di Massimo Canevacci
- 1° Tempo
Nei miei ricordi adolescenziali, l’arrivo di Pasqua non si manifestava con particolari rituali religiosi, almeno in famiglia. L’arrivo era accolto da mia madre cinque giorni prima, quando di mattina presto si copriva i capelli con un foulard, poi afferrava scope, spolverini, battipanni, stracci, strofinacci, scope e iniziava l’opera di ripulire tutta la casa per omaggiare l’arrivo della primavera che già si affacciava all’orizzonte. Con la scala saliva per ispezionare e ripulire librerie, lampadari, armadi dalla polvere che da un anno giaceva comoda; poi lenzuola, federe, coperte, tappeti venivano portati sul balcone e qui colpiti con la forza del battipanni.
Mentre si innalzano nuvolette polverose, che scendevano delicatamente sulla strada, potevo vedere che tante altre casalinghe compivano la stessa operazione nelle case vicine. In tal modo dal palazzo crescevano onde sonore dallo stile musicale ritmico e concreto che rendeva tutti allegri. Per strada i passanti non protestavano, anzi sembravano partecipare con allegria alla polvere che cadeva sulla loro testa come neve.
Poi iniziava un’operazione più complessa: arrivava un esperto di materassi con uno strano aggeggio raschiante: gli operai aprivano i giacigli e cominciavano a raschiare la lana collocata su un legno cosparso da chiodi lunghi e così la lana, rinchiusa da un anno nelle federe, tornava a sollevarsi, diventava soffice, pulita; e alla fine veniva di nuovo rinchiusa nei materassi per accogliere di nuovo i dormienti. Dopo, entrava in azione lo straccio che veniva passato con attenzione su ogni mattonella e, nel caso, mamma si inchinava per ripulire qualche crosta irriducibile.
In tutta questa operazione, mio padre era assente, lavorava o leggeva il giornale; io figlio più piccolo stavo dietro a mamma e l’aiutavo quando necessario; lei ogni tanto canticchiava durante questo lavoro che non era il suo ma che doveva fare perché era così la vita. Solo qualche anno più tardi il bilancio familiare permise di pagare una donna che veniva dalla vicina campagna: era molto bassa e silenziosa, aveva mani enormi e rosse, e i capelli arrotolati a cipolla.
Il tabù del venerdì era seguito, credo, solo nei miei primi anni pasquali: niente carne – che già era scarsa – forse per residui cannibalici che si chiariranno molto più tardi. Quando arrivava la domenica, cioè Pasqua, mamma preparava in cucina uova sode e fettine di salame in attesa del prete; e in effetti il sacerdote arrivava, serio ed educato, con un chierichetto, gettava acqua benedetta nelle stanze (ma non nel bagno), rifiutava il mangiare ma accettava la modesta offerta di mamma, mentre il chierichetto afferrava non visto qualche fetta di salame. Dopo tutti questi rituali di pulizia e accoglienza, non ricordo molto altro: i miei erano cristiani non praticanti, come scoprirò più tardi essere tanti romani. Nessuna messa o corteo; questo, lo ricordo solo per l’anno detto santo, in cui nel ‘50 un infinito corteo specie di donne vestite di nero e uomini questuanti miracoli girava fuori e dentro il Palazzo Federici a Roma
- 2° Tempo
Con enorme stupore scoprii da grande che in molti paesi non esiste Pasquetta. Questa deve essere una delle cause di tanti disastri che da locali diventano mondiali. Certo anche il termine (Pasquetta) è bizzarro, poco traducibile in molte lingue, prive del diminutivo, e attesta che dopo il grande evento della Resurrezione, arriva il rituale mini, piccoletto della Indigestione. Mah. Pasquetta si svegliava la mattina presto quando mamma – mentre papà leggeva il giornale – iniziava a cucinare: il menù era quello standard: fettine impanate, alcune ripassate nel sugo, carciofi e mele fritti, salsicce varie, frittata di zucchine, qualche frittella allo zucchero come riserva. Quando era tutto pronto, la sacra famiglia si dirigeva alla fraschetta detta Ar Montarozzo, una specie di bassa collina vicino casa; qui arrivavano anche parenti e amici. Sul tavolaccio l’oste offriva vino frascati e quelle bottigliette d’acqua dette gassosa: invece del tappo avevano una pallina che si spingeva dentro con il dito pollice, così l’acqua diventava effervescente e acidula e si beveva a garganella. All’epoca le fraschette non preparavano da mangiare, per la situazione socio-economica, le famiglie si portavano tutto da casa, anche pasticci di maccheroni, lasagne, risotti, e l’oste guadagnava solo sulle bevande, forse anche le pagnotte, anche se il pane preferito era la ciriolina.
Durante il lungo pranzo, si cantavano stornelli romaneschi (“La società dei magnaccioni”, “Osteria del cimitero”, “La bona sora Assunta”), dove era assente qualsiasi riferimento teologico, mentre erano diffusi quelli sessuali. Mio padre pittore pensava a Le Dejeuner sur l’herbe di Manet mentre si lavorava una braciola, mia madre ricordava il suo inimitabile viaggio in transatlantico verso l’Australia da ragazza, masticando un carciofo. E io giocavo coi ragazzini a palline, nascondarella o anche al preferito calcetto. Le ragazze all’epoca erano un altro pianeta che a volte si incrociavano con qualche sguardo di troppo.
Molti anni dopo, in comitiva si andava proprio a Frascati, dove si comprava in piazza porchetta e salcicce, pane e ciambelline, per andare nelle ultime fraschette dove si continuava – ancora per poco – la tradizione di servire solo vino, in attesa di trasformarsi in osterie e poi in ristoranti. Spesso si affacciavano su panorami dipinti accanto a delle rimesse (o grottini) dove stavano carri e cavalli, insieme a tini e vini. L’ultima la vidi intorno al’77: stavo facendo una ricerca irregolare a Frascati e iniziai a parlare o, meglio, ad ascoltare una ragazza, figlia unica di un bottegaio, perfetta punk dei castelli nello stile “glocal” e nel parlare tormentato, che avrebbe abbandonato la tradizione paterna.
- Finale
Pasquetta era veramente una cosa seria e ripensandoci mi vengono in mente le letture “scientifiche” fatte molti anni dopo e, senza citarle qui ovviamente, posso sostenere che se Pasqua è cristiana, anche se sprofonda per i dotti nelle tradizioni arcaiche dei vari risvegli della primavera e si sostituisce sincreticamente ai culti dionisiaci; Pasquetta non è protestante, ma, oltre a non essere neanche immaginabile in Paesi di altre religioni, ho scoperto che anche nel cattolico Brasile non esiste. E in Argentina? Nel Canada francofono? In Francia e in Spagna?
Pasquetta è creazione politeista alla romana (tollerata dal Vaticano) o, se volete, laica, anzi pagana. Non ci sono tracce cristiane rimescolate, è un rito fissato nel piacere del mangiare, di stare insieme cantando e, forse, crapulando. Certo, si sa che fino al ‘600 durante rituali notturni del sabato, spesso i preti dicevano storie licenziose per favorire accoppiamenti e sprigionare il riso, che nel senso pasquale significava proprio fare l’amore ridendo nei campi per unire il seme umano ai semi agricoli e favorire la rinascita della natura rimasta imprigionata nel gelo invernale. E anche del Signore, certo. Insomma grano e bambini. Però poi furono proibiti questi rituali notturni e il riso pasquale si addolcì nell’innocenza delle uova di cioccolata con la sorpresa nascosta dentro, ricordo sorridente di una rinascita potenziale.
Se tutto questo è stato rimosso dalla Pasqua, Pasquetta mantiene un aspetto direi totalmente laico o pagano, pre-cristiano e politeista. La frasca – che simboleggia la Fraschetta – è senza dubbio un richiamo vegetale a Bacco, se non proprio a Dioniso, con cui si cingeva la testa tra acini di uva; e non è un caso che, almeno a Roma, era il luogo dove si offriva il vino. Frasca, fresca e altre variazioni innominabili “alla romana” rifiorivano col Frascati, in rima con la “legna” ne Osteria numero Mille.
In questa baldoria (caciara), a nessuno sarebbe venuto in mente di richiamarsi a rituali cristiani: nelle tavolate si giace per il piacere, una ripresa trimalcionica del convivio all’aperto, dove ora gli stessi Dei pagani avrebbero difficoltà a convergere: Pasquetta è così laica che non si riesce a inserire in un sistema teologico ordinato ritualmente. Per questo non mi spingo a sostenere che vince sulla Pasqua: diciamo che è un pareggio meritato da entrambe. Eppure i miei ricordi più felici, ludici, mangerecci, sorseggiando di nascosto i primi bicchieri del Frascati, rivivono in questo atipico lunedi, giornata in genere malvista per il lavoro.
Nella mia attuale confusa “visione del mondo”, composta da un “umanesimo non antropocentrico” ormai scettico persino nei politeismi, la vittoria ai rigori la darei alla più piccola, locale, popolare, basso-corporea Pasquetta vissuta, mangiata, bevuta e cantata Ar Montarozzo.
Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026
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Massimo Canevacci, docente di Antropologia Culturale presso l’Università di Roma “La Sapienza”, come Visiting Professor è stato invitato in diverse università europee, a Tokyo (Giappone), Nanjing (China). Dal 2010 al 2017, è stato Professor Visitante in Brasile: lorianôpolis (UFSC), Rio de Janeiro (UERJ), São Paulo (ECA/USP – Instituto de Estudos Avançados IEA/USP). Tra i suoi libri: La Linea di Polvere. Meltemi, Milano, 2017; Meta-feticismo, Roma, Manifesto Libri, 2022; Stupore Indigeno, Napoli, Mar dei Sargassi, 2023; Cittadinanza Transitiva, Milano, Meltemi, 2024.
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