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Ara Güler: il cantore di un’Istanbul che non c’è più

Immagine di apertura: Il fotografo Ara Güler, 2008 Fonte: Fatihmazi Wikimedia Commons

Il fotografo Ara Güler, 2008 (Fonte: Fatihmazi Wikimedia Commons)

di Roberta Marin

Mi commuovi ogni giorno come già mi commuovevi quand’ero bambino,

ti vedo sempre per la prima volta, Istanbul della mia passione 

Istanbul è senza dubbio la più famosa tra le città turche, conosciuta in tutto il mondo per la sua posizione geografica, a cavallo tra Europa e Asia, per le grandi moschee imperiali, che ancora oggi ne definiscono lo skyline, per la bellezza dei quartieri antichi, e per la particolarità della sua luce, che, riflettendosi sul Bosforo, la inonda e la illumina. Una città così non poteva non avere che molti cantori tra artisti, poeti e scrittori. Ara Güler (1928-2018) è stato uno di loro. Le fotografie in bianco e nero di Istanbul sono diventate iconiche, tanto da essere incluse in un libro, la cui prefazione è stata affidata ad un altro famoso cantore di questa città, che è il premio Nobel per la Letteratura, Orhan Pamuk.

Salacak, 1968 Fonte: sohu.com

Salacak, 1968 (Fonte: sohu.com)

La capacità di cogliere aspetti poco noti di Istanbul e della sua gente nel corso del secolo scorso e in parte anche di questo, ha fatto sì che a Güler venissero attributi non solo un gran numero di premi e riconoscimenti – non ultimo la creazione di un museo completamente dedicato alla sua vita e alla sua opera – ma anche il soprannome di ‘occhio di Istanbul’, che è forse la testimonianza più vivida e sincera dell’attaccamento di questa città al suo fotografo. 

Karaköy 1962 Fonte polkamagazine.com

Karaköy 1962 (Fonte polkamagazine.com)

Nell’articolato e variegato mondo della fotografia non ci sono stati molti fotografi turchi che si siano distinti a livello internazionale. Uno dei pochi che ha fatto parlare di sé e che è entrato a far parte della prestigiosa Agenzia Magnum è stato sicuramente Ara Güler. Nato nel 1928 ad Istanbul nel quartiere di Beyoğlu, aveva origini armene, come indicato dal nome datogli alla nascita, che era infatti Mığırdiç Ara Derderyan. Con l’adozione della cosiddetta Legge sui Cognomi (‘Soyadı Kanunu’), voluta da Atatürk nel giugno del 1934, la quale proibiva qualsiasi riferimento ad origini straniere nel nome di famiglia, il suo cognome fu definitivamente cambiato, e da Derderyan mutò in Güler.

Non intraprese la carriera di fotografo da giovanissimo, ma vi giunse per gradi. Figlio di un farmacista ben inserito nel mondo dell’arte e della letteratura del tempo, Güler crebbe in un ambiente intellettualmente stimolante. Fin dagli anni in cui era studente al Liceo Armeno Getronagan, dimostrò un’inclinazione per la cinematografia e lavorò in tutti i settori del cinema presso vari studi di posa. Nutrendo una profonda attrazione per la drammaturgia e la regia teatrale, frequentò corsi di recitazione tenuti da Muhsin Ertuğrul Bey (1892-1979), noto attore, regista e produttore, che contribuì a dare respiro internazionale al cinema turco e a liberare il teatro dalle sue forme tradizionali, tanto da essere considerato il fondatore del teatro turco moderno.

Eminönü 1954 Fonte: juzaphoto.com

Eminönü 1954 Fonte: juzaphoto.com

Güler iniziò anche a scrivere brevi testi teatrali e racconti, sia in turco che in armeno, i quali vennero pubblicati su giornali e riviste letterarie. Sebbene fosse attratto da una possibile carriera nel campo del cinema e del teatro, decise di allontanarsene. Una volta diplomatosi, si iscrisse alla Facoltà di Economia dell’Università di Istanbul, ma non completò il corso di studi, preferendo dedicarsi al giornalismo e venendo assunto nel 1950 dal quotidiano Yeni İstanbul (‘Nuova Istanbul’) come fotoreporter. Successivamente collaborò con altre famose riviste turche dell’epoca, come Devir (‘L’Epoca’), Resimli Hayat (‘Vita Illustrata’) e Hayat (‘Vita’), ma fu soltanto verso la seconda metà degli anni ‘50 che la sua carriera decollò a livello internazionale, quando cioè i direttori di importanti giornali come Time and Life, seguiti da Paris Match and Stern, riconobbero il suo talento e decisero di pubblicare i suoi pezzi di fotogiornalismo.

Moschea Sokollu Mehmet Paşa, Kadirga, 1988 Fonte pinterest.com

Moschea Sokollu Mehmet Paşa, Kadirga, 1988 (Fonte pinterest.com)

Il nome di Güler era ormai noto ed apprezzato nell’ambiente, tanto che dopo l’incontro con famosi fotografi del calibro di Henri Cartier-Bresson (1908-2004), fu invitato ad unirsi alla prestigiosa agenzia Magnum Photo, fondata nel 1947, tra gli altri, da Robert Capa (1913-1954), George Rodger (1908-1995) e lo stesso Cartier-Bresson. La Magnum iniziò a distribuire le sue fotografie in tutto il mondo, ma Güler la abbandonò presto, avendo sviluppato un’attrazione particolare per la realizzazione di reportage su luoghi iconici della Turchia, come il monte Nemrut (‘Nemrut Dağı’) con quello che rimaneva delle monumentali statue di sovrani e dèi, e l’antica città greca di Afrodisia, eletta a Patrimonio Mondiale dell’UNESCO anche grazie al suo contributo. I suoi reportage concorsero alla riscoperta a livello internazionale di località dimenticate e favorirono la pianificazione e attuazione di una serie di nuove campagne di scavo e ricerca, che le salvarono dall’oblio (Larson 2014).

Dagli anni ‘60, Güler iniziò a ricevere svariati premi e riconoscimenti per il suo lavoro. Il British Journal of Photography Yearbook, ad esempio, lo proclamò come uno dei sette migliori fotografi viventi, mentre l’American Society of Magazine Photographers (ASMP) lo elesse come suo membro, l’unico proveniente dalla Turchia. Negli anni ‘70, contribuì con alcune fotografie ad un importante libro sulla chiesa di Santa Sofia, oggi moschea, mentre un suo scatto del pittore spagnolo Pablo Picasso (1881-1973) fu scelto come immagine di copertina per il libro Picasso: Métamorphoses et Unité, pubblicato in occasione del suo novantesimo compleanno. All’inizio degli anni Settanta, Güler venne inoltre invitato a visitare gli Stati Uniti. Durante la sua permanenza oltreoceano intervistò e fotografò un folto gruppo di personaggi celebri, distintisi nei vari ambiti della società americana, e le cui fotografie vennero poi raccolte in una mostra itinerante dal titolo ‘Creative Americans’ (‘Americani creativi’). Una volta rientrato in patria, si dedicò alla realizzazione di un documentario dal titolo Kahramanın Sonu (‘La fine dell’eroe’), in cui analizzò lo smantellamento del TCG Yavuz, un incrociatore turco, che svolse un ruolo significativo nel coinvolgimento dell’Impero Ottomano durante la Prima Guerra Mondiale.

Zeyrek, 1964 Fonte: dailysabah.com

Zeyrek, 1964 (Fonte: dailysabah.com)

Negli anni successivi, le sue fotografie continuarono ad apparire su riviste con cui aveva già collaborato in precedenza, come Time and Life, ma anche su altre importanti testate, come Horizon and Newsweek. Alcuni dei suoi libri fotografici, tra cui quello sull’architetto ottomano Sinan (1490-1588) ed intitolato Sinan: Architetto di Solimano il Magnifico e dell’Età d’Oro Ottomana, vennero pubblicati in Italia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Singapore. Nel 1994 pubblicò A Photographical Sketch on Lost Istanbul (‘Uno schizzo fotografico di un’Istanbul perduta’), libro che dedicò al padre, come ringraziamento per avergli donato la sua prima macchina fotografica, quando era ancora un bambino. Nella sua carriera, Ara Güler ha ricevuto un gran numero di premi e riconoscimenti sia in Turchia che all’estero. Tra gli altri, vale la pena ricordare la Légion d’honneur, Officier des Arts et des Lettres, conferitagli dal governo francese nel 2002, il Gran Premio della Presidenza della Repubblica Turca per la Cultura e le Arti nel 2005 e il Premio alla Carriera della Lucie Foundation, con sede negli Stati Uniti, nel 2009.

Sirkeci, 1956 (Fonte: pinterest.com)

Sirkeci, 1956 (Fonte: pinterest.com)

Come emerge da questa breve biografia sulla sua vita, che è stata lunga e costellata da innumerevoli successi, Güler ha intervistato e fotografato molti personaggi famosi e ha documentato luoghi iconici e eventi storici particolarmente rilevanti.

Quello che ha caratterizzato maggiormente la sua produzione, tuttavia, e che ancora oggi lo rende unico e distinguibile, è la raccolta di memorabili fotografie in bianco e nero di Istanbul, la sua città natale.

Come già citato in precedenza, nel 2009, Ara Güler e il Premio Nobel Orhan Pamuk hanno collaborato alla pubblicazione di un libro, intitolato Istanbul. Pamuk, nella prefazione al libro, ha scritto: 

«La Istanbul di Ara Güler è anche la mia. La città in cui vivo, che conosco, che penso di conoscere, quella in cui credo e che vedo come un mondo unico, di cui mi sento parte inscindibile. Le immagini di Istanbul tra gli anni cinquanta e sessanta – le sue strade, i suoi marciapiedi, le sue botteghe, le sue fabbriche sporche e fatiscenti, le sue navi e i suoi calessi, i suoi autobus, le sue nuvole, i suoi taxi e i suoi dolmuş (‘minibus’), i suoi edifici e i suoi ponti, i suoi camini e la sua nebbia, la sua gente, e l’anima a prima vista impercettibile di ognuna di queste cose – sono state colte, documentate, conservate e preservate nelle fotografie di Ara Güler, meglio che altrove» (Pamuk 2009: 9)
Old Galata Bridge, Istanbul, 1957 (Fonte: monovisions.com)

Old Galata Bridge, Istanbul, 1957 (Fonte: monovisions.com)

Traendo ispirazione dalle parole dello scrittore turco, emerge chiaramente che l’uomo, catturato in tutte le sue sfaccettature, e l’ambiente in cui quell’uomo vive, lavora e con il quale interagisce a tutti i livelli sono i temi ricorrenti dell’estetica di Güler. (Seker 2010). 

Oltre alla perfezione dello stile fotografico, quello che colpisce chiunque si soffermi ad osservare una sua immagine di Istanbul e dei suoi abitanti è l’intensità del rapporto che è riuscito a stabilire tra i piani verticali e orizzontali e tra i pieni e i vuoti. Altro elemento fondamentale è l’uso magistrale della luce, che in un incessante gioco di addizione e sottrazione enfatizza le azioni dell’uomo e di alcuni scorci della città, facendoli comunicare tra loro, o, al contrario, esaltandone l’ostilità che si viene a creare, e che altro non è se non la battaglia quotidiana degli abitanti di una città, difficile e complessa, seppur bellissima, come Istanbul. Nella fotografia di Güler, assistiamo, e in un certo senso siamo resi partecipi, al dialogo tra la città, costruita dall’uomo e manifestazione della sua stessa storia personale e collettiva, e l’uomo stesso. Anche quando l’uomo non appare, la sua presenza è comunque percepita, è costante, in quanto costruttore della città e allo stesso modo suo distruttore, colui che la rende un posto inospitale in cui vivere.

Zeyrek, 1959 (Fonte: 121clicks.com)

Zeyrek, 1959 (Fonte: 121clicks.com)

Güler ha immortalato Istanbul per più di mezzo secolo. Le sue fotografie dal taglio documentaristico hanno raccontato la storia di una città, della sua evoluzione e per alcuni aspetti della sua involuzione. Alcuni quartieri della Istanbul di Güler, come pure di quella di Pamuk, non esistono più. Le bellissime case in legno sono state sostituite da palazzi in cemento, meno esposti alla possibilità di venire distrutti da incendi improvvisi, ma indiscutibilmente meno affascinanti. I bei palazzi affacciati sul Bosforo e un tempo residenze dei facoltosi discendenti degli Ottomani, sono stati trasformati in alberghi di lusso o in musei. Il gran numero di imbarcazioni usate per la pesca e ormeggiate nelle darsene che costeggiavano il perimetro acqueo della città sono scomparse, così come le piccole barche a remi che trasportavano le persone da un lato all’altro di quello stretto braccio di mare, noto come il Corno d’Oro, e sostituite da traghetti che collegano in modo ben più veloce i vari quartieri di Istanbul, che si affacciano sul mare. All’opposto, le moschee imperiali con i loro minareti alti e snelli non smettono di osservare dalla loro posizione privilegiata quello che succede nella città, che è stata capitale dell’impero ottomano per cinque secoli. Spesso Güler le ha fissate sullo sfondo delle sue fotografie, sottolineando la contrapposizione tra l’immutabilità e la sontuosità della tradizione e la velocità con cui Istanbul è cambiata e non cessa di cambiare. 

Karaköy, 1959 (Fonte: polkamagazine.com)

Karaköy, 1959 (Fonte: polkamagazine.com)

Con il suo occhio attento e l’estrema sensibilità verso Istanbul e i suoi abitanti, Güler ha spesso enfatizzato nelle sue fotografie il lavoro, o l’assenza di esso, con la conseguente disperazione che ne deriva e che opprime uomini e intere famiglie. Nelle sue immagini, Güler ha colto uomini al lavoro, sopraffatti dalla fatica e scavati nel volto e nel corpo da professioni usuranti, come quella dei venditori ambulanti, costretti a spostarsi senza sosta da una strada all’altra e da un quartiere all’altro, sorreggendo pesi enormi,  o quella degli operai in fabbriche fatiscenti e malsane. Ha frequentemente descritto anche la vita dei disoccupati, alcuni in attesa di essere scelti dal capomastro di turno per portare a casa almeno il guadagno di una giornata di lavoro, opposti ad altri, ritratti all’interno di bar e taverne, refrattari alla ricerca di un lavoro e ubriachi fin dal mattino. In questo mondo oscuro, decadente e oppressivo, in cui sembra che la Istanbul patinata dei turisti, così pulita e ben organizzata, sia lontana anni luce, si percepisce in realtà una vitalità e una voglia di vivere e di combattere rara (Santagata 2010). Quella di Güler è indubbiamente una Istanbul diversa da quella narrata nelle guide turistiche o nei documentari in cui vengono esaltati i bei palazzi voluti dai potenti sultani Ottomani, ma è una Istanbul più vera, più autentica, più franca.

Tahtakale, 1966 (Fonte: 121clicks.com)

Tahtakale, 1966 (Fonte: 121clicks.com)

L’eredità di questo eminente fotografo sopravvive nei suoi libri e nelle mostre a lui dedicate, e rimane più che mai tangibile nell’Archivio e Centro di Ricerca, che è parte integrante del Museo Ara Güler (aragulermuzesi.com). Nel corso della sua vita, il materiale fotografico e gli strumenti di lavoro erano conservati nella grande casa di famiglia ereditata dal padre a Galatasaray, nel cuore del quartiere di Beyoğlu, e divenuta nel tempo laboratorio, ufficio ed archivio. Soltanto nel 2017, l’attività di conservazione archivistica è potuta partire in maniera ufficiale e sistematica ed oggi l’archivio personale di Güler è consultabile nel suo Museo, che ha aperto i battenti nell’agosto del 2018 nel quartiere di Bomonti a Şişli con una mostra dal titolo ‘L’uomo che fischia’ (‘Islık Çalan Adam’).

Hacopulos pasaji, Beyoğlu, 1958 (Fonte: fotografiaartistica.it)

Hacopulos pasaji, Beyoğlu, 1958 (Fonte: fotografiaartistica.it)

Güler ha fatto in tempo a partecipare all’inaugurazione del suo museo prima di spegnersi dopo pochi mesi all’età di novanta anni, lasciando la città di Istanbul orfana di uno dei suoi cittadini più stimati e di uno dei suoi cantori più devoti, che l’ha saputa celebrare in modo autentico e libero da filtri e finte sovrastrutture. Il ricchissimo archivio di immagini è fonte di ispirazione per le nuove generazioni di fotografi, o per meglio dire, di artisti della fotografia, come appunto è stato Güler. 

Vicino a Şehzadebaşi, 1958 Fonte polkamagazine.com

Vicino a Şehzadebaşi, 1958 (Fonte polkamagazine.com)

Güler in realtà non si è mai considerato un artista, sbagliando. È stato, e le sue fotografie non smettono di attestarlo, un grande artista, un uomo dai modi ruvidi e dal turpiloquio facile – a detta dei suoi conoscenti – ma con un animo sensibile, che amava fotografare, tra gli altri, i bambini, soprattutto quelli più disagiati, ma dal sorriso radioso e contagioso. Nelle fotografie di Istanbul e del rapporto tra la città e i suoi abitanti, si può cogliere il piglio da reporter e da documentarista di Güler, in cui però l’atteggiamento tipico di chi deve divulgare gli aspetti anche più negativi di un luogo o di un evento, non viene esaltato. Ciò che viene enfatizzato, al contrario, è il suo desiderio di comprendere la città, evidenziandone anche i suoi angoli più trascurati e abbandonati e catturandone soprattutto l’umanità più misera e stanca, in uno scambio poetico. Una volta raggiunta la notorietà, Güler fu soprannominato ‘l’occhio di Istanbul’, ma considerando l’amore e la passione che metteva nelle sue fotografie per raccontare e capire la città, non sarebbe sbagliato definirlo altresì come il suo poeta.

Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
Riferimenti bibliografici
V.H. Larson, ‘Photography of Ara Güler captures a forgotten Turkey’, The Guardian, 4 febbraio 2014 https://www.theguardian.com/artanddesign/2014/feb/04/ara-guler-anatolia-exhibition-photography-turkey (accesso 14 giugno 2026)
O. Pamuk (testo) e Ara Güler (fotografie), Istanbul, Mondadori, Milano, 2009
O. Pamuk, ‘I Like Your Photographs Because They Are Beautiful’The New York Times, 1 November 2018 https://www.nytimes.com/2018/11/01/opinion/orhan-pamuk-ara-guler-istanbul.html (accesso 30 Maggio 2026)
G. Santagata, ‘Ara Güler: l’occhio di Istanbul’, Fotografia Artistica, 12 Novembre 2010, https://fotografiaartistica.it/ (accesso 30 Maggio 2026)
N. Seker, ‘A City, Beautifully Blemished’, Qantara, 26 Agosto 2010 https://archive.ph/20130211145900/http://en.qantara.de/webcom/show_article.php/_c-310/_nr-780/i.html (accesso 14 giugno 2026)
D. Suyabatmaz, ‘The History of Photography in Istanbul: the Life Story of Ara Güler’, The Istanbul Chronicle, 8luglio 2022 https://www.theistanbulchronicle.com/post/the-history-of-photography-in-istanbul-the-life-story-of-ara-g%C3%BCler (accesso 12 giugno 2026).
https://aragulermuzesi.com/en (accesso 26 Maggio 2026)

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Roberta Marin, ha conseguito la laurea in Lettere Moderne con indirizzo storico-artistico all’Università di Trieste ed ha completato il suo corso di studi con un Master in Arte Islamica e Archeologia presso la School of Oriental and African Studies (SOAS) dell’Università di Londra. Ha viaggiato a lungo nell’area mediterranea e il suo campo di interesse comprende l’arte e l’architettura mamelucca, la storia dei tappeti orientali e l’arte moderna e contemporanea del mondo arabo, iraniano e turco. Collabora con la Khalili Collection of Islamic Art e insegna arte e architettura islamica in istituzioni pubbliche e private nel Regno Unito e in Italia.

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