Nato a Düsseldorf nel 1929, Jürgen Habermas è stato uno degli esponenti più giovani della Scuola di Francoforte e si è distinto per un’impostazione che ha guardato alla scienza e alla tecnica con minore pessimismo dei suoi predecessori. Habermas è stato uno degli intellettuali che più di altri hanno saputo incarnare la ripartenza del pensiero politico tedesco dopo l’annichilimento nazista e le sue idee di sfera pubblica e di agire comunicativo hanno esercitato un notevole impatto nel dibattito intellettuale europeo prima, e americano poi. I pilastri concettuali che egli ha modellizzato – democrazia, uguaglianza, giustizia, libertà, razionalità, riconoscimento dell’alterità e non violenza – sono stati successivamente arricchiti da diverse tradizioni critiche.
Queste rielaborazioni hanno prodotto sviluppi in ambiti molto diversi, dal giornalismo alla sociologia, fino alla riflessione femminista e all’archeologia pubblica. Come è noto, per “sfera pubblica” il filosofo tedesco intendeva quegli spazi di discussione paritaria su temi di interesse collettivo sviluppatisi negli ambienti borghesi europei a partire dal Seicento e consolidatisi, tra Ottocento e Novecento, come luoghi di elaborazione di idee capaci di orientare l’operato dei governi stessi.
L’ingrediente essenziale al funzionamento del virtuoso ingranaggio è l’agire comunicativo, cioè il fatto che il dialogo dei partecipanti non sia sottoposto ad alcuna coercizione né ad alcuna ragione immediatamente utilitaristica. Chi partecipa alla discussione deve porsi il “semplice” obiettivo di trovare un punto di incontro su un tema. Non dovrebbe, quindi, schiacciare chi la pensa diversamente, perché il benessere della relazione con gli altri prevale su qualsiasi risultato strumentale. Di conseguenza la salute di una società democratica non si evince esclusivamente dal volume di consenso raccolto da una maggioranza – sia essa simbolica o numerica – bensì dalla salvaguardia di uno spazio di esistenza per le minoranze, quali che esse siano. La teoria di Habermas assume poi un andamento circolare in cui il buon funzionamento della discussione pubblica migliora la gestione della cosa pubblica che a sua volta deve orientare gli sforzi a curare e incrementare il dibattito pubblico, compreso quello spazio rappresentativo destinato alle minoranze.
Va da sé che rileggere tali contributi nel momento storico in cui Habermas è venuto a mancare, il 14 marzo 2026, è un’attività foriera di sensazioni a dir poco estranianti. In un mondo in cui forze oligarchiche capitalistiche controllano la maggior parte dei mezzi di comunicazione, mettono sotto pressione i dispositivi di controllo del potere e mirano alla distruzione di ogni avversario, diventa difficile parlare di “società democratica occidentale” senza cadere in posizioni ingenue. Che si tratti dei crimini genocidiari fieramente ostentati in Palestina o paventati in Iran, dei disumani rastrellamenti eseguiti dall’ICE negli Stati Uniti (i quali si sono tradotti anche in un avvertimento a mano armata degli eventuali oppositori di Trump), o che si tratti dei multiformi tentativi delle destre europee di fare a pezzi i valori antirazzisti e antifascisti, ciò a cui stiamo assistendo negli ultimi decenni è lo scollamento definitivo tra l’esercizio del potere pubblico e le compagini sociali critiche. Eppure, proprio recuperando la riflessione sulla sfera pubblica di Habermas, si intravedono degli spiragli di luce in una generalizzata cupezza che caratterizza l’epoca che stiamo vivendo.
Per una beffarda coincidenza la notizia della morte del grande filosofo tedesco ha colto l’Italia alle prese con un referendum costituzionale durante il quale – per stessa ammissione di vari componenti del Governo in carica – il potere politico ha tentato di porre un freno all’indipendenza dei dispositivi di controllo stabiliti dai padri e dalle madri costituenti, tentando dunque di ergersi ad attore monopolistico del potere, con tutto ciò che questo potrebbe comportare sul piano della salvaguardia delle voci dissenzienti e degli spazi autorappresentativi delle minoranze.
Al di là della disfatta elettorale referendaria che in Italia ha rallentato ma non arrestato una generale mutazione degli Stati occidentali e delle filosofie politiche in senso schiettamente autoritario (per cui l’attacco alla Costituzione Italiana sembra solamente rimandato), uno degli aspetti più interessanti è stata la fragorosa esplosione delle narrative giornalistiche che avevano ritratto la premier Meloni e gran parte dei membri del Governo con i colori dell’infallibilità. Oltre le voci direttamente propagandistiche e quelle semplicemente intimorite di indispettire il corpo elettorale di destra – pur sempre la più numerosa minoranza delle ultime elezioni e dunque un discreto “tesoretto” di consumatori di una stampa in crisi verticale – molti analisti sembrano aver vissuto come un’epifania la totale inadeguatezza della classe politica italiana di rispondere ai bisogni concreti della popolazione e specialmente di quella giovanile (la quale infatti nella stampa e dalla politica viene sovente dipinta con toni inadeguati o caricaturali). Molti analisti sembrano non aver colto gli indizi provenienti dagli stessi social media spesso indicati come strumenti della propaganda. Già dalle manifestazioni pro-Palestina del 2025, infatti, questi spazi avevano iniziato a produrre dinamiche di critica e disapprovazione nei confronti delle figure politiche dominanti, le quali sono state poi soverchiate da un flusso di commenti di disapprovazione tra febbraio e marzo 2026. Dopo poche ore dal risultato elettorale, improvvisamente, il giornalismo italiano mainstream ha dovuto prendere atto che il Paese reale non combaciava con quello che esso – pressoché in blocco compatto – aveva narrato di concerto o su diretta committenza della politica.
Tutto questo processo ha gettato una luce diversa sul rapporto tra sfera pubblica e mass-media. Se da un lato esso ha reso evidente lo strapotere di risorse e di mezzi che il capitalismo oligarchico è capace di impiegare nel campo della propaganda e dunque nella costruzione delle cornici attraverso cui la gente interpreta e misura le questioni pertinenti alla sfera pubblica e alla politica, d’altro canto ha messo in mostra quanto – grazie all’opera meritoria e addirittura sacrificale di un’assoluta minoranza del personale dell’informazione – esista una società civile viva, numerosa, capace di presidiare gli spazi fisici, responsabile e solidale che rigetta in blocco il culto del dominio, del razzismo, della guerra, dell’annientamento genocidiario, del cinismo e dell’indifferenza propugnato dai media mainstream e dai soggetti politici nazionalistico-autoritari.
Al di là dell’immobilismo amministrativo, dell’inadeguatezza morale e del fiato corto ideologico mostrato dai membri di un partito ritrovatosi alla testa di una coalizione di Governo, pur essendo storicamente disegnato per stare all’opposizione o per sopravvivere all’ombra di una compagine più numerosa e “moderata”, sono innumerevoli gli indizi che permettono di desumere le principali matrici della sconfitta referendaria in una scommessa persa riguardo al lavoro culturale compiuto da questa classe politica nel tentativo di realizzare una trasformazione antropologica degli italiani in senso razzista e autoritario.
Facendo mostra di poca lungimiranza, scarso senso tattico e probabilmente tradendosi con la medesima immagine di italianità posticcia che andava elaborando, il governo guidato da Giorgia Meloni ha ostentato la propria vicinanza agli Stati Uniti nel momento in cui l’influenza culturale di questa nazione è in crisi sin dalla prima amministrazione Trump ed è attualmente in caduta libera nello scenario globale (persino nell’ambito del consumo dove si assiste ad una costante affermazione di prodotti e trend turchi, cinesi, coreani, giapponesi e – paradossalmente – italiani!). Il governo ha poi mostrato la sua totale subalternità ad Israele e alle sue politiche genocidiarie, forse anche in questo caso scommettendo sull’islamofobia e il razzismo nella società italiana che è sicuramente presente ma non nella diffusione e nella forza che magari esso si aspettava.
Infine, nella campagna referendaria, sin dai primissimi giorni, diversi personaggi della politica e della sfera mediatica governativa hanno impostato la discussione primariamente sull’obbiettivo di realizzare una punizione collettiva dei giudici e solo accessoriamente migliorare il funzionamento della giustizia; un tema che, mi sembra, tocca molte meno persone di quanto ne dica la stampa e che ha finito per mettere in scena un cortocircuito narrativo: il Governo che rivendica ordine e disciplina mentre tenta di sottrarsi ai dispositivi di controllo. In un Paese in cui le politiche sociali sono state narrate dalla maggioranza della politica parlamentare – di Destra ma anche di “Sinistra” – come un ostacolo da abbattere per incentivare la “meritocrazia”, l’utilizzo delle urne per affermare un privilegio è stato un azzardo pagato a carissimo prezzo.
In generale, in uno scenario globale in cui si sta assistendo allo sfoggio sempre più compiaciuto del suprematismo degli Stati Uniti e di Israele, attraverso degli stili comunicativi che mescolano ambiguamente la fiction con la realtà e il razzismo con la malvagità di certi personaggi dei film di fantascienza, dei fumetti e dei manga, il Governo guidato da Giorgia Meloni si è lasciato affondare dal peso di questi “alleati” partecipando ad una narrazione che oltre a contrastare con quella idea nostalgica di patriottismo radicata in una parte forse neppure troppo influente del corpo elettorale di destra, ha soprattutto stimolato il rigetto in quella popolazione italiana che evidentemente si è vista palesemente minacciata dal Governo.
Ma posto che, come sembra a molti, il comportamento del Governo rispetto all’aggressività trumpista e al genocidio dei palestinesi ha avuto un’influenza decisiva nel trasformare il referendum in un’elezione per cacciare Giorgia Meloni, e considerato che i problemi con la magistratura sono un tema che forse tocca più gli anziani che non i giovani-adulti, mi sembra che a svolgere un ruolo cruciale in questa sfiducia generazionale del Governo italiano sia stato proprio il tentativo di affermare un linguaggio marziale e casermesco che probabilmente – volendo usare delle etichette generazionali evocative – va ancora a genio alla cosiddetta Generazione babyboomer (1946-1964) e alla Generazione X (1965-1980), ma si adatta piuttosto male alla sensibilità più comune nella Generazione Millennials (1981-1996) e molto male a quella della Generazione Z (1997-2012). Questa tendenza è mostrata dal sondaggio sulla partizione dei voti del Referendum Costituzionale 2026 che il consorzio Opinio Italia ha realizzato per la Rai [1]. Ne è risultato che il 61,1% delle persone tra i 18 e i 34 anni hanno votato per il No, mentre il 38,9% ha votato per il sì. Tra i 35 e 54 anni ha votato No il 53,3% dell’elettorato mentre per il Sì avrebbe votato il 46,7%. Oltre i 55 anni la forbice però si assottiglia moltissimo e se il No è stato votato dal 49,3% delle persone il Sì è stato scelto dal 50,7%. A grandi linee, il Sì ha vinto di misura tra i Boomer e in parte della Generazione X (notoriamente subalterna al potere simbolico dei primi), mentre il No si è affermato per distacco tra i Millennials e la Gen Z.
Per quanto indubbiamente la salvaguardia della Costituzione Italiana abbia svolto un ruolo importante nell’orientare la scelta verso il No di questo corpo elettorale giovanile, tale motivazione non spiega esaurientemente il risultato dell’elezione; e ciò non solo perché la Costituzione è vista come un presidio di giustizia e democrazia anche dalle altre generazioni che hanno votato No e da molte di quelle che hanno votato Sì (che tuttavia, francamente, hanno agito secondo delle motivazioni che mi sono parse cervellotiche o troppo ingenue riguardo alla storia della Destra italiana), ma anche perché trend elettorali anti-autoritari simili si erano visti un po’ ovunque in Europa e negli Stati Uniti [2], come quando nel Novembre 2025 c’era stata l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York [3]. Si tratta di differenze e similitudini che sembrano dunque mostrare “lo zampino” della cultura nel senso più schiettamente antropologico del termine, cioè quell’insieme di disposizioni simboliche frutto dell’esperienza quotidiana che nel mondo contemporaneo è in costante comunicazione tra sfera locale e globale.
Ma che cosa distingue l’esperienza quotidiana di queste nuove generazioni? In primo luogo il fatto di essere cresciute in una società in cui a parità di investimento di energie e risorse corrispondono risultati molto più modesti di quelli ottenuti dalle generazioni precedenti. In secondo luogo, l’esposizione, fin dall’infanzia, a una pluralità di immaginari culturali resa possibile sia dalla convivenza negli spazi comuni che dal digitale. L’impressione è che i giovani, generalmente, abbiano avuto maggiori possibilità di stabilire relazioni paritarie con coetanei di culture o discendenze diverse anche perché hanno potuto condividere generazionalmente lo scotto delle promesse mancate. Il loro sguardo è diverso rispetto a coloro che gli “stranieri” li hanno visti “arrivare” da assoluti subalterni e ora sospettosamente li osservano tramutarsi in concorrenti del proprio posizionamento sociale; in termini un po’ bruschi si può dire che se i primi sono abituati a dare un volto familiare all’alterità culturale e a darla quasi per scontata, i secondi ne hanno un’esperienza più distaccata e magari influenzata negativamente dagli accenti della cronaca giornalistica.
Sembra poi che questa predisposizione al riconoscimento dell’alterità e della diversità – certamente incentivata dal capitalismo e strettamente connessa all’appartenenza alla classe media – sia anche alla base di precisi stili consumistici e dunque specifiche sensibilità nelle quali, non a caso, i temi della fragilità, dell’imperfezione e della sconfitta tendono a sostituire quelli della forza, della precisione e della vittoria schiacciante. In tale prospettiva, si può leggere, ad esempio, la ricorrenza della catastrofe atomica nei manga, nei videogiochi e negli anime giapponesi come una forma di elaborazione culturale della vulnerabilità e del trauma capace di attrarre un consumo globale interessato a simili questioni.
Analogamente, e forse soprattutto per il pubblico mediterraneo e dell’Est Europa, ci si potrebbe interrogare sul successo di alcune serie tv turche che affrontano i temi del rapporto tra tradizione e modernità e tra scelte individualistiche e legami familiari evidentemente meglio di quanto non facciano molte scintillanti serie tv americane; e si potrebbe interpretare il proverbiale “pressapochismo” degli italiani – spesso celebrato come segno di genialità e creatività nella comunicazione dei social come Instagram e TikTok – come un’estetizzazione dell’imperfezione, ovvero come una pratica culturale che rielabora e ridicolizza, almeno in parte, l’ottuso imperativo dell’ordine e della precisione dei governi autoritari.
Tradotto in termini habermassiani ciò significa che la sfera pubblica è sicuramente influenzata dalle forze del capitalismo oligarchico ma le logiche del consumo e la peculiare stratificazione delle società euroamericane hanno involontariamente e inaspettatamente dato vita a valori positivi, in ragione dei quali le persone formano un’opinione pubblica capace di rifiutare il suprematismo e l’esercizio dell’autorità. D’altro canto, e questo è infatti il punto più dibattuto della critica ad Habermas, bisogna riconoscere i rischi derivabili dal fatto che l’individuazione di questi valori positivi si sviluppa all’interno di una cornice che è pur sempre stata modellizzata dal capitalismo e dalla sua astratta idea di umanità. Se la diffusa sensibilità delle nuove generazioni per il rispetto delle diversità e per il rifiuto dell’autorità sembra molto positiva, d’altro canto questa impostazione potrebbe mostrare le corde nel momento in cui si tratta di produrre una messa in questione più radicale dell’intero sistema. In altre parole, ripetendo il classico limite delle democrazie liberali, il rischio è che il rifiuto di qualsiasi principio di autorità e la neutra e astorica accettazione di ogni imperfezione si traduca nella sterilizzazione di qualsiasi lotta per il cambiamento, anche di quelle mirate a migliorare le condizioni di coloro che non hanno udienza nella sfera pubblica.
Tuttavia, se circoscriviamo la riflessione al caso italiano mi sembra che proprio la presenza di una Costituzione così peculiare ci apra la possibilità di battere una strada che, molto significativamente, risulta di estrema attualità nell’opera di contrasto al capitalismo oligarchico. Effettivamente, dal momento che viviamo da qualche tempo in una situazione di incertezza in cui razzismo, guerra, sopraffazione, genocidio e annientamento nucleare sembrano opzioni assai concrete, noi oggi siamo condotti a vivere in uno stato emotivo che appare molto simile a quello che avevano vissuto i padri e le madri costituenti alla fine della Seconda Guerra Mondiale. È chiaro, da allora ci sono stati molti cambiamenti ma proprio la struttura del testo costituzionale, con il suo impianto liberale, democratico, sociale, strutturalmente antifascista e soprattutto con il suo impegno a mutare la società nel segno di questi valori, potrebbe venire in soccorso di una Sinistra resasi colpevolmente prigioniera del modello capitalistico e del suo diktat There is no alternative.
Da antropologo mi sembra che in questa operazione di attualizzazione della Costituzione il campo del patrimonio culturale e l’industria creativa del Paese assumano un ruolo veramente strategico, dal momento che è attraverso degli usi virtuosi di questi capitali simbolici che possono essere messi in circolazione i valori di uguaglianza e solidarietà che contrastano il cinismo utilitaristico dei governi autoritari. Lo ha già capito persino il Governo di Giorgia Meloni che infatti si è cimentato in un tentativo di affermare il valore dell’identità italiana (un obbiettivo revisionistico e irrazionalistico oltre che incostituzionale). Quel che bisogna allora continuare a fare in Italia, soprattutto sfruttando il peso dei mezzi di comunicazione di massa e le possibilità offerte dall’arte e dalla creatività, è portare al centro della sfera pubblica i valori costituzionali, in questo modo si può innescare quel processo virtuoso descritto da Habermas in cui il buon funzionamento della discussione pubblica alimenta e tutela la gestione della cosa pubblica.
Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026
Note
[1] https://tg24.sky.it/politica/2026/03/23/voto-giovani-referendum?card=last
[2]https://www.ilsole24ore.com/art/da-roma-budapest-passando-parigi-ecco-come-votano-giovani-europei-AIiAOmJB
[3] https://circle.tufts.edu/latest-research/young-voters-power-mamdani-victory-shape-key-2025-elections
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Fulvio Cozza, PhD in Antropologia culturale ed Etnologia presso la Sapienza Università di Roma, è assegnista di ricerca presso l’Università per Stranieri di Siena nell’ambito del progetto “Memoria Orale e Etica dell’Archeologia a San Casciano dei Bagni”. I suoi studi riguardano l’antropologia della vita quotidiana, le pratiche archeologiche, i patrimoni culturali e il senso dei luoghi.
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