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A Palermo i morti non muoiono, restano ancora fra i vivi

Pupi di zucchero per la festa dei morti

Pupi di zucchero per la festa dei morti

di Orietta Sorgi 

La morte, in qualunque modo avvenga, resterà sempre un mistero ineluttabile al quale nessun uomo può dare una risposta sul piano razionale, se non, al contrario, mettendo in atto una serie di miti e credenze la cui efficacia simbolica serve a garantire la continuità della vita in una dimensione ultraterrena.

Ernesto de Martino ha studiato a lungo nel Meridione d’Italia queste tecniche culturali del lutto e del cordoglio che considerava, in ultima analisi, forme di “destorificazione del negativo”, dimostrando come i riti funebri abbiano avuto una funzione protettiva e compensativa di fronte al vuoto e allo smarrimento che la perdita di un familiare comporta. Il pianto rituale, presente nell’area del Mediterraneo fin dall’antichità e ancora in uso fino agli anni Cinquanta del Novecento nelle terre della Lucania, accompagnando l’esposizione della salma verso la sepoltura, trasponeva sul piano metastorico del mito l’evento reale dolorosamente vissuto, e in tal modo contribuiva al superamento del trauma e di quella lacerazione del tessuto comunitario.  

In Sicilia, in particolare, la festa dei morti assume ancora come in passato (Pitrè 1889) un valore fondativo del tempo e rigenerativo della vita. Alla vigilia della ricorrenza, i defunti abbandonano di notte le loro tombe nei cimiteri e si recano a visitare le case dei loro parenti in vita: questi li accolgono con la tradizionale cena col cannistro al centro della tavola e i dolci dei morti: la pupaccena, ad esempio, pupi di zucchero che rappresentano, secondo Buttitta (1971), un caso di “patrofagia simbolica”, il cui consumo rituale servirebbe nel tempo sacro della festa a introiettare le virtù dei propri Lari.  Ai bambini che attendono timorosi la fatidica notte – si crede che i morti turbino il loro sonno strofinando la grattarola sui piedi – nascondono i doni che troveranno al loro risveglio. Queste presenze ambivalenti, minacciose e benefiche al tempo stesso, che irrompono, una volta all’anno, nell’orizzonte esistenziale dei vivi, portano caos e disordine, una mescolanza fra vita e morte, coincidentia oppositorum secondo Eliade (1976), necessaria a riconfermare il cosmos sul caos.

La mattina del 2 Novembre le famiglie si recano al cimitero a far visita ai propri cari estinti. Attorno alle tombe adornate di fiori si trattengono per tutta la giornata, consumando a pranzo la muffoletta dei morti, pane con olio e acciughe. In tal modo si riconferma quel dialogo continuo fra vivi e morti essenziale al mantenimento della coesione sociale.

da "Morire a Palermo" di Caterina Pasqualino

da “Morire a Palermo” di Caterina Pasqualino

Questa capacità culturale squisitamente umana di mantenere in vita i propri cari scomparsi, che Foscolo definisce una “corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote degli umani” da qualche tempo appare negata ai palermitani che rischiano di non aver più diritto alla sepoltura dei propri parenti. Malgrado una legge imponga ai cittadini di seppellire i defunti entro 48 ore dal decesso, al cimitero dei Rotoli di Palermo la situazione di sovraffollamento costringe le bare ad attendere i tempi lunghissimi del cosiddetto “spurgo”, svuotamento delle sepolture, stipate in depositi e tendoni, ma anche accatastate all’aria aperta. Restano così nel totale abbandono e anonimato, identificate solo da un codice numerico.

Purtroppo, come spesso accade in Sicilia, al disservizio si aggiunge il malaffare: di fronte al vuoto istituzionale della politica e dell’apparato burocratico e amministrativo, il sistema clientelare e mafioso vende sottobanco i pochi posti rimasti liberi nelle tombe a prezzi esosi destinati solo ai propri affiliati.

Da questo stato d’emergenza “temporanea” che rischia però di diventare una patologia cronica dei nostri cimiteri urbani, prende le mosse Caterina Pasqualino, antropologa di formazione e regista del bellissimo documentario dal titolo Morire a Palermo, prodotto da Bibifilm e dal Museo internazionale delle marionette. «Chi avrebbe mai immaginato – si chiede in apertura – che a Palermo, nell’immenso cimitero dei Rotoli, affacciato su un magnifico panorama, si stesse consumando una triste farsa, con bare ammassate a centinaia in attesa di trovare la loro ultima dimora?»

Fra i viali del cimitero, ma anche nei vicoli dei Danisinni e di altri quartieri popolari della città, l’autrice a colloquio con i responsabili del settore e con la gente interessata, osserva in che modo, fra tensioni e disagi, possa mantenersi quel legame costante con i morti, che ha sempre assicurato protezione e assistenza, aprendo ai vivi la prospettiva di un futuro migliore. Proprio adesso che i loro cari estinti si ritrovano, per varie vicissitudini, privati dell’eterno riposo, senza uno spazio definitivo a loro dedicato su cui piangere e pregare. Stanno in fila – commenta la regista – come avveniva da vivi durante il turno alle Poste o in macchina nelle lunghe code del traffico cittadino.

da "Morire a Palermo" di Caterina Pasqualino

da “Morire a Palermo” di Caterina Pasqualino

Ricordano, in qualche modo, “color che son sospesi”, le anime purganti o del Purgatorio, luogo intermedio fra il cielo e la terra, fra la virtù e il male, la cui devozione popolare è antichissima nel palermitano (Pitrè: cit.). Le anime purganti si riferiscono a tutti coloro che sono morti per cause di violenza, omicidi o sciagure accidentali. Comprendono le vittime di mafia, la gente scomparsa per lupara bianca, spiriti erranti, non più in vita ma non del tutto morti, che vagano senza sosta in cerca del perdono e delle preghiere dei familiari. In attesa di redenzione. A Bagheria, dove negli anni Novanta si contavano più di un migliaio di scomparsi per mano mafiosa, una piccola chiesa è dedicata al culto delle Anime Purganti. In diverse occasioni le donne numerose si recano a pregare, recitando novene e rosari.

In altri casi, sul luogo dove è avvenuta la tragedia, incidente stradale o sparatoria, viene generalmente allestito un altarino con fiori sempre freschi davanti l’immagine del defunto, spesso di giovane età, per ricordare a tutti la presenza ancora viva della vittima, che ora richiede l’intercessione dei familiari. Del resto, Palermo – sostiene la regista – è un po’ come il Purgatorio, dove tutto rimane irrisolto, incompiuto, mai definitivo.

Eloquente è la vicenda del fruttivendolo ambulante di uno dei mercati alimentari della città. Insieme alla moglie sono stati letteralmente travolti da una tragedia immane per aver perso il giovane figlio e la nuora in un incidente stradale. La reazione è insolita, una sorta di delirio di negazione, in quanto i due genitori rimuovono il trauma dell’evento, considerando le due vittime presenze ancora vive anche se invisibili nello spazio domestico e nei dintorni. Per maggiore convinzione ha creato nel magazzino una sorta di piccolo santuario con un altare vero e proprio su cui risaltano le foto dei due poveri defunti, circondati da reliquie, oggetti d’uso particolarmente cari alle vittime. In tal modo percepisce il figlio ancora partecipe alla vita familiare, a tal punto da dialogare con lui del più e del meno, esortandolo a farsi una passeggiata con la moglie, per distrarsi, gli lascia addirittura le chiavi della sua macchina. Lo richiama alla vita.

"Morire a Palermo" di Caterina Pasqualino

“Morire a Palermo” di Caterina Pasqualino

Fuori dal caos dei cimiteri, i morti restano ancora fra i vivi, aprendosi nuovi spazi e nuove modalità di interazione. Con la loro vigile presenza guidano i familiari nel quotidiano, spesso appaiono loro in sogno per orientare in senso positivo le azioni, risolvono momenti contraddittori e negativi della loro esistenza.

In definitiva il documentario di Caterina Pasqualino è lo specchio di una città come Palermo dalle mille contraddizioni. Un viaggio esplorativo verso il punto d’arrivo, ultimo traguardo della vita, alla ricerca dei numi tutelari nelle aree periferiche e marginali del territorio urbano. Dove ad un centro cittadino ristretto, caratterizzato dal benessere dei suoi residenti, una borghesia operosa e progressista, si contrappongono interi quartieri popolari abitati da gente che vive nella disperazione e nella precarietà, in una condizione di povertà assoluta. Qui il culto dei morti rimane più vivo che mai e malgrado abbia perduto, forse solo in apparenza, l’antico spirito comunitario che serviva al perpetuarsi della vita, continua ad esercitare un ruolo protettivo e assistenziale.   

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Riferimenti bibliografici
Buttitta, A.
 1971    La festa dei morti in Sicilia, in Ideologie e folklore, Palermo, Flaccovio
De Martino, E.
1958    Morte e pianto rituale nel mondo antico: dal lamento pagano al pianto di Maria, Torino, Einaudi
Eliade, M.
1976    Trattato di storia delle religioni, Torino, Boringhieri
Pitrè, G.
1889    Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol. IV, Palermo. 

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 Orietta Sorgi, etnoantropologa, ha lavorato presso il Centro Regionale per il catalogo e la documentazione dei beni culturali, quale responsabile degli archivi sonori, audiovisivi, cartografici e fotogrammetrici. Dal 2003 al 2011 ha insegnato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici. Tra le sue recenti pubblicazioni la cura dei volumi: Mercati storici siciliani (2006); Sul filo del racconto. Gaspare Canino e Natale Meli nelle collezioni del Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino (2011); Gibellina e il Museo delle trame mediterranee (2015); La canzone siciliana a Palermo. Un’identità perduta (2015); Sicilia rurale. Memoria di una terra antica, con Salvatore Silvano Nigro (2017).

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