di Salvina Chetta
Oh, come erano felici i figli del sole, del loro sole, come erano belli di una bellezza infantile gli uomini sognati dal protagonista del racconto “Il sogno di un uomo ridicolo” di Fëdor Dostoevskij [1]. Non conoscevano le leggi dei figli del sole di qui, non conoscevano le leggi, solo l’amare gli altri sapevano, la vita sopra la coscienza della vita, la felicità sopra la conoscenza delle leggi della felicità. L’uomo che li sogna non capisce il loro canto, ne comprende le parole, ma non il significato, col cuore però sì che comprende quest’uomo “ridicolo” che sogna: «La cosa principale è amare gli altri come se stessi, ecco qual è la cosa principale, ed è tutto qui, non occorre proprio nient’altro» [2]. E predica l’amore fra gli uomini l’uomo “ridicolo” che sogna.
E scrive lettere d’amore ridicole: «Tutte le lettere d’amore sono / ridicole. / Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore, / come le altre, / ridicole. / Le lettere d’amore, se c’è l’amore, / devono essere ridicole» [3].
E canta l’amore Marilena Monti (Palermo 1949 – Castelvetrano 2023): «e adesso voi mi ascolterete / e adesso voi conoscerete / tutte le cose che il mio cuore vi dirà» [4]. Amore romantico, amicale, politico, eros, philia, agape? Distinguo e separazioni intellettualistici appartengono ai figli del sole di qui, lasciamo stare. L’amore, dicevo, ridicolo ai figli del sole di qui.
Amava la vita Marilena Monti, di un amore tanto grande da trovare sublimazione nell’impegno civile e nelle arti: la musica, il canto, la recitazione, la scrittura, la poesia, la fotografia. Attraverso il canto racconta l’amore, sé stessa, la sua terra, la Sicilia: «Credo che ciascuno di noi abbia una funzione nella vita. La mia è questa: raccontare» [5].
Non amava definirsi una cantante: «chi fa il cantante è uno che cura e studia la voce (…), io mi definisco un saltimbanco, nel senso che attraverso tutte le varie possibilità espressive. Faccio rivivere storie vecchie e nuove di quest’isola attraverso una voce e una chitarra» [6].
Marilena Monti ha scritto e messo in musica versi popolari e colti, accompagnandosi con la chitarra, ha reinterpretato e cantato con la sua voce struggente e cristallina brani della tradizione popolare siciliana con lo scopo alto e umile al contempo di servire le parole, i versi, la narrazione. Ed è proprio “Io vi racconto” il titolo di un brano contenuto nell’omonimo vinile a 45 giri pubblicato nel 1970 dalla casa discografica Fonit: «Racconterò di un fiore a primavera / vi parlerò di un sogno mai finito / di un grande parco verde / dove il sole resta nascosto / tra le foglie chiare». Così nel brano “Sutta lu mari” ascoltiamo la dichiarazione di intenti di una intera esistenza: «Porto dal mare lacrime e parole / porto racconti d’uomini e destini».
Vivere per raccontare, vivere per raccontarla, volendo citare, ma non solo, Gabriel García Marquez: Gerald Basil Edwards, scrittore britannico, ha dedicato tutta la propria vita alla scrittura di un potentissimo romanzo, Il libro di Ebenezer Le Page, una intera esistenza a raccontare la storia dello straordinario, caparbio e solitario Ebenezer. Il problema per Ebenezer nelle ultime pagine del romanzo è a chi lasciare l’eredità: una pentola d’oro, una casa con un piccolo giardino, la propria vita raccontata in tre quaderni nella vecchiaia. Quale pubblico sotto un cielo stellato d’agosto si appresta ad assistere allo spettacolo “Quando gli dèi erano tanti” del “narrattore” Marco Baliani. Più di un’ora di racconto senza azioni e senza scena. Una vera fatica per una genia di scrollatori di immagini. A chi gettare le perle? «Ti prego, Signore, non permettere che quello che ho vada sciupato» [7].
Anima sensibile, «solitario pesce con la spada» del cuore, l’artista Marilena Monti sente la solitudine e il tormento di chi antepone alla ragione e al calcolo il sentimento: «Sconfitta dalla umana intelligenza» [8] canta parole portate dal vento e dal mare. Paga il fio della solitudine chi ha il dono del sentire poetico, vera compagna di una vita la chitarra: «Io che vivevo sola nel mio mondo / avevo tanti libri e una chitarra» [9], strumento, questa, fatto persona, compagna, appunto, con cui condividere il pane del sentire profondo. Nel brano “Un pianto di glicini” la chitarra «piange in silenzio» la fine di un amore. Quest’ultimo pezzo è stato pubblicato nel 1969 su 45 giri per l’etichetta Fonit, a firma di Marilena Monti e Paolo Filippi. Il disco nel lato B contiene il brano “Darei persino queste note”. Il “per” anaforico delle strofe organizza e introduce l’elenco dei doni da elargire all’amato (la canzone più cara, i ricordi più belli, le note tristi) in cambio dei suoi occhi, della sua voce, delle sue mani. Marilena figura nella copertina di “Io vi racconto” e di quest’ultimo disco con una chitarra fra barche tirate a secco.
Nel 1987 viene pubblicato l’album autoprodotto “Viaggio”. Il lato A del vinile contiene sei brani scritti e cantati da Marilena: “L’acqua”, “L’autostrada”, “Lu lettu è rosa”, “Come un disco”, “Il mio amico” e “Vurria di lu to sangu”.
Tristezza e nostalgia animano la creazione artistica di Marilena Monti: «e quando troppo triste era il mio cuore / io componevo musiche d’amore» [10]; la scrittura nasce dall’inquietudine della ricerca dell’eterno nel già finito, sogno, fiore a primavera, la propria terra lontana, viola di campo, passato che non può tornare o tempo non ancora compiuto, «amore che non ha senso, ma è tutto per me» [11]. Non è disperante la mancanza, ma il vuoto: di un amore finito basta il ricordo. Il pensiero è già consolante e stimolante presenza, comunicazione tra le anime, metonimica correlazione amorosa: Ifimedia, innamorata di Poseidone, tra le onde del mare sollevava l’acqua e se la versava sul grembo [12].
Della propria terra lontana basta il pensiero delle sue semplici cose. Non è vuota la valigia dell’emigrante. «In treno un emigrante siciliano tornava in Germania a fine estate. Portava fra i tanti bagagli pesanti una valigia vuota. Gli chiesi perché: “signuri’… cca ci mettu lu paisi”. Ho composto la canzone, testo e musica, anche se le parole dell’uomo erano già poesia compiuta»: «ci mettu la casa, ci mettu la strata e lu barcuni di la me zita, ci mettu la chiazza, ci mettu l’amici e la festa di lu me paisi, ci mettu la pasta, anticchia di pani, chi dunni iu travagghiu ‘un ni fannu accussì, ci mettu la zagara regina, la me lingua, li me canzuna» [13]. La lista canta l’amata terra lontana. La valigia è lo scrigno del ricordo. Come la “casciaforte” di Aurelio Fierro, fosse anche per conservarne il mozzone di una stearica conficcato nella bugia, è necessaria: «Certe reliquie, certi cimeli, si’ e ttiene ‘a fore ponno sparì».
l tema della lontananza e della nostalgia per il paese natio viene ripreso nel brano “Paese” andato in onda il 7 agosto del 1980 all’interno dello speciale Rai “Binocolo – Marilena Monti e New Jazz Society” per il ciclo di trasmissioni “Liberi fotogrammi d’estate”, con la regia di Pino Valenti e la collaborazione di Marilena e de “I Cavernicoli”. Nello sfondo, con mia sorpresa, le immagini trasmettono il paese di Mezzojuso, questo mio piccolo paese da cui scrivo. La scoperta, mentre mi occupo delle canzoni di Marilena Monti, di ricercare le tracce di questa voce argentina e di quest’anima bella, mi desta meraviglia. Pure io ho il cuore di simboli pieno: sento che corrispondono le anime, sono propizi gli dèi. Marilena Monti a Mezzojuso nel 1980 ci sarà stata diverse volte, visto che veniva girato qui dallo stesso regista anche “I pastori di Kanniolo”, sceneggiato in quattro puntate che vede in scena proprio la giovane Marilena.
Tra le canzoni in dialetto siciliano anche “Piazza Marina” e “Chista terra è comu una matri”, brano utilizzato come sigla del programma televisivo della Rai Sicilia “Frammenti di una storia – I problemi della Sicilia di ieri e di oggi” diretto da Baldo Maggiore, andato in onda nel 1980 e reperibile nelle Teche RAI [14]. La canzone recita così:
Chista terra è comu ‘na matri ca fa tanti figghi
E ogni figghiu è a spiranza ru passatu
Passatu ri ricchizzi, passatu ri dulura
Scanzativi mafiusi e malantrini
Sti figghi sunnu granni granni granni
Hannu ‘na spata fatt’ ‘i gersumini
E un cannuni chi spara
Spara aranci
Chi ci po’ fari a vostra lupara
Chi ci po’ fari a vostra lupara…
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] Fëdor Dostoevskij, “Il sogno di un uomo ridicolo”, in Racconti, Feltrinelli, Milano 2023
[2] Ivi: 434
[3] Fernando Pessoa, Poesie di Álvaro de Campos, Adelphi, Milano 2007: 349
[4] Marilena Monti, “Io vi racconto”, Fonit 1970
[5] Cfr. il sito https://www.libreriaeditriceurso.com/archivio%20mailing%20list/Per%20Marilena_Monti.html
[6] Ivi.
[7] G. B. Edwards, Il libro di Ebenezer le Page, Elliot, Roma 2007: 525
[8] Marilena Monti, “Sutta lu mari”.
[9] Id., “Io vi racconto”, op. cit.
[10] Ivi
[11] Marilena Monti, “Un pianto di glicini”, Fonit 1969.
[12] Cfr. Roberto Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, Milano 2021
[13] Cfr. https://www.youtube.com/watch?v=bNv15y2t2x4&list=RDbNv15y2t2x4&start_radio=
[14] https://www.rai.tv/dl/sicilia/video/ContentItem-dc489159-5347-4bfe-9332-589bec5f7890.html
___________________________________________________________-
Salvina Chetta, vive a Mezzojuso (PA). Si è laureata in Lettere moderne ed è insegnante di Sostegno nella scuola primaria. Ha fatto parte della Compagnia del Teatro del Baglio di Villafrati (PA). È appassionata di fotografia e ha pubblicato alcuni saggi sull’emigrazione siciliana in Tunisia. Per la rivista “Nuova Busambra” ha curato la rubrica “Nìvura simenza” sulle scritture popolari.
_____________________________________________________________







