Stampa Articolo

Dei matti di Pietro Pisani nella Real Casa di Palermo

La-Real-Casa-dei-matti-Palermo-ph.-S.-Busà

La Real Casa dei matti, Palermo (ph. S. Busà)

di Antonino Cangemi

Mozart è Mozart ed esige devozione e rispetto. Anche da parte di Palermo e dei palermitani. Che il 4 ottobre del 1811, quando al Real Teatro Carolino si rappresentò Così fan tutte, disertarono l’evento decretando il sonoro insuccesso in Sicilia di una delle sue più celebri opere. Incidente deplorevole che provocò la reazione sdegnata di un fan mozartiano, Pietro Pisani. Fu su sua iniziativa e a sue spese che a Palermo, qualche anno dopo, venne eseguito – orchestra e compagnia di prim’ordine – Il flauto magico, a beneficio di un solo spettatore (gli ingrati suoi concittadini andavano puniti): lui stesso [1].

Passando dalla musica all’archeologia, anche Selinunte – al pari di Mozart – merita religiosa attenzione: tra le sue rovine vi sono reliquie preziosissime, testimoni di antiche civiltà da preservare da appetiti allogeni. Quando nel 1823 gli architetti inglesi Harris e Angel ricostruirono, a seguito dei loro scavi, le metope dei templi selinuntini, si adoperarono per trasferirli a Londra e collocarli al British Museum. E così sarebbe stato se non avessero trovato il tenace e autorevole veto di un funzionario dell’amministrazione borbonica, Pietro Pisani. Fu per merito di Pisani che le metope rimasero in Sicilia e divennero i reperti più pregiati del Museo Salinas di Palermo, anche detto – non a caso – Museo Selinuntino [2].

Ma il barone Pietro Pisani non rimane alla memoria (di chi ha e avrà ancora memoria) per la venerazione di Mozart e per avere evitato che le metope selinuntine varcassero i confini nazionali, ma per ben altro. Per essere stato, come lui amava definirsi, «il primo pazzo della Sicilia». La vita di Pietro Pisani, espressione nella sua familiarità con la follia della corda pazza pirandelliana (in lui prevalse su quella seria e su quella civile), suscita interesse e curiosità. Esploriamola.

Figlio del barone Melchiorre e di Anna Maria Perino, Pietro Pisani nacque a Palermo  nel 1760 [3]. La sua famiglia, di origini veneziane, apparteneva alla piccola nobiltà. Una nobiltà che non traeva alimento da vasti possedimenti o da antichi fasti feudali ma, più prosaicamente, dall’esercizio, prolungato nel tempo, delle funzioni di esattori di imposte. La carica di Regio Precettore, detenuta da Pietro Pisani e dai suoi avi, era abbastanza prestigiosa per il rapporto fiduciario col governo borbonico che implicava, e lucrosa, ma non contava più di tanto ai fini nobiliari. Che il barone Pietro Pisani – uomo corpulento, di bassa statura, scuro di pelle e negli occhi – non poteva fregiarsi di titoli nobiliari eccelsi è dimostrato, tra l’altro, dagli ostacoli che si frapposero al suo matrimonio con Maria Texeira de Albornoz, celebrato comunque nel 1785, dopo avere superato le varie opposizioni poste dalla famiglia di lei, di antica nobiltà, imparentata con i regnanti portoghesi. Pare che un ruolo se non determinante incisivo per il traguardo nuziale lo abbia avuto il loro comune amico  Giovanni Meli che, peraltro, cantò la bellezza di quella donna in una sua poesia. Maria Texeira de Albornoz, «bella persona, di cuore ingenuo e  pudico, ma spesso combattuto da insanabile gelosia, a cui certo egli dava alimento» [4], al momento delle nozze aveva diciannove anni, Pietro Pisani venticinque. Il legame tra i due, malgrado la gelosia, durò trent’anni, sino alla morte di lei nel 1815, e generò otto figli.

Pietro Pisano

Pietro Pisano

Tra i figli, quello che Pietro Pisani predilesse, e su cui proiettò di riflesso le proprie ambizioni, fu il secondogenito, Antonio. Pisani, il quale, sebbene avesse studiato diritto all’Università di Catania, non si appassionò mai ai codici:  fu attratto soprattutto dagli studi umanistici – i più vari e con un approccio da “dilettante”, sia nel senso di trarne diletto, sia della scarsa ortodossia e inclinazione metodica. Amò  le lettere, l’“antiquaria” (come veniva allora definita l’archeologia) e soprattutto la musica, al punto di cimentarsi, seppure sporadicamente, nella composizione. Pisani avviò il figlio Antonio allo studio della musica sin da giovanissimo: avrebbe voluto farne un musicista, convinto com’era del suo talento. Antonio Pisani riuscì a scrivere anche qualche piccola opera musicale, ma non sappiamo se il credito che il padre riversava su di lui fosse legittimo o meno. Quel che risulta certo è che soffrì di depressione e che, colpito da tubercolosi, morì prematuramente a soli 23 anni. Per il padre fu un dolore tremendo, tanto da indurlo persino a un tentativo di suicidio. L’anno della scomparsa del figlio, 1815, coincise peraltro anche con quello in cui morì Giovanni Meli, fraterno amico del barone. Fu un periodo nero per Pietro Pisani, che abbandonò la vita mondana, tenne a lungo il lutto, trascurò i suoi interessi  e si chiuse in se stesso sopraffatto dalla malinconia. A ciò contribuirono  anche gli effetti derivanti dall’instaurazione del regime parlamentare nel 1812. Infatti, a seguito della revisione del vecchio sistema di riscossione delle imposte, Pisani dovette abbandonare la carica di Regio Precettore, con le relative conseguenze economiche e sociali.

Ma, come si dice in dialetto, «bon tempu e malu tempu nun dura tuttu tempu». Ciò valse anche per il barone Pisani. Con lo spegnersi della breve esperienza parlamentare e con la restaurazione del regime borbonico, per il barone cambiò il vento, stavolta in direzione favorevole. La fedeltà ai Borboni di Pietro Pisani fu premiata con il conferimento di un incarico di primo piano nell’amministrazione. Pisani, infatti, venne nominato ufficiale capo del Ripartimento dell’Interno presso la Real Segreteria del Luogotenente Generale. In quella veste, il barone esercitava le sue occupazioni amministrative in più campi: beni culturali, prigioni, sanità. Fu così che finì per interessarsi dell’Ospizio dei Matti, in quanto preposto a un Ripartimento che tra le sue competenze ricomprendeva anche quelle  sulla tutela della salute pubblica. La sua sensibilità in questo ambito è stata variamente spiegata. Secondo alcuni, fu decisivo il lungo soggiorno a Napoli (dove si recò alla corte di Ferdinando sino al 1819), che lo portò a visitare e a conoscere il manicomio di Aversa: lì  apprese le metodologie innovative nella cura dei malati di mente. Per altri, furono determinanti le sue letture, per quanto disordinate, di testi di frenologia, disciplina in voga ai tempi che pretendeva di definire le caratteristiche mentali dall’esame della conformazione dei crani. Per altri ancora, ebbero invece rilievo le sue esperienze di vita: la fragilità psichica della sorella del suo amico Giovanni Meli e, soprattutto, la malinconia che afflisse nella sua breve vita il tanto amato secondogenito Antonio.

D’altra parte, nel barone Pisani la vicinanza  alla sofferenza psicologica si accompagnava alla diffidenza, persino ostentata, per la scienza medica. Si racconta che Pisani, quando fu affetto da ‹‹malattia al petto››, pur di non ricorrere a medici si curò da solo falsificando le ricette. In alcune sue lettere, inoltre, il barone definisce i medici «laureati antropofagi», cioè a dire cannibali. Posizione, la sua, di certo eccentrica, considerata la posizione di burocrate con competenze anche nel settore sanitario, ma non del tutto anomala in quel tempo. I medici, infatti, allora non godevano di particolare prestigio. Si spiega così come nell’aristocrazia fossero di moda gli studi giuridici e, al contrario, assai poco quelli di medicina, tant’è che l’unica sede universitaria siciliana  in cui s’insegnava la scienza d’Ippocrate fu per lungo tempo quella catanese [5].

2Nonostante fosse privo di conoscenze mediche e anzi avverso a esse, nell’agosto del 1824 il barone Pisani venne nominato dal Luogotenente del Regno, marchese Pietro Ugo delle Favere, Deputato dell’Ospizio dei Matti di Palermo. Nella motivazione del provvedimento si evidenzia la «disposizione di cuore» e l’«esattezza nell’adempimento del dovere». Mai  incarico si rivelò così felice.

 L’ultrasessantenne barone, contrariamente a quel che di solito accade in questi casi (ciò che importa è il prestigio, al resto ci pensa il personale dipendente a cui dare poche e sporadiche direttive), dedicò anima e corpo al nuovo incarico. Non perse tempo: dopo appena un mese, il 12 settembre, inviò al Luogotenente un dettagliato rapporto sullo stato in cui versava la Real Casa dei Matti. Pisani denuncia le condizioni inaccettabili dei locali in cui sono ammassati i malati: «Le stanze a piano terra anguste, scure, sordide, malsane, offrono l’aspetto più tosto di carceri che d’altro, anzi di quelle carceri segrete, dalle quali liberò…i delinquenti la beneficenza del nostro sovrano, col nuovo codice»; stigmatizza il trattamento disumano dei matti «frammisti e alla rinfusa rinchiusi a due e a tre, furiosi, maniaci dementi, fatui, idioti, ipocondriaci…moltissimi senza paglioni, un gran numero prostrati sopra semplice paglia, e sudicia, altri sulla nuda terra, e lì legati con salde e pesanti catene al muro»; rileva le lacune igieniche e, in particolare, la carenza d’acqua: «Estrema è la penuria dell’acqua, che basterebbe appena quant’è a dissetare scarso numero di persone in buona salute»; lamenta la promiscua convivenza di malati psichici con «etici, leprosi e tutti quei travagliati da sozze malattie cutanee cacciati dallo Spedale Grande»; rimarca l’assenza di notizie sui malati  ricoverati [6].

E alle parole seguirono i fatti. Con altrettanta solerzia. Nello stesso mese di settembre si pose fine all’insana commistione dei pazzi con malati d’altro genere, che vennero trasferiti in un edificio vicino la Zisa. La Real Casa dei matti fu riservata ai soli malati di mente. Presto fu debellato l’uso delle catene e delle bastonate. Si iniziò a dividere i malati per sesso e per tipologie patologiche. Si avviò la ristrutturazione dell’edificio e si progettò una disposizione dei locali funzionale alla cura. Si migliorò il vitto e si diede luogo alle prime pratiche ricreative. Si tenne un registro in cui vennero annotate con minuzia tutte le informazioni riguardanti i ricoverati: la data dell’internamento, la diagnosi, la terapia, gli esiti,  eventuali osservazioni, la data di dismissione nel caso in cui il ricovero non si ritenesse più necessario. Ciò risulta da una successiva relazione al Luogotenente, particolareggiata quanto la prima, datata 9 maggio 1925. In essa sono contenuti anche i nominativi di alcuni malati dismessi, alcuni poco dopo l’arrivo di Pisani, internati evidentemente senza che ve ne fossero le condizioni. Le dismissioni dall’Ospizio dei Matti segnarono una svolta epocale: prima, da quel che è dato sapere, chi vi entrava non aveva altro modo per uscirne se non con la morte.
Pietro Pisani, nell’esercizio della carica di Deputato della Real Casa dei matti, non rivelò soltanto spirito umanitario e fedeltà ideologica al cosiddetto “trattamento morale”, praticato al manicomio di Aversa e teorizzato allora da Esquirol, Spurzheim e Pinel, ma anche considerevoli attitudini a pianificare e a gestire gli aspetti economici, organizzativi e amministravi. Diremmo oggi che mostrò di essere un vero manager.

Da manager, il barone Pisani individuò innanzitutto gli interventi da praticare per raggiungere il suo obiettivo, stabilendo priorità, tempi, modi. Da manager, si accorse che la prima questione era quella economica: «Senza sordi nun si canta missa». Occorreva, in primo luogo, garantire un’adeguata dotazione finanziaria all’Ospizio. Quindi, ampliare la recettività della Casa estendendola ai malati psichici di tutta la Sicilia, naturalmente provvedendo alle relative coperture finanziarie. Poi – passo fondamentale – stilare un regolamento contenente tutte le istruzioni volte a disciplinare l’organico, le funzioni amministrative e finanziarie, la vita interna, le procedure di accoglimento e dismissioni, le modalità teraupetiche. Ulteriore e importante tappa: ristrutturare e allargare l’edificio.
Riguardo alla dotazione finanziaria dell’Ospizio, il barone Pisani ne stabilì l’ammontare individuando le fonti degli introiti. I finanziamenti gravavano in buona parte sull’erario della città di Palermo e degli altri capoluoghi di provincia dell’Isola, nonché sulle casse di enti di beneficenza, in parte sulle famiglie dei ricoverati, che erano tenute a pagare delle rette.

3Nel luglio del 1827 venivano pubblicate le Istruzioni per la novella Real Casa dei Matti. Tra i regolamenti manicomiali, non solo dell’epoca, è uno dei più minuziosi: comprende ben centoquarantaquattro articoli suddivisi in due parti. La prima parte si occupa degli aspetti organizzativi-amministrativi e in particolare del personale. La Real casa dei Matti si reggeva su un’organizzazione gerarchica piramidale, che poneva al suo vertice il Re, quindi il Luogotenente Generale e il Direttore Amministrativo. Il Direttore Amministrativo concentrava in sé tutti i poteri decisionali, sia nella gestione della struttura che nella cura dei malati, del loro esercizio rispondeva al Luogotenente che glieli conferiva e al Re da cui quest’ultimo promanava. In altre parole, il Direttore Amministrativo poteva assumere i dipendenti, sospenderli e licenziarli, vigilava sul loro operato e sul rispetto del regolamento, ma era anche il responsabile del “trattamento morale” dei matti.

I malati erano sottoposti a una “cura morale” esente da ricorso a farmaci; in merito ogni decisione  spettava al Direttore Amministrativo, che non era necessario fosse un medico. Vi era anche un Servizio sanitario con nove addetti, sette medici, un paio con funzioni consultive, e due studenti; l’ultima parola però spettava al Direttore Amministrativo, ed era senza appello. Si prevedeva inoltre una figura che svolgeva le funzioni di sorveglianza dei malati e che operava più a diretto contatto con loro. Si trattava del “Maestro dei matti”, come veniva definito nella prima versione del regolamento del manicomio di Aversa; ma Pisani decise di chiamarlo Soprantendente ai servizi interni perché nell’ospizio non si doveva pronunciare la parola matto. Il Soprantendente si avvaleva della collaborazione di personale ausiliario ma anche dei cosiddetti “matti tranquilli”, quelli in fase di guarigione da immergere nel lavoro. Il lavoro, d’altronde, non mancava, anche per le donne: le matte tranquille rammendavano le camicie, si occupavano della lavanderia e di piccoli lavori di sartoria.

La seconda parte del regolamento era intitolata “Del trattamento dell’alienazione mentale” e disciplinava la vita del malato nella comunità dal ricovero alla dismissione. Il ricovero era deciso dal Direttore Amministrativo, ferme restando le volontà di chi gli erano gerarchicamente sovraordinati, il Re e il Luogotenente; era esclusa la competenza medica. Determinante ai fini delle decisioni che venivano assunte era il periodo di osservazione, che si svolgeva presso appositi locali distinti da quelli in cui alloggiavano i malati. Il periodo di osservazione assolveva a più finalità: innanzitutto a verificare se la follia fosse simulata o vera, quindi a formulare la diagnosi, in base alla quale il malato veniva assegnato al reparto specifico. I pazienti erano suddivisi in maniaci, malinconici, imbecilli ed ebeti. I maniaci non erano segregati come nei comuni manicomi: mantenevano lo stato di libertà, seppure sotto attenta vigilanza, e si ricorreva alla camicia di forza solo nei casi di crisi di furore nel timore che arrecassero danni a se stessi e agli altri. I malinconici venivano aggregati in ambienti spaziosi e confortevoli, con pareti colorate e con finestre larghe e luminose. La loro cura consisteva anche nel fargli ascoltare musica e nel contatto con la natura. Fu allestito pure un teatro per farli recitare. Metodi simili venivano adottati per gli ebeti e per gli imbecilli.

Real-Casa-dei-matti-Palermo-ph.-Sergio-Busà

Real Casa dei matti, Palermo (ph. Sergio Busà)

Il periodo di osservazione serviva anche per accertarsi delle condizioni economiche dei pazienti. Quelli che provenivano da famiglie agiate erano tenuti a pagare le rette, ne erano esenti invece i poveri. Il vitto garantito ai poveri era più modesto di quello riservato a chi pagava le rette, ma in ogni caso superava per qualità e quantità quello che all’epoca poteva permettersi un contadino [7].

Una delle prime misure da adottare dopo l’ammissione al ricovero era il separare i malati dai propri familiari e amici, poiché si presumeva che una delle cause del disagio psichico si annidasse negli ambienti familiari e sociali. Il regolamento postulava, tra gli altri, un principio di condotta basilare nel rapporto con i matti: con loro occorreva franchezza e sincerità; solo con comportamenti schietti e non simulati se ne conquistava la fiducia e, conseguentemente, si entrava nel loro mondo. Fondamentali erano poi, per il rinsavimento, il lavoro (come visto) e l’esercizio fisico: le attività agricole soprattutto e i giochi mettevano in moto il corpo, facevano circolare il sangue, provocavano una sana stanchezza che favoriva il sonno. D’altra parte, nel regolamento veniva programmata la giornata dei malati e lo stacco tra i diversi momenti – compresi le pulizie personali e dei propri ambienti, le visite mediche, i riposi pomeridiani, più lunghi d’estate e più brevi d’inverno, e le ore da dedicare alle preghiere – era segnato da tocchi di campana.

Come per il ricovero, anche la dismissione era preceduta da un lungo e accorto periodo di osservazione. Al riguardo il regolamento prescriveva procedure complesse. I primi segni dell’approssimarsi della guarigione erano individuati nel riaffiorare delle abitudini dei sani, nel desiderio di rivedere i propri congiunti, nell’identificare con nettezza gli oggetti, nella progressiva consapevolezza di essere stati matti. Quando si presentavano tali indizi, il paziente veniva dichiarato convalescente ed era trasferito in  nuovi ambienti. Durante la convalescenza, egli moltiplicava i suoi contatti con i sani, era ammesso a lunghe passeggiate anche fuori lo stabilimento e poteva vedere i familiari. La convalescenza però comportava il superamento di vari stadi che acclaravano la guarigione. Solo in tal caso il paziente veniva dismesso.

Come visto, tra i propositi del barone Pisani espressi non appena insediatosi nella carica vi era pure quello di ristrutturare e ampliare l’edificio sede della Real Casa dei Matti. A questi lavori offrirono un contributo non indifferente i pazienti. Scrive Pisani: «Degli uomini i più giovani ed i più robusti, unitamente ai furiosi, li assegnai alla costruzione del nuovo edificio, gli attempati ai lavori del giardino, il rimanente a nettare e pulire l’intero stabilimento, e pochi al servigio della cucina e del refettorio» [8]. I biografi del filantropo barone riconoscono che l’apporto dei malati comportò significativi risparmi [9].

Real casa dei matti, Palermo (ph. Settimo Lo Nigro)

Real Casa dei matti, Palermo (ph. Settimo Lo Nigro)

A che cosa mirarono gli interventi di restyling sui locali? A renderli più accoglienti e ameni. Rientrava nella cura morale far vivere i malati in ambienti confortevoli, gradevoli e allegri. Non solo, ma anche ricchi di richiami allegorici funzionali alla terapia. Ecco perché alle pareti erano appese le catene retaggio di un passato incivile, e accanto a esse figuravano diverse iscrizioni – alcune programmatiche («qui pria ferri e percosse / vana detestabile medicina/ or’amorevoli cure / e l’unico rimedio alla follia / il travaglio»), altre tese a richiamare l’operatività dei pazienti («pazzo chiunque sei se a rider vieni, / invece di follia saggezza apprendi, / ché opera nostra è qui tutto ciò che vedi»); inoltre, tanti erano gli affreschi con raffigurazioni simboliche, spesso opere dei malati, e venivano messe in evidenza tavole sinottiche contenenti i nomi dei matti dismessi. Al centro dell’edificio vi era un ampio e leggiadro cortile, luogo principale di vita all’aperto della comunità.  Attorno al cortile vi erano le stanze per i servizi comuni, il refettorio, la sala medica e i locali dove alloggiavano quasi tutti i pazienti poveri. Dal cortile si accedeva a una scala che conduceva alle stanze del Direttore Amministrativo e del Soprantendente, accanto alle quali vi erano, oltre alle stanze dei medici, quelle dei convalescenti in periodo di osservazione; più in disparte le stanze dei malinconici e isolate quelle di sicurezza riservate ai malati più gravi. Sopra la scalinata un affresco con dipinte le immagini di Ercole, la Forza, e di una bella ragazza, la Ragione, che schiacciano una donna con due ali in testa, la Pazzia. Quel quadro allusivo si trovava in quel posto perché lo potessero vedere tutti, anche i matti che scendevano le scale per recarsi al refettorio.

Nell’architettura della Real Casa dei Matti assumeva particolare rilievo il giardino, nel quale spiccavano i gusti eccentrici del barone. Nel giardino vi erano l’angolo “alla cinese” (in quel periodo era diffusa la moda per le “cineserie”, si pensi alla Palazzina Cinese costruita a Palermo qualche anno prima), le cascate artificiali, le gabbie con uccelli canterini, gli affreschi con effetti ottici particolari. All’interno del giardino, inoltre, fu costruito un teatro  a imitazione di quello greco di Siracusa. Risaltava negli ambienti dell’edificio una briosa leggerezza congiunta a tendenze estetiche bizzarre. In ciò confluivano gli intenti ideologici (il porre l’accento sull’efficacia terapeutica dell’amenità dei luoghi di vita dei malati) e le inclinazioni del barone – potremmo dire, matto tra i matti – che in quei locali aveva eletto la propria residenza.

BrunoCaruso-il-mondo-alla-rovescia-1954

Real Casa dei matti di Palermo, Bruno Caruso, Il mondo alla rovescia, 1954

Col passare degli anni, ciò che accadeva nella Real Casa dei Matti cominciò a incuriosire e a interessare sempre di più, non solo in Italia. Se ne iniziò a parlare sia per certi usi che apparivano stravaganti o comunque fuori dal comune, sia per le cure dei matti basate soprattutto sull’ergoterapia, cioè sulla terapia del lavoro. Si succedettero, pertanto, le visite dei viaggiatori che avevano nell’Italia una delle mete preferite, se non la preferita. Nel 1827 arrivò il duca di Buckingham, un lord londinese che fu attratto dall’accoglienza tributatagli dagli stessi matti. Scriverà nel suo libro di memorie: «Al mio arrivo fui sbalordito di essere accolto dal suono di tamburo e da sentinelle che presentavano le armi, mentre un gruppo di venticinque o trenta uomini facevano esercizi militari e sembravano divertirsi e sorridere. Ed erano tutti matti» [10]. Il duca di Buckingham annotò anche nel suo diario come le stanze dei melanconici fossero «affrescate con immagini di Pulcinella, Arlecchino e figure grottesche» e fu colpito dai modi eleganti delle «due matte molto gentili» che l’accompagnarono nella visita, nonché dal fatto che tanti matti si rivolgessero familiarmente e rispettosamente al barone chiamandolo padre.

Tra la fine del 1827 e l’agosto del 1827 fu un medico tedesco, Eduard Guntz, a fermarsi nella singolare dimora dei matti di Pietro Pisani. Pare che il medico, giunto in Sicilia come tappa conclusiva del suo viaggio in Italia, sia stato colpito da insolazione e quindi, contratta la malattia, ospitato da Pisani che gli era amico. Quel soggiorno forzato fu l’occasione per conoscere la realtà innovativa della Real Casa dei Matti. Tornato in Germania, Guntz, entusiasta dei metodi di cura messi in pratica da Pisani, fondò una casa di cura per malati psichici e, nel 1867, scrisse un libro sull’esperienza palermitana [11]. In quel libro spicca il contrasto tra le condizioni di arretratezza sociale dell’Isola e il modello avveniristico della Real Casa dei Matti. Giudizio simile aveva espresso qualche anno prima, nel 1830, un letterato fuoriuscito siciliano, Michele Palmieri in un suo libro di memorie: «Nel paese più arretrato d’Europa, c’è il manicomio più avanzato d’Europa» [12].

-bruno-caruso

Real Casa dei Matti di Palermo, Bruno Caruso

Ed è proprio dal 1830 che le visite s’intensificarono. Chi si fermava alla Real Casa dei Matti spesso annotava in apposito registro un proprio elogio o pensiero. Come il musicista francese Juste-Adrien De La Fage, alla Real Casa dei Matti nel 1835, che, con enfasi, scrisse: «Chi uscisse da questo stabilimento senza rendere grazie al suo direttore in nome dell’umanità dovrebbe egli stesso esservi trattenuto per essere guarito dalla follia» [13].

Nel settembre del 1835 fu la volta del visitatore più celebre, Alessandro Dumas. Che offrì una particolareggiata, ma non fedelissima, descrizione della Real Casa dei Matti in un libro di viaggi circoscritto al Sud dell’Italia e pubblicato nel 1842, quando Pisani era già morto. Il barone è così ritratto: «Molte persone diranno  che il barone Pisani era altrettanto folle degli altri, ma almeno la sua follia era una follia sublime» [14]. Come era lecito attendersi da un romanziere, il racconto di Dumas deformava la realtà con fantasie che meravigliavano i lettori. Ad esempio, lo scrittore narra di incontrare a Parigi, dieci anni dopo aver visitato la Real Casa dei Matti, un tale avvocato De Luca, che adesso, guarito, gli si svela nella sua reale identità e non più in quella del poeta Dante, in cui nella follia s’identificava. E comunque l’umanissima palermitana residenza dei matti dovette impressionare tanto Dumas che ne fece persino cenno nel Conte di Montecristo. Nel romanzo, infatti, il conte esprime il proposito di investire buona parte delle sue ricchezze in un manicomio esemplare «come quello di Pisani».

Non passarono neanche due anni dalla visita di Dumas che, nel giugno del 1837, a Palermo scoppiò il colera. Fu l’inizio della fine per la Real Casa dei Matti. La peste mieteva vittime su vittime. Non aveva pietà per nessuno. In poco tempo il colera fece fuori più di un terzo dei ricoverati dell’ospizio, e non miglior sorte spettò a un buon numero di impiegati e medici. A perdere la vita fu prima la seconda moglie di Pisani Maria Antonia, il 6 luglio si spense il barone. Dopo, saranno i figli Melchiorre e Casimiro ad assumere la direzione della Casa. Ma la loro sarà una gestione breve e infelice. Si riveleranno incapaci e alle accuse d’incompetenza si accompagneranno quelle di malversazioni e furti, al punto di essere destituiti.

Il barone Pietro Pisani è stato seppellito nel Pantheon palermitano della chiesa di San Domenico. Di lui rimane il busto in marmo bianco scolpito da Salvatore Rubino.

Dialoghi Mediterranei, n.34, novembre 2018
Note

[1] La vicenda è raccontata da più parti, specie per rimarcare l’eccentricità del barone Pisani. Vedasi L. Sciascia, La corda pazza,  Einaudi, Torino, 1970: 68. Stefano Malatesta, Il cane che andava per mare e altri eccentrici siciliani, Neri Pozza, Milano, 2000: 96.
[2] Vedasi G. Agnetti, A. Barbato, Il barone Pisani e la Real Casa dei Matti, Sellerio, Palermo, 1987: 63. Gli autori osservano che la passione per l’archeologia del barone Pisani non era accompagnata da altrettanta competenza. Riguardo a Selinunte, ad esempio, Pisani era convinto che non fosse una colonia greca ma sicana e che i bassorilievi ritrovati fossero reperti della civiltà etrusca.
[3] La data è comunque incerta. Alcune fonti biografiche indicano l’anno di nascita nel 1763, L.Sciascia, in op.cit.: 69, nel 1761.
[4]  Vedasi L. Sciascia, op.cit. : 69.
[5] Dopo che nel 1678 fu chiusa l’Università di Messina, per lunghi decenni in nessun’altra Università siciliana se non a quella di Catania vi fu una facoltà di Medicina. A Palermo il titolo di medico s’acquisiva senza necessità di seguire un apposito corso universitario. Lo stesso Giovanni Meli divenne medico a seguito di un semplice esame. Nel 1779 a Palermo fu aperta l’Accademia, in cui si potevano seguire i primi corsi di Medicina, ma per concludere regolarmente gli studi e conseguire la laurea vera e propria  occorreva recarsi a Catania.
[6] Vedasi G. Agnetti, A. Barbato, op.cit.: 70 e 71.
[7] Ibidem: 89, dopo aver descritto il vitto fornito ai ricoverati poveri, si nota che «non c’è dubbio ch un tale regime dietetico (per i poveri) fosse assai superiore, in qualità e quantità, a quanto consentiva allora il reddito medio dei ceti popolari siciliani».
[8] Ibidem: 91.
[9] Osserva, ad esempio, Bernardo Serio, Biografia di Pietro Pisani, Palermo, 1839: 81: «Par dunque meraviglia come avesse potuto elevare sì nobile ed ampio edificio: e pure fu tanta l’avvedutezza dell’istitutore, che co’ risparmi e col travaglio dei matti, potè mandare ogni suo pensiero ad effetto».
[10] Vedasi G. Agnetti, A. Barbato, op.cit.: 153.
[11] Ibidem: 154 e 155.
[12]  Vedasi L. Sciascia, op.cit. : 72.
[13] Vedasi G. Agnetti, A. Barbato, op.cit.: 156.
[14] Ibidem: 165. Ma si leggano anche le considerazioni che L. Sciascia in op.cit.:72, esprime a conclusione della sua nota su Pisani, dopo avere dissertato sull’arretratezza della Sicilia, sulla corda civile, sulla corda seria  e sulla corda pazza, le tre corde richiamate da un personaggio pirandelliano  ne Il berretto a sonagli: «Più tardi, il principe di Lampedusa parlerà di una follia siciliana: ma il barone Pisani ne aveva già avvertita coscienza, se dentro una tanto vasta area di follia ritagliò il solo luogo in cui si potesse ricostituire la ragione».
___________________________________________________________________________
Antonino Cangemi, dirigente alla Regione Siciliana, ha pubblicato, per le edizioni della Regione, Semplificazione del linguaggio dei testi amministrativi (Palermo, 2007) e Mobbing: saperne di più per contrastarlo (Palermo, 2007); con Antonio La Spina, Comunicazione pubblica e burocrazia (Franco Angeli, Milano 2009); I soliloqui del passista (Zona, Arezzo 2009); Siculaspremuta (Dario Flaccovio, Palermo 2011); Beddamatri Palermo! (Di Girolamo, Trapani 2013); Il bacio delle formiche (Lieto Colle, Faloppio-Como 2014); D’amore in Sicilia. Storia d’amore nell’Isola delle isole (Dario Flaccovio, Palermo 2015). Collabora con i quotidiani «La Sicilia», «Sicilia Informazioni» e, saltuariamente, con «La Repubblica» (edizione di Palermo).
 ___________________________________________________________________________
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Società. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>