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Discarica pubblica ad opera di privati, ossimoro al limite del non senso. Dialogo con Vanessa Ambrosecchio

coverdi Elena Pistillo

Le Leonesse di Vergine Maria (Mesogea Edizioni, 2026), il romanzo di Vanessa Ambrosecchio, è molte cose insieme, come emergerà nel corso di questo dialogo con l’autrice. Innanzitutto è un atto di cura verso ciò che rischiava di essere dimenticato: le morti dei bambini travolti dai camion stracarichi e malandati che, negli anni del sacco edilizio palermitano, correvano a scaricare detriti e calcinacci nelle discariche abusive; il disastro ambientale e le devastazioni della speculazione edilizia che hanno strappato Palermo al suo mare e cancellato intere borgate in un vero e proprio stupro del territorio; il connubio tra mafia e politica; la coraggiosa lotta delle donne della borgata.

È un varco di luce che illumina il margine urbano e umano da cui Palermo troppo spesso distoglie lo sguardo. È una scrittura – dolcissima e allo stesso tempo tagliente, densissima di fatti, denunce, emozioni, aneddoti delicati e tragedie immense – che scava e raccoglie tracce, volti, luoghi, fotografie d’archivio, testimonianze, per narrare di lutti indicibili, di ossimori impossibili.

È un reportage narrativo – come è stato definito – che intreccia memoria civile, indagine storica e racconto. Con uno stile di scavo memoriale, la narrazione procede per affioramenti successivi, non in ordine cronologico, svelando man mano, con una scrittura fortemente empatica, «una vera strage degli innocenti», lutti terribili che riaffiorano dolorosamente dalla memoria collettiva: le vittime vengono riportate alla luce una alla volta, dal fondo, come voci e volti che riemergono da un oblio lungo sessant’anni.

Attraverso una scrittura intensa, elegante, precisa, luminosa, puntellata da brevi testi lirici, scanditi da ripetizioni e variazioni minime, che tornano come mantra ad apertura della maggior parte dei capitoli, l’autrice ricompone questa vicenda paradossalmente poco nota, dimenticata, muovendosi tra testimonianze orali, la memoria dei luoghi e i pochi documenti d’archivio: articoli per lo più non firmati del Giornale di Sicilia, del giornale L’Ora – che indaga sulle cause strutturali dei fatti e denuncia le responsabilità pubbliche e sistemiche – e del giornale Telestar che, parlando degli stessi fatti, invece accusa la bidella, lo sciopero dei mezzi, perfino i genitori.

Telestar, «un quotidiano di cui non conoscevi l’esistenza», scrive l’autrice che sembra raccontare soprattutto ciò che scopre con intelligente curiosità e profonda dedizione, più che ciò che già conosce. Notiamo nel testo l’oscillazione tra la prima persona, come luogo della sincerità, del coinvolgimento emotivo diretto, dell’urgenza etica e la seconda persona, che da un lato interpella, coinvolge, chiama dentro il lettore, dall’altro lato è un “tu” usato come autoindirizzo: una seconda persona rivolta a sé stessa, “tu” insegnante, che è chiaramente la stessa autrice ma come sdoppiata. Altre volte il “tu” è invece chiaramente rivolto al lettore, trascinandolo nella scena come un testimone diretto. «Se aspetti il 731…» [...] «Vedrai un uomo anziano…».

images-1-1Le Leonesse di Vergine Maria è uno di quei libri che sfuggono alle definizioni. Se la categoria del reportage narrativo ne coglie senz’altro una dimensione essenziale, trovo ancora più significativa la definizione che ne offre la stessa Vanessa Ambrosecchio nella nota finale, quando ringrazia le donne e gli uomini di Vergine Maria per averle affidato una storia privata e collettiva di dolore, passione e riscatto.  

Sin dai primi capitoli, il lettore scopre che l’autrice è entrata in contatto con questo straordinario patrimonio umano e storico grazie a un progetto scolastico e al legame con la comunità di Vergine Maria che, come lei stessa racconta, «mi adottò 24 anni orsono, quando presi servizio nell’allora neonato Istituto Comprensivo Arenella».

In quale momento hai capito che il patrimonio emerso da quel progetto scolastico poteva trasformarsi in un libro?

«Credo che prima di me lo abbiano capito proprio gli abitanti di Vergine Maria che mi hanno aiutato nel progetto scolastico di ricerca-azione con il recupero della memoria dei luoghi e la ricostruzione puntuale dei fatti. Sono stati loro a dirmi: di questa storia devi fare un libro. È stata un’investitura: mi hanno scelta per riportare alla luce un lutto tre volte orribile: per la morte dei bambini coinvolti, per la devastazione di una natura meravigliosa, e perché di questo eccidio la città aveva completamente sotterrato la memoria, e con essa la dignità delle vittime. Ed è stata proprio l’indignazione che mi ha spinto a mettere insieme i tasselli dell’indagine condotta con gli alunni e provare a farne una narrazione storicamente documentata, facendo rivivere nel racconto personaggi, avvenimenti e contesto storico-sociale: quello del famigerato Sacco di Palermo. Ho sentito che era l’unico modo per risarcire gli anziani del loro passato e i giovani del loro futuro. Volevo cioè che alla vecchia generazione della borgata venisse riconosciuta l’ingiustizia subita, e ai miei alunni fossero forniti gli strumenti di ricerca che consentono di leggere il territorio e le sue ferite per coltivare il sentimento della legalità».

Nel capitolo La scuola dentro e fuori, che è già un titolo molto indicativo, leggiamo: «Così l’indomani, organizzati i gruppi di lavoro, la ricerca prosegue. [...] Animati dall’indagine su una storia che li riguarda (una storia su cui non sanno granché nemmeno loro che lì vivono), tutti lavorano alacremente e, pratici come sono del web, aprono piste che ti sorprendono. [...]». Grazie alla curiosità di un suo alunno, l’autrice scopre un modo suggestivo per viaggiare nel tempo attraverso le mappe storiche della città: «[...] è una specie di magia quella cui assistete: col dito vai avanti e indietro, e in questa curiosa sinossi delle epoche l’attuale spiaggia di Vergine Maria compare e scompare».  Leggiamo: «Sei tu stavolta che devi imparare tutto.»  E ancora: «Questa storia non sta scritta in nessun libro, ragazzi. Proviamo a scriverla noi»; «La classe esplode in un applauso entusiasta, ma tu no, continui a pensare. Che insegnare e imparare la Storia sono una cosa sola».

Nel tuo testo la scuola, dunque, non appare come luogo di trasmissione delle conoscenze, ma come uno spazio di ricerca condivisa. Gli studenti sembrano diventare veri e propri compagni di viaggio nell’indagine sul passato della borgata. In diversi passaggi emerge l’idea che insegnare e imparare siano processi inseparabili. La curiosità degli alunni apre piste inattese, suggerisce domande nuove, persino nuove modalità di osservare il territorio. È questa la tua idea di scuola?

«Assolutamente sì. Un’idea cui mi sono accostata sin dai primi anni della mia immissione in ruolo, nel 2001, avendo la fortuna di incontrare una dirigente e delle colleghe illuminate, e che ho poi consolidato nel tempo, soprattutto con l’imporsi del web nella vita di tutti e in particolare dei più giovani. Oggi la scuola è chiamata ad avere un nuovo ruolo: è necessario imparare/insegnare a discernere, connettere e riorganizzare l’immenso bagaglio di conoscenze sempre disponibile nella Babele di Google, e ciò può avvenire solo acquisendo dei solidi strumenti di ricerca. Questa nuova sfida per discenti e docenti non può non mutare radicalmente, prima di tutto, la postura degli uni nei confronti degli altri. Il docente non è più il depositario di un sapere acquisito una volta per sempre, bensì colui che detiene la cassetta degli attrezzi del lavoro intellettuale e la capacità di utilizzarli. Di contro, gli alunni non vanno costantemente relegati in una condizione di minorità, anche perché effettivamente a volte sanno più cose di noi adulti. Bisogna piuttosto lavorare insieme alla costruzione collettiva del sapere. Così i più giovani diventano protagonisti del loro processo di apprendimento e si accostano alla conoscenza con curiosità ed entusiasmo. C’è una bellissima definizione che fu utilizzata da Danilo Dolci per il maestro Eliodoro Sollima, e che faccio mia: «l’educatore è un allievo che ha cominciato a cercare prima del più giovane allievo». Insomma, noi docenti non dobbiamo dimenticare che non smettiamo mai di essere prima di tutto allievi».

images-21Tu sei insegnante e scrittrice. Nel 2021 hai raccontato il mondo della scuola in Tutto un rimbalzare di neuroni, oggi racconti una storia nata proprio all’interno di un’esperienza scolastica. Esiste un confine tra la docente e la narratrice oppure le due dimensioni si alimentano reciprocamente?

«Per tanti anni le due strade della mia vita hanno corso parallele. Mettevo a frutto a scuola più che altro la mia passione per la lettura e l’analisi del testo, puntando moltissimo sulla lettura da alta voce condivisa, ma quando qualche alunno trovava il mio nome online e ne traeva la conseguenza che fossi “famosa” (Google dixit!), nicchiavo e cambiavo discorso. Con l’esperienza della DAD, invece, ho sentito l’urgenza di raccontare quella realissima distopia da tutti noi vissuta e sofferta, mettendo al centro la scuola e il grande lavoro che ha fatto in quei mesi per arginare il disagio dei giovani, soprattutto nei quartieri a rischio. Così, da Tutto un rimbalzare di neuroni in poi, mi sono resa conto che raccontare la scuola in letteratura, senza farne oggetto di satira o scenografia pittoresca per parlare d’altro, è urgente per la centralità che essa riveste nel progresso civile, sociale ed economico di un Paese. Di contro, la scuola mi ha fornito la materia prima dei miei ultimi due libri, ma anche di tre racconti usciti in diverse antologie in questi anni. Evidentemente, le strade parallele cominciano a convergere. Ciò non significa che d’ora in poi scriverò sempre di scuola, ma forse con la maturità cresce l’armonia tra le anime che mi compongono».

Nell’oscillazione tra la prima e la seconda persona, quel “tu” che attraversa molte pagine diventa anche una macchina da presa che permette al lettore di vedere ciò che vede la narratrice, di sentire gli odori, i rumori, le voci di una comunità e di assistere al lento riemergere della memoria. Anche lo scavo memoriale procede attraverso una scrittura che appare insieme poetica e fortemente visiva. Tu stessa scrivi a pagina 107 di «ripercorrere i ricordi come si guarda un film». I dialoghi sono vivi e autentici, i personaggi hanno una straordinaria consistenza umana, le scene contemplative dedicate al mare e all’infanzia si alternano a sequenze dal ritmo incalzante, come quelle della protesta, dell’occupazione, della tensione crescente degli eventi. Flashback e flashforward sembrano comporre un vero e proprio montaggio cinematografico.

Particolarmente efficace è l’attenzione ai dettagli, come si chiamano nel cinema: il camion fracassato, il lenzuolo gettato a terra da cui sporge una piccola gamba con un sandaletto ancora allacciato, il sandalo con gli occhi rimasto integro che l’autrice definisce una «metonimia guasta». E ancora la drammatica vicenda dei piccoli Rosaria Busalacchi e Settimo Di Trapani, travolti il 2 dicembre 1964 e ricordati dalla comunità come i fidanzatini, fino alla straziante impossibilità di avvisare tempestivamente la giovane madre Francesca perché il locale in cui lavora non dispone di un telefono: quello che tu stessa definisci «il dramma nel dramma».

Attraverso il doloroso scavo memoriale comprendiamo inoltre che quel tragico incidente non rappresentò un caso isolato, ma il culmine di una lunga catena di morti e ferimenti provocati dal traffico dei camion diretti alla discarica abusiva dei Rotoli. La memoria individuale si trasforma così in racconto corale e la ricostruzione storica assume una potenza visiva rara.

Leggendo il libro si ha spesso l’impressione di trovarsi davanti a un’opera che possiede già una sua struttura cinematografica interna. Ti sei mai immaginata Le Leonesse di Vergine Maria sul grande schermo?

«In realtà scrivo sempre come se guardassi il film di ciò che sto raccontando. Amo molto il cinema, da ragazza ho frequentato per anni la fotografia, e credo che ci sia nel mio processo creativo una tensione alla potenza visiva, come la chiami tu, cioè a cercare parole e sintassi che evochino l’immagine prima ancora del pensiero e del sentimento da esprimere. Le Leonesse di Vergine Maria, poi, si presta particolarmente ad una trasposizione cinematografica, sia per l’ambientazione in una borgata marinara paesaggisticamente straordinaria, che non a caso è stata ed è spesso ancora oggi set di film e serie tivù, sia perché l’ho pensata e voluta e scritta più come una messinscena che come una narrazione: l’azione drammatica attraversa tutto il libro con accadimenti, dialoghi serrati, colpi di scena secondo il ritmo incalzante della protesta viscerale, appassionata, coraggiosa, irriducibile di donne che sfidarono consapevolmente istituzioni e mafia per proteggere i loro figli e il loro mare».

Il libro si apre con un vero e proprio viaggio di avvicinamento, tanto fisico quanto simbolico. A bordo del bus 731, la giovane professoressa giunge con uno sguardo curioso e affascinato al luogo, al tempo e al senso della storia che sta per scoprire e racconterà in queste pagine. La descrizione minuziosa del tragitto che collega il centro di Palermo alla borgata marinara di Vergine Maria diventa immediatamente qualcosa di più di un semplice spostamento: è un percorso di conoscenza. Attraverso piazza Crispi, via Libertà, via Dalla Chiesa, via dei Cantieri, l’Acquasanta e l’Arenella, il lettore viene accompagnato verso un lembo di Palermo dove il tempo sembra essersi depositato negli sguardi, nei luoghi e nei racconti degli abitanti. Il mare, pur sempre vicino, resta a lungo invisibile, nascosto da fabbricati, cantieri e palazzi. Una metafora potente di una Palermo privata del suo respiro, della propria memoria e persino della dignità legata al lavoro e al rapporto con la costa. Durante questo viaggio incontriamo figure che assumono immediatamente un valore simbolico: il conducente dell’autobus che, arrivato al capolinea, confessa con semplicità: «Mi fermo sempre un poco a guardare», quasi a rappresentare chi, pur vivendo ai margini, conserva ancora la capacità di stupirsi e di osservare davvero; l’anziano maestro Alberto Prestigiacomo, che racconta di quando la scuola era dentro la tonnara e mostra alla giovane insegnante «la spiaggia che non c’era», anticipando il mistero della discarica; le donne e gli abitanti della borgata, inizialmente presenze corali e ancora indistinte, destinati a diventare protagonisti di una vicenda collettiva di dolore e riscatto. In questo viaggio iniziatico il mare annunciato, percepito, inseguito, è continuamente sottratto allo sguardo, ostinatamente invisibile. «Non lo vedi il mare» è una frase che ritorna come un ritornello. Lo si cerca, lo si annusa, lo si immagina. Quando finalmente appare, è soltanto «una striscia di luce all’orizzonte» e subito dopo scompare di nuovo. Emblematico, in questo senso, è il passaggio dedicato a Villa Igiea e all’Ospedale Marino, dove la bellezza del paesaggio appare riservata a pochi privilegiati o a chi è costretto a guardarla dalla prospettiva del dolore e della malattia. È difficile non leggere in queste pagine una riflessione sulla distanza tra chi trae vantaggio dai processi che trasformano il territorio e chi invece ne subisce le conseguenze.

Il viaggio del 731 ritorna poi nel capitolo finale, Explicit, chiudendo il cerchio narrativo e simbolico del libro. Se all’inizio rappresentava la scoperta, alla fine diventa un ritorno. «Il 731 è sempre lo stesso. Il mare non si vede, ma adesso so dov’è», scrivi.  Ogni fermata ha ormai un nome, ogni volto una storia, ogni luogo una memoria restituita. È proprio questo lento lavoro di restituzione della memoria che conduce il lettore in una vicenda segnata dalla speculazione edilizia, dagli interessi economici, dalla devastazione ambientale e dal controllo del territorio che hanno caratterizzato la storia palermitana del secondo dopoguerra.

714s819o6gl-_ac_uf10001000_ql80_Vorrei allora porgerti una domanda: nel corso della ricerca e della stesura del libro, mentre ricostruivi vicende strettamente legate al Sacco di Palermo, agli interessi che ruotavano attorno alle responsabilità politiche e mafiose che emergono sullo sfondo della narrazione, hai mai temuto di toccare nodi ancora sensibili? Hai mai avuto la percezione che riportare alla luce questa storia potesse incontrare resistenze, ostruzionismi o persino comportare conseguenze spiacevoli per te o per le persone che hanno scelto di affidarti le loro testimonianze?

«Indubbiamente ci sono tutt’oggi in borgata gli “eredi” di certi personaggi che nel racconto non fanno una bella figura e verosimilmente non hanno gradito che questa storia scomoda riemergesse dall’oblio. Non temo però conseguenze spiacevoli per nessuno: il lavoro di denuncia della letteratura ha l’effetto di uno scavo lento, di una progressiva erosione delle coscienze che certa subcultura non è in grado di considerare un pericolo concreto. Sicuramente ho registrato, nel raccogliere diverse testimonianze, qualche cautela, qualche resistenza a fare nomi o a consentire che venissero pubblicati, ma ho anche riscontrato tanto coraggio e tanta voglia di memoria in nome delle giovani vite straziate e di una scogliera sfigurata per sempre. È stato commovente toccare con mano la fiducia che la gente ripone sulla parola scritta, e mi riferisco, paradossalmente ma non troppo, proprio a chi non ha titoli di studio nel cassetto. Fiducia nella memoria che si fa, nell’atto di rievocare, non soltanto Storia ma anche Giustizia, e per questo è custodita come qualcosa di sacro».

Protagoniste delle Leonesse di Vergine Maria sono senza dubbio le donne, fin dal titolo. Le Leonesse non sono soltanto le animatrici della mobilitazione raccontata nel romanzo: diventano il simbolo di tutte quelle donne che, nella vita quotidiana come nella storia, hanno saputo trasformare il dolore in forza e la marginalità in resistenza. Non è un caso che l’epigrafe iniziale richiami le parole di Simona Mafai, secondo la quale, anche nelle zone più povere e degradate della Sicilia, le donne hanno sempre dimostrato una straordinaria vitalità e capacità di rivolta. Questa citazione offre una delle principali chiavi di lettura del libro. Le protagoniste della vicenda sono infatti donne di borgata, dotate di una profonda forza morale e politica. La loro non è una ribellione eccezionale o folkloristica: è l’espressione di un’energia femminile che attraversa la storia siciliana. Viene spontaneo pensare a figure come Maria Occhipinti, la donna ragusana che nel gennaio del 1945, incinta di cinque mesi, si sdraiò davanti ai camion militari per opporsi agli arruolamenti forzati del dopoguerra, pagando quel gesto con il carcere, il confino e un lungo oblio. O a Franca Viola, la giovane di Alcamo che nella seconda metà degli anni sessanta rifiutò il cosiddetto “matrimonio riparatore”, sfidando convenzioni sociali e culturali profondamente radicate e contribuendo a cambiare per sempre la percezione dei diritti e della dignità delle donne in Italia e ad aprire la strada al superamento della normativa.  

Questa chiave di lettura emerge dalle parole dei personaggi: «Tutto parte dal carattere delle donne siciliane. Ricordi la leggenda della testa di Moro?», afferma Maria, che poco dopo aggiunge: «Erano pronte a tutto, anche a mettersi contro la Mafia». Nel testo si delinea con forza il ruolo dell’eredità femminile e della trasmissione intergenerazionale: «Ce lo hanno insegnato loro, le nostre madri»; «Avevamo imparato dalle nostre madri che ci si ribella, si combatte». Non si tratta dunque soltanto della cronaca di una mobilitazione popolare, ma della rappresentazione di una genealogia femminile della resistenza, in cui il coraggio si tramanda di madre in figlia fino a farsi memoria collettiva.

Eppure, nel momento più difficile della protesta, le Leonesse sono attraversate da un pensiero che l’autrice definisce quasi inconfessabile: «Ma che ci stiamo a fare qui?». Non è tanto la paura dello scontro a incrinare per un istante la loro determinazione, quanto il peso di un’antica abitudine culturale che porta le donne a interrogarsi continuamente sulla legittimità delle proprie azioni quando queste travalicano i confini dello spazio domestico. Le donne sembrano attendere che il loro diritto a intervenire nelle questioni pubbliche venga in qualche modo legittimato: «una sentenza che le proclamerà cittadine o fuori legge; che le collocherà dentro o fuori le porte della polis». Dietro questa vicenda opera infatti quello che Vanessa Ambrosecchio definisce «l’immaginario maschilista e patriarcale», per il quale è «impensabile che le donne si immischino in questioni sociali» e addirittura «insopportabile che non gli si possa alzare le mani». Le Leonesse non stanno soltanto sfidando una discarica abusiva o un sistema di potere, ma mettono in discussione un ordine simbolico che vorrebbe le donne custodi della casa, non protagoniste della storia. In questo senso appare particolarmente significativa la figura di Don Anselmo, il parroco della borgata, che interviene nel momento più teso dell’occupazione. Le sue parole — «Aprite in nome di Dio! Volete addiperdere tutto, anche i vostri figli?» — sembrano esprimere una preoccupazione autentica, ma riflettono anche il tentativo di ricondurre le donne all’interno di un ruolo tradizionale fondato sull’obbedienza, sull’ordine e sulla maternità intesa come rinuncia all’azione pubblica. È come se dicesse loro che una buona madre non dovrebbe trovarsi lì. Eppure quelle donne sono lì proprio in quanto madri: dei propri figli, ma anche, simbolicamente, della borgata, della memoria e del futuro della comunità.

Il romanzo, tuttavia, rifugge ogni schematismo e disegna personaggi maschili che sfuggono ai modelli patriarcali appena evocati. Emblematica, in questo senso, è la figura del dottor Vincenzo, inviato formalmente dal sindaco per convincere le occupanti a interrompere la protesta. Meli, però, va ben oltre il ruolo assegnatogli e si schiera moralmente dalla loro parte. Le sue parole — «Guardate dove siete arrivati. Volete arrendervi adesso?» — non richiamano all’obbedienza ma alla responsabilità civile. Egli riconosce nelle Leonesse non donne fuori posto, ma cittadine che esercitano un diritto e si assumono un dovere verso l’intera comunità.

Accanto a lui emerge anche la figura del padre di Gisella, forse la presenza maschile più discreta e una delle più toccanti del libro. Non rappresenta l’autorità né il potere, ma la cura. Quando compare nel momento conclusivo della protesta non interviene per giudicare o rimproverare la figlia, ma per sostenerla silenziosamente. La sua presenza restituisce un’altra idea di maschilità: non fondata sul controllo, ma sull’ascolto, sulla comprensione e sulla condivisione della fatica.

Persino Giacomo Lo Nardo, il camionista responsabile dell’incidente, non è restituito secondo una rappresentazione manichea. L’autrice ne mette in luce la condizione di uomo intrappolato nel «giogo della via obbligata, del rischio costante, del bilico quotidiano tra lecito e illecito», mostrando come anche lui sia, almeno in parte, vittima di un sistema di sfruttamento del lavoro e di assenza di controlli.

A oltre mezzo secolo dai fatti che racconti, quanto pensi che quell’immaginario patriarcale continui a condizionare la vita delle donne? E, come scrittrice, ti sei mai sentita nella condizione di dover legittimare la tua voce o il tuo diritto a occupare determinati spazi più di quanto accada agli uomini?

«Il condizionamento è ancora assolutamente presente e radicato nei precordi della nostra sensibilità e del nostro modo di stare al mondo, e per nostro intendo di uomini e donne insieme. Sicuramente i più giovani vengono educati a una visione più paritaria dei ruoli: per fare un esempio banale, è sempre più raro trovare nelle grammatiche per le scuole frasi standard come “La mamma prepara il pranzo” e “Il papà è tornato stanco da lavoro”. Inoltre è sempre più facile incontrare nelle giovani coppie una crescente flessibilità nella divisione dei compiti relativi alla gestione della casa e all’accudimento dei figli. Ma la strada è ancora lunga, a cominciare dal Gender Gap che ancora oggi segna nei Paesi ricchi quanto in quelli poveri un’ingiustificata e inaccettabile sperequazione economica e di potere contrattuale tra i due sessi. Quello che più mi preoccupa non è la cultura patriarcale, che è inevitabilmente destinata a estinguersi, ma il vuoto psicologico, la mancata elaborazione del lutto che tale processo di estinzione ha prodotto nella psiche degli uomini. L’insostenibile frequenza dei femminicidi, a mio avviso, va letta in questa chiave: non tanto un esercizio di strapotere maschile, quanto il gesto disperato di chi ha perduto il suo presunto posto nel mondo e non riesce a occuparlo diversamente. E lo dico da donna innamorata dell’universo maschile e da docente particolarmente attenta alle fragilità degli alunni maschi, statisticamente molto più insicuri e disarmati delle ragazze, appunto perché vittime loro per primi di un modello virile cui si sentono obbligati ad aderire, e che in realtà ha fatto il suo tempo (e neanche al tempo suo, lo sappiamo bene, si è rivelato vincente per le umane sorti e progressive)».

2026_03_06_-ambrosecchio-perugia-724x1024Il libro Le Leonesse di Vergine Maria sta ottenendo un grande e meritato successo, il 25 luglio ha ricevuto il premio Mandrarossa per la sezione romanzo storico, la cui giuria presieduta da Concita De Gregorio si è espressa nei confronti del tuo libro con le parole di Franco Cardini; inoltre è entrato nella terna finalista del Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante, un riconoscimento che porta il nome di una delle più importanti scrittrici italiane del Novecento. Ripensando a quanto abbiamo detto sul peso dell’immaginario patriarcale e sulla difficoltà, per le donne, di vedersi riconoscere piena autorevolezza non solo nello spazio pubblico, ma anche nella cultura e nella produzione del sapere, ti chiedo: cosa rappresenta per te questo traguardo? Lo vivi semplicemente come un riconoscimento letterario o anche come un segnale che qualcosa sta cambiando? Penso, ad esempio, al fatto che nei programmi scolastici e nelle prove di Italiano della maturità le scrittrici continuino spesso a essere meno rappresentate rispetto ai loro colleghi uomini. Da donna e da scrittrice, ritieni che il mondo della cultura abbia davvero superato certi squilibri o che esista ancora una difficoltà, talvolta sottile e invisibile, nel riconoscere piena autorevolezza alle voci femminili?

«Per quanto riguarda la mia esperienza professionale, la scuola è un mondo a netta maggioranza femminile, e quando mi è accaduto di lavorare con colleghi o dirigenti uomini, ho sempre incontrato persone libere da ogni preconcetto e pronte a riconoscere il valore di ogni lavoratore a prescindere dal suo sesso. Nell’universo letterario e editoriale, la questione è più complessa. Oggi il riscontro ricevuto da tante autrici nella scena nazionale e internazionale farebbe pensare a un profondo cambiamento culturale, e in parte è così. Sicuramente oggi la donna è libera di affrontare qualsiasi argomento, anche di affrontare temi scabrosi o assumere punti di vista tradizionalmente “maschili”. Il punto è un altro: in un neocapitalismo onnivoro quale quello in cui siamo immersi tutto fa mercato, e le donne in particolare. Non una volta mi sono sentita dire da scrittori maschi che essere donna in letteratura è una benedizione! Un’affermazione che non fa onore né a chi la fa, né al mercato editoriale, né alla qualità della scrittura femminile, e tuttavia purtroppo non priva di fondamento. In un mondo in cui il libro è un prodotto esattamente come lo è un’auto, una salsa pronta o un hotel, l’immagine è il primo strumento per piazzarlo, e a questo scopo l’immagine della donna è notoriamente più efficace. Che dietro a un bel titolo e a una bella copertina ci siano il nome e il volto di una donna (hai notato, a proposito, che da alcuni anni a questa parte quasi tutti i best sellers italiani propongono volti di donna in copertina?) intriga di più i lettori, sia donne che uomini. Questo non giova alla salute della scrittura, e della scrittura femminile in particolare, al punto che mi verrebbe la tentazione di firmare i miei lavori con uno pseudonimo maschile, con un gesto uguale e contrario a quello fatto duecento anni fa da George Sand o da Louisa May Alcott all’inizio della sua carriera! Paradossi a parte, oggi la critica dovrebbe tornare a occuparsi di valutare la qualità della scrittura di uomini e donne senza minimamente tenere conto del genere dell’autore, né in senso restrittivo come in passato, quando erano pochi o nessuno i nomi femminili accolti nel canone letterario, né in senso strumentale, perché la donna che scrive fa più audience. Che poi è un altro modo, più sottile, più vile, per disconoscere il nostro valore e sottrarci autorevolezza. Anche in letteratura».

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026

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Vanessa Ambrosecchio, è nata a Palermo. Ha pubblicato Cico c’è (Einaudi, 2004), Cosa vedi (il Palindromo, 2018), Tutto un rimbalzare di neuroni (Einaudi, 2021); racconti in antologie Einaudi, Mondadori, minimum fax, Fernandel, il Palindromo, Torri del vento, Morellini. Ha collaborato alla realizzazione di antologie per la scuola secondaria di secondo grado (Atlas, 2002; Palumbo, 2010). È presente nel volume The Passenger – Sicilia (Iperborea, 2024). Nel 2025 è uscito per l’editore Mesogea Le Leonesse di Vergine Maria.
Elena Pistillo, docente, attrice, regista, autrice. Laureata in Lingue e letterature straniere e in Teatro, cinema e spettacolo multimediale, doctoranda in Drama tecniques in teaching a foreign language presso l’Università di Cordoba. Ha ricevuto la candidatura al David di Donatello 2021 come migliore attrice non protagonista per il film Delitto Mattarella di Aurelio Grimaldi. Come regista ha diretto i cortometraggi Violenza Vola Via (2016) e Nativi Digitali (2017) e gli spettacoli teatrali Pezze per aria, vita di Maria Occhipinti (2021), Ogni cosa a mio tempo (2020), Reset, 5 minuti esatti prima della fine del mondo (2020). Come autrice ha scritto racconti all’interno dei romanzi collettivi Un’estate a Palermo, Ernesto Di Lorenzo Editore (2011), Il libro delle vergini imprudenti, Navarra Edizioni (2014), Riflessi a Palermo, Il Palindromo edizioni (2016).

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