Come scrive Matteo Lupoli in Ecologia politica del turismo balneare, appena pubblicato da Orthotes, il turismo non è soltanto «un settore economico o un insieme di pratiche di consumo, ma un processo di trasformazione territoriale e ambientale che si inscrive in più ampie dinamiche di appropriazione della natura, organizzazione del lavoro e produzione di valore». Lupoli insegna presso il Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’economia dell’Università di Bologna e si occupa principalmente delle relazioni fra trasformazioni del lavoro, degradazione ambientale e crisi ecologica. Il suo libro analizza due casi di studio esemplari dal punto di vista dei rapporti tra turismo e dinamiche economiche più ampie, planetarie: Rimini e Durazzo, due delle principali realtà turistiche del Mediterraneo.
Seguendo un’impostazione teorica che si rifà all’ecologia-mondo di Jason J. Moore, Lupoli mostra come alcune caratteristiche di base del turismo (precarietà del lavoro, privatizzazione degli spazi, consumo intensivo di suolo e risorse, marginalizzazione delle comunità residenti) non siano affatto semplici effetti collaterali, ma costituiscano gli assi strutturali su cui si regge l’intera industria turistica, secondo una logica estrattivista che subordina alla valorizzazione massima del capitale non solo il lavoro (precarizzato sin quasi allo schiavismo) ma anche natura e rapporti sociali su cui si fondano le comunità “aggredite” dalla turistizzazione.
L’apparato concettuale utilizzato da Lupoli per Rimini e per Durazzo potrebbe essere benissimo applicato a tutte le coste del Mediterraneo. La Sardegna, in questo contesto, è uno dei luoghi in cui le dinamiche del turismo di rapina si manifestano con maggiore evidenza, in purezza. Lo si comprende bene guardando all’ultimo caso di speculazione selvaggia sulle coste dell’isola, quello di Cala Finanza, sollevato da Gian Antonio Stella sulle pagine del Corriere della sera ai primi dello scorso giugno e rimbalzato poi rapidamente su tutte le maggiori testate nazionali. Un caso rispetto al quale le parole dello scrittore e ambientalista Giorgio Todde [1] che ripubblichiamo in Appendice in calce assumono una dimensione che non è esagerato definire profetica.
Cala Finanza è uno dei tratti più belli e incontaminati della costa sarda, sul Golfo di Olbia, di fronte all’isola di Tavolara. Qui un gruppo immobiliare brasiliano, Jhsf Participações, uno dei colossi mondiali del turismo di lusso, vorrebbe costruire un complesso turistico extra lusso che comprenderebbe un hotel a cinque stelle, ventisei ville, un campo da golf con 18 buche, un porticciolo e un eliporto. Un progetto da centinaia di milioni al quale si sono associati come partner di minoranza l’ex presidente di Kraft, i top manager di Birra Corona e società delle Isole Vergini, delle Bahamas, di Malta e del Delaware che non si sa bene a chi facciano capo. Ma ci sono anche soci italiani: Carlo Di Biagio (ex amministratore delegato di Proceter & Gamble e Ducati), il presidente della serie A di calcio Ezio Simonelli (per anni commercialista di fiducia di Silvio Berlusconi e nel cui studio a Milano ha sede Tavolara Bay), e l’immobiliarista Davide Bizzi. Tutti attirati dal fatto che nello statuto di Tavolara Bay, la società con sede a Milano alla quale Jhsf Participações ha affidato la gestione operativa del progetto, si parla esplicitamente di contributi pubblici garantiti.
Tavolara Bay vorrebbe realizzare il suo piano in due tranche. La prima riguarda Cala Finanza, ovvero la parte sul mare (10 ettari) dei terreni acquistati dai brasiliani. In un secondo tempo, su altri 110 ettari, dovrebbe essere portato a termine, nelle intenzioni di Tavolara Bay, il resto del progetto: hotel, ville, campo da golf e quant’altro. Al momento, quindi, è solo per Cala Finanza che i brasiliani hanno fatto domanda di licenza. Nella baia il gruppo di São Paulo chiede di poter ristrutturare una vecchia dimora, Villa Joy, e di realizzare un camping composto da sette “moduli abitativi amovibili” (bungalow).
Cala Finanza, però, oltre ad essere compresa in un’Area marina protetta (quella di Capo Coda Cavallo) all’interno della quale vige un regime di inedificabilità assoluta, è tutelata dal Piano paesaggistico regionale (Ppr), la legge con la quale nel 2006 Renato Soru ha blindato le coste stabilendo che entro i trecento metri dal mare non si possono aprire cantieri. Pertanto Cala Finanza nel Piano urbanistico comunale (Puc) di Loiri Porto San Paolo sino a pochi mesi fa (perché poi invece, come vedremo, le cose sono cambiate) risultava catalogata come zona H, area di protezione totale dove non si può ristrutturare alcuna villa né si possono piantare bungalow.
Tavolara Bay ha trovato una scappatoia. Che si chiama Zone economiche speciali (Zes). Le Zes sono aree economicamente depresse in cui, per favorire investimenti e sviluppo, alle imprese sono concessi incentivi economici, benefici fiscali e semplificazione burocratica. Nel 2024 Giorgia Meloni ha deciso che tutto il Meridione, Sardegna compresa, è un’unica grande Zes. È qui che si sono infilati i manager di Jhsf Participações. Il grimaldello è la semplificazione delle procedure burocratiche. I gruppi immobiliari che intendono investire nelle Zes possono chiedere una procedura che salta le normative di tutela stabilite sia dai Comuni sia dalle Regioni. Ed è così che, dopo una complicata conferenza di servizi, prima la Struttura di missione della Zes Unica e poi, lo scorso 6 febbraio, il Governo hanno approvato il progetto di Cala Finanza. A niente è servito il “no” espresso, nella stessa conferenza di servizi e in consiglio dei ministri, dalla presidente della giunta sarda Alessandra Todde e dal ministero della Cultura. Quest’ultimo, attraverso la Soprintendenza ai beni ambientali del Nord Sardegna, ha richiamato, contro il progetto di Cala Finanza, le sentenze (sono ben cinque) della Corte costituzionale che nel corso degli anni hanno respinto tutti i tentativi di aggirare il Piano paesaggistico regionale.
Meno limpida rispetto a quella di Todde e della Soprintendenza ai Beni culturali del Nord Sardegna è stata la condotta del Comune di Loiri Porto San Paolo, che ha un sindaco Pd, Francesco Lai, e una maggioranza di centrosinistra. Su proposta della giunta, con una delibera approvata all’unanimità il 25 novembre 2025, il consiglio comunale del centro gallurese ha riparametrato Cala Finanza da zona H (tutela assoluta) a zona F2 (fascia in cui nel Puc sono catalogate «aree già edificate o con la presenza di agglomerati turistici consolidati che necessitano di interventi di riqualificazione urbana, completamento o recupero edilizio»). La risposta, cioè, del Comune di Loiri Porto San Paolo a Tavolara Bay non è stata: “Cala Finanza resta zona H, dove non potete fare niente”, che è la posizione di Todde e dei tecnici del ministero della Cultura. Al gruppo immobiliare il Comune ha risposto: “Vi diamo la zona F2, dove interventi turistici se ne possono fare, ma al minimo”. Sì, al minimo. Ma è un minimo sufficiente ai brasiliani per attuare integralmente la prima fase del loro piano: ristrutturare Villa Joy e posizionare i bungalow. In F2 si può fare.
A denunciare tutto è stato il pezzo di Stella sul Corriere e il sindaco Lai è stato subissato di critiche. Un gruppo di cittadini riuniti nel comitato Sos Cala Finanza ha lanciato una petizione on line che in pochi giorni ha superato le 100 mila firme. In un primo momento Lai si è difeso dicendo Tavolara Bay gli aveva chiesto di far passare Cala Finanza dalla zona H alla zona F4, dove di cemento se ne può mettere parecchio, e che il Comune ha risposto concedendo «solo la zona F2». Ma che argomentazione è se ciò che si può fare in zona F2 è esattamente ciò che i brasiliani vogliono fare a Cala Finanza e che invece il Ppr e le altre norme di tutela ambientale proibiscono? Nella polemica, poi, s’è scoperto che l’amministratore di Tavolara Bay è fratello dell’assessore al Turismo di Loiri Porto San Paolo. Niente di illegale, anche perché l’assessore al Turismo non ha partecipato ad alcuna fase della trattativa con Tavolara Bay, gestita invece dal sindaco. Ma il fatto è comunque decisamente imbarazzante.
Todde ha dovuto intervenire duramente: «I progetti Zes – ha detto la presidente – non possono ignorare le norme regionali. Contro la decisione del governo di autorizzare il progetto di Tavolara Bay abbiamo presentato ricorso al Tar. Se poi il Tar dovesse dare ragione al governo, ricorreremo presso la Corte costituzionale». A quel punto il sindaco di Loiri ha ritirato la sua delibera e il governo Meloni lo ha immediatamente seguito annullando l’autorizzazione concessa al piano dei brasiliani attraverso il ricorso alla normativa Zes. Vittoria piena del fronte ambientalista? Non proprio, perché Tavolara Bay non si è arresa e a sua volta ha presentato ricorso al Tar. I giudici amministrativi hanno annunciato una sentenza di merito (sia sull’opposizione presentata da Todde sia su quella di Tavolara Bay) per il 15 dicembre prossimo. Si è mossa anche la magistratura. Nell’ambito di un’inchiesta aperta per violazione delle norme urbanistiche e paesaggistiche, lo scorso 4 agosto la Procura della Repubblica di Tempio ha disposto il sequestro preventivo di tutte le opere edilizie sinora eseguite a Cala Finanza. Tra gli indagati, il presidente di Jhsf Participações, Felipe Goes De Faria, e l’ex amministratore delegato di Tavolara Bay, Alberto Biancu, nel frattempo dimessosi.
Il caso gallurese illustra come meglio sarebbe difficile quali sono le logiche che regolano l’industria del turismo, le stesse indicate, ormai da tempo, dalla parte più politicamente avvertita del movimento ecologista: il profitto su tutto, anche sulle norme costituzionali che tutelano il paesaggio e l’ambiente. Norme che in Sardegna, secondo le indicazioni del Codice Urbani (il decreto legislativo del 2004 che raccoglie le regole per proteggere l’arte, la storia e la natura del Paese) sono state trasformate in legge dal Piano paesaggistico regionale (Ppr) approvato dalla giunta Soru nel 2006. Giorgio Todde fece parte del Comitato scientifico che lavorò, insieme con l’allora assessore regionale all’Urbanistica Gian Valerio Sanna, alla redazione del Ppr. Per vent’anni le regole di tutela varate allora hanno salvato le coste sarde dalla speculazione immobiliare. E a nulla sono serviti i tentativi di smontarle. Ben tre giunte regionali (quella Cappellacci di centrodestra succeduta a Soru, quella di centrosinistra guidata da Francesco Pigliaru e infine quella ancora di centrodestra presieduta da Christian Solinas) hanno provato snaturare, nel caso del centro destra, o di allentare, nel caso del centrosinistra, i vincoli posti dal Ppr. Non ci sono riuscite perché si sono scontrate contro quattro (non una, quattro) sentenze della Corte costituzionale che le hanno bloccate. Il Piano paesaggistico della Sardegna, infatti, non è altro che l’applicazione, attraverso le indicazioni del Codice Urbani, dell’articolo 9 della Costituzione della Repubblica.
Ma forse non è finita. Ai primi di giugno, proprio mentre scoppiava il caso Cala Finanza, l’attuale assessore all’Urbanistica, Francesco Spanedda, ha annunciato l’intenzione di mettere mano al Ppr per adeguarlo a una situazione che dal 2006 a oggi sarebbe, dice Spanedda, mutata. In vista di ciò l’assessore ha avviato consultazioni tra esperti, ambientalisti e comunità locali, in corso per tutta l’estate. È un passaggio da seguire con grande attenzione. È necessario, ancora una volta, vigilare. Il caso Cala Finanza dimostra che le mire degli speculatori verso la Sardegna sono sempre vive. Sulla linea del pensiero di Giorgio Todde, l’ambientalismo sardo e nazionale, oggi schierato compatto a difesa di Cala Finanza, non ha mancato di ricordare a Spanedda e alla presidente Todde che rispetto al Ppr passi indietro la giunta non ne deve e, soprattutto, non ne può fare (Corte costituzionale docet).
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] Ripubblichiamo per la sua attualità e per la rilevanza della figura intellettuale dell’Autore nella cultura sarda, avendo il testo già pubblicato su Nuova Sardegna del 1° maggio 2005 uno straordinario interesse nell’ambito del dibattito sul turismo sia a livello nazionale che sardo. È anche occasione per mettere in evidenza, seguendo l’allarme che egli diede nei primi anni 2000, il caso di turismo miliardario invasivo di Cala Finanza dove si è sviluppato un movimento di tutela del territorio assai vivace.
APPENDICE
Filosofia delle costruzioni: collaborare con la terra
di Giorgio Todde
In un’aula – antica e conservata – della facoltà di ingegneria un gruppetto riflessivo di studenti si è domandato se esiste un una filosofia delle costruzioni. Esiste, dicevano, la filosofia del diritto, c’è una filosofia della scienza ed esiste, certo, anche una filosofia del costruire: ma non viene insegnata. Eppure un’azione così importante e complessa come progettare e costruire deve essere sostenuta da una filosofia e da un’etica. Sennò si vive in un aldilà, opaco, senza memoria e senza passato.
Finita la discussione che ha lasciato quasi tutti con idee più numerose ma più confuse, ho attraversato la città, Cagliari, per tornare a casa e sono passato dall’ordine del ragionamento al disordine della realtà.
Un’infinità di esempi dolorosi mi si presentavano lungo strada. Filosofia ed etica da queste parti hanno fatto un capitombolo… Guardavo i quartieri e riflettevo che non c’è stata né un’etica e neppure una filosofia che hanno sostenuto la crescita di Cagliari, orribilmente ingrandita dal dopoguerra ad oggi, priva, appunto, di una dottrina del costruire. Cresciuta con la violenza della necessità, perché servivano tetti sotto i quali rifugiare la gente che si inurbava dai paesi dell’isola. Perciò, nonostante la bellezza della posizione naturale, Cagliari è diventata una città brutta cresciuta nel disordine, come un tumore. La necessità, solo la brutale necessità per sessant’anni, ha guidato la nascita di quartieri nuovi e soffocanti. Era necessario costruire case e basta. Non c’era il tempo di fare filosofia.
Questa è la città oggi. E il resto dell’isola? Nelle campagne, nelle coste e sui monti non c’era la folla che premeva per avere un tetto, casomai era il contrario e la gente fuggiva dai paesi. Però c’era altro che spingeva verso la distruzione, qualcosa di forte quanto la necessità.
Oggi, si sa, l’isola è un inferno affaristico e come ogni inferno ha i suoi diavoli. E per colpa dei diavoli l’isola ha perso la memoria ed è diventata roba di dozzina, roba volgare. Tutto è mutato in peggio, tutto avvilito, il paesaggio, i colori. E siamo solo un milione e mezzo in un enorme spazio.
Costruire, qualcuno ha scritto, significa collaborare con la terra.
Collaborare con la terra… Ma quale collaborazione con la terra e con le acque c’è stata da queste parti? Qua abbiamo fatto e costruito contro la terra e contro le acque, contro natura. E la brutalità continua.
Dal cielo le cose, alle volte, si vedono con più chiarezza.
In una bella giornata trasparente, volando sopra le due grandi isole, anche il viaggiatore più distratto nota che la Corsica, vista dall’oblò, è quasi illesa, intatta mentre la nostra isola è dappertutto imbrattata, sfregiata da cemento, porti, agglomerati insensati sull’acqua e sui monti. Nelle giornate più terse si riconoscono anche i particolari più raccapriccianti. Altro che filosofia.
E il fascino del passato è divenuto solo una carta falsa, buona per bari e biscazzieri che raccontano un’isola che non esiste da un pezzo. I nostri paesi.
I nostri paesi erano perfettamente in natura e “collaboravano” con la terra. Lentamente, da sé, sono riusciti nell’intento, dolorosamente contraddittorio, di svuotarsi degli abitanti e di moltiplicare le case. Paesi fantasma. Case brutte, estranee al paesaggio, estranee a chi le abita e crede di avere una casa solo perché ha eretto muri, case mai finite, ciascuna secondo un gusto che ha rotto con la tradizione e fa il verso ai modelli peggiori: costruite contro il paesaggio e contro il territorio. Tutto in uno sconsiderato caos alcolico, ovunque, in ogni luogo.
Avremmo dovuto non costruire ma ricostruire, considerare il passato modificandolo, inseguire il senso del costruire sotto le pietre e sotto i mattoni vecchi. Avremmo dovuto semplicemente imitare noi stessi e cambiare poco, oppure pochissimo. Avremmo dovuto tenere i piedi saldi sul passato e conservare, conservare. La filosofia l’avremmo trovata nelle nostre pietre se avessimo guardato in terra. Iniziare da quello che c’era.
Invece abbiamo creato un paesaggio nuovo e desolato, falsificato la nostra geografia umana. E anche per questo siamo un popolo melanconico e tragico: ci siamo sradicati da soli, ma soprattutto abbiamo perso definitivamente la memoria e non ricordiamo più chi siamo.
E pensare che una filosofia del costruire esisteva nell’isola, una filosofia povera, ma una filosofia. I paesi erano in equilibrio con la terra, erano costruiti con i materiali della terra su cui sorgevano e perciò assomigliavano alla terra, ne riproducevano i colori e perfino l’odore.
Il granito dove il granito era a portata di mano, il mattone di fango dove c’era la paglia e l’argilla, il tufo bianco, pietre splendenti, la trachite bruna, tegole e canne, muri di selce: materia riconoscibile e non estranea. Nulla… tutto scomparso.
Non era un grande sapere ma era un modo di costruire “naturale”, la nostra rappresentazione del mondo intorno. Noi l’avremmo dovuto ricomporre. E, invece, la trasmissione delle memorie si è sgretolata.
Che cosa abbia fatto a pezzi tutto questo non è chiaro.
Ignoranza e povertà, forse, hanno cancellato quello che avevamo il dovere di conservare. Una forma di succube inferiorità davanti a tutto ciò che arrivava dal mondo esterno. La non comprensione del patrimonio povero ma insostituibile. La pressione troppo forte del mondo “civilizzato”.
Quel gruppo di studenti d’ingegneria continuerà a riflettere e comprenderà, speriamo, la responsabilità di chi deve costruire in Natura, l’importanza del “non fare” e capirà che per non fare occorre forza e conoscenza di cosa ci portiamo dentro.
Non fare è un comandamento. E quando si agisce bisogna che l’azione, preceduta da un’idea, sia minima, oppure – ma questo è un compito riservato al genio – grande ma in collaborazione con la terra la quale è inanimata, certo, ma possiede una logica che, se la si offende, genera disastri. Sennò saremo noi i responsabili della creazione di un regno dei morti in terra.
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Costantino Cossu, giornalista, ha studiato a Sassari al Liceo Azuni e a Urbino alla Scuola di giornalismo e alla facoltà di Sociologia dell’Università “Carlo Bo”. Dal 1993 al marzo del 2022 ha curato le pagine di Cultura del quotidiano La Nuova Sardegna. Dal 2004 collabora con il quotidiano Il Manifesto. Ha collaborato con il settimanale Diario diretto da Enrico Deaglio e con la rivista Lo Straniero diretta da Goffredo Fofi e collabora con le riviste Gli Asini e Doppiozero. È stato docente a contratto nel corso di laurea in Scienze della comunicazione dell’Università di Sassari. Per la casa editrice Cuec ha curato il libro Sardegna, la fine dell’innocenza; e per le Edizioni degli Asini il libro Gramsci serve ancora?
Giorgio Todde (17 settembre 1951 – 29 luglio 2020), medico, scrittore e attivista ambientalista, fece parte del comitato scientifico che collaborò alla stesura del Piano paesaggistico regionale approvato dal Consiglio regionale della Sardegna il 5 settembre del 2006.
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