Perché il mondo è ancora insanguinato da tante atrocità di guerra? Perché non traiamo le ovvie conseguenze dalle catastrofi belliche che hanno segnato la storia? Di chi le responsabilità odierne? Perché chi ha coscienza degli abomini costitutivi dei conflitti armati non riesce a farli sparire?
Queste sono alcune delle domande che ci poniamo in questo inverno del nostro scontento dove non riusciamo ad intravedere alcuna estate sfolgorante sul cielo di York.
Qualche sprazzo luminoso, tuttavia, ci giunge dalla pubblicazione dal nuovo impegno scrittorio di Andrea Cozzo, che pur non rispondendo a tutti i nostri quesiti – e di certo non si era proposto di farlo con questo testo da poco edito da Mimesis, Media di guerra e media di pace. Sulla guerra in Ucraina. Promemoria e istruzioni per il futuro – almeno ci ragguaglia su un fondamentale aspetto della questione: come funziona la comunicazione che alimenta gli antagonismi armati attraverso i media di massa e come invece chi fa informazione potrebbe favorire la risoluzione pacifica dei conflitti internazionali.
Docente di lingua e letteratura greca all’Università di Palermo, Andrea Cozzo sostanzia il suo fare pubblico di un pertinace attivismo come amico della nonviolenza e di una significativa produzione saggistica che annota, tra gli altri: Nel mezzo. Microfisica della mediazione nel mondo greco antico (2014); Riso e sorriso e altri saggi sulla nonviolenza nella Grecia antica (2018), La logica della guerra nella Grecia antica. Contenuti, forme, contraddizioni (2024). Ma puntiamo l’attenzione sulla nuova opera.
La prima parte espone il modo in cui svariati media italiani hanno riferito sulla guerra russo-ucraina dal febbraio 2022 al marzo 2025, esercitando una violenza culturale incessante a danno dell’opinione pubblica. Lo stesso Andrea Cozzo ci ricorda che si deve a Johan Galtung (sociologo e matematico norvegese 1930-2024, teorico della mediazione pacifica dei conflitti) la classificazione della violenza in tre forme:
- «la violenza diretta, che ha nell’azione armata la sua evidenza più plateale;
- la violenza strutturale, implicita nel sistema economico, politico e sociale, di cui è già più difficile essere consapevoli perché sembra iscritta quasi nella natura delle cose, mentre invece appartiene alla forma organizzativa del sistema nazionale e internazionale in cui si vive;
- la violenza culturale, che provvede a fare accettare le prime due. Infatti spesso non percepiamo come pratiche violente né la prima, camuffata da necessaria ‘difesa armata’, né la seconda, prospettata appunto come naturale, tantomeno ci accorgiamo facilmente della terza stessa».
Ed è proprio su quest’ultima fattispecie, quella più subdola e astuta, che si indirizza l’analisi scrupolosa di Andrea Cozzo, vagliando una rilevante quantità di articoli di quotidiani, servizi di telegiornali, puntate di talk show con opinionisti e intellettuali, confezionati nei primi 37 mesi del conflitto russo-ucraino. Troppo facile sarebbe stato maramaldeggiare su stampa e tv nettamente posizionate, su gazzettieri e intellettuali lodatori seriali dei potenti. Nossignore, Andrea Cozzo dirige la sua indagine sull’informazione di stampo liberale e su quella della sinistra moderata.
Desolante è il quadro che ne viene fuori: tra i quotidiani nazionali solo tre (Il Fatto Quotidiano, Il Manifesto e L’Avvenire) si salvano nella catasta di marpionerie mediatiche che hanno intossicato le colonne del Corriere della Sera, La Stampa e La Repubblica. La situazione rimane stazionaria anche per i telegiornali e i programmi di dibattito politico: pochissimi sono risultati immuni dal virus della propaganda pro Ucraina. Si badi che il testo non si schiera per la Russia o per l’Ucraina, ma critica in maniera inappuntabile l’informazione che applica caparbiamente i tre fattori che stanno alla base del giornalismo di guerra, secondo la formula D-M-A ideata da Galtung nel 2000;
- Dicotomizzazione (noi contro loro),
- Manicheismo (bene contro male),
- Armageddon (la vittoria militare come unica soluzione).
Va da sé, che la formula D-M-A è applicabile anche a tanti testi storici di ogni epoca. Fissati i riferimenti teorici, Andrea Cozzo ci riporta un’ampia gamma di articoli e programmi tv, analizzandone forme e contenuti, linguaggi e argomentazioni a supporto, individuando sottintesi, retoriche e incoerenze. Ne viene fuori un quadro desolante, un ricco campionario di feroce violenza culturale, indirizzata a «inculcare e difendere i progetti economici, sociali e politici dei gruppi privilegiati che dominano la società e lo stato» (Chomsky, Herman 2008). Insomma la «fabbrica del consenso» posta al servizio dell’idea militarista, in funzione di «supporto ‘para-armato’ alla parte a cui abbiamo aderito ‘Noi’, cioè il nostro blocco geo-politico (diciamo quello occidentale; resta ovvio che ogni blocco politico, con i suoi media, ha il suo ‘Noi’, parallelo e contrario)».
Dei numerosi esempi presenti nel testo ne ricordiamo solo alcuni: Umberto Galimberti che rimprovera i russi perché «hanno la colpa di non reagire al tiranno» e rincara affermando che «i dittatori non conoscono altro linguaggio all’infuori della forza», usando argomenti affini a quelli con cui Osama Bin Laden giustificò gli attacchi del 2001 contro gli Stati Uniti. Maurizio Molinari e l’inviata del Tg1 Stefania Battistini insigniti di Medaglia al merito da Zelensky, perdendo così ogni credibilità come cronisti e commentatori degli eventi bellici. Antonio Scurati che deplora l’infiacchimento delle giovani generazioni, ignare della durezza della guerra, fornendoci un vero e proprio proclama bellico. Il tutto espresso da una comoda poltrona di uno studio televisivo.
La continua reductio ad Hitlerum di un Putin pronto a invadere l’Europa ricorda l’analogo trattamento riservato a Saddam Hussein, Slobodan Milosevic e Muammar Gheddafi per legittimare le aggressioni occidentali a Iraq, Serbia e Libia, che tutto han portato in quei luoghi tranne che pace e prosperità. Massimo Gramellini che assimila chi tenta di comprendere le ragioni dell’invasione russa a chi vuole giustificarla. Vito Mancuso che sostiene l’invio di armi all’Ucraina citando una frase di Gandhi sulla teorica necessità di uccidere un pazzo che uccida, obliterando volutamente il contesto di quella frase, in cui il Mahatma osservava che «Durante il mio mezzo secolo di esperienza non mi è mai capitato di trovarmi in una situazione che mi obbligasse a dire che ero impotente, che non avevo alcuna risorsa in termini di nonviolenza». Il mantra diffusamente ripetuto che l’Europa ha vissuto 80 anni di pace, infranti dalle bizze del nuovo Hitler russo, cancellando quanto avvenuto nella ex Yugoslavia negli anni Novanta del secolo scorso.
Per ultimo quello che considero un capolavoro di informazione maligna: la prima pagina de La Stampa del 16 marzo 2022, direttore Massimo Giannini. Ecco come la descrive e analizza Andrea Cozzo: «In primo piano sta una tragica foto di morte e devastazione tra civili, in cima alla quale giganteggia il titolo ‘La carneficina’, senza didascalia ma con sotto i nomi di quattro giornalisti che, all’interno sono autori di servizi sulla guerra in Ucraina; sempre sulla foto, agli angoli bassi, gli occhielli di due articoli i cui titoli sono ‘I traumi dei bimbi in fuga da Leopoli’ e ‘Così Kiev affronta l’assalto finale’, e, più sotto, fuori dalla foto, altri sei titoli: ‘Biden nel labirinto ora deve fare di più’; ‘La rivolta di Marina e le bugie dello zar’; ‘Ormai Vladimir si muove come Hitler’; ‘Bruckner: Putin invasore, no al fascismo di sinistra’; ‘Ma pace e pacifismo sono cose diverse’; ‘Osservare la guerra con il senso di colpa’. Quindi, ancora sotto, si trova un articolo di Mattia Feltri con un titolo beffardo nei confronti di uno studioso di grandissima levatura, ‘Canfora da salotto’. [.] è praticamente impossibile, dato questo contesto, non interpretarla in riferimento a morti provocati dai russi, laddove invece essa ritrae, come è stato poi ammesso anche da chi l’aveva pubblicata, vittime russofone della popolazione di Donetsck fatte dall’esercito ucraino, qui sfruttate per rafforzare il messaggio della ‘mostruosità’ di Putin che d’altronde, secondo quanto appena visto, sarebbe uno ‘zar’ e si muoverebbe ‘come Hitler’».
Affiora così la pratica di un giornalismo di guerra che, in nome di una pretesa difesa dell’aggredito, parteggia anziché prefiggersi la ricerca delle verità di tutte le parti e delle soluzioni attraverso mezzi pacifici secondo i principi del giornalismo di pace. Giornalismo di pace che non sembra difficile da prodursi, sarebbe sufficiente attenersi a poche e semplici regole così come Dov Shinar le ha riassunte:
«1. esplorare le circostanze e i contesti in cui nasce un conflitto, e presentare cause e ipotesi da diversi punti di vista, così da delineare il conflitto in termini realistici e trasparenti per il pubblico;
2. dare voce alle opinioni di tutte le parti coinvolte;
3. offrire soluzioni creative per la risoluzione dei conflitti, il raggiungimento e il mantenimento della pace;
4. smascherare le bugie, gli occultamenti e i colpevoli di tutte le parti, e rivelare gli eccessi commessi e le sofferenze subite da persone di ogni fazione;
5. dedicare più attenzione alle storie di pace e agli sviluppi post-bellici che alla tradizionale copertura dei conflitti».
Disporre di un’informazione non bellicista è importante ma non basta per contrastare le guerre, necessitano anche le azioni concrete che possano coinvolgere chiunque abbia a cuore le sorti del mondo. Ed ecco che Andrea Cozzo ci mette a disposizione un utilissimo prontuario di azione nonviolenta di fronte alla guerra: marce, gemellaggi, reportage congiunti, interposizione tra i belligeranti, sostegno a obiettori, disertori e pacifisti degli stati in guerra ecc.
Proprio per questi contenuti il testo ci pare un valido strumento di autodifesa dalle strumentalizzazioni mediatiche e di condotta per un’informazione e una pratica nonviolenta, che Andrea Cozzo ci dimostra essere possibile, efficace e moralmente non disgiunta dai fini. Insomma, non mente il sottotitolo che qualifica il libro come Promemoria e istruzioni per il futuro.
La limpidezza della scrittura fa leggere (e rileggere) con scioltezza il libro di Andrea Cozzo, che è rivolto innanzi tutto a chi fa comunicazione e informazione, ma chiunque ne può trarre giovamento perché ci offre numerosi spunti stimolanti e lucide riflessioni, non solo su guerra e pace, ma anche su ingiustizie sociali e derive autoritarie delle democrazie occidentali. Spunti e riflessioni che oserei definire di una radicalità rara tra gli intellettuali nostrani, che potrebbe smuovere nella giusta direzione assetti di pensiero intorpiditi.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
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Carmelo Lucchesi, sessantottino, per l’anagrafe, ha insegnato per 7 lustri nella scuola media, è attivista sindacale (dal 1985) e politico (dal 1973). Ha collaborato per 19 anni alla rivista Cobas, ha pubblicato sul suo blog alcune opere teatrali e due romanzi Il re anarchico (2011) e Il sacco, l’ingegnere e le ansie di maggio (2022), che possono essere scaricati gratuitamente in formato pdf all’url https://carmelolucchesi.wordpress.com/opere/. Attualmente è alle prese con un saggio sul regista georgiano-sovietico Mikhail Kalatozov.
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