Non ho conosciuto di persona Giorgio Giorgetti, eppure lo incontrai quasi subito quando sul finire degli anni ’70 dalle campagne di Maremma, dove sono nato e cresciuto, andai all’Università di Pisa. Lui aveva già lasciato questo mondo, ma alla Facoltà di Lettere, dove ero iscritto, in diversi programmi d’esame c’erano i suoi libri, in particolare nel corso di laurea in storia capitanato da Mario Mirri, fondatore e animatore della cosiddetta Scuola storica pisana.
Storico dell’economia agraria italiana e studioso del pensiero marxiano, con particolare riguardo agli aspetti economici e giuridici delle campagne toscane, Giorgetti ci ha consegnato i risultati del suo impegno storiografico soprattutto con il volume Contadini e proprietari nell’Italia moderna [1]. Pubblicato per Einaudi nel 1974, era il frutto di molti anni di ricerca e di riflessione sulla storia rurale italiana, un lavoro che aveva già trovato uno sbocco nel quinto volume della Storia d’Italia Einaudi (1973) dove fu inserito il saggio su Contratti agrari e rapporti sociali nelle campagne, precedendo quello di Renato Zangheri sui catasti [2]. Siccome Giorgetti aveva scritto troppo, Ruggiero Romano e Corrado Vivanti, direttori dell’opera einaudiana, gli consigliarono di ridurlo e di utilizzare il testo più esteso per una pubblicazione specifica in volume, così nacque il libro Contadini e proprietari, che oggi a distanza di molto tempo meriterebbe una riedizione, vista l’ampiezza di una ricerca mai ripetuta in seguito.
Come ho detto, a Pisa gli studi di Giorgetti erano di casa. Non è un caso che fu proprio Mario Mirri a scrivere la corposissima introduzione al primo volume degli atti del convegno in suo onore che si tenne a Siena nel 1977, i cui atti vennero curati da Giovanni Cherubini, Tommaso Detti, Mario Mirri, Giorgio Mori e Simonetta Soldani [3]. Un ambito storiografico di primo livello, ancora oggi cruciale punto di riferimento per lo studio delle campagne toscane e italiane dal medioevo all’età contemporanea.
Il lavoro di Giorgio Giorgetti si può collocare in una florida stagione di storia agraria, che aveva preso il via con il libro di March Bloch e in Italia con Emilio Sereni, citati fin dal primo capitolo di Contadini e proprietari. In questo campo, la ricerca di Giorgetti ricostruisce il panorama contrattuale delle campagne italiane all’inizio età moderna, punto di arrivo di una lunga evoluzione tra XII e XVI secolo, alla quale segue una lunga epoca di stagnazione e di crisi. Fino ad allora era riconoscibile, a suo parere, una linea di sviluppo dell’agricoltura fondata sull’estendersi della coltivazione promiscua e di una organizzazione di tipo poderale, che specialmente nell’Italia centro-settentrionale era un’espressione armonica del rapporto città/campagna che aveva trovato nella mezzadria la forma più eloquente. Ma non era solo mezzadria.
Negli anni ’50 e ’60 gli studiosi, a partire da storici agrari e geografi come lo stesso Sereni e Lucio Gambi, hanno descritto i vari sistemi agrari del territorio italiano [4], proponendo diverse schematizzazioni con l’individuazione di tre sistemi principali di organizzazione dello spazio agrario: il podere dell’Italia centro-settentrionale, a volte organizzato in fattoria; la cascina della Pianura Padana e il latifondo con la masseria del Mezzogiorno. La situazione era in verità ancora più articolata, «un ventaglio di situazioni e problemi, che solo a saggiarlo vien meno l’inevitabile schematismo dei primi riferimenti» [5].
Ad un paesaggio agrario così articolato e composito, corrispondeva un paesaggio sociale ed economico altrettanto vario, che rispecchiava le diverse tipologie di rapporti produttivi e che si manterrà a lungo, come emerge dai censimenti della popolazione italiana del primo periodo unitario: la conduzione diretta; il grande affitto, con l’affittuario imprenditore al Nord e figure intermediarie al Sud; la mezzadria, diffusa nelle regioni centrali: Toscana, Umbria, Marche, ma anche Romagna e parte dell’Emilia e del Veneto; poi i contadini, i braccianti, i lavoratori della terra in genere nelle loro diverse configurazioni contrattuali, stabili o molto spesso precari. Sono tutti aspetti che ci mostrano la corrispondenza tra strutture agrarie e strutture sociali e che si riflettono, tra le altre cose, nelle forme della casa rurale. In genere, nelle aree di agricoltura con la casa l’esercizio dell’attività agricola era su base familiare, mentre nelle agricolture senza casa il rapporto di lavoro era generalmente di tipo individuale, che si trattasse di braccianti, giornalieri, operai, o terraticanti.
Evitando qui di fare una rassegna sulle varietà delle forme contrattuali nella storia dell’agricoltura italiana, per la quale si rimanda al fondamentale libro di Giorgetti, meglio fare una riflessione sul contesto in cui maturò la sua opera di ricerca e di elaborazione intellettuale, cioè sul periodo del boom economico, dell’esodo rurale e della crisi dell’agricoltura contadina [6]. Questo si coglie bene alla fine di Contadini e proprietari, nelle ultime pagine dedicate alle tendenze dell’evoluzione contrattuale contemporanea: si ha «l’impressione – scriveva – che una evoluzione millenaria stia per avvicinarsi alla propria conclusione», con la progressiva rescissione dei tradizionali legami del contadino con la terra, che spesso si è trovato anche fisicamente espulso dalla terra, e con l’espansione della conduzione capitalistica o a conto diretto.
Qui il problema non era dunque più solo storico, ma politico. Discendeva dal tipo di sviluppo economico italiano, fondato sulla concentrazione degli investimenti nelle zone più progredite o nei cosiddetti poli, esasperando i tradizionali squilibri e estendendoli anche al centro-nord, anche oltre la visione dualistica della storia economica tradizionale. È un esodo che Giorgetti definisce disorganico e tumultuoso e che sfocia in due linee: un rapido superamento degli antichi contratti a favore della conduzione capitalistica e una regressione agronomica in senso neo-latifondistico. Il paesaggio agrario riflette bene questo tipo di evoluzione.
Eppure – diceva Giorgetti – la via presa dal capitalismo agrario e dalle politiche agricole nazionali non era l’punica possibile. Un’altra linea sarebbe stata possibile e necessaria (e forse lo sarebbe ancora oggi, a distanza di molto tempo), anche in considerazione del crescente deficit alimentare del Paese: quella di un’inversione di tendenza che spostasse l’accento sulle aziende contadine singole o associate e ne facesse la base di rilancio della produzione agricola nazionale; «questa è destinata altrimenti a una crisi inarrestabile, con conseguenze gravissime sulla bilancia dei pagamenti, sulle stesse possibilità di favorire lo sviluppo industriale e di riequilibrarlo a vantaggio delle province meridionali». Ma ciò avrebbe richiesto, per Giorgetti, la valorizzazione delle residue forze contadini o bracciantili rimaste nella campagna (ivi: 538).
Quello da mettere in luce in Giorgetti è il rapporto tra l’elaborazione teorica, ispirata a una concezione marxista, e l’impegno politico e civile che ha caratterizzato il suo stile di vita, oltre che la sua parabola intellettuale. Egli si era posto, fin dagli inizi negli anni ‘50 e ‘60 nella prospettiva della genesi del capitalismo in agricoltura, nell’ambito di un dibattito storiografico forse troppo lungo e condizionato in Toscana dal confronto serrato tra due linee interpretative, entrambi di derivazione marxista o gramsciana, dunque interessate all’affermarsi del capitalismo nelle campagne. Una linea, emersa alla fine degli anni ’60, è quella che evidenzia gli elementi di sviluppo, mentre l’altra, avente solide radici nel dibattito storiografico del secondo dopoguerra, e per lungo tempo maggioritaria, era più attenta a descrivere le ragioni dell’arretratezza e/o del ritardo.
Anche in Toscana gli storici hanno cominciato ad interessarsi dell’agricoltura quando questa entrava in una crisi per molti aspetti irreversibile. Non si trattava tanto di una attenzione interna all’agricoltura, quanto di ricercare delle risposte a quesiti della storia nazionale: partire dalla storia delle campagne per proporre una visione complessiva della storia risorgimentale, della “mancata riforma agraria” formulata da Gramsci e Sereni. Nel 1955, su Movimento Operaio (la rivista milanese di Gianni Bosio e Franco Della Peruta, poi diretta da Armando Saitta) uscivano tra gli altri il saggio di Mario Mirri su Proprietari e contadini toscani nelle riforme leopoldine e quello di Giorgio Mori su La mezzadria in Toscana alla fine del XIX secolo [7]. Si era chiaramente di fronte ad un rinnovato interesse per la storia delle campagne, mosso dall’impulso politico della questione agraria degli anni ’40 e della ripresa delle lotte contadine, e dalla percezione di un mondo che stava scomparendo per l’impatto dell’industrializzazione agli albori del miracolo economico.
Sui temi dello sviluppo mercantile dell’agricoltura, della riorganizzazione del paesaggio agrario e della identificazione dei fattori di progresso c’era l’opera di Emilio Sereni, che già nel ’47 aveva individuato la seconda metà dell’800 come il periodo in cui sarebbe avvenuto un processo di penetrazione del capitalismo nelle campagne, incentrato sull’aumento del peso economico della fattoria, nella quale il proprietario e il suo agente (fattore) si cominciavano a muovere in un’ottica capitalistica, con un maggiore inserimento nel mercato delle produzioni agricole [8]. Da Sereni a Mirri venne così facendosi strada l’idea della fattoria come elemento che collega più organicamente e stabilmente al mercato l’economica agraria della Toscana.
In Sereni i due elementi di progresso e di cristallizzazione restarono intrecciati nella interpretazione della mezzadria, mentre agli altri studiosi degli anni ’50 e ’60 apparvero inconciliabili. In questo modo si profilano due approcci: quello che confluisce nei primi anni ’70 nel libro di Carlo Pazzagli e quello che per semplicità si può identificare nella “scuola pisana” di Mario Mirri e della sua allieva Giuliana Biagioli, poi divenuta la più autorevole studiosa della mezzadria toscana [9]. Da Mirri e Biagioli parte dunque una linea sullo sviluppo dell’agricoltura e delle campagne toscane, che troverà una prima e significativa espressione nel convegno organizzato a Roma dall’Istituto Gramsci nel 1968 su Capitalismo e agricoltura in Italia, promosso, soprattutto da Renato Zangheri [10].
Questo convegno ha, per così dire, un valore periodizzante. Proprio in questa sede, Giorgetti sostenne la necessità di riconoscere un’alternativa alla affermazione classica del capitalismo in agricoltura, consistente essenzialmente nella penetrazione dei nuovi rapporti di produzione nelle strutture precapitalistiche senza rovesciarle, anticipando alla fine del ‘700 l’ipotesi di Sereni e giungendo a identificare alcuni elementi nuovi e tracce di capitalismo (investimenti e profitti) entro l’impronta medievale del patto mezzadrile. Egli indicava nel rapporto tra rendita e profitto la via specifica del capitalismo all’italiana già individuata da Sereni: «una specie d’impegno imprenditoriale» collegato all’evoluzione delle fattorie da strutture di coordinamento amministrativo a centri d’intervento direzionale nel processo produttivo agricolo [11].
Nei primi anni ’70 uscirono due libri che sostanzialmente sono rimasti ancora oggi le due vere e proprie monografie sull’agricoltura toscana ottocentesca: quello di Carlo Pazzagli (1973) e quello di Giuliana Biagioli (1975). In quel momento rappresentavano le due linee storiografiche delle quali si è detto, che stavano venendo avanti e che furono evidenziate ancor più dal Convegno in onore di Giorgio Giorgetti svoltosi a Siena nel 1977, i cui atti uscirono tra il 1979 e il 1981, con il corposo saggio introduttivo di Mario Mirri [12] utile per ricostruire la biografia storiografica, ma anche lo stile di vita e di pensiero; è utile in questo senso anche la prefazione di Giorgio Mori al volume dello stesso Giorgetti su Capitalismo e agricoltura in Italia, pubblicato postumo nel 1977 dagli Editori Riuniti raccogliendo gli studi dei venticinque anni di ricerca sulla storia dell’agricoltura [13].
Giuliana Biagioli, alla quale devo il mio interesse per la storia agraria e con la quale ho avuto costantemente modo di confrontarmi, ricorda come Mirri e Giorgetti fossero amici fraterni e che studiavano gli stessi fenomeni da angolazioni diverse. Anche lei dice d’avere incontrato Giorgetti parecchie volte, di avergli fatto leggere in anteprima qualcosa del suo lavoro. E si ricorda che erano spesso insieme in Archivio di Stato a Firenze, lui a contare i maiali che passavano la Dogana per entrare nello Stato pontificio, lei a cimentarsi con la contabilità delle aziende agrarie fino ad allora sconosciuta agli storici. «Era un bel rebus – racconta –, una volta non venivo a capo di qualcosa e andai, registro in mano, a chiedergli aiuto. Poi, a fine 1975, gli portai la copia del mio libro appena uscito, di cui sapeva già, lo trovai a letto già gravemente malato e sofferente».
Abbiamo ricordato Giorgio Giorgetti a cinquant’anni dalla morte in una bella giornata di maggio a Siena, nelle Stanze della memoria, per iniziativa dell’Istituto storico della Resistenza senese e dell’età contemporanea. Ripercorrendo il suo impegno storiografico e politico, penso che la sua opera, a partire dal libro Contadini e proprietari, meriterebbe davvero di essere ripresa, ripubblicata e riletta alla luce (più ombra che luce) del contesto attuale delle campagne italiane, caratterizzato troppo spesso da rapporti di lavoro precari e dal prevalere di quella linea capitalistica e neo-latifondistica, che Giorgetti già negli anni ’70 del secolo scorso invitava a scongiurare per favorire l’altra linea: quella della terra a chi la lavora. L’ampiezza e la profondità del suo lavoro lo spingeva a concludere che il superamento del contratto agrario tradizionale, costituiva ormai «il quadro oggettivo della dialettica sociale presente e futura nelle campagne italiane» (ivi: 539). Emerge qui la figura dello storico e dell’intellettuale che ha unito ricerca storica e impegno politico, che ci parla ancora, come a lanciare un messaggio per una riconnessione tra cultura e politica che oggi, ormai da molto tempo, sembrano non dialogare più.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] G. Giorgetti, Contadini e proprietari nell’Italia moderna, Einaudi, Torino 1974.
[2] G. Giorgetti, Contratti agrari e rapporti sociali nelle campagne, in Storia d’Italia, vol. 5, I documenti, Einaudi, Torino, 1973: 697-758.
[3] Contadini e proprietari nella Toscana moderna. Atti del convegno di studi in onore di Giorgio Giorgetti, a cura di G, Cherubini, T. Detti, M. Mirri, G. Mori, S. Soldani, 2 voll., Olschki, Firenze, 1979
[4] E. Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Laterza, Bari-Roma,1976.: 29; L. Gambi, I valori storici dei quadri ambientali, in Storia d’Italia. I caratteri generali, Einaudi, Torino, 1972: 3-60.
[5] L. Gambi, I valori storici e ambientali, cit.: 27.
[6] R. Pazzagli, G. Bonini, Italia Contadina. Dall’esodo rurale al ritorno alla campagna, Aracne, Roma, 2018.
[7] M. Mirri, Proprietari e contadini toscani nelle riforme leopoldine, in «Movimento operaio», VII (1955), 2: 172-229; G. Mori, La mezzadria in Toscana alla fine del XIX secolo, ivi, 3-4 (1955): 479-510.
[8] E. Sereni, Il capitalismo nelle campagne (1860-1900), Einaudi, Torino, 1947.
[9] Il mondo a metà. Studi storici sul territorio e l’ambiente in onore di Giuliana Biagioli, a cura di R. Pazzagli, ETS. Pisa, 2013.
[10] Agricoltura e sviluppo del capitalismo. Atti del convegno organizzato dall’Istituto Gramsci (Roma, 20-22 aprile 1968), Editori Riuniti, Roma, 1970.
[11] G. Giorgetti, Agricoltura e sviluppo capitalistico nella Toscana del ‘700, pubblicati prima in “Studi storici”, IX, n. 3-4, pp. 743-783; poi in Agricoltura e sviluppo del capitalismo, cit.: 217-251; infine in G. Giorgetti, Capitalismo e agricoltura in Italia, Editori Riuniti, Roma: 225-262.
[12] M. Mirri, Contadini e proprietari nella Toscana moderna: 9-127
[13] G. Mori, Prefazione a G. Giorgetti, Capitalismo e agricoltura, cit.: VII-XXVI.
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Rossano Pazzagli, insegna Storia moderna e Storia del territorio e dell’ambiente all’Università del Molise, è direttore della Scuola di Paesaggio “Emilio Sereni” all’Istituto Alcide Cervi e dirige anche la Scuola dei Piccoli Comuni di Castiglione Messere Marino (Ch). Esponente della Società dei territorialisti, è autore di numerosi articoli e libri sulla storia del mondo rurale, del paesaggio e delle aree interne, tra i quali i volumi La nobile arte. Agricoltura, produzione di cibo e di paesaggio nell’Italia moderna (Pacini) e Un Paese di paesi. Voci e luoghi dell’Italia interna (ETS). Con Augusto Ciuffetti ha recentemente pubblicato Storia delle coste italiane. Un margine infranto (Rubbettino 2026).
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