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Della memoria e del diritto al tempo delle guerre e delle migrazioni

Mediterranea ina zione (@ Melting Pot)

Mediterranea in azione (@ Melting Pot)

di Roberto Settembre                      

Capita, di questi tempi tragici, di riflettere su una singolare circostanza in cui ci si imbatte conversando con persone apparentemente degne di considerazione. Sono donne e uomini intelligenti e colti e, si opina, scevri da pregiudizi; eppure le loro parole sconcertano, quando le si metta in relazione con gli accordi tra l’Italia e alcuni Paesi africani attraversati dai flussi migratori.

Il ministro italiano dell’epoca aveva stipulato patti ritenuti necessari per frenare il transito e la tratta di esseri umani finiti nell’orbita dei trafficanti, e ciò aveva fatto in ossequio alla c.d. esternalizzazione dei confini europei, concetto difficile da introiettare a ogni coscienza sensibile e attenta ai valori in gioco, a prescindere da qualsiasi credo religioso, poiché, esaminando con più attenzione quei trattati, mettendoli a confronto con le denunce dell’Unhcr e delle molteplici organizzazioni umanitarie, si deve constatare che quegli accordi (cfr. Settembre 2018) si erano trasformati ipso facto, accompagnatisi con l’addestramento del personale, la fornitura dei sistemi di rilevazione e degli equipaggiamenti, per arrivare alla consegna di autoveicoli e di mezzi navali come le motovedette armate, in una delega per la commissione di delitti contro la persona.

D’altra parte la Libia, principale referente italiano, come a più riprese riconosciuto dalla UE, dalla Corte Penale Internazionale, dall’UNHCR, dall’OIM, da Amnesty, è dominata da un conflitto civile in atto e nota per infliggere ai migranti, come abbiano appena detto, terribili condizioni nei suoi centri di detenzione, è stato il Paese con il quale l’Italia ha stipulato accordi nel 2008 e li ha reiterati nel 2017.

Non solo, deve evidenziarsi come gli accordi e i memorandum di intesa stipulati dall’Italia con Paesi come il Sudan, all’epoca guidato da una sanguinosa dittatura militare, con un presidente ricercato nel 2008 dalla Corte Penale internazionale, con il Gambia, guidato da 22 anni dal sanguinario Yahaaya Yammen, con l’Algeria il 22.7.09 e nel 2017, che punisce l’immigrazione clandestina con pene fino a cinque anni, che ha equiparato la migrazione a fenomeno di criminalità organizzata, per non parlare dell’Eritrea che cattura e uccide chi cerca di fuggire dal Paese, giustificano, sul piano giuridico, queste nefandezze.

Infatti l’Italia, complice la UE, ha fornito danari e strumenti a sistemi politici violenti e antidemocratici, e agevolato la cattura, la segregazione, la vessazione, gli stupri, la compravendita di schiavi, l’estorsione, la tortura, le uccisioni nel nome dei principi altisonanti inscritti nella nostra Costituzione e nei trattati europei. Altresì, l’Italia ha continuato e continua a ostacolare i volenterosi che cercano di salvare le vite degli esseri umani che tentano di attraversare il Mediterraneo, che negli ultimi anni ha ingoiato per annegamento decine di migliaia di migranti (si parla di 20 o 30 mila vittime tra uomini, donne e bambini), accusando, con motivazioni giuridiche lesive dei principi costituzionali e del diritto internazionale sui diritti e i doveri della salvezza in mare, i soccorritori, sequestrando le navi salvatrici, impedendo di proseguire nelle attività umanitarie, omettendo direttamente i soccorsi anche quando allertata della tragedia in atto, delegando alle motovedette libiche gli interventi che, o sono mancati o sono giunti in tragico ritardo o si sono risolti in violenze, omicidi per omissione, cattura e deportazione in lager terrificanti.

Ora, questi eventi spaventosi sono a conoscenza di chiunque desideri averne contezza, ma molte persone o li smentiscono con argomentazioni degne delle peggiori fake news, o non mostrano alcun ripensamento, sebbene commentino l’informazione che non possono respingere senza accusare di menzogna l’interlocutore, con parole quali “È terribile” o “È impressionante”. Poi restano sulle proprie credenze e convinzioni.

Eppure basterebbe, a costoro, dare un’occhiata alla Convenzione Solas, che dal 1914 ha dato impulso alla normativa in materia, alla Convenzione di Montego Bay del 1982, che esige dal comandante di una nave che batte la sua bandiera, di prestare soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo, procedendo quanto più velocemente possibile al loro soccorso, e che prevede per gli Stati la costituzione il funzionamento permanente di un servizio adeguato ed efficace di ricerca e soccorso.

Così la Convenzione Internazionale sull’assistenza e soccorso in mare del 1989 (SALVAGE) che prescrive ad “ogni capitano” di prestare assistenza a qualsiasi persona che si trovi in pericolo di perdersi in mare, imponendo agli Stati di prendere le misure necessarie per far osservare tale obbligo.

image001Analogamente la Convenzione SAR sulla ricerca e soccorso in mare del 1979, integrata dalla Risoluzione Msc.167 del 2004 circa il dovere degli Stati di fornire un “luogo sicuro” ai naufraghi salvati, per giungere alla Convenzione di New York sul Diritto del Mare (UNCLOS) che fissa all’art. 98 un regime globale di leggi e ordinamenti, senza trascurare le linee guida dell’Organizzazione Internazionale Marittima (IMO), agenzia delle NU, fonte di decine di strumenti giuridici destinati a regolare lo sviluppo normativo degli Stati membri per migliorare la sicurezza in mare, Infine, concludendo, senza la pretesa di essere esaustivi, basti ricordare la Convenzione di Dublino, sulla quale tanto si discute pubblicamente e politicamente.

In verità la questione che vorremmo cercare di affrontare attiene a un aspetto diverso dalla necessità di redigere un sunto dei trattati, che le persone di cattiva volontà o di scarso comprendonio respingono senza prenderli in esame, con la scusa che si tratta di “cose” complicate destinate agli addetti ai lavori, essendo più semplice rimettersi al giudizio di chi se ne occupa dalle sue posizioni di potere.

Ne consegue che l’ ormai annosa questione di cosa debba intendersi per “porto sicuro” o “porto più vicino” da raggiungersi con “la minima deviazione possibile”, non è problematica da affrontarsi in questa sede, ma uno spettro da prendere in considerazione alla luce del principale e cogente comandamento al quale il genere umano deve ubbidienza, e cioè il rispetto dei diritti umani, che, nel caso in esame, attiene all’obbligo incombente sulle autorità nazionali di garantire, proteggere e tutelare i diritti fondamentali delle persone soccorse in mare, talché ogni ulteriore considerazione desumibile dalla lettura dell’art. 33 della Convenzione di Ginevra circa il divieto dei respingimenti (che ha comportato in più occasioni la condanna dell’Italia (Sentenze Koln Bechluss, 10.1.11; Koln 11.1.10; Munich 12L284/10.A; Minden Bechluss 22.6.22 Darmstadt, in Settembre 2018: 114) costituisce un ulteriore corollario che meriterebbe, di per sé, un autonomo elaborato.

Purtroppo si deve constatare come l’atteggiamento dei molti, e dei troppi indifferenti verso la conoscenza profonda della complessità drammatica del mondo discenda da un desiderio di semplificazione analogo allo sfrondamento di un albero ramificato, capace di ospitare molteplici soggettività animali e vegetali, dai micro organismi ai minuscoli invertebrati, e via via fino a individui più complessi come i mammiferi, i rettili e gli uccelli, all’ombra del quale un essere umano dotato di buon senso e sensibilità può trarre non solo il piacere dell’ombra e dell’aura animata dell’albero, ma spunto per l’osservazione e la conoscenza; mentre, sfoltendolo via via, finisce per trasformare l’albero in un palo che nulla ha da offrire al mondo cognitivo della persona.

Eppure moltitudini di persone, trasformando la loro pigrizia intellettuale in ignavia, dominati da questa si atteggiano così verso le notizie sul cambiamento climatico, sul maltrattamento degli animali, sull’antisemitismo, sulle politiche di apartheid, Israele compreso, sul terrorismo, sulle violenze della Polizia, sul razzismo, sulle discriminazioni di genere, sulle brutalità maschili verso le donne, sui c.d. danni collaterali delle guerre umanitarie, sulle dinamiche geopolitiche o GEO strategiche, sui deliri complottisti, sulle politiche contro o pro immigrazione, sui movimenti politici ed etnonazionalisti che accolgono i propugnatori del neofascismo o di sistemi autoritari, sulle scelte di politica economica, anche le più atroci, per giungere ai motivi, alle cause e alle dinamiche della terribile guerra europea in corso.

L’indagine storica conduce a rilevare come, da un secolo e mezzo almeno, la nostra specie abbia elaborato una complessa strumentazione cognitiva, sempre più sofisticata grazie alla crescita della diffusione dell’informazione sui fatti e sulla loro interpretazione, sebbene alcuni epigoni dei sapiens abbiano dottamente e callidamente ridotto i fatti alla loro interpretazione, col risultato di riuscire agevolmente a manipolare il giudizio.

E del giudizio sarebbe ovviamente opportuno parlare, ma non prima di una necessaria riflessione. Nel XIX secolo il lavoro dei fanciulli nelle miniere, le tragedie causate dalle imprese coloniali, proseguite anche nel XX, le guerre di aggressione, non rimasero nascosti dietro un velo di fitta nebbia luminosa e sonora, e non mancarono persone di buona volontà capaci non solo di darne notizia alle collettività, ma di esortarle a prendere posizione e a decidere il da farsi. Eppure quasi nulla accadde, se non per effetto di tragedie ancora maggiori, come la Guerra mondiale in due atti (14-18 e 39-45). Le guerre ulteriori, tuttavia, hanno continuato a mietere vittime con la falce mortifera e la capacità distruttiva pari a quella delle grandi pandemie del passato, senza che la specie umana reagisse compattamente all’orrore.

Anzi, più l’orrore si faceva intenso (si pensi ai nostri quasi 200 mila morti per covid SARS 2 degli ultimi tre anni) più il nostro sapiens si è diviso facendo precipitare le sue facoltà superiori in narrazioni antitetiche alla verità logica o morale, assolutoria delle scelte più irrazionali o immorali. Si pensi alla mancata sospensione dei brevetti sui vaccini e al fatto che miliardi di esseri umani sono esposti a questa morte orrenda, nonostante gli 8 milioni di morti degli ultimi tre anni (si noti il confronto con l’AIDS, privo di vaccino, che ha causato 30 milioni di decessi in 40 anni, per cui, analogamente, il covid ne causerebbe oltre 100 milioni!) E si pensi alla reattività di costoro di fronte alle vittime delle guerre in corso, alla repressione dei talebani in Afghanistan, alle uccisioni dei manifestanti e dei giornalisti in Palestina, all’orrore repressivo in Iran. E l’elenco è destinato ad allungarsi…

Tant’è, il nostro super intelligente essere umano sembra mosso da altre forze, nonostante le energie profuse dalle parti più altruiste delle religioni, della cultura e della politica. Ora, ripensando a queste persone degne di rispetto, non dobbiamo ritenerle dei mostri di doppiezza, e mettendoli in controluce con moltitudini di sapiens che negli ultimi 150 anni si sono confrontati con l’orrore messo in piedi dai sapiens che avevano il potere di farlo, dovremmo spingerci su un terreno che sconfina nella psicologia, nella filosofia, nell’antropologia, nell’economia e nella politica, domandandoci che cosa muova i sapiens che hanno imparato a dominare il pianeta, quando pensano e agiscono.

Eppure si tratta di persone generalmente razionali, dotate di un apprezzabile senso morale e capaci di reagire al dolore, certamente quello subìto su di sé, e probabilmente pure a quello percepito quando coglie altri esseri viventi, sia il grido di un maiale mentre viene scannato o il muggito di terrore di un manzo al mattatoio, o il singulto di un bambino che affoga nel mare o l’urlo di un apostata che viene sgozzato o il pianto di un fanciullo affamato. Vogliamo dire che queste qualità (l’intelligenza razionale, la morale, gli istinti) non sono estranee alle facoltà cognitive di costoro (e crediamo a un grandissimo numero di sapiens loro simili ancora viventi o deceduti nell’ultimo secolo e mezzo) quando vengono attivate dalla conoscenza, conoscenza che ci piace assimilare a una sorta di campanello di allarme in grado di squillare nella loro mente quando altri esseri viventi gridano per la paura o il dolore.

Ma allora, domandiamoci, cosa succede quando questo campanello squilla e costoro cominciano a sapere? Cosa si attiva nella mente delle persone, e cosa prevale nella connessione tra facoltà razionali, morale e istinti? Perché le cose sembrano andare spesso in direzioni disarmoniche? E come funziona il giudizio per essere armonico? Esiste possibilità di armonia fra queste tre facoltà cognitive? La Storia, la maestra vitae così inascoltata, quale possibilità ha di venir non solo ascoltata, ma interiorizzata in modo da indurre all’azione nel senso più alto della parola?

In verità crediamo che tutto questo abbia a che vedere con il dominio delle egemonie culturali, e a come il potere politico in determinate circostanze, sollecitato o corroborato dalle ideologie, agisca sulla materia più permeabile della specie che domina il pianeta, con gli inevitabili disequilibri e gli orrori conseguenti o pericoli incombenti. La specie d’altronde ha trovato alcuni antidoti contro queste distorsioni, creando i valori sui quali poggia l’invenzione dei diritti fondamentali e costruendo alcuni strumenti normativi per dar loro attuazione. Le nostre Costituzioni appartengono a questo fenomeno umano. Le scelte di politica economica non possono prescindere, o in adesione o in conflitto, così come le pronunce della giustizia. Nessuno degli eventi che più ci appartengono ne risulta estraneo. La domanda alla quale bisognerebbe dare una risposta è quanto la conoscenza possa influire sulla relazione tra intelligenza razionale, morale e istinti, e quanto una totale consapevolezza di ciò sia in grado di togliere ogni alibi al suo disconoscimento.

Ineludibili si propongono allora tre campi d’indagine, sulla funzione della memoria, individuale e collettiva, su come opera la storia, e sui loro riflessi sul giudizio.

9788858111369Memoria

Oggi la stragrande maggioranza delle persone è nata dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale, né ci sono più sopravvissuti all’immane bagno di sangue della prima, né ha sofferto le discriminazioni, le vessazioni e le violenze dei regimi che imperversarono sull’Europa fino al 1945, fatte eccezioni per la penisola iberica, per la Grecia e per i Paesi oltre la cortina di ferro fino al 1989. Ebbene, per quasi tutte queste persone la memoria familiare è libera dai condizionamenti indotti dalla storia della sopraffazione patita da amici e parenti. Tuttavia alcuni, mentre interiorizzano la memoria altrui o mentre ricevono quel che la storiografia trasmette, hanno la possibilità di percepire il mondo attraverso la sensibilità del proprio senso morale e possono intravvedere dentro se stessi qualcosa che li accomuna ai sopravvissuti. Possono, ma capita molto di rado poiché, quando si parla di memoria, è importante metterla in relazione con la conoscenza.

Entrambe appartengono a stati della mente, ed entrambe esprimono la pregnanza di un’esigenza morale così insopprimibile (almeno per chi sia degno di appartenere agli esseri umani, degli altri non occorre occuparsi) che l’unico modo di contrastarla non è smentirla con argomentazioni contrarie, ma rimuoverla chiudendo gli occhi. Forse è questa la ragione per cui sapere di cose, fatti e persone tali per cui la nostra stessa struttura personologica ne trarrebbe motivi di profonda trasformazione o di compromessi così scomodi da far avvampare di vergogna, è una delle esperienze più tragiche, dopo quelle che abbiano coinvolto fisicamente il soggetto mettendone in pericolo la sopravvivenza fisica o l’integrità della mente individuale o di relazione. Questo perché le informazioni offerte dai media, soprattutto dai social, contengono un invito subliminale a schierarsi, a prendere partito, ad accogliere l’informazione non solo come verità esclusiva, ma come distillato della morale, per cui respingerla o contrastarla aprirebbe la via di un obbrobrio etico, come se non ci fossero più modi diversi di porsi davanti al mondo. Eppure il mondo non è affatto una sola realtà, ma è più realtà contemporaneamente, come più dimensioni compresenti. Ci sono le realtà dei mondi passati, che la storiografia più o meno arbitrariamente suddivide e categorizza. Ci sono le realtà del presente, geografiche, culturali, etniche, linguistiche, economiche, politiche, religiose, geostrategiche eccetera. E ci sono le possibili realtà future, minacciose e spesso incomprensibili; talvolta, individualmente ottimistiche poiché, dal punto di vista cognitivo, l’istinto ci spinge in uno spazio positivo: necessariamente positivo, chiedendolo la stessa vita che rifiuta la morte e il dolore.

Ma è a partire da questa ultima considerazione che la nostra persona sceglie in quale realtà vivere: cioè in termini di equilibrio o di disequilibrio. Sia il primo sia il secondo hanno lati positivi e lati negativi. Infatti un buon equilibrio consente di cogliere parti più o meno consistenti di tutta la realtà in esame, e di apprezzarne gli influssi positivi, di costruire le forze utili ad affrontare la vita nel suo divenire, e intendiamo sia la vita materiale, sia quella della mente. Dopo tutto il periodo di apprendistato esistenziale, la c.d. formazione, la scuola, i primi amori, le incertezze di fronte al futuro significano ricerca di equilibrio. Ma tutto ciò esige l’accettazione consapevole o più probabilmente l’immersione in un’esistenza che reca in sé una molteplicità di perdite. Vogliamo dire che in questo caso ognuno esclude dalla propria vita la possibilità di costituire un bagaglio di eccellenza. Viceversa costruire questo bagaglio espone al disequilibrio, poiché la quantità e il numero delle perdite si fa via via più ingente a mano a mano che l’eccellenza diventa più ingombrante.

carr-edward-h-sei-lezioni-sulla-storia-einaudiQuesto discorso ha un significato preciso, poiché attiene ai confini nei quali ciascuno fa operare la memoria e la conoscenza della Storia, che sono molto diverse l’una dall’altra, essendo pericoloso permettere alla memoria di sostituirsi alla Storia, in quanto, laddove la Storia assume la forma di documento riscritto e riesaminato infinte volte alla luce delle testimonianze vecchie e nuove, la memoria come manifestazione mnemonica del passato è necessariamente parziale, breve, selettiva, e chi la organizza è prima o poi costretto a dire verità parziali o menzogne totali, pur a volte con le migliori intenzioni. «Insomma, senza la Storia la memoria si presta a cattivi usi» (Judt 2014: 272). E questo per quanto attiene alla memoria collettiva di cui si parlerà nel capitolo riservato alla “Storia”, ma che dev’essere ben distinta da quella individuale.

Ebbene, la memoria individuale a cui è impedito di essere selettiva poiché riceve le informazioni indipendentemente dalla volontà del ricevente, agisce nel subconscio in modo così profondo da mutarne la natura. Nessuno che abbia assorbito una memoria significativa rimane uguale a com’era prima dell’assorbimento. Ciò determina un’alterazione dell’io profondo. Questa ha riflessi  sull’indagine storica, che dev’essere per sua natura selettiva (in questo è dirimente la divergenza dalla storiografia ottocentesca, quella per cui Lord Acton, nella nota introduttiva alla Modern Cambridge History sosteneva che lo storico è un enciclopedista (Carr 2000)  se non vuole naufragare nell’oceano dei fatti, e che deve selezionare le fonti, scegliendo quelle utili allo scopo, ma passando attraverso una consapevole imparzialità e a una inconsapevole mancanza di obiettività.

Detto questo deve evidenziarsi come gli individui, la cui diversità è tale da renderli ciascuno un universo separato dagli altri e tutto sommato insondabile, abbiano l’occasione talvolta di guardarsi allo specchio e di porsi la domanda rituale del: “Chi sono io?”, la cui risposta si declina nei gradi dell’autocoscienza. Intendiamo per autocoscienza il riconoscimento di se stessi come membri del mondo animale, agiti da impulsi neurovegetativi o da istinti più o meno bellicosi; o come componenti della collettività di appartenenza, più o meno estesa a seconda della consapevolezza politica, religiosa, tribale, familistica, etnica, di classe, di sesso, di cultura, di salute, di lingua eccetera.

Ma capita, più raramente poiché accade spesso che l’individuo tiri a campare mosso dai suoi limiti cognitivi o da bieco e miope egocentrismo, che costui provi a concepire una sorta di autocoscienza sociale, cioè non solo di far parte di una struttura vivente immobile, come il formicaio o l’alveare, ma di credere di vivere in una società che abbia dei fini diversi dalla mera reiterazione delle condotte collettive. Ebbene, il presupposto di questa credenza sta nella definizione di questa Società, come emerge dal peculiare tessuto normativo che conferisce sostanza alla detta credenza. Vogliamo dire che, per darsi una credenza concreta, utile e necessaria all’individuo per sentirsi parte di una società solo apparentemente astratta, il linguaggio attraverso il quale questa realtà si fa concreta deve esprimere il concetto con cui questa società si autodefinisce. Questo concetto è il frutto di un’elaborazione mentale appartenente alla storia umana, alla natura stessa della trasformazione del pensiero in un’idea riconoscibile e condivisa, al fatto che l’individuo, riconoscendosi nella complessità organizzata delle molteplicità, affermi o interiorizzi l’autodefinizione di questa molteplicità.

Si pensi per un attimo al discorso di Pericle ad Atene, quando celebra i caduti nella guerra del Peloponneso, che definisce la società ateniese come una democrazia, e a come gli storici a lui contemporanei e i cittadini acquisirono questo concetto. Nella modernità sono le Costituzioni a dare corporeità concettuale alle molteplicità di individui che ospitano ciascun soggetto. Sul punto va preliminarmente precisato che le Costituzioni, per quanto attengano al mondo del diritto, hanno natura del tutto diversa da ogni altro diritto. E questa è la chiave di volta interpretativa ineludibile e indispensabile per evitare fraintendimenti molto spesso, soprattutto oggi, usati scientemente in funzione eversiva.

Si noti che questa parola, “eversiva”, viene usata in luogo della parola “riformatrice” che sta alla base dei detti fraintendimenti. Infatti deve in primo luogo chiarirsi che tutto il diritto (penale, civile, amministrativo, canonico, ecclesiastico, internazionale, militare e via dicendo) nasce e vive come strumento di regolazione della realtà in cui opera, in un qui ed ora a cui non sfugge alcun criterio ermeneutico, neppure quello più estensivo ed evolutivo, talché, quando l’interpretazione non riesce ad adeguare il diritto alla realtà in trasformazione, viene riformato per renderlo applicabile. Si tratta di una lettura funzionalistica del diritto, che da strumento regolatore della realtà invecchia e talvolta non è più utile al bisogno: allora la riforma mette in cantina il vecchio diritto, lo abroga, e ne forgia uno nuovo. Il diritto è quindi piegato alle necessità della società in cui agisce.

61mirewz0usDiverso discorso per quanto attiene al diritto costituzionale di cui sono composte le Costituzioni liberali (spenderemo più di una parola per chiarire il significato di questo aggettivo), che discende dal nesso profondo tra la Costituzione e la società da essa definita. Deve cioè chiarirsi che la società in questione non è assimilabile a un oggetto d’indagine come un fatto, un evento, un documento, una fonte archeologica che abbia confini e natura definiti: non è un ciottolo o un frammento minerale, per quanto complesso e misterioso. La società costituzionale è un flusso, è un divenire, non è soggetta a un intervento esterno che la modifica nel tempo, come le montagne erose dal vento, ma è essa stessa quel divenire, cioè la molteplicità delle soggettività pensanti. Infatti ognuno di noi esiste non in quanto animale che si nutre, defeca, si accoppia e prolifica, sebbene molti lo siano, ma in quanto essere pensante (il cogito ergo sum cartesiano) attraverso cui l’animale culturale diventa costantemente altro da ciò che era (dopo tutto non è un caso se l’antropofagia è passata di moda).

Ebbene, quel flusso culturale, le società umane, formulando e costruendo le loro Costituzioni, autodefiniscono se stesse in chiave normativa, ma questa norma, la Costituzione, o la Legge Fondamentale, è essa stessa il motore che rende viva la società e vi si identifica. Ne consegue che la Costituzione non è uno strumento utile al funzionamento della società che essa definisce, ma è essa stessa quel divenire. Le norme che la compongono, non avendo la natura degli altri diritti, sono tali da informare di sé la società che esprimono, così tanto – e vedremo perché – che saranno le necessità e le esigenze della società a doversi adeguare alla Costituzione che la forgia, e non il contrario.

Infatti la Revisione Costituzionale ha limiti circoscritti, non è funzionalistica alle necessità del mondo che definisce, ma, semmai, è utile e necessaria per consentire le modifiche della società inscritte in Costituzione quando il suo dettato non sia sufficientemente incisivo,

Vedere viceversa in ogni progetto di revisione la volontà di piegare la Costituzione alle c.d. nuove emergenze sociali, non solo confonde Revisione con Riforma ma è di per sé un approccio eversivo, cioè finalizzato alla trasformazione della società che si identifica nella sua Costituzione in un altro soggetto. Non comprendere questa realtà o è frutto di radicale ignoranza della Storia e della Memoria, o è manifesta mala fede. Ed ecco la ragione per cui è necessario prendere in esame la funzione della Memoria e della Storia, fondamentali percorsi intellettivi indispensabili alla comprensione degli eventi. Ciò per evitare che gli individui, vagolanti in una nebbia concettuale, privi di punti di partenza a cui riferirsi per comprendere la direzione in cui si muove la società, siano non solo incapaci di reagire agli eventi peggiori attivando il senso morale, che, per funzionare, ha bisogno sia dei suoi fondamenti etici, sia di armonizzarsi con le strutture cognitive che interagiscono con la conoscenza, per la quale Storia e Memoria sono indispensabili, bensì di agire.

Ne consegue che l’inesplicabile cecità e sordità morale con cui chi scrive si è spesso confrontato non è necessariamente effetto di una bruttura della coscienza (sebbene per alcuni sia così), ma causata da miopia intellettiva o da incomprensione delle dinamiche storiche in cui si vive, soprattutto ora che ogni informazione si accompagna al suo contrario escludendone la legittimità o demonizzandone il portatore. Detto questo, e prima di intraprendere un esame a volo d’angelo della Costituzione come fondamento della politica, va ricordato che essa è il frutto del costituzionalismo, esito di una lunga e complessa lotta culturale, prima politica e rivoluzionaria dopo (Azzariti 2021: 96) che affonda le sue radici nel mondo proto medioevale della Storia europea, e va detto, senza tema di venir tacciati di eurocentrismo, che il mondo com’è oggi, nel bene (poco) e nel male (tanto) è figlio dell’Europa, il cui “bene” dev’essere enfatizzato e difeso per contrastare il tanto “male” con cui l’Europa ha contaminato la società mondiale. E, per quanto ci interessa, soprattutto a partire dal 1938, e non ci riferiamo alla Guerra mondiale.

MASTRO BIBL. UNIVERS.qxdA questo punto può essere utile porre l’accento sulla funzione della memoria collettiva per quanto attiene alla storia costituzionale del nostro Paese, nata dalla lotta contro il nazifascismo per chiarire come entrambi (storia costituzionale e nazifascismo) abbiano le radici nei movimenti collettivi che diedero senso ad antitetiche reazioni contro realtà sociopolitiche incapaci di rispondere alle esigenze della società in cui si svilupparono. Ma entrambi furono il frutto di un moto lento e articolatissimo della coscienza collettiva che nel corso dei secoli ha dato risposte via via più complesse e sofisticate alle esigenze del singolo di sopravvivere nel mondo come membro di una comunità e non come individuo solitario (cfr. Grossi 2016: 17).

Vogliamo dire che i mezzi usati dalla politica per focalizzare la memoria collettiva sugli eventi caposaldi dell’Italia repubblicana è opportuno che spingano la memoria individuale a cogliere le più importanti valenze costituzionali che ne fanno parte. Si pensi alle idee di libertà, di democrazia, di uguaglianza, solidarietà, dignità, rappresentanza, che non nascono per caso, ma sono il frutto di un percorso ideale plurisecolare, confluito nelle Costituzioni liberali per formare lo scheletro attorno al quale vengono sviluppate altre idee e i loro rapporti reciproci. Ebbene, il presupposto implicito di questo discorso si annida nel senso di questi elementi fondativi, e per senso si intende la ragione, il significato lessicale, storico e filosofico, e la direzione che questi punti fermi imprimono alla società come flusso in divenire. Ne consegue che non è possibile cogliere questo senso senza aver ben chiaro come e perché questi punti fermi siano stati accolti in modo nuovo e dirompente rispetto al passato, facendoli diventare la sostanza della Costituzione (i c.d. mattoni), verso quale meta tendano e, soprattutto, con quali strumenti.

Ma per comprendere tale dinamica è indispensabile che la memoria faccia emergere dal suo sedimento quanto l’individuo, nel corso della sua esistenza, ha raccolto attraverso le testimonianze e i fatti a cui ha assistito, e poi che conosca con chiarezza a quale realtà sociale la Costituzione ha opposto il suo progetto, poiché la Costituzione è non solo l’asse intorno al quale ruota quel flusso, ma è un progetto cogente e fragile, che ha incontrato e incontra sul suo cammino nemici irriducibili, alcuni palesi, come i nostalgici o i fautori degli estremismi col loro corredo di orrori troppo facilmente dimenticati, e altri occulti, camuffati da suoi difensori, ma in realtà subdolamente determinati ad agire su di essa come funzionalisti, cioè per assimilarla al diritto ordinario e trasformarla così in una legge fondamentale ancella di interessi antitetici al suo progetto.

Pertanto, per comprendere appieno la natura di questo pericolo, che oggi è diventato non solo incombente, ma che da puro e semplice progetto eversivo si sta trasformando in attualità, non basta la memoria (sebbene l’attenzione ai passati eventi di rilievo costituzionale che hanno modificato la realtà sociale in modo congruo alla Legge Suprema debba associarsi alla conoscenza concreta della realtà sui cui questi eventi operarono), ma è necessaria la conoscenza storica delle dinamiche del passato, e di come le scelte politiche seppero interpretarle, dando risposte tali da incidere in quel flusso, avendo molto chiaro che la storia umana non è frutto della natura, come la storia delle specie animali, ma è conseguenza di scelte precise, di progetti, di scontri di potere, di ideali convergenti e divergenti, di eventi culturali, politici, militari ed economici che hanno plasmato la società nel corso del tempo, causando successi e fallimenti, tragedie e riscosse.

Allora l’uso della mente, delle risorse cognitive è indispensabile affinché la conoscenza non venga sviata, ingannata o occultata dietro a falsi proclami, a ideologie che hanno consentito a quegli interessi antitetici al progetto costituzionale di perseguire i loro obiettivi, così come è accaduto e sta accadendo tutt’ora. Da qui la memoria e la storia sono il baluardo da opporre a chi vuole mistificarle; e il punto di partenza per comprendere la necessità dell’azione, quando per azione s’intenda l’attività mentale consapevole di quanto e come incida sulla realtà concreta. Ne consegue che lo studio, il dialogo, l’ascolto, la partecipazione, le scelte individuali hanno molto valore, e possono agire sincreticamente con quelle altrui, se mosse in armonia coi principi fondativi della Costituzione, poiché un’invenzione intellettuale com’è la Costituzione si trasforma in realtà concreta.

Si lasci dunque agli ignavi tutto il comodo di cullarsi nello spazio della loro viltà, grettamente immemori di cosa significhi  essere costretti a vivere nel terrore di poteri occulti, di forze assassine che bussano alla porta nella notte o prelevano le persone per la via con la violenza conducendole a un destino oscuro, o di un’autorità onnipresente, che tutto sorveglia, che decide della qualità della vita degli esseri umani, e della loro stessa sopravvivenza;  li si lasci crogiolare nella loro incapacità di cogliere il significato di una creatura che muore nelle acque gelide del Mediterraneo o nelle foreste ghiacciate dell’Europa, o di cosa significhi la povertà estrema, la fame, la malattia, la discriminazione, lo sfruttamento feroce. Oppure, ancor peggio, essendo individui perfettamente in grado di comprendere, restino rassegnati o indifferenti o felici che accada quanto abbiamo testé descritto.

Viceversa, ogni qual volta si utilizzano degli elementi simbolici ideali (concetti, credenze, miti o desideri) questi attivano forze mentali che inducono gli individui all’azione, sia nella costruzione di realtà virtuali, sia nell’elaborazione di significati nelle relazioni tra le persone, tali per cui le azioni diventano fatti. Si pensi al volontarismo in ogni campo, sociale, religioso, militare, ai movimenti politici, distinguendoli dai partiti, e infine alle tecniche con cui si costruiscono alleanze politiche o si partecipa alla guerra, o si resiste alle invasioni di forze armate criminali. Sono questi i movimenti sociali, la cui nascita dipende da tre fattori.

Il primo è una condivisione chiara sia degli obiettivi sia delle cause della situazione che si vuol modificare, e l’esame delle cause discende dall’interazione di Storia e Memoria, dove la Memoria deve mettere in campo la griglia del giudizio morale, poiché la Memoria senza etica è destinata a innescare aberrazioni del pensiero. Il secondo prevede che gli osservatori esterni, cioè la maggioranza delle persone e sub specie di quelle più culturalmente e socialmente qualificate, siano capaci di mettere in relazione quel che il movimento sociale esprime, nei termini di cui al primo fattore, e le ragioni dell’opposizione al potere che si intende contrastare, essendo evidente, come insegna la Storia, che gli interessi dei dominanti si esprimono attraverso la loro egemonia culturale, e quando non è sufficiente, con la demonizzazione dell’avversario o, nel caso, con la reazione violenta. Gli osservatori esterni devono essere in grado di mettere in gioco credenze sulle quali l’analisi critica deve operare smascherandone la falsità.

Soccorsi in mare (@Open Arms)

Soccorsi in mare (@Open Arms)

Il terzo fattore implica che i movimenti sociali abbiano bisogno di strategie, e la più importante attiene alla denuncia dei pericoli che le forze dominanti sviliscono o esaltano: si pensi al cambiamento climatico, o all’enfatizzazione della paura della sostituzione etnica da parte dei migranti o, e sarà questo un argomento su cui spenderemo molte parole, all’assunto che le politiche economiche intraprese a partire dagli anni 70 siano le migliori o le uniche possibili, tali da giustificare le recenti modifiche costituzionali. La strategia allora prevede che vengano smascherati i messaggi finalizzati a demolire ciò che in passato riuscì a modificare alcune politiche recando chiari vantaggi nel medio e lungo periodo. Si pensi alle vulgate che hanno accompagnato e accompagnano le scelte di politiche discriminatorie di genere, con l’obiettivo di riportare la società civile a epoche e valori incompatibili con il tessuto costituzionale, o alle politiche del lavoro, o allo smantellamento dello stato sociale, o al rifiuto di una seria politica fiscale offrendo vantaggi immorali a inquinatori, cacciatori, oligopolisti, evasori fiscali.

Poiché tali messaggi, partendo da dati reali, come la crisi finanziaria, petrolifera, del debito, le guerre in corso, la desertificazione, la povertà in crescita, le minacce militari, la crisi produttiva e quella occupazionale, i nazionalismi crescenti, le radicalizzazioni religiose, l’attuale pandemia, sono il terreno di coltura di cui si alimentano le credenze, i movimenti devono spiegare che queste fanno arenare lo spunto della riflessione sui rimedi alternativi, in modo tale da rendere manifesta una sorta di blocco cognitivo.

Infatti la maggior parte delle persone, anche a causa dell’uso spregiudicato dei media attraverso la diffusione di notizie semplificate sui social, è radicalmente convinta che non ci sia nulla da fare, come se la circostanza per cui otto miliardi di persone non potranno mai condividere lo status di vita borghese fosse di ostacolo alla sospensione dei brevetti sui vaccini anticovid, che quindi il futuro è destinato alla catastrofe e bisogna rassegnarsi alla crescita della povertà, alla morte di centinaia di milioni di esseri umani causata dalla pandemia o dalla fame, proprio mentre  la ricchezza dell’ 1% della popolazione terrestre cresce a dismisura e la distribuzione è ridotta alle briciole di quella generale. È come se gli assunti maltusiani del XIX secolo, che invocavano la coazione al ribasso delle risorse destinate ai poveri di cui sollecitavano il cannibalismo per tenere a freno la crescita demografica garantendo la ricchezza delle élite possidenti, fossero entrate nella psiche della generalità delle persone.

I movimenti sociali devono consentire agli osservatori esterni di interiorizzare il concetto di ricchezza (cioè risorse, produzione, risparmio, uso e destinazione del surplus, dinamica creditizia come creatrice di moneta in modo diverso dalle credenze comuni, beni pubblici, beni comuni, beni immateriali) e l’individuazione degli strumenti usati per garantire lo status quo (operazioni militari, politiche di austerità, desertificazione, sfruttamento del suolo e dei mari, politiche ambientali, sanitarie, scolastiche, eccetera) per comprendere come le illusioni e i fallimenti a cui è andata incontro la società umana degli ultimi trent’anni non dipende dai difetti dei sistemi costituzionali come il nostro (alla faccia dei proclami di Goldman e Sachs) ma dalla miopia e dall’avidità delle classi dominanti e da progetti antitetici ai principi contenuti nelle Leggi Supreme pattuite dopo il 1945.

Con tutto ciò non si intende sostenere che questi progetti abbiano interrotto l’inarrestabile progresso dell’umanità verso la libertà, l’uguaglianza e la fraternità: anzi siamo persuasi che l’invenzione dei diritti fondamentali e il loro inserimento nelle Costituzioni contemporanee sia un evento storico casuale, occasionato da contingenze eccezionali, così come la Democrazia sorta, sepolta, dissepolta, distorta e connotata da una tal congerie di aggettivi qualificativi da renderne irriconoscibili e incompatibili le loro diverse declinazioni (parlamentare, presidenziale, semipresidenziale, liberale, popolare, illiberale, liberista e via dicendo).

Ciò che vogliamo sostenere e che sì, le Costituzioni di cui parliamo (in specie la nostra ante riforme del 2011 e del 2021) sono il veicolo ineludibile verso l’affermazione di quei princìpi, e che l’aggressione subìta ne costituisce un ostacolo quasi insormontabile. Ma con fermezza diciamo “quasi”, ed è su questo “quasi” che si giocano le forze in campo tra facoltà razionali, morale e istinti. 

Dialoghi Mediterranei, n. 60, marzo 2023
Riferimenti bibliografici
Azzariti G., Diritto o barbarie. Il costituzionalismo moderno al bivio, Laterza Bari-Roma 2021
Carr E., Sei lezioni sulla storia, Einaudi Torino 2000
Grossi P., L’Europa del diritto, Laterza Bari-Roma 2016
Judt T., Novecento, Laterza Bari-Roma, 2014
Settembre R., Tortura oltre i confini, in “Studi sulla Questione Criminale, anno XIII, n. 2, 2018: 109-122

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Roberto Settembre, entrato in magistratura nel 1979, ne ha percorso tutta la carriera fino al collocamento a riposo nel 2012, dopo essere stato il giudice della Corte di Appello di Genova estensore della sentenza di secondo grado sui fatti della Caserma di Bolzaneto in occasione del G8 2001. Ha scritto per Einaudi Gridavano e piangevano, edito nel 2014. Si è sempre occupato di letteratura, pubblicando racconti, poesie, recensioni sulle riviste “Indizi”, “Resine”, “Nuova Prosa”, “La Rivista abruzzese” e il “Grande Vetro”. Con lo pseudonimo di Bruno Stebe ha pubblicato nel 1992 il romanzo Eufolo per Marietti di Genova e nel 1995 I racconti del doppio e dell’inganno per la Biblioteca del Vascello nonché la quadrilogia Pulizia etica per Robin edizioni e nel 2020 Virus e Cherie con la Rivista Abruzzese. Attualmente è collaboratore di “Altreconomia”.

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