
CIP
di Sara Carallo e Francesca Impei [*]
- Introduzione
Negli ultimi anni il rinnovato interesse scientifico verso le aree interne ha contribuito a ridefinire lo sguardo geografico su questi territori, superando interpretazioni fondate esclusivamente sulla marginalità demografica, economica o infrastrutturale. Se osservate soltanto attraverso indicatori quantitativi, le aree interne continuano infatti ad apparire come spazi caratterizzati da carenze strutturali e perdita di centralità; uno sguardo geografico attento alle relazioni tra ambiente, società e pratiche territoriali restituisce invece un quadro più articolato, nel quale tali contesti emergono come luoghi nei quali si sono sedimentati, nel corso del tempo, patrimoni di conoscenze, competenze e forme di organizzazione dello spazio che hanno contribuito a costruirne l’identità e a garantirne la capacità di adattamento.
L’interesse verso i saperi locali si inserisce in una consolidata tradizione della geografia italiana e internazionale che interpreta il territorio non come semplice supporto fisico delle attività umane, ma come prodotto storico delle relazioni tra società e ambiente. Gli studi di Emilio Sereni (1987) sul paesaggio agrario, le riflessioni di Lucio Gambi (1972, 1981) e della geografia storica italiana hanno mostrato come le forme territoriali siano inseparabili dalle pratiche produttive e dalle organizzazioni sociali che le hanno generate. Successivamente, gli apporti dell’ecologia storica e della scuola territorialista italiana – da Quaini a Moreno, da Dematteis e Magnaghi fino a Turco – hanno ulteriormente consolidato questa prospettiva, evidenziando come il territorio sia il risultato di processi di lunga durata nei quali conoscenze, tecniche e pratiche si sedimentano, si trasformano e producono nuove configurazioni territoriali.
In una simile prospettiva, i saperi locali assumono un significato che va oltre la dimensione identitaria o folklorica cui sono stati frequentemente ricondotti. Essi costituiscono infatti forme di conoscenza situata, elaborate attraverso l’interazione continua tra comunità e ambiente e trasmesse nel tempo mediante pratiche, relazioni ed esperienze condivise, configurandosi di fatto come veri e propri dispositivi territoriali attraverso i quali le società organizzano l’uso delle risorse, definiscono modalità dell’abitare, costruiscono paesaggi e attribuiscono significato ai luoghi. In tal senso, possono essere interpretati come espressione di quel sedimento cognitivo che, secondo Magnaghi (2010), costituisce una componente essenziale del patrimonio territoriale, mentre il processo attraverso cui tali conoscenze si inscrivono nello spazio coincide con quello della territorializzazione (Turco 1988; 2010).
Nei contesti marginali e nelle aree interne queste riflessioni assumono particolare rilevanza, in quanto arti, mestieri e pratiche tradizionali hanno storicamente consentito alle comunità di adattarsi a condizioni ambientali spesso complesse, contribuendo alla costruzione di paesaggi culturali, alla gestione sostenibile delle risorse e alla definizione di specifiche forme dell’abitare. La progressiva erosione di questi patrimoni, determinata dai processi di spopolamento, di trasformazione economica e di ridefinizione delle relazioni tra comunità e territorio determina la perdita di conoscenze che per secoli hanno orientato la manutenzione dei paesaggi, la gestione delle risorse e la riproduzione degli equilibri socio-ecologici.
Da simili considerazioni prende avvio la proposta di una geografia dei saperi locali. Con tale espressione non si intende individuare un nuovo settore disciplinare, bensì una specifica prospettiva interpretativa che assume i saperi locali come categoria geografica attraverso cui leggere i processi di territorializzazione, interpretare le trasformazioni dei paesaggi e comprendere le relazioni dinamiche tra comunità, ambiente e patrimonio. In questa prospettiva, arti e mestieri si configurano come strumenti di lettura dei processi territoriali, attraverso cui comprendere le modalità con cui le società hanno costruito, trasformato e continuano a reinterpretare i propri spazi di vita. Un simile approccio si propone pertanto di riportare tali conoscenze al centro della riflessione geografica, riconoscendole come chiavi interpretative indispensabili per comprendere le trasformazioni contemporanee delle aree interne e le potenzialità che esse potrebbero esprimere nei processi di rigenerazione territoriale.
A partire da queste premesse teoriche, il presente contributo propone una riflessione sulle potenzialità di una geografia dei saperi locali, assumendo l’esperienza del gruppo di ricerca Tradizioni, Arti e Mestieri. Verso una geografia dei saperi locali nelle aree interne italiane, promosso dalla Società Geografica Italiana, quale caso di studio attraverso cui discutere le implicazioni teoriche e metodologiche di questo approccio. Dopo aver ricostruito la genesi, gli obiettivi e le principali linee di ricerca del gruppo, l’articolo approfondisce il percorso metodologico sviluppato, fondato sull’integrazione tra fonti documentarie, ricerca sul campo e coinvolgimento attivo delle comunità locali. In conclusione, verranno delineate alcune prospettive di sviluppo della ricerca, evidenziando come una geografia dei saperi locali possa contribuire non soltanto ad ampliare gli strumenti interpretativi della disciplina, ma anche a orientare nuove pratiche di conoscenza, valorizzazione e rigenerazione dei territori, in particolare nei contesti interni e marginali.
2. Un percorso di ricerca condiviso: origini e sviluppo del gruppo
La proposta di una geografia dei saperi locali ha trovato una prima concretizzazione nella costituzione del gruppo di ricerca nazionale Tradizioni, Arti e Mestieri. Verso una geografia dei saperi locali nelle aree interne italiane, istituito ufficialmente presso la Società Geografica Italiana nel dicembre 2024 è nato da un’idea maturata dalle autrici nel corso di un articolato percorso di ricerca dedicato allo studio dei saperi tradizionali e delle relazioni che essi instaurano con i paesaggi culturali e le comunità delle aree interne [1].
La costituzione del gruppo non segna l’avvio di un nuovo filone di studi, bensì la progressiva sistematizzazione di esperienze di ricerca sviluppate negli anni nell’ambito dei progetti promossi dalla Società Geografica Italiana e di autonome attività di ricerca condotte dalle autrici in diversi contesti territoriali italiani. Il sostegno del Presidente della Società Geografica Italiana, prof. Claudio Cerreti, ha consentito di dare forma istituzionale a un percorso già consolidato, favorendo la costruzione di una rete nazionale di studiosi accomunati dall’interesse per il rapporto tra saperi locali, processi di territorializzazione e trasformazioni dei paesaggi.
Alla base di questa iniziativa vi è la consapevolezza che i saperi tradizionali non possano essere interpretati come semplici testimonianze del passato ma come sistemi di conoscenze che hanno contribuito nel tempo alla produzione dello spazio geografico e continuano a offrire chiavi di lettura significative per comprendere le trasformazioni dei territori. Da questa prospettiva nasce l’esigenza di costruire un luogo di confronto capace di mettere in dialogo approcci disciplinari differenti, condividere metodologie e sviluppare categorie interpretative comuni.
Nel corso del primo anno di attività il gruppo si è progressivamente ampliato fino a coinvolgere circa trenta ricercatori e ricercatrici provenienti da otto università italiane, oltre che dal Gran Sasso Science Institute (GSSI), dalla Società Geografica Italiana (SGI), dal Club Alpino Italiano (CAI) e, più recentemente, dall’INAPP. Più che la consistenza numerica della rete, assume rilievo la sua eterogeneità disciplinare e territoriale, che ha consentito di mettere in relazione esperienze di ricerca sviluppate in contesti geografici differenti ma accomunati dall’attenzione verso il patrimonio dei saperi locali.

Mostra curata dal gruppo di ricerca di SGI e allestita presso la sede della SGI a Roma in occasione del Convegno Tradizioni Arti e Mestieri: verso una geografia dei saperi locali nelle aree interne italiane il 22 gennaio 2026. (ph. Carallo, Impei)
Le ricerche presentate nel corso del primo anno, confluite negli atti del primo convegno scientifico del gruppo (Carallo, Impei 2026), svoltosi presso la sede della SGI a Roma il 22 gennaio 2026, hanno interessato un ampio spettro di temi: dalle tecniche costruttive tradizionali ai mestieri artigianali, dalle pratiche agro-silvo-pastorali alle forme di gestione collettiva delle risorse, dalle produzioni alimentari storiche ai sistemi di mobilità connessi ai mestieri e alle attività produttive.
Pur nella diversità dei casi di studio, tali ricerche hanno evidenziato una medesima prospettiva interpretativa: leggere i saperi locali non come elementi isolati del patrimonio culturale, ma come espressioni dei processi attraverso i quali le comunità hanno costruito, organizzato e trasformato i propri spazi.
L’ampia distribuzione geografica delle indagini, estesa dalle Alpi agli Appennini fino alle isole maggiori e minori, ha inoltre favorito una lettura comparativa delle aree indagate, mettendo in luce analogie e specificità nei rapporti tra comunità, ambiente e saperi territoriali. Il confronto tra contesti differenti ha progressivamente rafforzato l’ipotesi che i saperi locali possano costituire una categoria interpretativa trasversale, utile per comprendere processi territoriali che superano le singole realtà locali.
Più che un semplice luogo di coordinamento delle ricerche, il gruppo si configura pertanto come un laboratorio scientifico nel quale elaborare un quadro teorico e metodologico condiviso per lo studio geografico dei saperi locali. È proprio all’interno di questo percorso che è maturata la proposta metodologica illustrata nel paragrafo seguente, fondata sull’integrazione tra fonti documentarie, ricerca sul campo e coinvolgimento attivo delle comunità locali.
3. Costruire una geografia dei saperi locali. Una proposta metodologica
La pluralità dei contesti territoriali e dei temi affrontati nel corso del primo anno di attività del Gruppo di ricerca ha reso necessario definire un quadro metodologico condiviso, capace di mettere in relazione esperienze differenti senza ridurle a una semplice raccolta di casi di studio. Fin dalla sua costituzione, il gruppo ha infatti assunto come presupposto teorico che i saperi locali non costituiscano soltanto un patrimonio culturale da documentare o da conservare, ma rappresentino una chiave interpretativa privilegiata per comprendere i processi di territorializzazione (Carallo, Impei, 2026; Dematteis, 1985; Magnaghi, 2010; Turco, 1988).
In questa prospettiva, le pratiche tradizionali costituiscono l’espressione di un processo continuo di costruzione territoriale, nel quale i saperi concorrono a modellare il paesaggio e a definire le forme storiche dell’abitare. La ricostruzione delle conoscenze sedimentate (Magnaghi, 2010) diventa così occasione per leggere le relazioni che, nel lungo periodo, hanno connesso luoghi e comunità, evidenziando i processi attraverso cui tali conoscenze hanno contribuito alla costruzione delle identità locali e alla produzione di specifiche configurazioni territoriali.
Da questa impostazione deriva una metodologia di ricerca fondata sull’integrazione di differenti livelli di analisi, in cui la ricostruzione storica rappresenta il primo passaggio indispensabile per comprendere la genesi dei saperi e la loro evoluzione nel tempo. Ad essa si affianca la lettura geostorica del territorio attraverso la consultazione di cartografia storica, documentazione archivistica, fonti catastali, studi di storia locale e altre testimonianze documentarie che consentano di ricostruire la stratificazione delle relazioni tra pratiche produttive e organizzazione dello spazio (Quaini, 1973; Rombai, 2002). In tale senso, anche la produzione storiografica locale assume un ruolo significativo, poiché conserva frequentemente informazioni relative a tecniche, lessici, toponimi e forme di gestione del territorio difficilmente rintracciabili nella documentazione istituzionale (Carallo e Impei, 2026).
La dimensione documentaria viene costantemente integrata dalla ricerca sul campo, considerata elemento imprescindibile del percorso conoscitivo; l’osservazione diretta dei luoghi, la ricognizione territoriale, la documentazione fotografica, la lettura delle permanenze paesaggistiche e l’analisi dei segni materiali ancora presenti consentono infatti di riconoscere le tracce lasciate dai processi di territorializzazione, mettendo in relazione ciò che permane nel paesaggio con le pratiche che lo hanno prodotto. Il territorio viene così interpretato come un archivio dinamico, nel quale manufatti, sistemazioni agrarie, toponimi e forme insediative costituiscono i sedimenti materiali di conoscenze costruite e trasmesse nel tempo (Moreno, 1990; Moreno e Raggio, 1999).
Un ruolo centrale assume inoltre il confronto con le comunità locali, considerate come interlocutori attivi nella costruzione della conoscenza geografica. Attraverso interviste, conversazioni informali e momenti di confronto collettivo, la ricerca valorizza quelle conoscenze situate che continuano a sopravvivere nelle pratiche quotidiane.
La produzione della conoscenza assume così una dimensione dialogica, nella quale il sapere scientifico si confronta costantemente con i saperi territoriali, contribuendo a una lettura condivisa dei processi storici e delle trasformazioni contemporanee (Convenzione di Faro, 2005; Convenzione UNESCO, 2003).
L’approccio sviluppato dal Gruppo si caratterizza pertanto per una lettura multiscalare e multidimensionale dei saperi locali. Ogni pratica viene osservata contemporaneamente nella sua dimensione storica, territoriale, paesaggistica, sociale e culturale, evitando di separare il mestiere dal contesto geografico che lo ha generato, così da interpretare i saperi come elementi dinamici, continuamente ridefiniti dalle relazioni insite nei processi territoriali (Woods, 2005).
La lettura trasversale delle ricerche sviluppate nel primo anno di attività ha consentito di individuare alcune convergenze che superano la specificità dei singoli contesti territoriali. In tutti i casi analizzati, i saperi tradizionali si sono rivelati strettamente connessi alle caratteristiche ambientali dei luoghi e ai sistemi locali di gestione delle risorse. Parallelamente, è emersa la fragilità di patrimoni conoscitivi oggi affidati alla memoria di pochi praticanti, accanto alla presenza di nuove esperienze di recupero, trasmissione e reinterpretazione che testimoniano la capacità di tali saperi di continuare a produrre valore culturale e territoriale. Proprio questa duplice dimensione, sospesa tra permanenza e trasformazione, ha progressivamente orientato la riflessione del Gruppo verso un nuovo interrogativo scientifico: comprendere come i saperi locali continuino oggi a generare relazioni e nuove forme di mobilità (Carallo, Impei, 2026).
4. Nuove prospettive di ricerca tra mobilità e reti territoriali
Dagli esiti delle ricerche sviluppate nel corso del primo anno è emerso come i saperi locali si configurino come fenomeni intrinsecamente dinamici, il cui sviluppo storico è strettamente connesso al tema della mobilità, intesa come circolazione di persone, conoscenze, tecniche e relazioni (Albera e Corti, 2000); le pratiche produttive e le competenze artigianali non sono infatti rimasti confinati entro i limiti delle comunità che li hanno generati, ma hanno dato origine, nel tempo, a reti di scambio e forme di mobilità che hanno contribuito a modellare lo spazio e a connettere realtà anche molto distanti tra loro.
Da simili riflessioni trae origine il tema che orienterà le attività del Gruppo nel secondo anno di ricerca, dedicato a “Geografia dei saperi locali: mobilità, reti e territori”. Una prospettiva che amplia il campo di indagine sviluppato nel primo anno, approfondendo il ruolo delle mobilità e delle reti generate dai saperi locali senza modificarne il quadro teorico di riferimento.
Se la prima fase della ricerca era orientata infatti a comprendere il ruolo dei saperi nella costruzione storica dei territori, la nuova prospettiva si propone di analizzare come tali saperi abbiano continuato e continuino ancora oggi a produrre connessioni capaci di ridefinire le relazioni tra soggetti e spazi diversi.
In tale prospettiva, la mobilità viene interpretata come un processo territoriale complesso attraverso il quale i saperi oltrepassano i contesti nei quali hanno avuto origine, dando luogo a nuove forme di territorializzazione, diventando delle vere e proprie infrastrutture culturali mobili, in grado di produrre relazioni a scale differenti. Attraverso la loro trasmissione e continua reinterpretazione, essi generano reti che travalicano i confini amministrativi o locali.
Le migrazioni stagionali legate ai mestieri, gli spostamenti connessi alle pratiche pastorali, le reti di apprendistato, la circolazione delle tecniche costruttive e produttive, così come i percorsi attraverso i quali le conoscenze si sono diffuse e trasformate nel tempo, rappresentano infatti differenti manifestazioni di uno stesso processo territoriale. La mobilità diventa così il dispositivo attraverso il quale i saperi si diffondono, si modificano e producono nuove configurazioni spaziali, contribuendo alla costruzione di paesaggi culturali in continua evoluzione.
Accanto alle forme storiche, il nuovo programma di ricerca intende analizzare anche le mobilità contemporanee che si sviluppano intorno ai saperi locali. Negli ultimi anni, infatti, numerose pratiche tradizionali sono state oggetto di processi di riscoperta e reinterpretazione che hanno favorito la nascita di nuove reti territoriali fondate sulla collaborazione tra attori diversi (Dematteis, 1985; Magnaghi, 2010). Nuove progettualità territoriali rappresentano oggi alcune delle modalità attraverso cui i saperi continuano a circolare, assumendo nuove funzioni e contribuendo alla costruzione di forme innovative di valorizzazione territoriale. In questa prospettiva, le comunità reinterpretano continuamente il proprio patrimonio culturale, attribuendogli nuovi significati e nuove possibilità di utilizzo (Convenzione di Faro, 2005).
L’attenzione si concentra pertanto sulle reti che i saperi sono in grado di attivare; reti economiche e produttive, sociali, culturali, istituzionali o simboliche, capaci di mettere in relazione molteplici soggetti, con il fine ultimo di comprendere se e in che misura un sapere locale possa superare la dimensione del singolo luogo e trasformarsi in elemento di connessione tra contesti diversi, offrendo strumenti interpretativi utili anche ai processi di sviluppo locale e di rigenerazione delle aree interne (De Rossi, 2018; Cerutti, De Falco e Graziano, 2024).
Su queste basi, a partire dal mese di marzo 2026, il Gruppo ha avviato un nuovo ciclo di seminari scientifici interni, concepiti come spazio permanente di confronto metodologico tra i ricercatori coinvolti. Gli incontri rappresentano un momento di discussione collettiva delle ricerche in corso, finalizzato a costruire un quadro interpretativo condiviso e a verificare l’applicabilità delle categorie analitiche proposte nei diversi contesti territoriali. Il percorso confluirà nel convegno previsto per marzo 2027, durante il quale verranno presentati i risultati delle nuove ricerche.
L’evoluzione del programma di ricerca testimonia una progressiva estensione dello sguardo geografico sui saperi locali. Se inizialmente essi sono stati assunti come chiave di lettura dei processi di territorializzazione, oggi emergono anche come fattori dinamici di connessione, capaci di generare mobilità e attivare nuove sinergie. In questa prospettiva, una geografia dei saperi locali contribuisce a comprendere come tali patrimoni continuino a produrre territorio, offrendo nuove chiavi interpretative per leggere le trasformazioni contemporanee delle aree interne e le loro possibili traiettorie future.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
[*] Sebbene il contributo sia frutto di una riflessione comune, a F. Impei sono da attribuire i paragrafi 1 e 2; a S. Carallo il 3 e il 4.
Note
[1] Per maggiori informazioni sul gruppo di ricerca è possibile contattare le coordinatrici all’indirizzo: gruppodiricercasapei@societageografica.it e consultare la pagina dedicata sul sito di SGI al seguente link:https://societageografica.net/wp/2026/01/14/gruppo-di-ricerca-tradizioni-arti-e-mestieri-verso-una-geografia-dei-saperi-locali-nelle-aree-interne-italiane/
Riferimenti bibliografici
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Impei Francesca, Dottore di ricerca in geografia. Si occupa principalmente di geografia regionale e di geografia delle aree interne. Fiduciaria regionale di Società Geografica Italiana per il Lazio, lavora alla ricostruzione della rete dei percorsi di transumanza regionali e coordina insieme a Sara Carallo il gruppo di ricerca Tradizioni, Arti e Mestieri: verso una geografia dei saperi locali nelle aree interne italiane. Assessore al turismo in un piccolo comune laziale, affianca alla ricerca l’impegno politico e porta avanti, a stretto contatto con la comunità, progetti di riscoperta e valorizzazione del patrimonio culturale locale.
Sara Carallo, Ricercatrice di Geografia e docente di Cartografia e Sistemi Informativi Geografici. Da diversi anni si occupa di processi di sviluppo locale finalizzati alla rigenerazione dei territori delle aree interne e di percorsi partecipativi di territorialità attiva che coinvolgono le comunità locali. Fa parte del Consiglio direttivo della Società Geografica Italiana, dove ricopre le deleghe all’ambiente e sostenibilità e ai viaggi scientifici. Insieme a Francesca Impei è impegnata nel progetto Rete regionale dei tratturi della Transumanza, avviato nel 2021 dalla Società Geografica Italiana. Ha ideato e contribuito alla realizzazione, insieme alle comunità locali della Valle dell’Amaseno e all’associazione A Piedi Liberi, del Cammino della Regina Camilla.
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