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«La novità antica», la minestra di Domine Cabra e il furiadroxu: un modo di leggere. Per Paolo Cherchi

9788833290515_0_0_536_0_75di Roberta Morosini 

«temo di perder viver tra coloro /che questo tempo chiameranno antico»

(Par. XVII, 118-120) 

Ben veggio, padre mio, sì come sprona/ lo tempo verso/ me, per colpo darmi/ tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona;/ per che di provedenza è buon ch’io m’armi,/sì che, se loco m’è tolto più caro,/io non perdessi li altri per miei carmi. 

(Par. XVII, 106-111) 

Comincio da Dante, perché è da lì che si capisce tutto. Quando, nel Paradiso, Dante affida a Cacciaguida le sue paure – «sì che, se loco m’è tolto più caro, io non perdessi li altri per miei carmi» e «temo di perder viver tra coloro che questo tempo chiameranno antico» – nomina insieme due perdite: quella del luogo più caro e quella della voce. È difficile non sentire, dentro queste parole, qualcosa che riguarda anche Paolo.

Nel suo ultimo libro, Le meraviglie di Eco (Lecce, Milella 2024), Paolo torna a una figura fragile e insieme potentissima: non Narciso, ma Eco. Il saggio iniziale, che dà il titolo al volume, è quasi una monografia ed è dedicato proprio a questo mito. È uno dei più studiati, anche oggi, ma la novità della sua lettura consiste nello staccarlo da Narciso e nel ricondurlo al fenomeno della ripetizione della voce. Tale separazione si compie con Petrarca, che vede in Eco la propria voce interiore e inaugura il genere del soliloquio o della presenza dell’alter ego, destinato a diventare una costante nella lunga durata del petrarchismo, come ha illustrato con grande acume Giuliana Adamo in La fortuna del mito di Eco, voce interiore cara ai poeti. Il singolare e splendido volume di Paolo Cherchi («Il Sole24 ore» (2 settembre 2025).

Un altro momento decisivo è la sua presenza nella predicazione barocca, campo quasi ignorato dagli studiosi e invece ricchissimo: una voce che, come quella di Dio, sembra non avere dietro di sé una presenza corporea e tuttavia è sempre pronta a rispondere a chi la interroga. Lo studio arriva fino alle teorie moderne del decostruzionismo e all’ermeneutica di Paul Ricoeur, mostrando come vive un mito – soprattutto un mito come Eco, che per essere se stesso deve essere sempre un altro: una voce senza soggetto e senza senso proprio, e nondimeno una presenza che conserva sempre l’ultima parola.

Ma Eco, in Paolo, non è solo una categoria critica: è una condizione vissuta. Lo si capisce anche da un dettaglio, che per me è rimasto decisivo. Intrattenendoci intorno al mito di Eco, gli avevo mandato un mio saggio su pittura e scrittura (Come pintor che con essempro finga, «Heliotropia», 18-19, 2021-2022). Mi rispose che a lui interessava «il suono dipinto». Era il punto esatto: non la figura, ma ciò che non si lascia vedere; non l’immagine, ma la voce. Come nell’epigramma di Ausonio – Echo pictam – che Paolo aveva ripreso e studiato sia nel lavoro dedicato alla sua collega presso l’Università di Chicago, «Per Rebecca West», pubblicato in Critica Letteraria (2025, n. 2), sia nella sua riflessione più ampia sulla tradizione: «se vuoi dipingermi, dipingi il suono». È lì che Eco diventa ciò che è per lui: una voce senza corpo, che esiste solo nel suo risuonare, e che proprio per questo chiede di essere continuamente riportata, ripresa, rilanciata nel tempo.

Basta allora tornare alle sue lettere: «Adesso sono senza progetto e questo mi deprime molto… altrimenti si langue» (17 febbraio 2025). E insieme la delusione per la mancata circolazione dei libri: «non c’è in nessuna biblioteca americana e italiana […] pubblicare senza costi è bello, ma se questo poi significa seppellire i libri, no».

«Seppellire i libri». Qui la paura prende una forma ancora più netta: non solo dimenticare, ma essere dimenticati. È una paura antica, quella dei poeti, che Paolo riconosce e riattiva: perché un libro che non circola non scompare, viene sepolto – sottratto alla voce, ai lettori, al tempo. Non è una paura privata: è una questione di circolazione della conoscenza. In un’epoca digitale che moltiplica i testi e insieme li disperde, la risposta non è il silenzio, ma l’insistenza: leggere per cercare, fare ricerca per riportare alla luce, riattivare ciò che rischia di restare interrato, non lasciare che ciò che ha valore vada perduto. È, in fondo, un invito a non far naufragare.

Questa stessa urgenza si ritrova anche nel suo lavoro più recente. Nel 2025, con un entusiasmo contagioso, mi fece leggere un saggio su Boccaccio: aveva fatto una scoperta e mi chiese: «a chi posso mandarlo?». Era la stessa tensione, lo stesso timore: che una scoperta potesse andare perduta. Il titolo era già una dichiarazione: Boccaccio: un’arma nelle pagine del luterano Matthias Bernegger, pubblicato in «Studi sul Boccaccio», 53 (2025), e dedicato «Alla memoria di Francesco Bruni», il compianto amico, studioso che riportò l’attenzione su Boccaccio e l’invenzione della letteratura mezzana (Il Mulino, 1990). Ricordo anche la sua gioia, quasi incredula, quando il saggio fu accolto da Carlo Delcorno.

Ma qui si vede anche un’altra cosa: Paolo è stato tra i primi a riconoscere, nelle Genealogie deorum gentilium di Boccaccio, non solo un repertorio mitografico, ma un luogo di invenzione (P. Cherchi, Gli inventori delle cose nelle Genealogie di Boccaccio, per «Critica del testo», 16. 3. 2013: 85-118). Attraverso la genealogia di una serie di creatori, le cui invenzioni sono trasmesse dalle antiche favole – supportate non solo da Vitruvio ma anche da altre fonti scientifiche, e dunque affidabili – Boccaccio mostra che i poeti non sono bugiardi («poetas non esse mendaces», XIV, xiii: 3–5), ma uomini molto istruiti, dotati di intelligenza e abilità. Nelle Genealogie (XIV, xvii) si sofferma a lungo sulle loro capacità: non meri imitatori, e dunque non semplici scimmie dei filosofi; si potrebbe piuttosto dire che sono scimmie della natura, laboriose come le scimmie. Il lavoro, dunque. Non è un caso che questo punto fosse centrale per Paolo.

Nel saggio Lavoro e letteratura nel Rinascimento (From Otium and Occupatio to Work and Labor in Italian Culture, in «Annali d’Italianistica», a cura di N. Bouchard e V. Ferme, 32, 2014: 31–52), insiste su un dato tanto evidente quanto rimosso: il lavoro accompagna l’uomo fin dalle origini, e tuttavia entra tardi nella letteratura (vedi anche Paolo Cherchi, Il lavoro pratico arriva alla letteratura, in Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà, Firenze University Press, 2024: 447–454). Il paradosso è che la sua assenza dipende dalla sua eccessiva presenza: troppo quotidiano per attirare l’attenzione degli autori, che prediligono l’eccezionale. A questo si aggiunge una gerarchia antica, che distingue tra lavoro manuale – necessario, fisico, universale – e lavoro intellettuale – creativo, riservato a pochi – con il risultato che la letteratura si concentra su quest’ultimo e lascia il primo nell’ombra.

Eppure proprio questo ritardo è rivelatore. Paolo legge il Rinascimento come il momento in cui una lunga tradizione – fatta di resistenze, di inerzie, di “vischiosità” – raggiunge un punto di maturazione: il lavoro comincia a emergere come tema perché cambia la mentalità che lo sostiene. Non è un’apparizione improvvisa, ma l’esito di una lunga durata, di una trasformazione lenta che rende visibile ciò che era sempre stato sotto gli occhi.

cherchi-amestriIn questa prospettiva, il lavoro pratico entra nella letteratura non come semplice oggetto di rappresentazione, ma come indice di un mutamento culturale profondo. Ciò che nel Medioevo era relegato tra le arti “meccaniche” o minori – il lavoro manuale, le figure dei lavoratori – acquista progressivamente visibilità tra Quattro e Cinquecento. Paolo legge questo passaggio attraverso una prospettiva di lunga durata, mostrando come il rapporto tra lavoro fisico e lavoro intellettuale si trasformi lentamente, fino a ridefinire anche lo spazio della letteratura. Questa attenzione si estende anche alla dimensione formativa e personale del sapere. In Maestri. Memorie e racconti di un apprendistato (2019), riflette sull’esperienza dell’insegnamento e sulla figura del maestro, ripensando il ruolo degli italianisti fuori dall’Italia e il valore di una trasmissione che è insieme intellettuale e umana. Ne emerge un tratto costante del suo lavoro: la capacità di tenere insieme analisi filologica e attenzione per ciò che resta ai margini – per chi non ha voce, per ciò che la tradizione ha trascurato.

Nel 2020 comincia la sua collaborazione con Dialoghi Mediterranei: si sentiva a casa, accolto. A queste pagine affida un numero consistente di saggi, trovando uno spazio di circolazione che rispondeva a una sua esigenza profonda: non lasciare i testi senza approdo. Anche qui il gesto è lo stesso: portare alla luce ciò che non è stato visto, restituire centralità a ciò che sembrava marginale.

Non è un caso che lì si sentisse a casa: condivideva la visione della rivista, quella di un mare che ispira il dialogo e lo tiene aperto. Lo si vede già nella sua lettura del Tirant lo Blanc, nel capitolo Ammiraglio Tirante. L’ideale di un Mediterraneo unito (Mucchi, 2008), poi ripreso in «Tirant» (19, 2016: 161–184): il mare separa e unisce popoli e culture; Tirante è ammiraglio oltre che cavaliere; e, naufrago in Africa, conoscendo i suoi nemici nel loro mondo, trasforma il proprio ruolo, da conquistatore a figura capace di governare, dentro un orizzonte insieme ideale e utopico, di matrice lulliana. È anche da qui che si comprende quanto il versante ispanistico attraversi il suo lavoro senza mai venire meno.

cover_cherchi_3dPaolo nasce come ispanista, e non va dimenticato questo versante degli studi, che resta essenziale nel suo percorso. Mi scriveva di Studi ispanici. Fonti, topoi, intertesti (Milano, Ledizioni, 2022), in una lettera del 14 maggio 2022, quasi come di un congedo da quegli studi; ma era un congedo solo apparente, perché quei temi, quelle letture, quelle fedeltà ritornano e riemergono proprio nei libri estremi (si pensi al contributo su El Conde Lucanor in Le meraviglie di Eco). Era entusiasta anche dell’illustrazione di copertina – la Cascata monumentale, Parc de la Ciutadella, Barcellona. Non posso non lasciare che sia Paolo stesso a spiegarci la genesi di questo volume: 

Introduzione considerazioni minime su ‘fonti’, ‘topoi’ e intertesti
Molte ragioni mi hanno fatto esitare a produrre questo libro che è piuttosto una “raccolta” di esperienze filologiche e di ricerche occasionali. Da una parte mi frenava il valore modesto dell’impresa e la consapevolezza che difficilmente avrebbe trovato lettori interessati alle ricerche minute che vi si raccolgono, minuzie che, una volta portate alla luce, esauriscono la funzione per le quali sono nate, e nei casi migliori forniscono materia per qualche nota a piè di pagina in studi ben più robusti. Ristamparle potrebbe sembrare un gesto di petulanza, di fastidiosa insistenza a riconsiderarne il valore, convinto che dopo tutto questa minutaglia aveva pur avuto una funzione, ora risolvendo una crux ora chiarendo un’allusione o un passo oscuro ora indicando una fonte e, insomma, tutto quel tipo di cose contemplate dall’esegesi letteraria, ma ritenute inutili nell’esercizio della critica letteraria vera e propria che studia il valore estetico delle opere letterarie. Dalla parte opposta premeva un vecchio desiderio di matrice sentimentale: quello di raccogliere i miei lavori di ispanistica come testimonianza di un interesse mai del tutto realizzato e mai del tutto abbandonato, cioè quello di fare di professione l’ispanista. L’ispanistica è stato il primo campo di studi in cui ho fatto i miei primi passi da studente di filologia romanza, con una ricerca sulla fortuna europea del Don Quijote, che poi costituì la pubblicazione del mio primo libro. In spagnolo scrissi il mio primo articolo su Croce ispanista, e ad un argomento spagnolo dedicai la mia prima nota su Hobbes e Don Quijote. Ma poi le cose sono andate in direzione diversa. Spostatomi negli Stati Uniti ho dovuto cambiare area di studi e dedicarmi prevalentemente all’italianistica, e gli studi ispanici hanno dovuto prendere un posto secondario, quasi da hobby. Comunque, ho continuato a leggere e ho fatto sporadicamente delle ricerche quando mi sembrava di poter chiarire qualche punto o interpretare in modo inedito qualche testo, ma non ho mai dedicato un impegno pieno a produrre lavori voluminosi, come libri o edizioni. Raccogliere le ricerche di questi anni era il modo più rapido per offrire una testimonianza della mia fedeltà alla materia ispanica, ma era anche rischioso. Infatti, i libri non sono sempre o soltanto la mostra delle capacità intellettuali dell’autore: spesso sono anche la spia delle sue debolezze, e nella fattispecie questa debolezza era palese perché la motivazione sentimentale era troppo scoperta. I sentimenti sono comprensibilissimi e perfino accettabili in lavori scientifici, ma possono degenerare in vizio, e i vizi costano magari le spese di stampa (Paolo Cherchi, Studi ispanici. Fonti, topoi, intertesti, Milano, ledizioni, 2022: 13-14. Corsivo nostro). 

Anche qui si riconosce il suo modo di lavorare: nulla viene davvero abbandonato, se continua a chiedere di essere ripreso, rimesso in circolo, riletto, mai come gesto di petulanza, di fastidiosa insistenza a riconsiderarne il valore. È significativo che proprio in Le meraviglie di Eco riemergano figure, motivi e testi di quella costellazione iberica – è il caso di El Conde Lucanor – segno che per lui gli studi non si chiudono, ma ritornano, cambiano luce e trovano un altro approdo.

minima-garzoniana-studi-su-tomaso-garzoni-paolo-cherchi-copertinaE Garzoni ritorna. Ha curato l’edizione delle opere di Tomaso Garzoni (Opere, 1994; La piazza universale di tutte le professioni del mondo, 1996) era stata un’esperienza viva, quasi bruciante. Fino a pochi mesi fa me ne parlava ancora, con una nota di amarezza: non tanto per rivendicare, quanto per il senso di un lavoro a cui aveva dato molto e che aveva preso altre strade, rischiando anche di allontanarsi dal suo orizzonte originario. Anche qui si riconosce la sua urgenza costante: salvare, riportare in circolazione, non lasciare che ciò che ha valore venga sepolto. Da questa necessità nasce il ritorno a Garzoni, affidato alle cure dell’amico Alfio Longo, nel volume Minima garzoniana. Studi su Tomaso Garzoni (Ravenna, Longo, 2024).

Il mare arriva dopo, dopo una lunga pratica della forma. È in questo passaggio che si comprende il lavoro di Paolo su Giambattista Marino (1569–1625): lo sguardo si sposta verso l’acqua – già nella Lectura Marini a cura di Francesco Guardiani (Ottawa, Dovehouse, 1989: 296), e poi in La metamorfosi dell’Adone (Ravenna, Longo, 1996: 83-109), centrata sulle trasformazioni delle figure e dei nomi.

thumbnailSolo dopo, nel 2017, in Adone mediterraneo (P. Cherchi – R. Morosini, «Lettere italiane», 69: 83–109), quella intuizione si precisa. Paolo tiene a dirlo: «questo articolo è stato scritto a quattro mani». È una frase semplice, ma è un gesto preciso: il maestro si affida, e si fida. Da lì anche il mare cambia statuto: la periegesi di Venere si tende in linea, si fissa in figura, si incide come iscrizione – la “A” di Adone tracciata sull’acqua. Il mare diventa superficie, quasi un foglio: non più sfondo, ma luogo in cui la forma si scrive. Lo stesso sguardo ritorna nella sua traduzione del Tirant lo Blanc (Einaudi, 2013), dove il mare è spazio reale di attraversamento, esperienza, rischio e commercio.

Paolo Cherchi ha un modo tutto suo di invitare il lettore nei suoi libri: un esordio sotto voce, quasi un “sermone oraziano”, in cui, come mi ha scritto in una delle sue lettere, in seguito alla pubblicazione de Le meraviglie di Eco, si presenta come portatore di merci curiose e serie. Emblematica è l’immagine della minestra nel pensionato di Domine Cabra. Il riferimento richiama il mondo picaresco di Quevedo, e l’eternità del libro, intitolato Erranze libridinose. Ricerche erudite su testi rari e dimenticati, un libro «senza principio e senza fine», che si rimescola a lungo nella speranza di trovarvi qualcosa – un cece, una lenticchia. Non è solo un’immagine ironica, ma una dichiarazione di metodo. Quel libro – Erranze libridinose – come altri suoi, non obbedisce a un ordine lineare: è una raccolta di saggi autonomi, leggibili dall’inizio alla fine, dalla fine all’inizio, o entrando nel mezzo e muovendosi liberamente. Il lettore è attirato da questo invito sorridente e procede in una lettura che molti hanno riconosciuto come un capolavoro di erudizione, ‘senza principio e senza fine’, aperto a continue scoperte. È l’Arcimboldo di libri in copertina di cui andava fiero.

È la stessa modalità che ritorna nei lavori successivi. Paolo Cherchi apre richiamando figure inattese, come Caramuel, per molti un illustre sconosciuto, e costruisce attorno a esse un percorso fatto di giochi letterari, testi dentro altri testi, combinazioni e sorprese. Il libro si offre così come una sequenza di scoperte, in cui il lettore è continuamente coinvolto e chiamato a cercare. In questa immagine di Cabra si riconosce il modo in cui Paolo vede se stesso: non come autore di un sistema chiuso, ma come lettore e scopritore che rimescola materiali, li attraversa, li riporta in circolo. La sua ricerca non procede per ordine rigido, ma per accumulo, ritorni, scarti, connessioni impreviste. Ed è proprio qui che si colloca la sua “novità antica”: non l’invenzione del nuovo, ma la capacità di far riemergere ciò che già esiste, riconoscendone l’attualità, restituendolo alla lettura.

onestadeÈ lo stesso sguardo dell’“onestade”, ossia di un criterio morale anch’esso duraturo ma fluttuante, che nella sua storia sembra poter includere e coinvolgere anche la vicenda di Lucrezia (cfr. Il tramonto dell’onestade, Edizioni di Storia e Letteratura, 2016), che ho recensito con il titolo Lucrezia: eroina e no. Considerazioni in margine a due recenti studi sulla “onestade”, in «Intersezioni. Review of the History of Idea», XXXVII, 2-7, 2017: 249–266). Non segna una fine, ma una trasformazione: una continuità che si ridefinisce senza esaurirsi. E Paolo tornerà su Lucrezia nel volume in omaggio all’amico Giorgio Ficara, Letteratura permanente: poeti, scrittori, critici per Giorgio Ficara (Milano, La nave di Teseo, 2022: 227–239), con un contributo su Anton Giulio Brignole Sale: Tarquinio e lo stupro di Lucrezia.

Qui la lettura si fa più esigente: pratica di intelligenza e di metodo, capace di portare alla luce strutture nascoste, figure invisibili, possibilità di interpretazione fin lì non ancora emerse. È proprio nel Tirante che prende forma con maggiore chiarezza un’idea di Mediterraneo unito: non spazio di separazione, ma rete di passaggi, contatti, continuità. In tutte queste note affiora sempre qualche appiglio con il mondo italiano o con la cultura mediterranea in generale. È questo appiglio – minimo ma costante – che tiene insieme le distanze e le trasforma in relazione.

L’attenzione al lettore attraversa anche questo lavoro. Nell’introduzione alla traduzione dal catalano di Tirante il Bianco, Cherchi illustra il suo metodo: «la (ri)scoperta di una novità antica». Il suo è un rispetto profondo per il lettore, una discrezione nell’entrare nella sua casa. Vuole un Tirante leggibile oggi, in italiano, da chiunque, partendo dal presupposto che il traduttore non può permettersi il lusso di essere semplicemente fedele all’originale, ma deve trovare un compromesso: sostituire l’idea di “fedeltà” con quella di “lealtà”, ispirata dal duplice dovere verso l’autore e verso il lettore.

Lealtà e amicizia, due parole chiave nella vicenda umana e accademica di Paolo Cherchi. Nel 2008, prende vita Ammiraglio Tirante. Studi sul Tirant lo Blanc, presso la casa editrice Mucchi (Mòdena: STEM Mucchi Editore, 2008), la gioia di condividere la veste marittima del cavaliere Tirante. Paolo apre con una riflessione tra le più belle sull’amicizia. La presenza del Tirante in una collana di letteratura italiana potrebbe sembrare un’anomalia; e lui stesso, con ironia, rifiuta l’idea di essere un intruso. Ma subito chiarisce: 

«è l’amicizia ad aver reso possibile questo libro. Non come favore o eccezione, ma come spazio di conversazione, di apertura, di ripensamento dei confini. L’amicizia, in questo senso, non è marginale: è ciò che permette alla letteratura di uscire da se stessa senza perdere identità. Non il comparativismo delle fonti, ma una circolazione più ampia, una copresenza di esperienze e di idee che attraversano lingue e culture» (Ammiraglio Tirante.Studi sul Tirant lo Blanc, Mòdena: STEM Mucchi Editore, 2008). 

9788870007817_0_0_0_0_0È grazie a questa rete discreta che il Tirante può entrare nella “letteratura italiana” non per appartenenza linguistica, ma per affinità, per irradiazione. Anche qui, il gesto è lo stesso che attraversa tutto il lavoro di Paolo: allargare senza forzare, mettere in relazione senza ridurre, far emergere ciò che già esiste ma non è stato ancora visto. E in questo, l’amicizia non è solo un’origine biografica: è una forma del sapere.

È dentro queste conversazioni che nasce l’idea di allargare lo spazio della letteratura italiana oltre i suoi confini linguistici, non per dissolverla in un generico comparativismo, ma per vedere dove arrivano le sue idee e, viceversa, fin dove entrino nel suo tessuto esperienze e forme elaborate altrove. Non si tratta di cercare fonti o contatti diretti, ma di riconoscere una copresenza di tendenze, una simultaneità di esperienze culturali che si sviluppano in aree diverse e tuttavia affini.  In questo senso, l’amicizia non è un elemento biografico, ma una forma del sapere: è ciò che permette aperture senza forzature, che consente di mettere in relazione senza ridurre. È uno spazio discreto, ma decisivo, in cui il lavoro critico si costruisce come dialogo, come fiducia, come possibilità di vedere insieme ciò che da soli resterebbe invisibile.

È anche così che il Tirante entra in una prospettiva mediterranea: non per appartenenza, ma per irradiazione. Come scrive Paolo, «in tutte queste note spunta sempre qualche appiglio con il mondo italiano o alla cultura mediterranea in generale». È questo appiglio – minimo, ma continuo – che tiene insieme le distanze, che trasforma la separazione in relazione. Nel mantenere un costante equilibrio fra rigore e flessibilità, osserva Stefano Neri, nella sua recensione alla traduzione del Tirante il Bianco di Joanot Martorell (a cura di Paolo Cherchi, Torino, Einaudi, 2013), che tradurre diventa la sfida di un funambolo: sospeso su una corda lunga 1068 pagine, il traduttore avanza assecondando l’altalenante movimento dei registri stilistici e linguistici, tra gli scossoni delle strutture artificiose della «valenziana prosa» e la calma, solo apparente, delle zone in cui domina lo stile piano, tra i guizzi teatrali delle scene erotiche e la staticità delle formule dell’amor cortese (in Tirant, 16 [2013]: 387–390). Fino alla scoperta più radicale: il mare è lo spazio più fragile, perché non trattiene nulla. Scrivere sull’acqua significa accettare la perdita, la sfida di non far naufragare il passato.

i__id8743_mw300__1xNon è un caso che uno dei suoi ultimi libri sia I rari. Leggerli e valorizzarli per la storia della letteratura (Viella, 2026). Qui il suo metodo si rende esplicito: riportare alla luce testi dimenticati, opere marginali, materiali che la tradizione ha lasciato ai margini, non per accumularli, ma per restituirli alla circolazione della storia letteraria. I “rari” non sono un’eccezione: sono una prova. È lì che la lettura diventa ricerca, e la ricerca diventa un gesto di salvataggio.

È questo lavoro – di recupero e di restituzione – ad aver ricevuto un riconoscimento che Paolo stesso comunicò con la sua consueta discrezione. Il 27 luglio 2016 mi spedì la lettera che annunciava la sua elezione all’Accademia dei Lincei, quasi senza commento. Fu eletto socio straniero di quella che è considerata la più alta istituzione accademica italiana, la più antica accademia scientifica d’Europa, fondata nel 1603 e nota per aver accolto tra i suoi membri anche Galileo Galilei.

Professore emerito di Lingue e Letterature Romanze, aveva iniziato la sua carriera nel 1965, diventando professore ordinario nel 1977 e ritirandosi nel 2003. In seguito fu invitato all’Università di Ferrara, dove insegnò per sette anni. Nato in Sardegna nel 1937, si era laureato all’Università di Cagliari e aveva conseguito il PhD all’Università della California, Berkeley. Ha insegnato letteratura italiana medievale e rinascimentale, oltre a letteratura spagnola e filologia romanza. Ha sempre lavorato secondo un principio chiaro: non cercare problemi di ricerca, ma trovarli. Il problema non si inventa, diceva. È questo che rende possibile una ricerca originale. La sua curiosità lo ha portato anche oltre i suoi ambiti principali: etimologia, teoria letteraria, critica del testo, letteratura comparata, storia delle idee. Il riconoscimento dei Lincei testimonia la qualità del suo lavoro: in oltre mezzo secolo, solo Richard McKeon e Wayne Booth avevano ricevuto lo stesso onore nella stessa istituzione.

Sempre di lato, per immagini. Come quella, decisiva, della minestra di Domine Cabra, dal mondo picaresco di Francisco de Quevedo: Ecco un libro eterno, senza principio e senza fine, come erano le minestre che si mangiavano nel pensionato di Domine Cabra, minestre che si rimestavano per ore e ore con la speranza di trovarvi un cece o una lenticchia. Non è solo un’immagine ironica. È una dichiarazione di metodo. Il libro non procede per ordine, ma per accumulo, per ritorni, per scarti; si può leggere dall’inizio, dalla fine, o dal mezzo. La ricerca non è un sistema, ma un attraversamento. Era così anche nel rapporto umano: non imponeva, orientava.

Memoria, luogo e mare non sono elementi separati. La memoria riguarda la sopravvivenza della voce. Il luogo riguarda la trasmissione. Il mare riguarda la forma. Tra questi tre elementi si colloca ciò che resta. Paolo continua a scoprire, ma insieme avverte il rischio di non essere ascoltato. Ripropone saggi che non hanno ricevuto il riconoscimento atteso, torna su intuizioni non viste, non per insistere, ma per restituire alla circolazione ciò che rischia di perdersi. Non è accumulo: è un gesto di recupero.

Questo movimento di recupero non è solo nei libri. È anche nel modo in cui la sua voce continua a circolare. Nel mio ultimo viaggio in Italia ho potuto rivederlo e riascoltarlo – anche attraverso i video che lui stesso mi aveva segnalato: la presentazione di Le meraviglie di Eco alla Fondazione Primoli, con Renzo Bragantini, e la cerimonia del 30 ottobre alla Sapienza, per il conferimento della laurea honoris causa. Anche lì, in contesti diversi, tornava lo stesso punto: la voce che si affida, che passa, che chiede di essere ripresa. Non trattenere, ma trasmettere.

i__id2651_mw300__1xÈ qui che il mare torna, non più come oggetto di studio, ma come condizione. Il mare non trattiene nulla. Scrivere sull’acqua significa accettare la perdita, ma anche opporvisi: continuare a tracciare segni sapendo che possono scomparire. Tutto il lavoro di Paolo sta in questa tensione: tra ciò che si perde e ciò che si tenta di salvare, oltre ogni riduzione a un sapere ‘erudito’, in un’incessante ricerca di leggerezza, come in quel titolo Erudizione e leggerezza che Giuliana Adamo, amica legata con amore alla sua terra come Paolo, e all’origine del nostro incontro, offre a Paolo Cherchi per Viella nel 2012, con una premessa di Roberto Antonelli. Del resto, odiava essere definito erudito: l’erudizione, lo sapeva, può creare distanza, e temeva che lo isolasse.

È lo stesso gesto che Boccaccio mette in scena nelle Genealogie, quando immagina il proprio lavoro come una navicella da assicurare contro la dispersione: legata, trattenuta, difesa dall’urto dei venti e delle onde perché non venga trascinata al largo e distrutta (XV, Proemio, 1). Si riconosce qui un vero e proprio programma.

Come è emerso da Rotte di poesia, rotte di civiltà (Roma, Castelvecchi, 2001), anche questo passo lascia intravedere come la navigazione del poeta – Giovanni – sia inseparabile dal suo lavoro: mettere in salvo, legare, trattenere ciò che rischia di perdersi. Salvare dal naufragio: è questo il gesto. È lo stesso gesto che attraversa tutto il lavoro di Paolo. Come Dante, che da quasi naufrago nell’aldilà riesce, in Paradiso, a varcare, sul suo legno – che è il poema stesso – le colonne d’Ercole, anche qui la scrittura è un attraversamento: fragile, esposto, e tuttavia capace di portare oltre, e di ‘legare con amore in un volume’ ciò che altrimenti si disperde (cfr. Paradiso XXXIII, 86).

Dal 2021, quando fu per la prima volta in Sardegna come ospite del Festival Mediterranea, e poi dal 2023, quando l’isola ha accolto la scuola dell’Associazione Editori Sardi, nasce Leggere mediterranea. Fu lui a indicare Oschiri, a segnare un percorso. Era fiero di questo approdo sull’isola, accanto a una persona che stimava profondamente. E volle che non fosse una semplice presenza: conoscere le sue sorelle, entrare nei luoghi. Non una visita, ma un passaggio.

La casa, i nomi, i dolci – seadas, acciuleddi, copulettas – offerti come si offre qualcosa che non si spiega, ma si consegna. Io nella sua famiglia. Lui nella mia, con mia sorella Giuliana e le sue figlie, Benedetta e Vittoria. Per questo l’avermi inviato l’ultimo paragrafo del testo dedicato a Classici in cammino (Venezia, Marsilio, 2021) di Giorgio Ficara sa di futuro e non di conclusione. Diventa una consegna. «Ti trascrivo l’ultimo paragrafo… vi troverai alcune delle idee di cui parlavamo ieri» (20 marzo, 2022). In quell’invio si affidava un modo di leggere perché continuasse. Per questo ne condivido la scelta, e la accolgo: 

«Una volta chiuso il libro ci chiediamo se il futuro prossimo e lontano avrà i suoi classici. Credo che sia possibile rispondere in modo positivo seguendo la pista aperta da Ficara, anche se non possiamo sapere dove i posteri porranno “il limite” delle loro aspirazioni. Si sostiene che la civiltà dei consumi e dell’internet cospirino a far dileguare la letteratura dal nostro orizzonte. È una diagnosi pessimistica, anche se viene formulata con basi credibili. La storia, però, ci conforta: la letteratura è morta per lunghi periodi ma poi è tornata in vita. Come ci insegna la novelletta della mummia di Carlo Magno, si costruirà di nuovo sulle rovine. Intanto fino a quando qualcuno scriverà una lettera alla propria madre e lo farà con l’e-mail, esordirà sempre con un «cara mamma», perché è una formula imprescindibile e inconfondibile di un genere di scrittura che si chiama epistolare. La letteratura non può darsi senza modelli, e a decidere quali caratteristiche definiscano quel rango saranno sempre l’intensità con cui un autore afferra il senso e l’intelligenza della vita. E ci saranno sempre i critici, anche se alcuni saranno soltanto dei dignitosi professionisti, mentre altri saranno veri maestri, capaci di guidare i lettori a capire quelle presenze. E la letteratura continuerà ad esistere perché essa è più vera della vita, perché se di fatto imita la vita è anche evidente che la traduce in modelli ideali che poi guidano la nostra vita e il nostro comportamento. Il formalismo ci ha fatto dimenticare la funzione formativa della letteratura. Sappiamo che le nostre azioni sono mosse da passioni che sono innate, ma nel nostro agire sono fondamentali anche i sentimenti, e questi si possono, anzi si devono educare. Una volta si apprendeva a conoscere i sentimenti, quali l’amicizia, la giustizia e la fedeltà, perché venivano insegnati attraverso i modelli della mitologia; in seguito è subentrata la letteratura ad educare il nostro modo di sentire. E per questo la sua funzione è fondamentale per la costruzione di una società di cittadini consapevoli dei valori che apprendono dalle pagine o dalla tela di una grande opera d’arte. I maestri che veramente si possono chiamare tali sono le persone che ci insegnano a scoprire i valori che la grande letteratura celebra e che noi non possiamo non amare» (Paolo Cherchi, I Classici’ di Giorgio Ficara, in «Italica», 99.1, 2022: 77-89. Corsivo nostro). 

Quando scrive che la letteratura è morta per lunghi periodi ma poi è tornata in vita, mostra che la letteratura sopravvive proprio attraversando le sue interruzioni. In queste righe si legge qualcosa che ha il valore di un testamento: la letteratura persiste, non scompare; ritorna, si ricostruisce, ha bisogno di modelli, di lettori, di critici. E soprattutto ha una funzione: educare i sentimenti, orientare il nostro modo di stare nel mondo, non lasciarlo naufragare.

Vorrei dire che, come il movimento crea traccia, nel lavoro fatto insieme sull’Adone mediterraneo di Giambattista Marino, scrive sull’acqua: la periegesi di Paolo, dalla sua Sardegna, Oschiri, all’Atlantico, lascia segno. È un ritorno a un nuovo umanesimo. Il furiadroxu, come nel film Così va la vita (2025), è ritorno a casa, desiderio del professore-pastore sardo, umanista che difende ciò che rischia di andare perduto: un clericus vagans che torna scrivendo e leggendo, per non far naufragare ciò che conta, alla ricerca di quella «novità antica», in un elogio della lentezza che si oppone alla rapidità – anche quella di ChatGPT – e alle logiche delle corporazioni.

Paolo Cherchi e Roberta Morosini

Paolo Cherchi e Roberta Morosini

A me ha insegnato molto più di un verso: un modo di leggere, di cercare, di tornare sui testi senza lasciarli cadere; mi ha insegnato che il sapere non si possiede, si tiene in movimento. E allora il mare attraversato, dalla sua Sardegna – da Oschiri – fino all’Atlantico, non è più sfondo, ma superficie di iscrizione: il movimento si fa traccia, e la traccia si fa solco; anche sull’acqua, dove tutto sembra disperdersi, qualcosa resta, incide, orienta.

E anche quel verso di Pindaro, diventare ciò che si è, ora che lo si è imparato, non era per lui una citazione, ma una pratica. Io sono ancora lì: imparare ciò che sono, mentre continuo a leggerlo, nel grande vuoto che ci ha lasciato. Ma so che «i maestri che veramente si possono chiamare tali sono le persone che ci insegnano a scoprire i valori che la grande letteratura celebra e che noi non possiamo non amare»: Paolo Cherchi, che affettuosamente chiamavo Paolino, è uno di questi maestri. Uno di quelli che, anche sull’acqua, lasciano un solco. E allora a noi resta questo: non fermarci. 

metter potete ben per l’alto sale
vostro navigio, servando il suo solco
(Dante, Par. II 13-14)

Continuare, nel suo solco, anche quando il mare torna liscio, anche quando sembra cancellare ogni traccia. Perché ciò che conta non è che l’acqua trattenga il segno, ma che noi si continui a seguirlo. 

Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026 
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Paolo Cherchi è “professor emeritus” della University of Chicago, presso la quale ha insegnato letteratura italiana e spagnola dal 1965 al 2003, ed è stato Ordinario di letteratura italiana dall’Università di Ferrara (2003- 2009). Si interessa prevalentemente di letterature romanze del Medioevo e del Rinascimento. Nel 2003 viene insignito di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana; nel 2016 viene eletto come socio straniero dall’Accademia dei Lincei. Fra le sue pubblicazioni, oltre mezzo migliaio, ne ricordiamo alcune del 2022-2026, Studi ispanici. Fonti, topoi, intertesti, Milano, ledizioni. 2022; Le concordanze delle storie (Roma, Viella, 2023), Sfarfallate dantesche (Ravenna, Longo, 2023), Erranze libridinose: ricerche erudite su testi rari e dimenticati (Cagliari, UnicaPress, 2023), Scampoli di ricerche su Petrarca e la sua fortuna (Cagliari, UnicaPress, 2023), Perché tanta poesia d’amore. Dai trovatori a Marino (Cagliari, UnicaPress, 2024), Minima garzoniana. Studi su Tomaso Garzoni (Ravenna, Longo, 2024), Le meraviglie di Eco (Lecce, Milella, 2024). I rari. Leggerli e valorizzarli per la storia della letteratura (Viella, 2026). 
Roberta Morosini è docente di Letteratura italiana medievale e studi mediterranei presso la UCLA. Le sue ricerche rileggono il Trecento italiano in una prospettiva pan-mediterranea, interrogando, attraverso isolari e cartografie letterarie, le categorie di centro e periferia, i confini mobili delle isole e le geografie culturali del Mediterraneo. Tra i suoi libri: Il mare salato. Il Mediterraneo di Dante, Petrarca e Boccaccio (Viella, 2020), Dante, il Profeta e il Libro (L’Erma di Bretschneider, 2018) e Boccaccio’s Orient (De Gruyter, 2027). Alcune delle riflessioni qui proposte prendono avvio da precedenti contributi apparsi su Dialoghi Mediterranei e da Fuor di quel mar, e proseguono in un volume in preparazione per Viella Editrice, dedicato a Dante, al mare dell’esilio e ai viaggi di Europa.

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