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Essere sardi

Incendi in Sardegna

Incendi in Sardegna

di Pietro Clemente  

1. Adieu my native shore [1] 

Tornare a casa dopo un mese in Sardegna è sempre con un po’ di nostalgia e un po’ di rabbia. Quest’estate ancora in corso ha raccolto per ora 1185 incendi, il 5% in più della precedente. Dovevo andare a Villacidro a vedere la bellissima raccolta di oggetti del mondo contadino di Marisa Pittau, ma quando ho letto in prima pagina dell’Unione Sarda che tra Villasor e Villacidro c’era stato un grande incendio e la strada era stata interrotta ho rinviato a data da destinarsi. Già sulla costa di Quartu, dove io sto quando sono in Sardegna, c’era un clima torrido; figurarsi un paese dopo un incendio arrivato fino al campo sportivo.

Tutto questo sembra faccia parte della quotidianità, e se di questi incendi anche solo 1000 sono stati appiccati da sardi cosa dobbiamo pensare di loro? Ma c’è in incremento il turismo e tutti felici. Anche se emergono i ‘bidoni’, le false Sardegne, le vistose differenze tra il lusso-extra lusso e la povertà. La giunta di sinistra non ho ancora capito se sia a favore o contro l’eolico. Ma la Sardegna, tutti dicono, è un paradiso. Io la conosco dal 1942 e devo dire che l’ondata di cemento che dagli anni Sessanta ha accompagnato il turismo è stata feroce, anche se non ha cancellato (del tutto) le coste, le rocce, il mare. Che un presidente di regione abbia perso le elezioni perché voleva impedire di costruire vicino alle coste e al mare ha qualche significato.

Tutto ora è più raggiungibile; quando ero giovane si arrivava sull’asfalto da Cagliari fin solo a Cala Regina, andare a Villasimius era complicato assai. Le strade hanno creato percorsi non pensati per un turismo di amicizia coi luoghi, ma condomini turistici, transiti veloci, offerte di facile consumo. Non tutto e non dappertutto, ma quel che c’è di positivo spesso non si vede e non è visibile. In più occasioni ho potuto vedere esperienze di resistenza, di innovazione rispettosa dell’ambiente, di recupero che però sono quasi soffocate dal negativo.

Quando facevo il militante del PSIUP le sezioni di San Vito e di Villaputzu erano fatte da ex minatori, contadini e pescatori, con un’aura di anarchismo, in centri piccolissimi con edilizia tradizionale. Ora dalla strada si vede una immensa colata di cemento condominiale. Dalla Sardegna i giovani vanno via, in Sardegna le coppie non si riproducono, solo i vecchi resteranno per raccontare i sardi gloriosi dei secoli passati al turista e le lotte contro le chiudende. Andare in nave a Cagliari richiede dalle 14 alle 15 ore, ma ciò è consentito raramente, due o tre volte alla settimana. Povera capitale del mio cuore. Città della mia giovinezza. Ci voleva meno tempo trenta anni fa, anche 50 anni fa, con traghetti finalizzati che partivano tutti i giorni.

lavitavacosi_poster-1200x900La Sardegna se dovessimo scegliere tra inferno e paradiso anche in bilancio minimo, 51% contro 49% io direi che è un inferno, non un paradiso. Solo chi non ce l’ha a cuore può dire il contrario. Gli anziani, perché ormai la vita l’hanno vissuta, in parte l’hanno anche salvata la loro terra, nei pochi casi come quello del film: La vita va così di Milani del 2025; e le donne come nel film di Anna di Marco Amenta del 2023 che mette in luce un caso di resistenza, ed entrambi i film sottolineano il fatto che per lo più i concittadini dei resistenti non li sostengono. Sono i sardi della parte dell’inferno. Ovviamente i commercianti, gli albergatori vedono nell’incremento del turismo di massa un bene e non un male come invece oggettivamente è. Le previsioni demografiche sono negative e la Sardegna fra un po’ di anni sarà popolata come la sola città di Napoli. Già ora gli abitanti sono la metà dei capi ovini. E quelli che ci sono si accoltellano, si sparano, litigano, appiccano il fuoco, non fanno figli, e i giovani spesso se ne vanno.

mv5bmjm1zmu2yzktowvkoc00mdbilwiwowetyzcwntu1ytk4zmrjxkeyxkfqcgc-_v1_fmjpg_ux1000_Non sembra esserci un desiderio di cambiare vento, una idea comune di civiltà diversa da costruire. Anche se ci sono movimenti, battaglie importanti contro l’industria delle armi, la svendita del patrimonio naturalistico, per le comunità energetiche e la riabitazione dei paesi spopolati. Una minoranza straordinaria non egemonica

Questa nota sconfortata mi è stata sollecitata dalla rilettura di uno scritto “Filosofia delle costruzioni: collaborare con la terra” che Giorgio Todde, medico e scrittore di grande e fondato successo, pubblicò nella La Nuova Sardegna del 1° maggio 2005. Un testo che qui Costantino Cossu ripubblica e commenta. La metto in apertura di una riflessione che ho fatto su me stesso come sardo, e sulla mia sardità. Partendo dalle impronte che si possono trovare su di sé di una particolare identità, nel mio caso quella regionale. Riflessione dedicata a coloro che credono che ci sia solo un modo di essere sardi, duri, veri e identitari, dotati di DNA. Io vivo a Siena da 53 anni ma, mi spiace per i puristi, sono sardo. 

Le agende del nonno Francesco

Le agende del nonno Francesco

2. Impronte

 Dumbo e i bobbois 

Non è cosa facile riuscire a raccontare le impronte che hanno segnato e sono restate nella propria vita. Le impronte del padre mi portano a un mondo non semplice, almeno da quando Freud ci ha segnato coi suoi scritti. Noi eravamo tre fratelli a scala, più tardi nacque il quarto. Durante la guerra abbiamo prevalentemente vissuto con nostra madre mentre il padre (richiamato più che trentenne a comandare una batteria di artiglieri a Ciucchesu – la Maddalena) era un miraggio e un lontano eroe. In quegli anni abbiamo vissuto, come sfollati, a Meana Sardo, terra di mia nonna paterna con la mamma napoletana e a volte con il nonno pugliese. Questi ultimi non capivano il sardo, comunque noi ci sentivamo sardi. Eravamo immersi in un ambiente fortemente tradizionale: quando ci portavano sul carro a buoi era per noi come andare su una Ferrari e quando montavamo l’asino era come andare in moto.

Pagina del diario del nonno Francesco

Pagina del diario del nonno Francesco

Giocavamo coi coetanei che spesso erano scalzi ma dai quali abbiamo imparato moltissimo. A veglia le donne raccontavano a noi bambini storie di delitti di sangue avvenuti nel territorio e di fantasmi (bobbois e bobboeddus) ma ci insegnavano anche le filastrocche (babbaiola babbaiola piga su libru e bai a iscola).

Avevo 5 anni e sanguinavo da un dito per avere usato con poca perizia un coltello (leppa) nel togliere il mallo alle noci, quando vidi e mi fu affidato un gattino abbandonato e lo volli chiamare Dumbo. Un elefante volante certo non era nell’immaginario sardo. Vivevo già in un orizzonte globale. diventando un grande consumatore di fumetti come Il Vittorioso e Topolino. Una impronta potrebbe venire proprio da queste letture: amavo lo sfortunato Paperino e detestavo il sempre vincente Topolino. Le nostre memorie sono plurali e complesse, caleidoscopiche. Su di me Primo Levi, Anna Frank e più tardi Salinger (per citarne solo alcuni) sono stati assai più pregnanti che non Grazia Deledda che lessi a scuola ma senza grande simpatia o Salvatore Farina – che dava il nome alla via dove ho abitato a Cagliari e che ancora non so bene chi fosse. 

Meana sardo, sul carro tirato dai buoi il nonno con i nipoti , la zia e dietro il carraio e il contadino che si occupava delle terre della famiglia della nonna

Meana sardo, sul carro tirato dai buoi il nonno con i nipoti , la zia e dietro il carraio e il contadino che si occupava delle terre della famiglia della nonna

Mogli e buoi al contrario 

La mia famiglia ha modificato il proverbio corrente: mogli e buoi dei paesi tuoi, facendolo diventare mogli e buoi dei paesi altrui. Mio nonno pugliese, arrivato per concorso come ingegnere edile in Sardegna, si sposò con mia nonna di Meana Sardo. Mio padre aveva studiato Scienze Agrarie a Portici, lì conobbe Bianca Pennella, di origine lucana, la sposò, vennero a vivere a Cagliari dove rimasero per tutta la vita. Mia mamma Bianca aveva un lessico particolare, il suo italiano era costellato di napoletanismi. Mio padre, agronomo ed esperto di zootecnia, sosteneva che l’incrocio tra bovini sardi con animali di altri luoghi era auspicabile per migliorare la razza, ed estendeva così questa sua opinione anche agli umani.

Da adolescenti – abitavamo ormai da diversi anni a Cagliari – noi fratelli Clemente, non amavamo più il paese che ci sembrava arcaico e, senza alcuna nostalgia per il passato, diventammo modernisti continuando però a sentirci sardi. Non sempre per vanto e anzi a volte con una certa rabbia per esserlo, come succedeva a tanti giovani costretti ad emigrare. Nel 1960 andai a Milano, ma dopo due anni di studi fallimentari, tornai a Cagliari dove mi diedi anima e cuore alla politica. Mi ero sposato con Ida, lombardo piemontese: si continuava così la regola esogamica. A quel punto essere sardo significò voler cambiare la Sardegna attraverso le lotte politiche e sociali. Essere sardo non era per me il primo valore, al di là delle scelte politiche ed etiche, tanti conterranei conservatori e potenti li sentivo nemici. Nel 1972, alla morte di Antonio Segni, i giornali scrissero che tutti i sardi lo amavano, per me non era così. Quando nel 1973 mi trasferii a Siena scoprii che ciò che più mi mancava era il mare; capii così che il mio essere sardo aveva un tratto isolano e cagliaritano.

Oggi, dopo avere passato più di 50 anni a Siena, mi sento ancora come un sardo cagliaritano prestato a Siena per un canale diverso da quello dei pastori, dei fantini e dei cavalli del Palio. Dopo essermi trasferito a Siena ho cominciato a sentire forti nostalgie, a guardare con simpatia di migrante alla squadra di calcio del Cagliari che, pure negli anni d’oro, avevo snobbato perché il tifo era per me oppio per il popolo, energia che sarebbe stato meglio trasferire in più utili processi. E poi ho cominciato a cucinare la panada e le pardulas che quando ero giovane e vivevo in Sardegna non avrei mai pensato di cucinare. 

888467097Tracce ritrovate

Ho riscoperto le mie impronte sarde da adulto. Da bambino era normale essere sardo in un mondo dove tutti eravamo sardi. Da giovane detestavo le comunità corporative, non ho mai creduto al sardismo nazionalista perché la storia della cultura sarda ha avuto importanti momenti soprattutto nello scambio con altre culture europee se non universali. Ero per una Sardegna di operai e minatori, di studenti e pastori in lotta. Dopo i 40 anni sono comparse impronte profonde che ho esplicitato in qualche scritto. Mi sento italiano perché sono sardo, e mi sento sardo in quanto sono italiano. Secondo me, il tema della nazione mancata, proposto da Emilio Lussu e criticato dai sardisti negli anni recenti, è un concetto forte. È l’indicatore di una traccia profonda di identità, che si manifesta per mancanza e si costruisce in nuovi contesti possibili.

Di Meana mi sono rimasti nella memoria tanti piccoli momenti: le serate in cui i pastori venivano dalla campagna a portare il latte a casa della sorella di mia nonna. Lì c’era il cuore ‘aziendale’ elementare della famiglia gestita da un fratello di mia nonna. I bambini avevano spazio per curiosare, mi veniva dato il ‘cuccupiludu’ – un avanzo della lavorazione del formaggio. Ho scoperto da poco che questa parola non esiste più. Le donne, accaldate e rosse per la fatica e per il calore del forno, preparavano il pane e regalavano a noi bambini qualche piccola/o coccoi Ricordo che nei pochi inverni passati a Meana, a volte, nevicava e mia mamma, che aveva imparato a fare sa carapigna, era felice di raccogliere la neve dalle finestre per farla diventare un gelato. Allora la neve non era inquinata.

Ricordo il suono bellissimo che aveva per me la frase a Sa mendula marigosa, che era il nome di una via esterna del paese. Può darsi che la mia passione per la poesia di Garcia Lorca derivi da queste sonorità. Da bambini giocavamo spesso nell’aia di Trazzone, un’aia vicina al cimitero. Da lì spesso andavamo a fare lunghe gite a piedi e imparavamo a riconoscere il sambuco, il lentischio, il cisto, l’asfodelo, il nocciolo, il noce, il castagno, l’olivastro, su pirastru. In soffitta della casa dei miei avi c’erano le pilarde di pere secche, mai più viste in vita mia. L’aia, oggi è una parola dimenticata, ma era allora centro rurale e metafora della vita.

La lingua parlata da mia madre non era il sardo. La lingua materna che si acquisisce dallo spazio geografico, sociale e culturale in cui ‘ero stato gettato’ mi mancava ed era sostituita da quella di un grande Paese in movimento che era patria ma non matria. Mi ero illuso che il ‘meanese’, una parlata che ha una sonorità leggera e un accento elegante e che capivo da bambino, mi tornasse alla mente agli ottanta anni, quando l’infanzia si ripresenta nella memoria. Lo avevo anche scritto [2], ma non è stato così. Via via mi vengono alla mente le parole del cagliaritano e del meanese ma non la lingua. Quella non c’è ed accentua un sentimento di perdita. Anche se basta che dica olio, ottico, etc. per essere riconosciuto come sardo o essere preso in giro dai miei nipoti nati a Siena.

maxxi-cover-3dmmImpronte miste

La mia cultura degli anni 60 è legata al socialismo e al movimento operaio, alla conoscenza, alla ammirazione ma anche alla critica, del pensiero politico di Emilio Lussu. È legata al marxismo, che ha lasciato impronte profonde nella mia visione del mondo. Ogni tanto ho l’impressione che il marxismo che ho appreso in quegli anni non sia biodegradabile e nonostante tutto stia ancora lì in agguato per lasciare il suo segno. Anche se quel marxismo è stato ben temperato dal pensiero di Antonio Gramsci. Ricordo la nascita delle grandi aziende petrolchimiche Saras e Rumianca, e i dialoghi con gli operai alla fine dei turni, o a casa loro, dove percepivo la nascita difficile ma entusiasmante di una nuova classe operaia [3].

Alcuni concetti guida del metodo antropologico come ‘Ascoltare le voci’ e dare importanza alle parole degli altri li ho appresi ai cancelli della Rumianca. Degli anni 60 ricordo alcune letture emergenti che sono rimaste come imprentas in una zona di mezzo tra metodologia di ricerca e etica della relazione: Lettera a una professoressa, e l’Autobiografia di Malcom X. Nel mio primo intervento politico a una assemblea del 1967 all’Università di Cagliari, vi era traccia di queste letture, erano diventati sardi anche questi libri, ispiratori di idee per noi studenti dell’isola.

La mia è una storia lunga ma da qualsiasi parte la si veda è un fritto misto, ricco di memorie miste, di impronte sghembe. Eppure la mia Sardegna è sempre stata molto di più di quell’ottavo di sangue che un antropologo fisico ci avrebbe visto. Anche la memoria da trasmettere come nonno è complessa come i miei ricordi, ma è chiaro che è una memoria il cui punto di riferimento è la Sardegna. Nel tempo tra i sardi che ho più stimato o amato ho trovato sempre un rapporto Sardegna-Mondo che ha permesso esperienze nuove rivissute e rielaborate nell’incontro. Da Giommaria Angioy a Emilio Lussu, da Grazia Deledda a Maria Lai e via ricordando la poesia, la letteratura, l’arte, la politica, è l’incontro col mondo che dà una straordinaria potenza alla dimensione di origine. Maria Lai [4] diceva che essere sardi è una risorsa, un privilegio, che va usato per essere creativi, innovatori, universalisti perché a chi è cresciuto vicino ai nuraghi, alle rocce, alle pietre, alle domus de janas, al vento e al mare, e li ha dentro gli occhi e la memoria, si addicono e si chiedono imprese dai larghi orizzonti. Più triste la posizione sempre più diffusa di coloro che vanno potenziando fino a inventarlo il passato, come se una gloriosa antichità fosse una risposta ai drammi del presente. A mio avviso servirebbe solo a far ridurre i sardi a guide turistiche narratrici di mitologie in una Sardegna spopolata, longeva e senza figli ma piena di turisti.

i__id6075_mw600__1xNegli ultimi dieci anni ho fatto esperienza di una Sardegna che lotta contro lo spopolamento, con nuove imprese agro-pastorali, anche di donne, iniziative di riproposta dell’artigianato, dei saperi della natura, dell’edilizia tradizionale, tentativi di costruire comunità energetiche… È una prospettiva che suggerisco, perché è partire da qui, dallo spopolamento, dallo sforzo di superarlo, che la filiera dell’identità sarda cambia senso. In Gallura con Lidia Decandia [5] in varie zone dell’Isola, con Benedetto Meloni [6], nel Gerrei con Tommaso Lussu (da Armungia alla rete dei paesi delle aree interne).

È un modo nuovo e non facile di guardare alla Sardegna. Ma l’unico che abbia dentro un investimento sul futuro che non sia incendi e turismo. E di guardare al mondo impegnato in questi temi dello sviluppo locale. Sardegna e mondo. Tra Emilio Lussu e Maria Lai ho avuto buoni maestri di sardità sghemba, che non si accontenta del suo spazio e guarda al mondo per tornare all’isola arricchita e lungimirante. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026 
Note
[1] Quando parto in nave da Cagliari ricordo sempre i primi versi di una ampia poesia di Byron, appresa a Cagliari nei corsi di inglese della professoressa Vittoria Sanna, al Liceo Dettori, si tratta di G. Byron, Childe Harlod Pilgrimage, 1818
[2] P. Clemente, Samunare, in Autori vari, Cartas de logu. Scrittori sardi allo specchio, Cagliari, CUEC, 2007, ‘samunare’ per’ lavare’ è una parola legata a Meana.
[3] Lo ho raccontato in P. Clemente, Triglie di scoiglio. Tracce del sessantotto cagliaritano, Cuec, Cagliari, 2002
[4] Maria Lai, Isola di pietre e di memorie, Collana “Gli Archivi della Memoria”, diretta da Romano Cannas, vol. Voci e Storie, Roma, Rai, 2005
[5] Lidia Decandia, Territori in trasformazione. Il caso dell’Alta Gallura, Roma. Donzelli, 2022. La Associazione Casa Lussu e la rete dei piccoli paesi è ispiratrice della rubrica Il Centro in periferia, e molti scritti che riguardano questi temi si trovano in altra parte della rivista Dialoghi Mediterranei dal 2017.
[6] Molti suoi scritti e di suoi allievi hanno trovato voce in questa rivista.

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Pietro Clemente, già professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche in pensione. Ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Università di Firenze e in quella di Roma, e prima ancora Storia delle tradizioni popolari a Siena. È presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA); membro della redazione di LARES, e della redazione di Antropologia Museale. Tra le pubblicazioni recenti si segnalano: Antropologi tra museo e patrimonio in I. Maffi, a cura di, Il patrimonio culturale, numero unico di “Antropologia” (2006); L’antropologia del patrimonio culturale in L. Faldini, E. Pili, a cura di, Saperi antropologici, media e società civile nell’Italia contemporanea (2011); Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita (2013); Le culture popolari e l’impatto con le regioni, in M. Salvati, L. Sciolla, a cura di, “L’Italia e le sue regioni”, Istituto della Enciclopedia italiana (2014); Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori (con A. M. Cirese, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); Tra musei e patrimonio. Prospettive demoetnoantropologiche del nuovo millennio (a cura di Emanuela Rossi, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); I Musei della Dea, Patron edizioni Bologna 2023). Nel 2018 ha ricevuto il Premio Cocchiara e nel 2022 il Premio Nigra alla carriera.

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