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Il senso antico delle piccole cose

perfectdaysdi Federico Costanza

Se esiste un luogo nel mondo in cui è più evidente il clash fra tradizione e modernità, quello è sicuramente il Giappone. Un maestro del cinema come Yasujiro Ozu ha tratteggiato i contorni di questo confronto nel suo capolavoro “Viaggio a Tokyo”, nel quale descriveva la progressiva incomunicabilità generazionale e lo sfaldarsi del mito della famiglia.

A quel “cinema gentile” – come lo definì il regista iraniano Abbas Kiarostami – si ispira dichiaratamente e da sempre il regista tedesco Wim Wenders, che proprio durante alcuni lavori aveva approfondito le contraddizioni della società nipponica, in particolar modo quelle palesate dallo sviluppo di una città tanto moderna e caotica come Tokyo, quanto legata ad antichi codici e rituali, in cui riverbera il senso antico delle piccole cose. Come in “Perfect Days”, l’ultima sua fatica, selezionata proprio dal Giappone per rappresentarlo nella categoria del Migliore Film in Lingua Straniera alla prossima edizione degli Oscar.

“Perfect Days” è anch’esso, a suo modo, il ritratto “gentile” del protagonista di questo confronto fra antico e moderno: Hirayama – nome anch’esso proveniente dalla cinematografia di Ozu – come mestiere pulisce i bagni pubblici, è ancora legato a una società “analogica” fatta di musicassette che ascolta in auto, radioline, libri usati di carta, cellulari di prima generazione, macchine fotografiche con rullino. Il film ce lo mostra mentre ripete quotidianamente una routine fatta di piccoli gesti, abitudini, luoghi e compagni di viaggio sempre gli stessi.

Pochi sono i dialoghi, soprattutto nella prima parte del film, tanti i rituali che scandiscono da subito il ritmo della giornata, dal risveglio al trasferimento in auto fino al luogo di lavoro. Non succede niente. E questo presunto “niente” rappresenta proprio il tutto della vita perfetta del protagonista, solo appena turbata da elementi e personaggi esterni che attraversano la sua quotidianità.

da Perfect days

da Perfect Days

Hirayama vive in una casa tradizionale in cui non esistono oggetti superflui, tutto è ridotto all’essenziale: non c’è un letto per dormire, ma un futon che la mattina si riavvolge e si mette via, un’unica stanza abitabile per leggere, ascoltare musica, dormire, perché l’altra è riservata alle piante che cura in maniera quasi maniacale, il frigorifero è un distributore di bibite fuori dalla porta di casa, un unico lavandino accanto al ripostiglio per lavarsi i denti la mattina e la sera al rientro dopo una giornata di lavoro, la mancanza di TV, lavatrice o altri elettrodomestici, solo scaffali ricolmi di libri e musicassette. Le giornate sono scandite da un sorriso, un saluto o un ringraziamento al cielo la mattina quando si esce di casa, i bagni pubblici cittadini per farsi una doccia, una lavanderia a gettoni nei giorni festivi per lavare i vestiti e la tuta da lavoro, un izakaya (tradizionale snack-bar) per terminare le giornate accanto a sconosciuti, guardando gare sportive in TV o improvvisando chiacchierate.

“Less is more” risuona come un’incalzante raccomandazione che accompagna la visione. Ad ascoltare le interviste del regista, tutta la pellicola ruota infatti attorno al concetto di “riduzione”: detenere solo ciò di cui si ha davvero bisogno e compiere solo ciò che è necessario. Questi sono i “giorni perfetti” per l’appunto, perché proprio nella quotidianità della ripetizione il protagonista ritrova una sua forma di felicità.

L’idea del film nasce da un invito della Fondazione benefica Nippon per realizzare dei cortometraggi su un progetto di riqualificazione di 17 bagni pubblici nel vivace distretto di Shibuya. Il regista Wim Wenders decide di trasformare allora il suo documentario in un vero e proprio lungometraggio, girandolo in soli 17 giorni come omaggio poetico e celebrativo.

Il riferimento al “Tokyo Toilet Project” è riportato sulla tuta blu che il protagonista Hirayama indossa tutte le mattine per recarsi al lavoro. Il rispetto dei luoghi comuni e della cosa pubblica è un caposaldo della cultura civile giapponese, vanto dell’amministrazione cittadina di Tokyo che intende giustamente promuoverlo anche oltre confine.

Bagno pubblico di Tadao Andò

Bagno pubblico di Tadao Andò

I bagni pubblici che fanno da sfondo alle giornate di Hirayama fungono quasi da templi moderni, vanno preservati, valorizzati anche attraverso gli interventi tecnologici e di design delle archistar coinvolte dal progetto di riqualificazione: come gli edifici storici ancora presenti accanto ai grattacieli della metropoli, i bagni diventano i luoghi di un nuovo culto quotidiano, cadenzato da rituali e strumenti liturgici come lo specchietto per raggiungere i punti più difficili da pulire o gli oggetti che il protagonista si costruisce da sé per una perfetta pulizia. Hirayama è il sacerdote di un rito che, attraverso la dicotomia antico/moderno, ci parla da subito del senso comune di “rispetto” della cultura nipponica.

“Perfect Days” offre anche lo spunto per scendere più in profondità dentro l’essere umano. Come scrive Laura Imai Messina nella recensione al film su La Repubblica, «…il segreto dell’esistenza sta proprio nel contenere il desiderio, delimitare l’ambizione. Che, anziché sull’ampiezza, serve lavorare sulla profondità» [1]. Qui la riduzione è anche una riflessione profonda su ambizione, desiderio, rincorsa del successo a tutti i costi.

Il film di Wim Wenders ci sembra avere anche connotati politici, è come un piccolo affresco minimalista di “anticapitalismo”, di resistenza alla società dei consumi. Come detto, la privazione è intesa come arricchimento dello spirito e di ritorno al senso più profondo delle cose. Ma è anche un inno al rispetto per l’ambiente che ci circonda.

Qual è il ruolo delle piante, uniche compagne di vita di Hirayama, di cui lui si prende cura ogni giorno? Lo si vede raccogliere i piccoli arbusti di bonsai dai giardini, sotto lo sguardo severo di un monaco di passaggio che sembra però accettare bonariamente che sia lui a occuparsi di questa nuova vita che sboccia. Chi altrimenti?

Il protagonista trascorre le pause pranzo sulla panchina di un parco, a osservare e fotografare ripetutamente “la luce che attraversa le fronde degli alberi”: komorebi si dice in giapponese, volendo significare che nel buio della vita c’è sempre lo spazio per cercare la luce.

Va detto che questo film è stato pensato durante il periodo pandemico, e su questo Wenders ha chiarito che quei mesi hanno condizionato molte riflessioni, a partire dall’idea che fosse opportuno fare attenzione alle piccole cose, imporsi di rallentare, abbandonando l’autoreferenzialità narcisistica per tornare a occuparsi di se stessi e degli Altri.

Uscendo dall’emergenza, però, si è tornati presto a correre, amplificando ancora di più la dimensione digitale che la modernità tecnologica impone come proiezione virtuale di un mondo artefatto, che allontana gli individui fra loro relegandoli ai multiversi. I gesti di Hirayama diventano allora azioni di resistenza, il rifiuto della musica sulle piattaforme digitali e il ritorno alle audiocassette, per fare un esempio, è proprio un tentativo di reificazione di questo mondo smaterializzato. Ognuno, in fondo, ha il diritto di crearsi il proprio mondo, come sostiene Hirayama, affermando la propria libertà di scegliere, e pazienza se alcuni di questi mondi sono connessi fra loro e altri no, come ribadisce alla sorella che rincontra dopo tanti anni.

Sky Tree Tower,

Tokio, Sky Tree Tower

C’è però una presenza ingombrante che incombe sulla quotidianità di Hirayama e che sembra rappresentare un elemento di raccordo scenico nella storia. Conosciamo l’ammirazione di Wim Wenders per le architetture, ma la Sky Tree Tower, la torre delle telecomunicazioni più alta al mondo (si staglia per 634 metri sullo skyline di Tokyo) che compare in diverse riprese, sembra avere poco a che fare con un’esigenza prettamente estetica.

Un po’ come il monolite scuro e lucido di Kubrick in “2001 Odissea nello spazio”, sembra fungere da monito, da equilibratore del racconto: la sua costante presenza rassicura, ma la sua imponente mole e lo scintillio delle sue luci forse ricorda anche come le magnifiche sorti e progressive siano conquiste precarie, ed emerge a tratti una prima forma di insicurezza.

Il protagonista comincia pian piano a fare i conti con il suo passato, si capisce che proviene da un’altra condizione sociale rispetto a quella attuale, serbando anche qualcosa di doloroso. Il regista ha voluto relegare questi turbamenti alla sfera degli incubi, mentre Hirayama dorme. Eppure, queste angosce cominciano a emergere quando il tran-tran quotidiano è interrotto da piccoli episodi che rischiano di farlo vacillare: il suo giovane ed esuberante collega lascia il lavoro, una nipote che non vedeva da anni si rifugia a casa sua e lo costringe a riaccostarsi alla sua famiglia, fino al rivelarsi di una gelosia per la proprietaria dell’izakaya dove si reca tutte le sere a fine giornata e che scopre un giorno abbracciata a uno sconosciuto.

da Perfect days

da Perfect Days

Adesso, occorre fare i conti con le proprie insicurezze e la complessità della vita si rivela in tutta la sua potenza. Lo sconosciuto, che si rivelerà essere l’ex marito della donna, confessa a Hirayama una malattia allo stadio terminale. Inizierà un denso dialogo fra i due, caratterizzato dalla scena iconica delle ombre calpestate che forse assume il significato per il protagonista di ricacciare i punti oscuri della propria esistenza, nel momento di una riappacificazione con se stesso.

Cosa manca allora nella vita del nostro antieroe Hirayama? Il regista ci pone soprattutto dinanzi al punto di vista dell’individuo, laddove inizia appena ad accennare alla dimensione comunitaria, al momento di confronto con gli altri esseri umani, il rapporto del sé con l’Altro, per quanto doloroso.

D’altronde, Lorenzo Gramatica, in una controcritica sulla rivista multimediale Lucy, si domanda: «Come si può invidiare chi trova consolazione e salvezza negli oggetti, chi cerca la bellezza in una foto e non nei rapporti umani sfaccettati e imperfetti, che costano certo sforzi maggiori e più manutenzione e cura di una musicassetta vintage? » [2].

In fondo, non sapremo mai cosa rispondere a questi interrogativi, ma per ridare senso al tutto potremo ricordarci di quello che la cultura giapponese chiama “mono no aware”, la consapevolezza che ogni inizio avrà la sua fine, accettare l’effimero, la mutevolezza, la natura transeunte delle cose e il loro finito. Affidandoci quindi al nostro più grande potere che è quello di scegliere, rimarrà soltanto l’esigenza di agire, subito, qui e ora, perché, come suggerisce Hirayama alla giovane nipote Niko: «un’altra volta è un’altra volta, mentre adesso è adesso». 

Dialoghi Mediterranei, n. 66, marzo 2024
Note
[1] Laura Imai Messina, “‘Perfect Days’, Wim Wenders e i segreti nascosti in quelle vite minuscole” in La Repubblica, 4 gennaio 2024.
[2] Lorenzo Gramatica, “Contro la retorica delle piccole cose di Perfect Days”, in Lucy del 18 gennaio 2024.
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Federico Costanza, si occupa di progettazione e management strategico culturale, con un’attenzione specifica all’area euro-mediterranea e alle società islamiche. Ha diretto per diversi anni la sede della Fondazione Orestiadi di Gibellina in Tunisia, promuovendo numerose iniziative e sostenendo le avanguardie artistiche tunisine attraverso il centro culturale di Dar Bach Hamba, nella Medina di Tunisi.

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