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Da Isnello al Piemonte, l’umanesimo contadino nella microstoria di un partigiano

non-posso-salvarmi-da-solo_-jacondi Antonio Pioletti

Nel 2013 Enrico Pagano in un articolo pubblicato in «l’impegno», rivista dell’“Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea”, auspicava che si ricostruissero le storie dei tanti partigiani venuti dal Sud Italia che diedero il loro contributo, anche a costo della vita, alla Resistenza contro il nazifascismo. Auspicio che prendeva le mosse dall’esigenza, storiografica e civile, di dimostrare quanto anche il Sud sia stato coinvolto, anche al proprio interno, nella lotta di resistenza.

Antonio Ortoleva, giornalista e saggista, che ha lavorato a Milano e a Palermo per trent’anni presso il «Giornale di Sicilia», docente a contratto di Giornalismo presso l’Università di Palermo, aperto anche a interessi per il mondo orientale – suo con lo stesso editore C’era una volta l’India e c’è ancora (2015) –-, ha dato risposta a siffatto auspicio.

Non posso salvarmi da solo. Jacon, storia di un partigiano (Navarra editore, 2021) è appunto la storia di Giovanni Ortoleva, originario di Isnello, paese delle Alte Madonie, che il 15 luglio del 1944 aderì alla Resistenza, distaccamento Zoppis della Divisione Garibaldi Piemonte, per essere catturato a Salussola, nel biellese, torturato e ucciso il 9 marzo del 1945, dopo aver rifiutato la possibilità di salvarsi che gli aveva offerto il Commissario, suo compaesano, della squadra fascista di cui era caduto prigioniero. Nel 2011 le sue ceneri sono tornate a Isnello.

Come è narrata questa storia, quale il suo tempo-spazio? È uno dei tanti motivi di interesse che presenta questo libro che cercheremo qui di rilevare. Vi si intrecciano infatti strettamente narrazione e commento storiografico, documentazione e anelito civile. La narrazione vi si struttura come un “racconto a cornice che include altri racconti”.

La cornice è data da un’efficace mise en abȋme, qui un testo che include un altro testo teatrale – Rosa bella, ciao, dello stesso Antonio Ortoleva –, data dalla ricostruzione, immaginaria ma di certo realistica, del dialogo fra l’Ufficiale fascista compaesano di Jacon che gli offre la possibilità di salvarsi e il rifiuto del giovane partigiano che non accetta perché «non può salvarsi da solo», come dirà ai suoi compagni.

Pompeo Colajanni

Pompeo Colajanni

Segue una serie di “racconti” (livelli intradiegetico e diegetico) che qui elenchiamo:

  1. La storia della famiglia Ortoleva (Il mare non finiva mai), l’emigrazione in America, le atmosfere della vita di campagna abbandonata, l’esplodere della guerra, Giovanni militare a Vercelli, i commenti del narratore.
  2. La figura di Pompeo Colajanni (I partigiani del Sud), il liberatore di Torino, la presenza a Nord di partigiani del Sud, l’adesione di Jacon alla lotta di Resistenza il 15 luglio del 1944, commenti storiografici.
  3. Le quattro ore di Mascalucia: episodi di ribellione nel catanese.
  4. L’ambigua e contraddittoria figura di Antonio Canepa (Il Che Guevara siciliano), il mistero che circonda il suo assassinio e quel che indica sul costituirsi di un blocco di potere e di apparati occulti che avranno lunga vita, fino all’oggi.
  5. Il contributo dei partigiani “terroni” (8 settembre, lo sbando), gli atti di eroismo che vedono a Santhià una ventina di operai delle Officine Magliola liberare, aprendo i vagoni ove erano rinchiusi, quasi duemila soldati italiani destinati alla deportazione, la solidarietà contadina e operaia, sulla quale torneremo, il ruolo fondamentale delle donne. Infine la cattura di Jacon.
  6. Il racconto che un personaggio (livello metadiegetico), Pittore, il partigiano Sergio, narra sulle crudeli torture, alle quali lui riuscì a sopravvivere fuggendo, inflitte ai partigiani catturati, e fra loro Jacon (“Non posso salvarmi da solo”).
  7. Francesco Moranino

    Francesco Moranino

    7. La figura di Francesco Moranino, il comandante (“Gemisto”), ex operaio tessile, capo in Piemonte della XII Divisione Garibaldi. Il racconto degli scioperi operai con la partecipazione attiva delle donne. La ricostruzione di ciò che avvenne dopo la sconfitta del Fronte Popolare alle elezioni del 1948, il permanere dell’apparato fascista, dopo Yalta, in funzione antioperaia e antidemocratica, il delinearsi della “strategia della tensione” (Resistenza e lotta di classe).

  8. A partire dallo sciopero generale nel Biellese della fine del 1943 e la conseguente virulenta reazione della Repubblica di Salò, il racconto degli scioperi operai, il ruolo e il “pensiero” delle donne, la conquista del cosiddetto “Patto della Montagna”, un contratto sindacale per i tessili che sanciva, tra l’altro, la parità di salario fra uomo e donna, tema tuttora di grande attualità, la nascita di Repubbliche autonome in Piemonte delle quali la più longeva fu quella dell’Ossola (Scioperi e rappresaglie nel Biellese).
  9.  Infine il ritorno a Isnello delle ceneri di Jacon (Il ritorno di Jacon a Isnello).

Come si può evincere da questa sintetica e schematica esposizione della struttura e dei contenuti principali della narrazione, il campo degli eventi narrati è quanto mai ampio, le 138 pagine del libro sembrano nella lettura dilatarsi enormemente.

Il tempo scorre rapido, vola, come ha ben rilevato Simona Laudani, la storica che con me ha intervistato l’autore il 30 settembre u.s., nella rubrica “Mezz’ora con” che su Facebook tiene l’Associazione “Memoria e Futuro”, ma, c’è da aggiungere, cambiano i tempi dei singoli “racconti”, da più rapidi a più dilatati, non solo il passato ma le sue proiezioni nel presente e nel futuro, tempi dall’alto spessore valutativo-emozionale.

Gli spazi sono circolari, intrecciano aree diverse del Paese, cosmi di vita e atmosfere diversi eppur concomitanti, sentimenti e visioni individuali e collettivi, lo spazio del racconto e del commento storiografico, lo spazio della fitta documentazione apportata. Un libro dove vige la “pienezza del tempo-spazio”: il passato-il presente-il futuro, per citare Michail Bachtin.

Museo dell'eccidio di Salassuola

Museo dell’eccidio di Salussola

Dettagli luminosi

La narrazione si apre non di rado a quelli che Roberto Calasso, riferendosi a Roberto Bazlen, detto “Bobi”, l’ispiratore della fondazione della casa editrice Adelphi, chiama “dettagli luminosi” (si veda R. Calasso, Bobi, Adelphi, 2021): il cogliere dettagli che illuminano mondi diversi.

Come non fare riferimento a questo proposito a quanto ritroviamo nel libro a proposito del cosmo contadino?  La vita di campagna che gli emigranti abbandonano, la visione solidaristica che si manifesta nei legami individuali e collettivi, e la citazione dell’Ode di Quasimodo Ai fratelli Cervi, alla loro Italia: «[…] Scrivo ai fratelli Cervi, / non alle sette stelle dell’Orsa: ai sette emiliani / dei campi. Avevano nel cuore pochi libri, / morirono tirando dadi d’amore nel silenzio. / Non sapevano soldati, filosofi, poeti, / di questo umanesimo di razza contadina».

L’umanesimo contadino, nonché, è da aggiungere, l’umanesimo operaio: la solidarietà, l’aiuto reciproco, la visione di una società diversa, il valore del lavoro a fondamento della democrazia. Come non fare riferimento a quel «Non posso salvarmi da solo» che porta Jacon al martirio, a quella compartecipazione di popolo alla lotta e al sacrificio dei resistenti?

Tomba di Ortoleva a Isnello

Tomba di Giovanni Ortoleva a Isnello

Per continuare

Il libro di Antonio Ortoleva, in sintesi, pone tre grandi questioni, ancora aperte.

  1. Il carattere unitario della Resistenza fra Nord e Sud d’Italia, che l’autore ben documenta.
  2. Il ruolo della partecipazione di popolo, l’umanesimo contadino e operaio come leva della democrazia, contro il quale dal dopoguerra si scatenerà la strategia della tensione, da Portella della Ginestra alla strage alla stazione di Bologna.
  3. La ricostruzione, a partire proprio dal racconto sulla figura di certo ambigua di Antonio Canepa, del blocco di alleanze fra mafia, grandi agrari, apparato fascista reintegrato, servizi segreti, che ha portato alle stragi e agli assassinii cosiddetti eccellenti (Dalla Chiesa, Pio La Torre, Mattarella, Falcone, Borsellino…), alle tante verità nascoste che come tanti gladi incombono sulle nostre teste.

Sì, per continuare: questo libro che l’autore definisce un reportage storico, lo è, ma si accosta anche a quel filone di studi che è rappresentato dalla microstoria, cioè il risalire da un evento particolare a un quadro storico generale (ricordate, per il metodo, di C. Ginzburg, Il formaggio e i vermi, Einaudi, 1976?).

Per continuare: è un libro che deve circolare fra i giovani per rendere chiaro da dove veniamo e verso dove dovremmo andare nella visione dei valori della vita e della società. 

Dialoghi Mediterranei, n. 52, novembre 2021

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Antonio Pioletti, professore emerito di Filologia romanza dell’Università degli Studi di Catania, ha condotto le sue ricerche negli ambiti delle letterature francese, spagnola e italiana medievali, della teoria della letteratura e della comparatistica, con interessi rivolti anche al Moderno e al Contemporaneo. Sue pubblicazioni principali sono Forme del racconto arturiano (1984); Renaut de Beaujeu, Il bel cavaliere sconosciuto (1992); La fatica d’amore. Sulla ricezione del Floire et Blancheflor (1992); La porta dei cronotopi (2014); La porta dei cronotopi 2 (2019); Filologia e critica. Contro gli stereotipi (2021). Vasta la produzione saggistica su testi epici, materia arturiana, Commedia di Dante, rapporti letterari e culturali fra Oriente e Occidente, rappresentazione letteraria dell’alterità, ricezione delle letterature romanze, canone letterario, costruzione del tempo-spazio nei testi letterari. È condirettore delle riviste «Critica del testo» e «Le forme e la storia», oltre che della Collana «Medioevo Romanzo e Orientale».

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