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Archivi come mappe dell’impero

aavv_carte_homedi Sergio Todesco 

 “… In quell’Impero, l’Arte della Cartografia giunse a una tal Perfezione che la Mappa di una sola Provincia occupava tutta una Città, e la mappa dell’impero tutta una Provincia. Col tempo, queste Mappe smisurate non bastarono più. I Collegi dei Cartografi fecero una Mappa dell’Impero che aveva l’Immensità dell’Impero e coincideva perfettamente con esso. Ma le Generazioni Seguenti, meno portate allo Studio della cartografia, pensarono che questa Mappa enorme era inutile e non senza Empietà la abbandonarono all’Inclemenze del Sole e degl’Inverni…(Suárez Miranda, Viajes de varones prudentes, libro IV, cap. XIV, Lérida, 1658)”. (J. L. Borges, L’artefice, in Id. Opere I, Mondadori, Milano: 1253). 

Tale suggestione borgesiana mi è venuta alla mente leggendo il corposo volume Carte, Storie, Comunità. Ricerche d’archivio e territorio ibleo, curato da Carmelo Arezzo, Vincenzo Cassì, Alessandro D’Amato e Chiara Ottaviano per i tipi di Abulafia Editore. Se infatti la mappa è, nell’accezione ordinaria, la rappresentazione in scala di territori non riproducibili nella loro effettiva estensione, la mappa di Borges contraddice tale sua natura mirando a rappresentare un territorio nella sua reale consistenza e trasformandosi così in una meticolosa replica di esso. E cos’altro è un Archivio, mi sono detto, se non l’articolato palinsesto che di un territorio restituisce tutte le declinazioni succedutesi nei secoli, analizzandone e conservandone le memorie spazio-temporali, socio-antropologiche, esistenziali?

Il volume infatti dispiega a ventaglio una tale ricchezza di dati provenienti dall’Archivio di Stato di Ragusa da costituire del territorio ibleo una vera e propria mappa che tutto tendenzialmente intende rappresentarlo, coprendone i contorni e scandagliandone le trame interne, gli insediamenti, le occorrenze storiche e le memorie condivise.

Preceduti da una pregnante introduzione dei quattro curatori, si dipanano nelle oltre quattrocento pagine del volume ben ventisei saggi, opportunamente distribuiti in tre sezioni, Carte: Archivi e dintorni, Storie: Uomini e istituzioni e Comunità: Arte, costume, territorio.

Carmelo Arezzo apre la serie di saggi presenti nella prima sezione con un passionale elogio della carta, e del libro che ne è figlio, che tocca immediatamente il cuore del volume: 

L’archivio è un museo vivo della carta perché ogni carta può diventare anche un documento per ricordare un fatto, per celebrare un avvenimento, per segnalare e individuare una persona, per emozionare rievocando un incontro, e sono libri, lettere, diari, ma persino il dépliant di un prodotto alimentare o dell’ultima invenzione elettronica, la mappa di un fondo rustico con su segnati gli alberi, i muri a secco, le sorgenti d’acqua, le planimetrie e i confini dei casolari. 

Vincenzo Cassi e Alessandro D’Amato, ricostruendo la storia dell’Archivio di Stato di Ragusa, rintracciano nel passaggio di competenze sugli archivi dal Ministero dell’Interno a quello dei Beni Culturali, avvenuto negli anni ’70, una sorta di rivoluzione copernicana, 

…svolta epocale giacché avviava la transizione da una vecchia concezione dell’archivio, inteso come mero luogo di conservazione di carte segrete o rilevanti, ad una nuova, che vede nell’archivio un istituto di cultura, custode della memoria documentaria e sostanzialmente aperto alla comunità. 

Con tali premesse il volume si sviluppa così brillantemente tra indagini sociologiche ed esperienze didattiche, iniziative di tutela e valorizzazione dei fondi archivistici e percorsi di ricerca, donandoci contributi che nel loro complesso delineano una lucida strategia di indagini sul campo rivolte a quel particolare field costituito dall’archivio. Analogamente al campo vissuto e studiato dagli antropologi infatti, anche negli archivi il paziente ricercatore sperimenta la possibilità di esercitare il proprio sguardo da lontano e al contempo di avvertire che de se fabula narratur, verificando come l’incontro con la diverse forme di alterità nelle quali egli in archivio si imbatte gli dischiuda l’opportunità di trasformare le svariate historiae rerum gestarum in una sempre necessaria historia condenda che faccia percepire tutti i documenti custoditi in queste banche della memoria non come chiacchiericci fatui di un passato ormai avulso e disarticolato dal qui e ora che segna il nostro presente, ma alla stregua delle molteplici tessere che, continuamente rimescolandosi nel corso del tempo, ce ne restituiscono il mosaico identitario sempre cangiante e sempre aperto alle pratiche negoziatorie che, a voler mantenere onestà intellettuale, dovremmo sempre sentirci chiamati a porre in essere.

images-17I saggi contenuti nella seconda sezione del volume ci offrono una campionatura assai significativa di microstorie del territorio ibleo, con l’avvertenza che gli autori si guardano bene dalla tentazione di circoscrivere le loro ricerche all’interno di un perimetro meramente provinciale ma si propongono sempre di inserire i temi affrontati nel più vasto ambito nazionale (a volte europeo) di cui essi fanno parte, in ciò mostrando di aver bene assimilato la lezione delle Annales e della Nouvelle Histoire. Che si tratti di vicende dinastiche, di patrimoni storico-artistici di una determinata famiglia o di ordini religiosi, il criterio è sempre quello di trapassare dal macro al grandangolo, contestualizzando le storie descritte in un panorama ben più ampio che comprende tanto la histoire événementielle quanto la longue durée.

Anche i contributi presenti nella terza sezione affrontano temi che vanno dai grandi eventi pubblici alla dimensione privata, dai terremoti alle modalità suntuarie, dagli atti giudiziari alle politiche sanitarie, dalle tipologie abitative ai contesti bellici, e in tale varietà di argomenti trattati risulta sempre presente la consapevolezza dei legami che intercorrono tra economia, politica e società.

Molto ancora ci sarebbe da osservare su questo prezioso contributo alla conoscenza “a n dimensioni” di un territorio, ma la ricchezza dei singoli contenuti rischierebbe che il recensore finisca per privilegiarne alcuni a discapito di altri. Un dato rimane in ogni caso da segnalare, il pregio non secondario del volume costituito dal ricchissimo apparato iconografico che accompagna i diversi saggi, un apparato che ci restituisce le immagini di manoscritti, mappe, contratti notarili, bandi, epistolari, testate giornalistiche, locandine, manifesti elettorali, spartiti, note di spesa, foto d’epoca e istantanee che illustrano la fruizione della struttura da parte dei suoi utenti. Attraverso tale straordinario supporto anche chi non abbia mai messo piede nelle segrete stanze di questo Archivio inizia a conoscerlo in profondità, proprio come gli avventurosi esploratori di terre sconosciute iniziavano, con l’ausilio dei cartografi, a farsi un’idea di quanto sarebbe loro toccato in sorte di affrontare.

Un volume questo, in estrema sintesi, realmente prezioso per la mole e la qualità degli scandagli effettuati nelle profondità storiche, socio-economiche, antropologiche del territorio ibleo, mostrando tale messe di contributi come uno sguardo intelligente e curioso rivolto a esplorare un patrimonio archivistico apparentemente sepolto possa riportare alla luce e alla riflessione contemporanea squarci di umanità plurime che prima di noi hanno dato senso, nella maniera che la cultura del tempo loro consentiva, alle proprie giornate storiche.

Scrivo questa breve nota con l’ammirazione verso un prodotto editoriale prezioso per la comunità non solo iblea ma, direi, della Sicilia intera, e l’amarezza dell’abitante di una città, Messina, che ha recentemente subìto la dispersione del proprio Archivio di Stato, il cui patrimonio è stato improvvidamente trasferito in altra città a opera di una burocrazia ottusa e di una classe politica priva di qualunque sentimento del tempo. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
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Sergio Todesco, laureato in Filosofia, si è poi dedicato agli studi antropologici. Ha diretto la Sezione Antropologica della Soprintendenza di Messina, il Museo Regionale “Giuseppe Cocchiara”, il Parco Archeologico dei Nebrodi Occidentali, la Biblioteca Regionale di Messina. Ha svolto attività di docenza universitaria nelle discipline demo-etno-antropologiche e museografiche. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, tra le quali Teatro mobile. Le feste di Mezz’agosto a Messina, Messina, 1991; Atlante dei Beni Etno-antropologici eoliani, Palermo, 1995; Fotografi di paese, Messina, 1995; Iconae Messanenses – Edicole votive nella città di Messina, Palermo, 1997; Angelino Patti fotografo in Tusa, Palermo, 1999; I sentieri di Didyme. Un percorso antropologico, Palermo, 1999; In forma di festa. Le ragioni del sacro in provincia di Messina, Messina, 2003; Miracoli. Il patrimonio votivo popolare della provincia di Messina, Messina, 2007; Vet-ri-flessi. Un pincisanti del XXI secolo, Palermo, 2011; Matrimoniu. Nozze tradizionali di Sicilia, Messina, 2014; Castel di Tusa nelle immagini e nelle trame orali di un secolo, Patti, 2016; Angoli di mondo. Scritti di antropologia, folklore, storia delle idee, Patti, 2020; L’immaginario rappresentato. Orizzonti rituali, mitologie, narrazioni, Palermo, 2021; Il mio Blog su LetteraEmme, 2 voll., Messina, 2022-2023; Angoli di mondo 2. Scritti di antropologia, folklore, storia delle idee, Patti, 2025; Il sacro iridescente. Madreperle incise a soggetto religioso nell’arte popolare, dalle collezioni Basilissi Minnella Todesco, Messina, 2025.

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