per chi individua nella stanca ripetizione dell’ “evento” – peraltro l’unica forma possibile di pubblicizzazione dell’arte di fatto consentita in città – il bruciante accatastamento anche degli “oggetti” artistici.
Lo spazio tra la vita e la morte della fruizione artistica tutta interna a una logica commerciale si riduce sempre di più fino ad annullare qualsiasi possibilità di comunicazione e soprattutto, di “fare cultura”. Questo è un esito che per Roma, non casualmente, è frutto di un lungo percorso. Come scrive Christian Raimo in un lungo e documentato articolo sulla figura e lo spessore dell’opera di Renato Nicolini, assessore alla Cultura tra il 1976 e il 1983, «(…) dove Nicolini sospendeva l’ordine della città per restituirla all’uso, l’evento veltroniano e post-veltroniano sospende la città per consegnarla alla valorizzazione: il grande evento come acceleratore di rendita, vetrina immobiliare, macchina del consenso e – sempre più esplicitamente, dal Giubileo in poi – regime giuridico di deroga permanente» (Christian Raimo “Cosa resta dell’estate romana di Nicolini? Il suo contrario: l’eventificazione” https:/lucysullacultura.com/).
Nella metropoli del futuro Il significante rimane in piedi, ma il suo ruolo non è più in relazione al significato, anche soltanto denotativo, bensì alla struttura funzionale del contesto in cui prende dimora. La città somiglia sempre di più ad un algoritmo. E il gesto artistico, che non riesce più ad attraversarla, costretto come è all’enclave, deve ancora capire se adeguarsi alla sua ibridazione mortale o se tentare un “guizzo significazionale”.
Il principale obiettivo del gruppo di artisti e poeti, insomma, è invitare i “portatori sani” di energie creative a distogliersi da percorsi sclerotizzati nel tentativo di ri-convogliarle verso una nuova presa di coscienza sull’effettività e attualità del senso come processo condiviso, e quindi direttamente culturale.
L’interrogativo sulla “forma di città” è chiaro: il consesso urbano rischia di diventare un contenitore esclusivamente costrittivo dei corpi, assiepati sullo stesso piano degli oggetti nel compimento della definitiva mercificazione. Un destino singolare per la città, quello del contenitore. Vie, piazze, edifici, opere infrastrutturali, “luoghi” si trasformano da significati nati dal libero incontro tra le persone in carne ed ossa dentro uno spazio-tempo “definito e definiente”, in uno schema tanto astratto quanto fortemente strutturato di “significanti” funzionali in cui l’umano viene completamente disperso e, laddove necessario, sottomesso.
Questo dell’accatastamento dei corpi e degli oggetti è uno snodo fondamentale dei ragionamenti che il Realismo terminale, fondato dal poeta Guido Oldani, va facendo intorno alla possibilità che le nuove poetiche cerchino le loro fonti di ispirazione non più nello spazio, pratico e ideale, della natura, ma nell’artificialità dei mondi e delle procedure che hanno finito per renderla asfittica e inservibile. In questa riflessione, agìta innanzitutto attraverso la parola poetica, c’è l’inizio di una presa di coscienza da parte dell’umano. Il punto, infatti, non è tornare ad un impossibile stato adamitico ma trovare la strada per non soccombere permettendo all’umano di poter ancora essere protagonista della costruzione di senso a partire dalla sua specificità proprio nel luogo più alto e denso di possibilità inventato dall’uomo, la città.
Siamo a due passi, ormai, dal compimento di una urbanistica iper-funzionale totale, qualcosa di molto simile all’apparato dell’intelligenza artificiale in cui la componente umana, destinata a una diversa gamma dimensionale, molecolare e de-significata, viene ridotta a bullonistica di bassa lega. Questo potrebbe creare uno stato di nevrosi permanente nella condizione delle persone, semplicemente perché il senso resta comunque il “primum vivere” dell’uomo, proprio a causa della sua cosiddetta imperfezione razionalistica, che la “città razionale” ha presuntuosamente tentato di sanare nel corso dei secoli.
La novità è che il “deinde philosophari” perde il suo ruolo esclusivo perché ha consumato la sua virtù trasformativa. L’arte è immediatamente filosofia, quindi? Oggi più che mai, in un contesto ipertecnologico in cui il dato strutturale rischia di cancellare, come ci ha ampiamente illustrato Heidegger, il pensiero, testiamo la fine di un razionalismo fondato sulla separazione e articolazione dei mondi; ma i mondi non si lasciano separare con tanta facilità. Alla totalità non si può rinunciare. E nemmeno vale, come sembra di capire dalle brutte e mostruose figure che vanno rimediando gli algoritmi, tentare di sostituirla con una artificiale. In chiave metaforica è quello che è già avvenuto con il principio di indeterminazione di Heisenberg: o la velocità o la posizione. Ora questi mondi, peraltro generati proprio dal razionalismo, si scoprono nudi perché davanti al compito “sisifico” che viene loro richiesto di “governo del mondo e della realtà” fanno esperienza della mancanza dell’umano, a sua volta assorbito dalla schiera degli oggetti funzionali. La forzatura cartesiana dell’allontanamento della res cogitans dalla res extensa trova qui il suo capolinea, il suo punto di disvelamento. La complessità non può essere esperita da nessun algoritmo. E prima o poi presenta il conto. L’arte come pratica filosofica quindi è l’unica possibilità di ricreare le condizioni per un risveglio del pensiero.
«Crediamo ancora nella parola, e nel segno dell’arte. È l’unica omeopatia che può salvarci dal disastro, a cui non abbiamo intenzione di assistere impotenti», proseguono i sottoscrittori del testo. Se da una parte la città è sempre più contenitore slegato dai contenuti prodotti da chi la frequenta, dall’altra il territorio urbano può rappresentare una occasione ricca se si è capaci di decostruire e ricostruire insieme spazio per l’accadere. Del resto, va posta una osservazione-cardine: nell’epoca del virtuale la città è ancora una dimensione della realtà, «ma dobbiamo fare in fretta prima che questo ultimo brandello venga fagocitato dal digitalismo iper-funzionale». «Proponiamo ad artisti/e e poeti/e – concludono i sottoscrittori del testo – di darci innanzitutto un contesto comune caratterizzato da incontri e condivisioni e poi di dare alle nostre espressioni artistiche quella sottolineatura di progettualità che ci può garantire una “uscita pubblica”».
Infine, una breve nota su Roma e la peculiarità delle risposte politiche, amministrative, economiche che sta producendo di fronte agli evidenti fattori di crisi sempre più frequenti e intensi. Il modello è quello di reazioni più che altro di tipo puntuale e mai sistemico. L’unica sistematicità, se così la vogliamo definire, è quella della ricerca del profitto e di una valorizzazione astratta. Astratta, perché incapace di consolidare sul medio-lungo periodo un “arricchimento” virtuoso e generale. Si creano così le premesse per un peggioramento della situazione. Se da una parte, per esempio, il cambiamento climatico, in tutte le sue manifestazioni, non più classificabili come episodiche, metterà a dura prova proprio la metropoli – non più permeata dalla forza rigenerante della natura perché definita da un artificiale effimero, inconcludente e inutile – andando ad intaccare non solo alcuni temi storici su cui si fonda, come il trasporto, ma la stessa possibilità di una dimensione pubblica, ovvero i luoghi dell’incontro e della convivenza, dall’altra la pressione degli individui verso la metropoli aumenterà sommando alle dinamiche della migrazione internazionale anche quelle dei flussi interni, come già sta accadendo a Milano.
Se è vero che ci troveremo più che altro di fronte a flussi nomadi sempre più imponenti, la parcellizzazione e la specializzazione delle funzioni finirà per distruggere di fatto il tessuto del vero patrimonio che una metropoli può vantare, gli individui, la rete delle loro relazioni sociali. Avremo più nuclei metropolitani urbanistici iper-specializzati tendenzialmente divergenti verso la forma satellitare: la città del turismo e del divertimentificio, quella amministrativa, e poi i nuclei abitativi frammentati e chiusi in se stessi e via via degradati nella qualità in relazione diretta dal loro allontanamento dai “centri” pregiati e di valore. Insomma, il modello della gentrificazione applicato alle varie funzioni urbanistiche. Questa è l’esplosione della città e non la sua trasformazione. Chi pagherà il prezzo di questa guerra?
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
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Fabio Sebastiani, giornalista e poeta, è laureato in Filosofia nel 1988 con una tesi sulle lingue artificiali. Dal ’95 e fino al 2012 fa parte della redazione di Liberazione occupandosi del settore sindacale. Ha al suo attivo diverse iniziative giornalistiche come la creazione e la conduzione di alcune web radio come Radio Rete Edicole, Radio Iafue, Radio Mir e Radio Anmil Network. Come poeta ha pubblicato un libro di aforismi e una raccolta di poesie dal titolo Molecole semplici per rivoluzioni complesse. Ha curato insieme ad altri due poeti due poemi collettivi, Gabbia no e Amicizia Virale.
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