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Contendere l’ambiente: paesaggio, turismo e società civile a Malta*

La Valletta  (foto Marc Morell, 2007)

La Valletta (foto Marc Morell, 2007)

 di Jeremy Boissevain

«Teniamo molto di più al nostro patrimonio quando sembra a rischio; le minacce di perdita stimolano i proprietari all’amministrazione» (Lowenthal 1996: 24). Nel corso degli ultimi cinque decenni i paesaggi a Malta hanno subito una trasformazione massiccia, principalmente determinata da un boom edilizio legato al crescente benessere, ad un incremento esponenziale del turismo, e fino al 1992 – con l’avvento del Piano Strutturale e dell’Autorità di Pianificazione – un atteggiamento di laissez-faire per la pianificazione e l’esecuzione. Come il rapido consumo commerciale del paesaggio ha influenzato gli atteggiamenti verso l’ambiente? In che misura il paesaggio a Malta è considerato come parte del patrimonio della nazione? È protetto? Se sì, come?

Situato a metà strada tra la Sicilia e la Tunisia, l’arcipelago maltese è poco esteso e copre solo 315 chilometri quadrati. Malta, l’isola più grande, è lunga 27 km e ampia poco più di quattordici km. La sua isola sorella, Gozo, è solo quattordici per otto chilometri e Comino copre meno di due chilometri quadrati. Con una popolazione che si avvicina a 413.700, una densità abitativa di 1.313 per miglio quadrato e 1,3 milioni di turisti che la visitano ogni anno, Malta è probabilmente lo Stato più densamente popolato d’Europa. La consapevolezza di questa densità e la piccola scala geografica è fondamentale per comprendere i problemi ambientali che affronta l’arcipelago.

Per secoli Malta è stata sottoposta a governanti che cercavano di controllare la sua posizione strategica e gli ottimi porti dalle acque profonde. Nel 1530, l’imperatore Carlo V la consegnò al Sovrano Ordine Militare di San Giovanni di Gerusalemme. Essi a loro volta furono cacciati da Napoleone nel 1798, e nel 1800 infine la Gran Bretagna sostituì i Francesi. Malta è rimasta un possedimento britannico fino a quando non ottenne l’indipendenza nel 1964.

la valletta

La Valletta

Il paesaggio di Malta densamente coperto da edifici porta ancora l’impronta della sua posizione strategica. I ricchi Cavalieri di San Giovanni fortificarono gli insediamenti intorno al Grand Harbour e costruirono Valletta come loro capitale. I loro palazzi barocchi e gli edifici pubblici, insieme con quelli della nobiltà dell’isola di Mdina, antica capitale sulla collina dell’isola, oggi sono le principali attrazioni turistiche. I britannici rilevarono la proprietà dei Cavalieri e continuarono a fortificare le isole. Costruirono caserme, ampliarono il cantiere navale e in seguito aprirono aeroporti.

Fino all’inizio del XIX secolo, fatta eccezione per gli insediamenti fortificati intorno al Grand Harbour, tutti i villaggi e le città erano situate nell’entroterra, ben lontani dalla costa. Strettamente raggruppati intorno ad enormi chiese, le case dal tetto piatto avevano poche finestre sulla strada e così guardavano verso l’interno sui cortili privati​​. Questo modello di insediamento nell’entroterra era comune a gran parte del Mediterraneo europeo e proteggeva i suoi abitanti sia dalla malaria che dalle incursioni dei corsari in cerca di bottino e di schiavi (Blok, 1969). Durante questo periodo la campagna, salvo per alcune grandi fattorie, per dei rifugi in pietra disseminati, per dei ripari di caccia e alcuni resti megalitici, era priva di strutture artificiali.

2.L’atteggiamento verso il paesaggio alla fine degli anni ‘50 (quando ho vissuto lì) era ambivalente. Poche persone vivevano in campagna. I contadini di solito tornavano di notte ai villaggi. Come in molti altri paesi del Mediterraneo, la campagna era considerata pericolosa, rozza, incivile. La residenza nel villaggio conferiva prestigio perchè il paesaggio ricco di edifici era associato con la “civiltà” (Silverman, 1975). Gli abitanti delle città disprezzavano quelli del villaggio, che a loro volta guardavano dall’alto in basso i loro vicini agricoltori. La maggior parte dei maltesi mostrava poco interesse per la campagna. Lì, negli anni ‘50 era possibile incontrare soltanto agricoltori che andavano o venivano dai loro campi, cacciatori di uccelli o qualche straniero occasionale. La campagna era vista come una terra di nessuno, una zona selvaggia, e un posto comodo per scaricare tutti i tipi di rifiuti. Vecchi materassi, barattoli, abbigliamento scartato, animali morti e altri rifiuti erano disseminati (e ancora lo sono) ai lati delle strade di campagna e, spesso, delle arterie principali di Malta.

Gli atteggiamenti verso il paesaggio urbano erano anche ambivalenti. Le imponenti costruzioni dei Cavalieri erano considerate come edifici utili dal punto di vista materiale. La manutenzione era responsabilità dell’occupante. Non erano viste né valutate dal punto di vista sentimentale come costituenti importanti del patrimonio delle isole, come eredità e bene culturale. In realtà, “patrimonio nazionale” e ​​“eredità” erano allora concetti totalmente estranei. Questo atteggiamento utilitaristico non si applicava però al paesaggio sacro. Le numerose chiese erano considerate patrimonio, non della nazione, ma delle parrocchie e delle congregazioni che esse servivano. Le cattedrali di Valletta e Mdina, insieme con i loro tesori, erano un’eccezione. Le discussioni intorno al loro mantenimento sono presto diventate questioni pubbliche.

Dopo l’indipendenza nel 1964, il turismo cominciò ad essere promosso seriamente come fonte alternativa di reddito. Tra il 1960 e il 1970 gli arrivi di turisti annuali aumentò da 28.000 a quasi 236.000. Il governo iniziò anche ad attrarre gli espatriati. Aliquote fiscali favorevoli, il clima e il basso costo dei lavoratori subordinati attrassero questi “coloni”, per la maggior parte pensionati britannici.

L’avvento del turismo di massa ebbe un forte impatto sul paesaggio. Alberghi e complessi di appartamenti a buon mercato crebbero come funghi in modo disordinato lungo la costa nord orientale. Anche i “coloni” influenzarono il paesaggio, ma in un modo molto più sottile. Alcuni cercarono i vecchi casali o costruirono ville in campagna. La maggior parte preferì quelli tradizionali col cortile al centro nel cuore degli antichi borghi. Essi si divertivano anche a passeggiare e fare picnic in campagna.

Dalla metà degli anni ’60 fino ad oggi un frenetico boom edilizio di edifici legali e illegali e conseguenti detriti di costruzione abbandonati ha coperto vaste aree del limitato terreno del paese. La cultura politica clientelare di Malta ha facilitato l’assegnazione di permessi di edificazione a clienti politici, promuovendo così la dilagante edilizia abusiva e sovvertendo l’applicazione dei regolamenti edilizi (vedi anche Mallia, 1994, pp. 700-702).

foto n.3Forme di nostalgia per il passato, compresi gli aspetti del paesaggio, emersero verso la fine degli anni ’80, come è stato altrove in Europa (Lowenthal, 1996: 4). Motivi rustici divennero chic. Scorci di pietra di un vecchio edificio (sejjieh dekorattiv) cominciarono ad essere lavorati nelle facciate e negli interni di nuove case, simulando cosi «la campagna in uno spazio addomesticato» [1]. Obsoleti attrezzi agricoli cominciarono a decorare le pareti dei ristoranti e dei cortili delle case di proprietà di persone i cui genitori avevano denigrato “la gente di campagna”. Soprattutto, agriturismi e case rurali tradizionali diventarono popolari tra i giovani, tra le coppie borghesi urbane in cerca di spazio vernacolare, di una immaginaria pace rurale e del desiderato anonimato.

Queste case sono diventate sempre più disponibili poiché gli abitanti più giovani si spostavano in abitazioni moderne. I nuovi arrivati ​​amorevolmente “restaurarono” le vecchie case scalpellando lo stucco e il gesso dalle facciate e dalle pareti e dagli archi interni per esporre la pietra grezza da costruzione, annullando in tal modo gli sforzi dei precedenti proprietari che avevano intonacato e stuccato per addomesticare, e quindi “civilizzare”, la pietra naturale. Il risultato è stato davvero sorprendente, dal momento che ha dato alle pareti esterne un fascino medievale e ha trasformato gli interni in spazi che di tanto in tanto assomigliavano a delle segrete. Un ottantenne ex insegnante, commentando il lavoro che si svolgeva in una vicina vecchia casa a Naxxar, ha osservato: «Restaurato? Non ricordo che le case fossero così!». I nuovi arrivati ​​ora vivono insieme con gli anziani abitanti del villaggio, con chi per ragioni finanziarie è incapace di muoversi, e con chi ama stare appartato.

n.4Durante gli anni ‘80 anche la classe media urbana iniziò pur con esitazione a visitare e passeggiare in campagna il fine settimana. Divenne così consapevole e critica del vasto sviluppo turistico, dei rifiuti prodotti dall’eccessivo consumismo, delle cave illegali e dell’edificazione abusiva che si effettuavano in campagna e nelle zone costiere. Ma le misure repressive del governo del Partito Laburista Maltese (1971-1987) impedirono la protesta attiva contro le frenetiche intraprese di costruzione e di estrazione delle cave. Tale sensibilità ambientale come è maturata a Malta non si è sviluppata grazie all’attività dei partiti politici o di governo, ma attraverso gli sforzi delle organizzazioni non governative (ONG) [2] Si è evoluta lentamente e, non sorprendentemente, ha acquistato una forma organizzata soltanto dopo l’indipendenza di Malta (Mallia, 1994; Boissevain & Theuma, 1998). La prima ONG ambientalista, Din l-Art Helwa (“Questa Dolce Terra”), è stata fondata nel 1965. I suoi membri erano e tuttora sono in gran parte reclutati nell’ambito della borghesia colta. Nel corso degli anni ‘70 gli ambientalisti erano preoccupati soprattutto di proteggere i monumenti, la flora e la fauna della campagna. Raramente svolsero manifestazioni pubbliche, e in generale venivano denigrate dal pubblico.

Entro la metà degli anni ’80 gli obiettivi e le tattiche cominciarono a cambiare. Attivisti più radicali e più giovani, generalmente provenienti da famiglie urbane e istruite della classe media, alcuni dei quali avevano lavorato con gruppi ambientalisti all’estero, non rifuggirono dal ricorso alla forza fisica. Nonostante fossero occasionalmente malmenati dai sostenitori laburisti, le loro manifestazioni continuarono (cfr. anche Boissevain 1993:153). I loro obiettivi includevano lo sviluppo dilagante delle concessioni balneari, l’attività edilizia incontrollata, gli impianti d’asfalto istallati illegalmente unitamente alle centrali di betonaggio nonché la massiccia allocazione da parte del governo delle aree edificabili su terreni agricoli, nonostante l’eccedenza di proprietà vacante.

Nel 1987 il Partito Nazionalista ha sostituito il Partito Laburista. Esso ha liberalizzato l’economia e ha istituito un’Autorità di Pianificazione. È stato anche più tollerante rispetto all’attività delle ONG ambientali, una delle quali nel 1989 divenne Alternattiva Demokratika, il Partito dei Verdi.

foto5Il Master Plan  sul turismo del nuovo governo (Horwath e Horwath 1989) selezionò come oggetto di attenzione i “turisti di qualità /culturali” attraverso la promozione di alloggi di lusso e programmi culturali e sportivi. Il Governo di conseguenza favorì la costruzione di alberghi sontuosi e proibì la realizzazione di strutture ricettive inferiori a quattro stelle. L’Organizzazione Nazionale per il Turismo di Malta (NTOM) con un largo investimento di risorse finanziarie pubblicizzò i monumenti delle isole e le feste religiose tradizionali. Promosse la messa in scena di spettacoli reinterpretando le cerimonie militari dei Cavalieri e degli inglesi, esortò le visite in campagna in inverno e primavera e incoraggiò le pratiche da sub e il golf. La nuova politica quindi commercializzò attivamente il paesaggio naturale, sociale e culturale di Malta. Il Governo, tuttavia, largamente ignorò l’impatto che l’appropriazione delle risorse ambientali e culturali per gli alloggi di lusso, i campi da golf, le molteplici piscine, gli stabilimenti balneari e i porti turistici avrebbero potuto avere sull’ambiente e sull’opinione pubblica (cfr.anche Ionnides & Holcomb 2001). La nuova politica inavvertitamente ha stimolato una maggiore distruzione del paesaggio rurale e costiero. Non sorprende quindi che questi sviluppi hanno provocato un conflitto con le ONG ambientali.

Ora ci sono una ventina di ONG strutturate che si occupano delle difesa dell’ambiente. Tutti oltre ad attuare i propri progetti specifici agiscono come amministratori ambientali, cercando la soluzione dei problemi che si presentano e sollecitando la discussione pubblica su questi temi, al fine di fare pressione sul governo e/o sui costruttori. Ci sono anche gruppi di azione operanti nelle zone rurali che si battono per specifiche questioni. Gruppi che si sciolgono quando i problemi si risolvono e si riformano in nuove alleanze per combattere nuovi assalti sull’ambiente.

Senza entrare nei dettagli, queste sono alcune delle principali campagne che sono state condotte dopo la metà degli anni ‘90: The Gozo Air Strip (dal 1995 al 1996); il St.Thomas Bay Leisure Complex 1995); il campo da golf Verdala (1994-2004); il Siggiewi Cement Plant (1999); il Tuna Penning Project (1998 al 2001); il Xaghra l-Hamra Golf Course (2005 al 2007); il complesso Ramla l-Hamra villa e hotel a Gozo (2006 al 2008); il parcheggio Qui-si-sana a Sliema (2002 al 2009); il Mistra Bay Disco (2008-2009); e la villa Bahrija Valley (estate 2009) [3].  Tutte le campagne, eccetto l’estensione Hilton e il Tuna Penning, sono state esitate con successo, perché i progetti sono stati ritirati dagli imprenditori oppure congelati dal governo o respinti dalle autorità di pianificazione. Nonostante questi successi, la distruzione dell’ambiente a Malta tuttavia continua ancora.

Perché, date le nuove severe leggi urbanistiche gestite dall’Autorità dell’Ambiente e della Pianificazione di Malta (MEPA) e il crescente apprezzamento e la difesa dell’ambiente, la diffusa, spesso illegale, edificazione e la distruzione ambientale generale ancora persistono? Oltre alla polarizzazione strutturale del governo a favore delle imprese private e le industrie edilizie e turistiche, in particolare, c’è una serie di costumi maltesi e di atteggiamenti che sono anche responsabili: in primo luogo, fino a poco tempo fa il pubblico era indifferente alla campagna aperta ed era timoroso di visitarla. In secondo luogo, il punto di vista maltese “la famiglia per prima cosa” sostiene che qualsiasi azione intrapresa per beneficiare la propria famiglia è giustificabile e ci si aspetta che gli altri si comportino allo stesso modo. Questo “familismo amorale” si oppone alla nozione che i diritti e gli interessi individuali devono talvolta essere sacrificati per il bene comune. In terzo luogo, le nozioni di eredità e patrimonio storico fino a poco tempo fa erano estranei alla maggior parte dei maltesi e degli abitanti di Gozo. Molti – se non la maggior parte – ancora guardano al patrimonio naturale e monumentale del paese come se avesse a che fare con gli altri – i Cavalieri, gli inglesi, il Governo, i turisti – con “loro”, non con “noi”. Si tratta di un retaggio del colonialismo. In quarto luogo, il sistema pervasivo di patronato, clientelismo e nepotismo fa sì che una persona, in cambio di sostegno politico, favori o denaro contante, possa ottenere permessi di costruzione, regolarizzare le attività edilizie abusive o addirittura influenzare la magistratura (Boissevain 1974; Mallia 1994: 698- 701; Mitchell 2002). In quinto luogo, il sistema giuridico arcaico rende estremamente difficile che il MEPA persegua con successo i reati edilizi. Infine, il diffuso timore di ritorsioni per aver segnalato o testimoniato contro qualcuno che commette un’illegalità conduce alla collusione attraverso il silenzio (cfr.anche Baldacchino 1997: 116-124; 2008: 42-43).

foto6Nell’ultimo decennio si è registrato un forte aumento nell’acquisto di immobili da parte di stranieri in cerca di una seconda casa mediterranea. In realtà, tra il 1998-2003 i loro acquisti sono aumentati annualmente del 41%. Con Malta nell’Unione Europea dal maggio 2004 c’è stata una crescita costante nelle compravendite dall’estero. Attualmente (2009) le nuove edificazioni che si stanno completando comprendono quattro alberghi, 329 ville e villette a schiera, dieci mega complessi che ospitano 4.121 appartamenti e due porti turistici. Tutti sono in costruzione o sulla costa con vista sul mare o accanto o con vista su baie e porti. Tutti sono stati edificati nel nuovo millennio e i committenti sono gli stranieri, i turisti residenti e il maltese benestante. In genere, non fanno alcun tentativo di imitare o mimetizzarsi con l’architettura vernacolare come è stato fatto in molte località turistiche in Medio Oriente (Daher 2006: 18). Sembrano essere modellati sugli sviluppi di cementificazione realizzati lungo le Costas spagnole. Il mercato immobiliare maltese ha beneficiato anche di alcuni degli «80 miliardi di dollari di liquidità della Gulf in attesa di investimento» (Ibid:. 51).

In conclusione, dagli anni ’60 fino agli anni ’80 i panorami di sole, sabbia e mare delle coste delle isole sono stati usati per attrarre coloni e turisti. Ora questi stessi aspetti del patrimonio di Malta, pur attirando ancora i turisti, dagli anni ’90 sono stati ampiamente sfruttati per attirare speculatori locali e stranieri benestanti e i proprietari di seconde abitazioni. Queste nuove iniziative immobiliari stanno cambiando il carattere dell’entroterra e dei paesaggi costieri. Questo patrimonio ambientale unico è in fase di irreversibile urbanizzazione e decisamente imbruttito. Tale è stata l’evoluzione del processo di “commercializzazione” del paesaggio di Malta.

In breve, nonostante gli sforzi della società civile risvegliata di recente, Malta continua ad annientare e a svendere il suo ambiente a speculatori locali e stranieri. E così sta volontariamente cancellando un aspetto unico della propria identità e del patrimonio delle generazioni future.

(traduzione dall’inglese di Giuseppa Ripa)
Dialoghi  Mediterranei, n.10, novembre 2014
*Questo testo è il documento presentato dall’autore al Simposio Internazionale sulla Protezione Ambientale, Waseda Società di Antropologia Culturale, Università di Waseda, Tokyo, il 22 gennaio 2011 .
Note
1 cfr. Grima and Zammit (1995) per una perspicace discussione del fenomeno del sejjieh dekorattiv.
2 In questo, Malta seguì un modello studiato da Robin Grove-White (1993, p. 20), il quale osservò che: «Quasi tutti i problemi ambientali più significativi, globali o nazionali, sono stati cristallizzati prima non dai governi che rispondono o che utilizzano la scienza, ma da ONG con povere risorse e da diversi singoli ambientalisti».
3 Per resoconti sulle campagne dell’Hilton, St. Thomas Bay, Verdala Golf Course e Tuna Penning cfr. rispettivamente Boissevain e Theuma (1998); Boissevain (2003, 2004).
Riferimenti bibliografici
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Jeremy Boissevain, è professore emerito di Antropologia Sociale presso la Scuola di Amsterdam per Social Science Research. Ha successivamente insegnato presso le Università di Montreal, Sussex, Malta, New York, Massachusetts, la Columbia University e l’Università Jagellonica di Cracovia. È autore di diversi studi sugli italiani di Montreal, su religione e politica a Malta, su dinamiche parentali e reti amicali. Nessuna sua opera è stata fino ad oggi tradotta in lingua italiana.

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