di Rossana M. Salerno
Introduzione
Il territorio palermitano porta i segni del passaggio di molteplici civiltà, dalle culture dell’antichità classica fino a quelle medievali, che ne hanno modellato il paesaggio, le architetture e le pratiche sociali. Da secoli, scrittori, filosofi attraverso i loro viaggi ed il Grand Tour hanno colto nella cultura festiva siciliana una dimensione profonda, capace di coniugare il civile e il religioso in un’unica trama simbolica. Ridurre queste manifestazioni alla loro componente spettacolare sarebbe tuttavia limitante: le feste e i riti che animano le piazze e le strade di Palermo rappresentano veri e propri dispositivi di trasmissione culturale, attraverso i quali la comunità rinnova e tramanda la propria identità alle generazioni successive.
In questa prospettiva, l’analisi della religiosità pubblica e privata (Buttitta 2018) si concentra su un evento particolarmente emblematico, tanto per la sua forza simbolica quanto per le sue implicazioni sociali: la festa della Madonna della Mercede al Capo, che si celebra a Palermo l’ultima domenica di settembre. Questa ricorrenza, al tempo stesso religiosa e popolare, costituisce uno spazio rituale collettivo in cui il sacro si intreccia con la storia, la memoria e la vita quotidiana del quartiere, restituendo al territorio la sua dimensione di comunità vissuta.
Osservate in una prospettiva diacronica le diverse edizioni della festa fanno emergere costantemente nuovi modelli espressivi, attraverso i quali si riflette la tensione implicita tra i distinti attori sociali che, schematizzati in maniera idealtipica, possono essere individuati nell’istituzione pubblica (composta dalle autorità civili e dai servizi che da questa dipendono), nell’autorità religiosa, nelle sue diverse articolazioni associative, dalla moltitudine dei devoti che si concretizza (in associazioni) tanto nelle associazioni laiche dei comitati per i festeggiamenti quanto, infine, nei gruppi spontanei che si attivano per realizzare le edicole votive nei cortili e negli angoli delle strade.
Nelle tradizionali feste religiose, la celebrazione inizia all’alba e prosegue con i riti liturgici, mentre solo al termine di questi momenti sacri la sera si apre alla festa civile. Eventuali anticipazioni nei giorni precedenti – come mercati, feste popolari o tridui liturgici – assumono un carattere preparatorio, volto a introdurre il giorno principale, quello della solennità. In questo contesto, il programma è consolidato: prima la festa religiosa, solenne e liturgica, seguita poi dalla dimensione profana (Isambert, 1981).
La festa del quartiere riaccende la vita del mercato, grazie all’azione della parrocchia locale e, soprattutto, della confraternita, che svolge un ruolo di vero e proprio collante tra sacro e profano, mantenendo vive le devozioni e diffondendo la partecipazione della comunità. In questi momenti, lo spazio scenografico del mercato si trasforma: le bancarelle, gli ombrelloni e i tendaggi vengono disposti diversamente o temporaneamente smontati, mentre i balconi delle abitazioni si vestono di lenzuola ricamate per accompagnare il passaggio della processione e i vicoli si illuminano di luminarie ricche e colorate.
Le antiche grida dei banditori – tamburellai ritrovano nuova forza e vigore nelle invocazioni rituali, come accade per la Madonna della Mercede, simbolo e protettrice del mercato del Capo: “A Rreggina ru Capu è… Viva a Maronna a Miccè!”. Allo stesso modo, le bancarelle assumono durante la festa forme e significati nuovi rispetto alla loro funzione quotidiana, trasformandosi in parte integrante di un rito collettivo che unisce devozione, spettacolo e vita sociale.
Tale organizzazione consente di osservare la presenza simultanea di attori istituzionali, civili e religiosi che presiedono i diversi momenti del rito, rappresentando l’unità sociale della comunità. Come sottolineato da Emile Durkheim, questa unità costituisce la sintesi essenziale della festa e ne definisce la funzione ultima.
Analizzare il significato di “mercede” non è soltanto utile, ma essenziale per comprendere la genesi di una devozione che non si rivolge esclusivamente alla Vergine, bensì al significante che le viene attribuito. Il termine “mercede” può indicare sia una ricompensa o un compenso per un’azione compiuta, sia un atto di grazia, di pietà o di clemenza. La sua radice latina, merces, indicava originariamente “prezzo” o “ricompensa”, mentre nel latino volgare il termine assunse un’accezione più ampia, orientata verso il “favore”, la “compassione” e la “clemenza”. Questo percorso semantico rivela come la parola stessa diventi veicolo di una relazione simbolica tra l’umano e il divino: la devozione non si limita a riconoscere la figura sacra, ma si concentra sul valore e sul dono che essa rappresenta per il quartiere, incarnando un ponte tra atti materiali e gesti simbolici di misericordia, tra esperienza terrena e quella spirituale.
Da un punto di vista sociologico, tale fenomeno può essere interpretato come una forma di resistenza simbolica alle forme di secolarizzazione, in cui la comunità ritrova sé stessa attraverso la ripetizione di gesti, suoni e immagini che trascendono la dimensione individuale. Il termine “riappropriazione” in questo contesto va inteso in senso simbolico e spaziale. Significa che la comunità mantiene, protegge o riafferma certe pratiche sul territorio attraverso il sacro e la sua presenza.
Quindi la “riproduzione e la riappropriazione simbolica” del sacro indica un modo significativo di opporsi ai processi di cambiamento sociale e di decostruzione culturale, rinnovando e riqualificando i rituali, i gesti, i suoni (la banda) e le immagini (iconografiche) che rafforzano e creano il senso di appartenenza alla collettività.
Ordinarietà e straordinarietà: il racconto di una festa
Nel cuore di Palermo, tra le bancarelle del mercato del Capo, i vicoli profumano dei panni stesi al sole, la storia e il sacro si intrecciano nella quotidianità del vivere urbano, e la devozione si manifesta come un fenomeno religioso intessuto nella vita quotidiana: un evento che coinvolge la memoria collettiva, la confraternita, il territorio, le relazioni e l’utilizzo delle tecnologie moderne.
Per comprendere pienamente la portata di questo culto urbano, è necessario adottare una prospettiva socioantropologica, del rito e del simbolismo capaci di cogliere la trama di significati che unisce l’esperienza religiosa al tessuto sociale. Come osservava Émile Durkheim (1912), la religione non è soltanto un insieme di credenze individuali, ma un «sistema solidale di pratiche e rappresentazioni» che esprime la coscienza collettiva. Il sacro, in questa prospettiva, non è una realtà trascendente separata dal mondo, ma il riflesso simbolico della società stessa: ciò che la comunità riconosce come fondamento e limite, ciò che separa e al tempo stesso unisce.
La festa, con il suo linguaggio rituale, restituisce visibilità a ciò che Durkheim definiva l’effervescenza collettiva: un momento in cui le emozioni individuali si fondono in una forza comune, in grado di rigenerare il legame sociale. È in questa effervescenza che il quartiere, spesso segnato da precarietà e mutamento sociale, ritrova sè stesso come comunità viva, capace di autorappresentarsi e di riconoscersi nel simbolo condiviso della Madonna della Mercede.
La processione, la presenza del simulacro, la partecipazione dei devoti e dei curiosi, tutto concorre a costruire un rituale urbano che rilegge e ricompone la vita sociale. Come scrive Victor Turner (1969), il rito è una soglia — una condizione liminale — in cui si sospendono le differenze ordinarie e si genera la communitas: una forma di solidarietà spontanea, temporanea, ma densa di significato. Nel quartiere del Capo, la festa della Mercede rappresenta proprio questa soglia tra l’ordine quotidiano e l’ordine simbolico, tra il lavoro e la preghiera, tra il mercato (profano) e la processione (sacro).
Tuttavia occorre spostare l’attenzione dal solo evento rituale alla rete di memorie, corpi e luoghi che lo sostengono. La Madonna della Mercede non è soltanto una figura sacra, ma un nodo della memoria collettiva. Secondo Maurice Halbwachs (1950), possiamo affermare che ogni forma di devozione è ancorata a un sistema di relazioni sociali e spaziali: il ricordo del sacro si conserva nei luoghi, nei gesti e nelle immagini condivise. Il rito riecheggia nei vicoli del Capo, nelle sue botteghe, nelle edicole votive, negli ex voto, negli abitini confraternali dei bambini, nei simulacri nelle case, nei magazzini e nei negozi dietro alle bancarelle – luoghi e strumenti che diventano una memoria viva, che la comunità trasmette nel tempo e trasforma nel proprio patrimonio simbolico – dall’ordinario allo straordinario.
Il quartiere, dunque, non è solo lo scenario della festa, ma un vero e proprio attore sociale: un territorio che si organizza intorno a una memoria condivisa del sacro. Le immagini della Madonna collocate all’interno delle botteghe, dei pescivendoli o dei fruttivendoli testimoniano una forma di “religione diffusa” (Cipriani, 2003), in cui il sacro si intreccia con la quotidianità del lavoro e della vita di tutti coloro che si definiscono “capioti”.
Come sottolinea il sociologo della religione Roberto Cipriani, nella religiosità popolare contemporanea il corpo e il gesto assumono un ruolo centrale: il corpo partecipa al rito, che si muove, che tocca la statua, che esprime la fede attraverso l’azione. In questa prospettiva, la devozione alla Madonna della Mercede diventa una forma di corporeità sacra, dove il sacro si incarna nel corpo collettivo dei devoti. Il rito, in tal senso, non è un atto puramente simbolico, ma un’esperienza materiale, sensoriale e affettiva, un modo di “fare società attraverso il corpo”. Un esempio significativo è rappresentato dal rito della presentazione dei bambini alla Madonna: un confrate, incaricato di questo gesto simbolico, solleva i piccoli vestiti dall’abitino confraternale verso il simulacro della Vergine, invocandone la protezione e la benedizione.
La religiosità che si manifesta al Capo è anche una risposta alla crisi della modernità. In un contesto urbano segnato da processi di secolarizzazione, mobilità e frammentazione identitaria, il rito mercedario funge da àncora simbolica, da strumento di resistenza e di ricomposizione. Tuttavia, come osserva il sociologo Franco Garelli (2012), la secolarizzazione contemporanea non implica la scomparsa della religione, ma la sua metamorfosi: il sacro non sparisce, ma cambia forma, assume nuovi linguaggi e nuovi spazi di espressione.
Nel quartiere questa trasformazione è visibile nella coesistenza tra le pratiche tradizionali e le tecnologie moderne: le dirette sui social, le fotografie condivise, i video dei droni che riprendono la processione dall’alto. In un certo senso, la festa si moltiplica: vive nel territorio ma anche nello spazio virtuale, si espande dal vicolo alla rete. Seguendo il concetto di religiosità pubblica e privata (Salerno, 2018), potremmo dire che la religiosità popolare entra nella modernità riflessiva: le pratiche tradizionali vengono continuamente rielaborate alla luce di nuovi contesti tecnologici e comunicativi.
La presenza dei droni, delle telecamere e degli smartphone non dissolve il sacro, ma lo riflette, lo proietta in nuovi orizzonti di visibilità. Le immagini della Madonna che scorrono sugli schermi dei telefoni, condivise in tempo reale, contribuiscono a plasmare una nuova forma di sacralità mediatica. L’atto del registrare, del condividere, del documentare diventa parte del rito stesso: un’estensione della memoria collettiva che attraversa i confini fisici del quartiere.
Un esempio significativo è rappresentato dall’anteprima della festa, ripresa con i droni e trasformata in un video promozionale diffuso sui social. Anche i giochi pirotecnici hanno assunto nuove modalità: non si svolgono più soltanto al termine dei festeggiamenti, ma vengono proposti già nei giorni precedenti per annunciare l’arrivo della ricorrenza, e durante la festa stessa, con festoni e scie colorate che illuminano il cielo in segno di gioia collettiva.
La comunità non è più soltanto quella dei devoti che affollano le vie del Capo, ma anche quella, diffusa e invisibile, degli spettatori online che partecipano simbolicamente al rito. Attraverso i video e le dirette condivise sui social, il sacro si estende oltre i confini fisici del quartiere, raggiungendo un pubblico distante ma emotivamente coinvolto. Questa “seconda vita del sacro” non rappresenta una profanazione, bensì una trasformazione coerente con la logica della modernità: il sacro si rinnova, assume nuove forme di visibilità e prossimità.
Nel contesto contemporaneo, la religione tende infatti a ibridarsi con la cultura dei media e della tecnologia, perdendo parte della sua formalità istituzionale ma guadagnando in penetrazione comunicativa e capacità adattiva. Guardare la Madonna attraverso uno schermo non significa ridurre l’esperienza del sacro, ma sperimentarla in una modalità diversa, mediata ma non meno autentica. L’immagine digitale, pur privata della fisicità del contatto, permette comunque di “vedere” e “sentire vicina” la Vergine, di partecipare emotivamente al rito e di mantenere un legame affettivo e simbolico con il quartiere.
In questo contesto, infatti, il ruolo del quartiere appare decisivo. Il Capo si presenta come un microcosmo sociale in cui si intrecciano tradizione e contemporaneità. Le antiche famiglie artigiane custodiscono la memoria storica del quartiere, mentre le nuove presenze migranti introducono linguaggi, abitudini e religioni differenti che ne arricchiscono il tessuto culturale. Accanto a loro, giovani professionisti e turisti provenienti dalle navi da crociera contribuiscono a trasformare gli spazi e le relazioni, portando con sé nuovi stili di vita e nuove forme di consumo simbolico del luogo. Il quartiere diventa così un punto d’incontro ma anche di tensione, dove le identità locali si confrontano con processi globali e dinamiche di cambiamento continuo. Il sacro tradizionale non scompare: si rinnova nel dialogo con la globalizzazione culturale e con le logiche mediatiche che reinterpretano la devozione, rendendola accessibile e condivisa anche al di fuori dei confini fisici del quartiere.
La festa della Mercede al Capo agisce come spazio di interazione e coesione, capace di rimettere in dialogo identità differenti, di creare un linguaggio condiviso attraverso gli apparati simbolici. La festa non è solo un evento annuale, ma un meccanismo di memoria collettiva. Come spiega Halbwachs (1950), la memoria è sempre ancorata ai luoghi e alle relazioni sociali. I vicoli del Capo, le piazze, le botteghe e perfino le facciate delle case custodiscono immagini della Madonna, piccole edicole votive, ex voto e fotografie della processione nelle diverse edizioni.
Le botteghe del Capo sono veri e propri santuari quotidiani: l’immagine della Madonna della Mercede è esposta accanto alla bilancia, alla cassa o al banco del pesce, protettrice del lavoro e garante della loro prosperità. Dunque, lo spazio urbano del quartiere del Capo diventa così spazio del sacro: le immagini della Madonna e i segni della devozione domestica costituiscono una sorta di “mappa religiosa” del quartiere, una topografia del sacro quotidiano, che si estende anche ad altri quartieri limitrofi.
La riflessione socioantropologica sulla Madonna della Mercede del Capo, pertanto, non riguarda soltanto la religione in senso stretto, ma tocca temi più ampi: la memoria sociale, la costruzione dell’identità territoriale, la funzione simbolica del corpo, l’ibridazione tra tradizione e modernità. In questa prospettiva, la festa della Mercede non è semplicemente un evento religioso, ma una narrazione collettiva della città stessa e del quartiere che la ospita. Si tratta di una prospettiva di osservazione del sacro che si manifesta sul territorio attraverso la processione, ma soprattutto nella vita collettiva: l’etnografia consente di osservare la società palermitana mentre si riflette nel rito, si pensa, si rappresenta e si rigenera attraverso di esso. Questa festa testimonia come — anche nella modernità tecnologica — il sacro continui a essere una dimensione ineludibile e vitale della socialità, un linguaggio attraverso cui gli individui e i gruppi elaborano il proprio rapporto con il tempo, con lo spazio e con gli altri. Palermo, attraverso la Madonna della Mercede, racconta se stessa: una città che, pur immersa nei processi globali della modernità, non smette di cercare nel rito, nel linguaggio del corpo e nella memoria il senso del proprio essere comunità.
Storicamente, la chiesa del Capo resta l’unica ad aver conservato pienamente il culto e la memoria viva della Madonna della Mercede, anche grazie al suo simulacro del 1813, realizzato e autografato da Rosario Bagnasco, unico nel suo genere, testimonianza dell’arte e della devozione palermitana del primo Ottocento.
Il ciclo dei festeggiamenti, documentato dal 1814, si apre con l’“affacciata”, ossia l’esposizione del simulacro alla venerazione pubblica dopo un anno di custodia nella cappella. Questo gesto simbolico segna la riapparizione del sacro nello spazio urbano, un ritorno che non si manifesta come nostalgia del passato, ma come riattivazione di significati condivisi. In un contesto segnato dalla frammentazione sociale e dall’individualismo, la presenza del sacro nello spazio pubblico riapre canali di comunicazione e riconoscimento collettivo. Il rito, pur inscritto nella modernità, restituisce alla città una dimensione di senso e di comunità: trasforma le strade, i cortili e le piazze in luoghi di appartenenza e memoria. La processione, la devozione, le immagini e i suoni che invadono lo spazio urbano sono atti di reinscrizione simbolica del sacro nel quotidiano. In questo modo, il sacro si fa visibile, attraversa il quartiere e le restituisce la sua profondità antropologica, ricordando che la dimensione spirituale continua a essere una parte essenziale della vita collettiva, anche nel cuore della modernità secolarizzata.
Segue il Triduo di preparazione, i Primi vespri solenni e, infine, la grande processione domenicale, che percorre le vie del Capo e dell’Olivuzza, accompagnata da fuochi pirotecnici dapprima alla Zisa ma che oggi si concludono al Foro Italico. Durante la processione, la città diventa un corpo sociale in movimento: i balconi si vestono di drappi rossi, le lenzuola del “corredo” o le tovaglie da tavola ricamate: le famiglie si riuniscono, le botteghe aprono le porte come altari domestici. In questi spazi liminali, per usare le parole di Turner (1969), si produce la communitas, una condizione di uguaglianza temporanea in cui tutti i partecipanti si riconoscono parte di un medesimo orizzonte sacro.
“La scinnuta e l’acchianata”: il corpo ed il sacro
Come sottolinea Roberto Cipriani (2003), il corpo costituisce un vettore fondamentale del sacro: esso è il luogo in cui si manifesta l’esperienza religiosa. Il corpo che si inginocchia, che tocca la statua, che si commuove, i confrati che si abbracciano dopo la “scinnuta” e “l’acchianata” per la prima volta in questo centesimo anno diventa “mezzo di comunicazione con l’oltre” con il sacro stesso.
Uno dei momenti più intensi e carichi di significato della festa è quello della “scinnuta” e dell’“acchianata”, il movimento rituale con cui la vara della Madonna viene fatta scendere e poi risalire lungo la ripida pedana posta davanti ai gradini della chiesa. Si tratta di un gesto collettivo di grande sforzo fisico e simbolico, in cui la fatica diventa parte integrante del rito. I confrati, disposti ai lati della vara, si stringono tra loro, si abbracciano, si coordinano nei movimenti e si fanno forza a vicenda per sostenere non solo il peso materiale della statua, ma anche quello – ben più profondo – della fede e della devozione condivisa.
La discesa (scinnuta) rappresenta, in un certo senso, la discesa del sacro nel mondo, il momento in cui la Madonna torna a farsi prossima alla comunità, attraversando le sue strade e i suoi volti. La risalita (acchianata), invece, segna il ritorno al sacro, il compimento del ciclo rituale, quando lo sforzo si trasforma in liberazione, in una catarsi collettiva che unisce corpi, voci ed emozioni.
In questo percorso di salita e discesa la fede si incarna nella fatica condivisa, nella coordinazione dei corpi, nella solidarietà che si costruisce attorno al peso della vara. È un momento di comunione concreta, in cui il sacro non è solo invocato ma vissuto, toccato, sostenuto. La “scinnuta e l’acchianata” sono esperienze liminali che restituiscono alla comunità la consapevolezza del proprio legame e della forza che deriva dal credere insieme.
Nel caso della Madonna della Mercede, il “corpo” dei devoti confratelli e consorelle è continuamente attivo: si prostra, cammina in processione, porta offerte, sostiene fisicamente il fercolo. Questi gesti incarnano il sacro, rendendolo tangibile e collettivamente condiviso. La festa attraverso i confrati che sorreggono il fercolo con il proprio corpo diventa “il simbolo vivente della fede diffusa”, e nei contesti di religiosità popolare esso diventa linguaggio e memoria condivisa che si racconta attraverso “u cuntu” nei triunfi palermitani.
Nel quartiere del Capo, la corporeità del rito è amplificata dal contatto ravvicinato tra i partecipanti, dall’intensità emotiva, dai suoni e dai forti odori. Si tratta di una “liturgia sensoriale” che coinvolge la totalità della persona e costruisce una comunità emozionale. La dimensione del corpo, dunque, è anche un modo di mantenere viva la religiosità diffusa, quella forma di fede quotidiana, non sempre istituzionalizzata, che Cipriani individua come caratteristica del mondo contemporaneo.
Il quartiere si fa così territorio sacralizzato, dove ogni vicolo racconta un frammento della devozione collettiva. Questa topografia della fede contribuisce a mantenere vivo il legame tra identità territoriale e appartenenza religiosa. Anche i migranti, nuovi abitanti del Capo, vengono gradualmente coinvolti nel rito, segno di una trasmissione transculturale del sacro che rinnova, senza spezzare, le dinamiche della tradizione.
La presenza di telecamere, smartphone e droni durante la festa segna l’ingresso del rito nell’era della modernità riflessiva (Giddens, 1991). Tuttavia, come osserva Franco Garelli (2012), la secolarizzazione italiana non coincide con una scomparsa del religioso, ma con una sua “de-istituzionalizzazione”: la fede si sposta dagli spazi ecclesiali a quelli della vita quotidiana, dalla dottrina al sentimento. Durante la festa della Mercede, questo si manifesta nella convivenza tra il pellegrino devoto e il turista digitale, tra la preghiera e la diretta social.
I droni che riprendono la processione dall’alto diventano simbolo di questa nuova visibilità del sacro: la Madonna non solo attraversa le vie del quartiere, ma vola sullo schermo dei telefoni, entra nelle case attraverso i social network, genera commenti, fotografie, moltiplica condivisioni. È una forma di “sacralità mediatica” che prolunga ed espande la festa nel tempo e nello spazio, creando una comunità virtuale della devozione. Lungi dal profanare il rito, la tecnologia lo reinventa: documentare la festa diventa un atto di partecipazione collettiva, un modo di rinnovare la memoria e di fissare nel presente l’esperienza della trascendenza.
La festa, in questo senso, non è un evento isolato, ma il culmine di una vita religiosa diffusa che si rinnova ogni giorno nei gesti, nei linguaggi e nelle relazioni. Dopo oltre un secolo di assenza, sono ricomparsi i confrati incappucciati, figure che richiamano l’antico immaginario penitenziale e conferiscono al rito una dimensione di mistero e solennità arcaica. La loro presenza, riemersa dopo cento anni, testimonia la continuità e la capacità di rigenerazione della tradizione, che pur trasformandosi mantiene intatto il suo nucleo simbolico.
Anche il percorso processionale della Madonna ha subìto un’evoluzione: oggi si articola intorno ai due momenti centrali della scinnuta e dell’acchianata, che scandiscono l’intero rito e ne ridefiniscono la struttura. La processione non è più solo un passaggio lineare nello spazio urbano, ma diventa un movimento circolare, di discesa e risalita, che richiama l’alternanza tra la presenza e il ritiro del sacro, tra la prova e la rinascita della comunità.
Etnografia 2024 – Dentro la festa
Sono nella folla, lungo la via che conduce alla chiesa. L’aria è calda, densa di attesa e di voci. Davanti a me, le luminarie tracciano archi di luce, mentre la gente si accalca spingendosi per vedere meglio. Tutti guardano verso il portone della chiesa, sospesi. Quando finalmente la vara avanza e il viso della Madonna fa capolino dall’ombra alla luce, si aprono le ceste delle colombe, un applauso e un grido si alzano insieme.
La statua della Madonna appare, portata a spalla dai confrati vestiti di bianco. Le voci si uniscono nelle abbanniate che riempiono la piazza: “E la nostra Matri è: viva a Maronna a Miccè!”…“A Reggina ru Capu è: viva a Maronna a Miccè!”
I confrati si piegano sotto il peso della vara, muovendosi lentamente. Le mani serrate sulle travi, i volti concentrati, il sudore che scende lungo le tempie. Intorno, la folla si apre e si richiude come un’onda: qualcuno alza i bambini, altri si fanno il segno della croce, altri ancora seguono in silenzio. Dal cielo scendono coriandoli colorati, le colombe bianche si alzano in volo. Il fumo dei fuochi pirotecnici riempie la piazza e si mescola all’odore d’incenso.
La vara comincia la discesa e la folla si muove come una marea che spinge, preme, ondeggia. Mi sposto, seguendo il flusso dei corpi e il suono profondo della banda che continua a scandire il ritmo della processione. Cerco uno spazio, uno spiraglio, e riesco ad avvicinarmi all’inferriata che si affaccia sulla strada, proprio nel punto in cui la Madonna sta per passare. Lì mi fermo, il ferro freddo tra le mani, il cuore che batte forte.
Dall’alto della scalinata la vara comincia a scendere, lenta ma poderosa, sospinta da decine di portatori che si piegano insieme, quasi all’unisono. Ogni passo è una sfida: la pendenza è ripida, il peso enorme, il pericolo reale. La gente trattiene il respiro, qualcuno prega a voce alta.
Davanti a me, una donna anziana sussurra: «A paura c’è, figghia mia… ma è a fidi ca li teni» — “La paura c’è, figlia mia, ma è la fede che li sorregge.” Le sue parole sembrano fermare il tempo. I confrati, stretti sotto le travi, hanno il volto teso, i muscoli contratti, gli occhi lucidi. Le loro camicie bianche, ormai bagnate di sudore, brillano sotto il sole. La statua oscilla, si inclina appena, poi si rialza, e un applauso attraversa la folla come un lampo. Io catturo l’istante: scatto la foto, e nel piccolo schermo la Madonna sembra sospesa tra la terra e il cielo, come se stesse fluttuando sorretta da un invisibile abbraccio collettivo.
La vara tocca la strada, e la folla esplode in un grido liberatorio. Tutti si muovono, qualcuno si inginocchia, altri alzano i bambini perché possano essere benedetti. Le madri li sollevano sopra le teste, con le braccia tremanti, come a offrirli alla protezione della Vergine. Le abbanniate tornano a risuonare, più forti, più piene:«E la nostra Matri è: viva a Maronna a Miccè!». Sento le voci intrecciarsi alle campane, il suono dei tamburi, le lacrime della gente intorno.
Il movimento dei portatori è ormai sicuro, il pericolo superato; ma nell’aria resta la tensione di quel momento sospeso tra paura e fede, tra fatica e grazia. La Madonna adesso avanza lungo la strada, preceduta dal fumo dei ceri e seguita dal canto della folla. Io resto ferma dietro l’inferriata, il viso bagnato dal sudore e dagli occhi umidi, mentre la luce del tardo pomeriggio trasforma tutto in oro: il manto della Vergine, i coriandoli, i volti dei devoti.
In quell’istante capisco di aver visto — e vissuto — più di un rito. Ho assistito al momento in cui il sacro si avvicina all’umano, dove la paura, la forza e la fede si mescolano nello stesso tempo allo stesso ritmo. La Madonna è ormai sulla strada, ma la sua presenza continua a vibrare nell’aria, nei corpi, nei cuori di tutti noi che, per un frammento di tempo, abbiamo creduto insieme che nulla potesse cadere, perché tutto era sostenuto dalla fede.
La vara si ferma, si inclina, poi riprende a scendere. Quando tocca la strada, la folla esplode in un applauso. Le voci si alzano di nuovo, forti, emozionate. Le madri sollevano i bambini per ricevere la benedizione, i confrati avanzano stanchi ma fieri, la banda riprende a suonare. Io scatto una foto. La luce del pomeriggio illumina la statua, il fumo e i volti commossi. Tutto è raccolto in quell’istante: la fatica, la fede, la partecipazione.
In quell’istante liminale, la chiesa e la strada si fondevano, il confine tra sacro e profano si faceva poroso, e la città stessa diventava corpo rituale. Il gesto religioso si configurava come performance sociale, rinnovando la memoria collettiva e la coesione comunitaria attraverso un linguaggio fatto di presenza, fatica e devozione condivisa.
Etnografia 2025 – Dall’alto della festa
Nel 2025 ho vissuto la festa da una prospettiva diversa. Un confrate mi ha consegnato un pass per salire su uno dei balconi che si affacciano sulla via principale, proprio sopra il punto in cui la vara della Madonna si ferma prima della discesa. Dall’alto, la scena si presenta ordinata e imponente.
La strada, stretta e ricoperta di coriandoli, è incorniciata da luminarie che disegnano archi di luce. Le bandiere colorate sventolano portate dai confrati vestiti di bianco, con il cappuccio calato e le croci di legno sulle spalle, dicono dopo cento anni.
Intorno a me, sui balconi vicini, famiglie ed anziani si affacciano con rispetto. Alcuni balconi sono decorati con tovaglie ricamate e lenzuola bianche, altri espongono drappi. Su quello di fronte riconosco il sindaco con la fascia tricolore, il parroco e alcuni membri del comitato. Parlano a bassa voce, ma restano immobili quando risuonano le abbanniate: «E la nostra Matri è: viva a Maronna a Miccè! A Reggina ru Capu è: viva a Maronna a Miccè!»
Le voci si propagano tra i palazzi e riempiono la via. Il suono dei tamburi accompagna il passo dei confrati, mentre il fumo dell’incenso sale lentamente verso i balconi. Poi, un improvviso rombo di fuochi d’artificio scuote la piazza. Il fumo si alza, le colombe vengono liberate e volano alte, attraversando la luce: la Madonna è nella piazza. Sembra che tutta la folla si muova con essa.
Dall’alto, la processione sembra un fiume bianco e dorato che scorre. Vedo i portatori spingersi, rallentare, fermarsi, poi muoversi all’unisono. La vara è lunga, solida, ricoperta di fiori e nastri. Sopra, la Madonna brilla illuminata dai riflessi del sole. La folla esulta, i tamburi si fanno più forti, e la Madonna comincia la discesa. I portatori si piegano insieme, centimetro dopo centimetro, il corpo teso e il passo lento. Dall’alto si vede la difficoltà del movimento, la fatica che unisce, la concentrazione e la concatenazione di ogni gesto. Le donne sollevano i bambini verso la statua, le voci invocano benedizione.
Resto per un po’ a guardare dall’alto, ma poi decido di scendere. Voglio tornare tra la gente, sentire la festa da vicino. Scendo le scale strette del palazzo e, una volta fuori, l’atmosfera cambia immediatamente: il suono è più intenso, l’odore più forte, la partecipazione più viva. Lì, in mezzo alla folla, tutto è diverso. Mi infilo tra le persone che premono l’uno contro l’altro. Gli occhi sono puntati sulla Madonna che ora avanza lungo la strada, seguita da una scia di fumo d’incenso, coriandoli e canti.
Vicino a me un uomo anziano scatta una foto, cercando di immortalare il momento. Colgo l’occasione e ne scatto una anch’io: una foto nella foto, con la Madonna al centro, i confrati in tensione e la gente intorno. È un’immagine semplice ma piena di significato: il sacro catturato nel gesto quotidiano, la fede riflessa nello sguardo di chi osserva.
La banda suona, la gente applaude. La vara si muove lenta, poi si ferma e ruota leggermente prima di proseguire. Gli applausi si fanno più forti, qualcuno piange, altri gridano ed invocano la protezione della Madonna che torna a dominare la scena, e per un attimo sembra che il quartiere intero sia unito dallo stesso respiro.
Dall’alto avevo visto l’ordine e la forma; da dentro, sento la forza e la devozione che sostengono quel movimento. Due prospettive diverse dello stesso rito: una di sguardo, l’altra di corpo. Quando la statua si allontana, il rumore si affievolisce, ma l’eco delle voci rimane nell’aria. Le abbanniate tornano come un richiamo finale: “E chiù bedda i tia un ci nn’è: viva a Maronna a Miccè!”.
La città torna lentamente alla sua normalità, ma negli occhi di chi ha guardato dall’alto e di chi ha camminato nella folla resta impressa la stessa immagine: la Madonna in discesa, sostenuta da braccia, voci e fede condivisa — un rito che continua a unire la comunità, anno dopo anno, nella memoria e nella presenza viva del suo cammino.
Nel 2025 lo sguardo si è spostato verso l’alto, in un’osservazione condotta dai balconi delle abitazioni che affacciano sulla piazza. Da questa prospettiva sopraelevata, la festa appariva come un grande quadro vivente, animato da donne e bambini di diverse origini che, in silenzio, seguivano la processione. Alcune figure, avvolte in abiti tradizionali non occidentali, testimoniavano la presenza di nuove comunità urbane che, pur restando ai margini fisici del rito, vi partecipavano con la forza discreta dello sguardo. Il balcone diventava così una soglia simbolica tra culture e generazioni, un punto di contatto tra chi agisce il rito e chi lo contempla, tra l’intimità domestica e la dimensione pubblica della festa. In questa scena sospesa, la città rivelava la sua natura plurale: il rito non solo rinnovava il legame religioso, ma si faceva dispositivo di inclusione e riconoscimento reciproco, un linguaggio comune nel segno del sacro.
Conclusioni
La festa della Madonna della Mercede al Capo di Palermo costituisce un osservatorio privilegiato per indagare la persistenza e le trasformazioni del sacro nella modernità urbana. Essa mostra come la religiosità popolare, lungi dall’essere un retaggio del passato o un fenomeno folkloristico, continui a operare come dispositivo simbolico e relazionale attraverso cui le comunità elaborano la propria identità, producono coesione e trasmettono memoria.
Condurre un’etnografia su questa festa significa esplorare una soglia viva tra fede, cultura e legami sociali: uno spazio in cui il sacro non è residuo del passato, ma forma attuale di socialità e di costruzione identitaria. L’approccio etnografico, con la sua natura immersiva, consente di osservare come il rito venga vissuto e reinterpretato dalla comunità, restituendo un’immagine “densa” (Geertz, 1973) delle relazioni che lo animano.
Nel caso della Mercede, la prospettiva socioantropologica rivela come il sacro si incarni nello spazio urbano: nelle strade del Capo, nelle botteghe addobbate, nelle immagini della Madonna accanto ai registratori di cassa o alle bilance del mercato. È nello sguardo dei devoti, nella cooperazione tra confrati, nei canti e nella fatica della processione che emerge una religiosità diffusa, capace di attraversare la modernità e di rinnovarsi costantemente. Questa prospettiva consente di superare le opposizioni tradizionali tra sacro e profano, pubblico e privato, religione e secolarità. Al Capo, il mercato quotidiano e il rito religioso si intrecciano e si riflettono reciprocamente, producendo una grammatica simbolica condivisa.
Le feste religiose di quartiere, spesso considerate marginali, si rivelano invece laboratori preziosi per comprendere le trasformazioni della socialità contemporanea. Sono luoghi in cui la comunità negozia la memoria, costruisce forme di riconoscimento reciproco e rielabora collettivamente il proprio rapporto con la storia e con la città. Come ha osservato Turner (1969), ogni rito genera una condizione di liminalità: uno spazio-tempo sospeso in cui si ridefiniscono relazioni e gerarchie. La festa della Mercede produce così una communitas, una solidarietà spontanea che unisce temporaneamente individui e gruppi differenti.
Attraverso l’osservazione partecipante emergono le dinamiche organizzative e simboliche che accompagnano la festa. La religiosità popolare appare come una forma dinamica di socialità e costruzione identitaria, capace di adattarsi ai mutamenti culturali e tecnologici senza perdere il proprio nucleo simbolico.
Abbiamo documentato la persistenza del sacro nella vita quotidiana: nelle botteghe, nei vicoli, nelle immagini domestiche e nelle relazioni tra gli abitanti. Abbiamo rilevato il ruolo della festa come dispositivo di coesione e di memoria. Attraverso la processione, la cura degli addobbi e la partecipazione intergenerazionale, la comunità del Capo ricostruisce ogni anno la propria identità territoriale, riaffermando il legame con la storia e con il luogo. Il rito agisce come memoria incarnata, in cui i corpi e i gesti dei partecipanti rinnovano la continuità tra passato e presente.
Abbiamo verificato le dinamiche di trasformazione del sacro nella modernità riflessiva. L’uso dei social media, delle riprese digitali e dei droni mostra come la tecnologia non profani il rito, ma ne estenda la visibilità, generando una nuova sacralità mediatica che prolunga la festa nel tempo e nello spazio. La comunità diventa così anche virtuale, confermando l’idea di Giddens secondo cui la religione non scompare, ma si riformula nei linguaggi della contemporaneità.
La festa della Mercede permette inoltre di osservare la funzione urbana del sacro iscrivendosi nella città attraverso manifesti, immagini devozionali e simboli che risemantizzano l’ambiente urbano. Il sacro diventa una modalità di abitare e di dare senso ai luoghi.
L’indagine etnografica mostra come strade, vicoli e botteghe vengano investiti di significati religiosi; come gli abitanti trasformino lo spazio urbano in territorio identitario; e come la città stessa, con i suoi suoni e i suoi odori, partecipi alla costruzione del sacro.
Il quartiere del Capo incarna ciò che Cipriani definisce “religiosità diffusa”: una forma di sacro che non si esaurisce nella liturgia, ma permea la vita quotidiana. Le immagini della Madonna accanto agli oggetti del commercio, i rosari nei negozi e gli ex voto nei vicoli testimoniano la continuità fra fede e vita, fra economia e devozione.
Abbiamo osservato come la mediatizzazione della festa — attraverso fotografie, video e condivisioni online — non riduce la dimensione spirituale, ma la amplifica. Le immagini digitali entrano nel patrimonio simbolico collettivo, la partecipazione si prolunga nello spazio virtuale, la memoria si archivia e si trasmette. La festa si configura così come una forma di religione riflessiva (Giddens, 1991), consapevole del proprio ruolo nella società contemporanea e capace di reinterpretarsi senza dissolversi.
La festa della Madonna della Mercede rivela infine come le comunità urbane costruiscano e mantengano la propria identità attraverso il sacro. Essa agisce come dispositivo di appartenenza, un linguaggio condiviso che connette residenti, migranti, confrati, commercianti e devoti. Nel contesto del Capo, il rito diventa anche una forma di cittadinanza simbolica: attraverso la partecipazione, gli abitanti riaffermano il loro diritto a far parte di una storia comune e a riconoscersi nello stesso spazio urbano.
La Madonna della Mercede, che da secoli attraversa le strade del quartiere, continua così a rappresentare la capacità del sacro di abitare la città contemporanea: un sacro che non separa ma connette, che non immobilizza ma trasforma, che non divide ma ricompone — rendendo, anno dopo anno, Palermo una comunità che ancora si riconosce nel proprio rito.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Riferimenti bibliografici
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Cipriani, R. (2017). Il religioso nella società post-secolare. Roma: Armando Editore.
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Geertz, C. (1973). The interpretation of cultures. New York: Basic Books. (Ed. it. Interpretazione di culture, Bologna: Il Mulino, 1987).
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Rossana Salerno, ha studiato presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli studi di Trento, si laurea in Sociologia Territorio ed Ambiente nel settembre 2008. Prosegue i suoi studi con il Master I in Comunicazione, Educazione ed Interpretazione Ambientale presso il Dipartimento Ethos e Dismot dell’Università degli studi di Palermo. Nel 2010 vince il Dottorato di Ricerca in Sociologia, seguita dal prof. Salvatore Abbruzzese nello svolgimento delle attività di ricerca, presso la Libera Università “Kore” degli studi di Enna. Nel 2013 diviene membro di diverse associazioni accademiche nazionali ed internazionali e nel 2014 consegue il Dottorato di Ricerca in Sociologia dell’Innovazione e dello Sviluppo. Nel 2016 si specializza con il master universitario internazionale di II livello in Sociologia – teoria, metodologia e ricerca – interuniversitario Roma tre, La Sapienza di Roma e Tor Vergata sotto la tutela direttiva del prof. Roberto Cipriani. Nel 2017 è impegnata come “Researcher” in Francia in partenariato con A.R.S – Università di Lille2 (France) e Università Kore degli studi di Enna. Ad oggi è autrice di testi ed articoli sulla Sociologia della Religione, del Territorio e dell’Ambiente. Nel 2023 riceve da parte della Scuola di Medicina e Chirurgia di Palermo con sede presso il Policlinico Universitario “Paolo Giaccone” un incarico a contratto di docenza in Sociologia dei processi culturali e comunicativi in ambito lavorativo.
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