di Vincenzo Guarrasi
Hanno ragione i migranti
Hanno ragione i migranti. Essi rivendicano il diritto ad abitare la terra, l’unica patria di tutti gli umani. La patria che condividiamo con gli altri esseri viventi, animali e vegetali. Quella patria che le piante hanno reso, e rendono ogni giorno, ospitale per tutti grazie alla sintesi clorofilliana. Senza guardare al colore della pelle o altri accidenti insignificanti. Le piante non hanno creato barriere, elevato steccati, marcato confini (Mancuso, 2019).
Eppure non perdoniamo ai migranti l’arroganza di scegliere dove abitare, dove crescere i propri figli, dove mettere radici. Una libertà di scelta che per noi stessi pretendiamo come un diritto inalienabile, aggravato dalla presunzione di poter decidere noi sul destino degli altri, anche a costo della loro vita. Come le Parche della mitologia greca, ci arroghiamo l’arbitrio di decidere chi deve vivere e di chi deve morire, recidendo lo stelo che connette la vita degli altri alla madre terra.
Certo ricorderete il primo viaggio di Jorge Mario Bergoglio quando, appena divenuto papa Francesco, commosso dall’ennesima strage di migranti, si recò a Lampedusa l’8 luglio 2013 per lanciare nelle acque del Mediterraneo, proprio di fronte alla Porta d’Europa, una ghirlanda di fiori come estremo omaggio a quanti, tanti, troppi – ma anche uno sarebbe troppo, non è questione di numeri – hanno perduto la vita durante la traversata.
Un gesto profetico, atto a ridisegnare il profilo dell’umanità, oltre l’aberrazione dei confini. Sì, perché una porta che si chiude ed esclude larga parte del genere umano è una vera e propria aberrazione antropologica e ci vuole un richiamo forte, chiaro, inequivoco, per sospendere una tale perversione dello sguardo europeo sul mondo. Ecco perché ci voleva un pontefice – letteralmente, un costruttore di ponti –, venuto da lontano, per riannodare i fili del nostro discorso sull’uomo.
E ciò non poteva avvenire che a Lampedusa, dinanzi alla Porta d’Europa, perché proprio all’Europa era rivolto l’appello. Anzi, come vedremo, all’Occidente e al suo modo di concepire se stesso e anche l’altro (Said, 1978).
Ut pictura poesis [1]
L’atto di Jorge Mario Bergoglio sarà apparso a tanti il gesto di un folle: chi ce lo porta un Papa a Lampedusa e, per di più, a rendere omaggio a tanti poveri diavoli, dispersi in mare, dopo anni di peregrinazioni alla ricerca di un luogo dove realizzare i propri sogni? Folle appare ogni gesto poetico. D’altronde, non è proprio della poesia generare nuovi universi di senso, nuovi campi da dissodare? Non operava così anche quel Francesco cui Bergoglio si è ispirato persino nel nome? Ho in mente “Uccellacci e uccellini”, lo splendido film di Pier Paolo Pasolini, e quella sequenza straordinaria in cui Totò e Ninetto Davoli svolazzando e starnazzando avviano il loro improbabile dialogo con i pennuti.
Ma l’energia creativa del gesto poetico ha bisogno per esprimersi in tutto il suo dirompente significato di un humus favorevole. E questo humus – vi suonerà banale – può essere creato soltanto dalla poesia e dall’arte. Ecco perché questo gesto non poteva avvenire che a Lampedusa e dinanzi alla Porta d’Europa.
La Porta d’Europa di Domenico Paladino e la poesia di Alda Merini
In occasione dell’inaugurazione della Porta d’Europa di Domenico Paladino fu letta una poesia di Alda Merini dedicata, per l’appunto, a Lampedusa:
Una volta sognai
di essere una tartaruga gigante
con scheletro d’avorio
che trascinava bimbi e piccini e alghe
e rifiuti e fiori
e tutti si aggrappavano a me,
sulla mia scorza dura.
Ero una tartaruga che barcollava
sotto il peso dell’amore
molto lenta a capire
e svelta a benedire.
Così, figli miei,
una volta vi hanno buttato nell’acqua
e voi vi siete aggrappati al mio guscio
e io vi ho portati in salvo
perché questa testuggine marina
è la terra
che vi salva
dalla morte dell’acqua.
Sia Domenico Paladino che Alda Merini sono straordinari interpreti di quelli che chiamiamo i segni dei tempi. Pur sottolineando in ogni opera l’inattualità programmatica di ogni forma artistica, essi hanno spesso dato voce alle istanze inespresse del mondo in cui vivono. Lo ha fatto Domenico Paladino ad esempio a Gibellina con il capolavoro La montagna di sale. Lo ha realizzato Alda Merini, potrei dire, in ogni suo componimento:
Sono nata il ventuno a primavera,
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle,
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili,
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.
Proserpina e Europa
Il mito di Persefone – Proserpina, per i latini – detta anche Kore, la giovinetta, è fondativo e esplicativo dell’alternarsi delle stagioni. Per sei mesi i campi sono rigogliosi perché la madre Demetra è contenta di avere la figlia con sé, mentre negli altri sei mesi dell’anno, quando la figlia torna a essere a fianco del marito nell’Ade, la terra diventa spoglia e fredda.
C’è un’altra narrazione, però, che è ancora più pertinente rispetto ai temi qui accennati, ed è il mito di Europa e del suo ratto da parte di Giove nella forma di un toro bianco. Sono miti troppo noti perché in questa sede occorra dilungarsi a tratteggiarli. Mi interessa di più, in questo secondo caso, soffermarmi sull’incerta etimologia. Da dove discende la parola Europa? Il nome della giovinetta fenicia rapita e trasportata dal toro bianco a Creta, dove divenne madre, tra gli altri, di Minosse, deriva secondo l’etimologia greca dalla combinazione di due parole “ampio, largo” e “occhio, volto”. Ampio sguardo, dunque. Ancora più interessante risulta l’etimologia semitica (fenicia): secondo alcuni studiosi il termine deriverebbe dalla radice ‘rb che significa tramonto, o occidente. In entrambi i casi, “ampio sguardo” o “tramonto/occidente” abbiamo a che fare con il mito fondativo del mondo occidentale. Anche l’Europa del mito, dunque, proviene, contro la sua volontà, dall’altrove e disegna un orientamento, ovvero un destino.
In qualche modo, anche il mito ci colloca sulla soglia di una Porta – la Porta d’Europa, per l’appunto – e ci interroga sulla propensione ad entrare o, piuttosto, ad uscire.
La montagna di sale e la Porta d’Europa
La Montagna di sale (1990) e la Porta d’Europa (2008) rappresentano due pietre miliari dell’opera di Domenico Paladino, un artista che ha saputo misurarsi con le aporie del contemporaneo e ha voluto connotare con i suoi gesti poetici due luoghi, già di per sé, dall’alto valore simbolico: Gibellina e Lampedusa. Domandiamoci: che cosa accomuna questi due luoghi? Risponderei: il rapporto con la catastrofe. Ma oggi se pensiamo all’evento catastrofico, che cosa ci viene in mente? Gaza. Ci viene in mente Gaza, il luogo dove si sta perpetrando sotto i nostri occhi uno dei più grandi crimini contro l’umanità, che mai sia stato realizzato. Chiamatelo come volete: massacro, sterminio, genocidio… Non è questione di parole. Ciò che avviene è intollerabile e nessuno sa come arrestarlo. In questo Lampedusa e Gaza sono molto più simili tra loro di quanto non lo fossero con Gibellina. Perché nel Mediterraneo come nel Medio Oriente è per tutti lampante che ciò che avviene ha, intanto, un’inequivocabile matrice umana. Vi è un altro tratto che accomuna i due luoghi ed è la totale distonia tra il sentire popolare e la reattività dei governi. Alla mobilitazione di tanti – non di tutti, lo so, non mi illudo – corrisponde la sostanziale inazione dei poteri costituiti. Il fenomeno si è aggravato con l’avvento al potere di Trump, indubbiamente, ma non tutto è da imputare alla connivente leadership americana. Nessuno è innocente, E tanto meno gli Stati europei, singolarmente considerati o, collettivamente, nell’Unione europea. Anzi, possiamo affermare senza tema di smentita, che il Vecchio Continente porta il peso delle più gravi responsabilità in tutti i conflitti in corso, dall’Ucraina alla Palestina.
Un luogo soglia
L’isola pelagica da decenni rappresenta un luogo-soglia (Angela, 2025), un approdo per quanti affrontano il mar Mediterraneo, spesso dopo lunghe peregrinazioni e innumeri rischi, e sperano, spesso invano, di essere accolti in seno all’Unione Europea, terra di diritti e di libertà.
L’immaginario dei migranti non corrisponde alla realtà. L’Europa si rivela nell’esperienza di tanti non una terra accogliente, quanto piuttosto una fortezza inespugnabile e una perfida matrigna per quanti con tanti sacrifici riescono a permanervi, spesso in condizioni di estrema povertà e di irregolarità, se non di vera e propria illegalità. Ma non è sempre stato così, né sempre sarà così (Del Grande, 2023). Anche se, viste le tendenze attuali, è difficile immaginare un futuro più roseo del presente, arido e inospitale.
Solo l’arte, e l’Outsider Art in particolare, che tra tutte rappresenta, ai miei occhi, la forma più sublime perché consente di guardare al mondo secondo la prospettiva dell’altro e dell’altrove, può aprire uno spiraglio nella Fortezza Europa e incoraggiarci a lottare per un futuro migliore, non solo per i migranti – i grandi visionari del mondo contemporaneo – ma anche per noi europei e l’umanità intera.
Ce lo ha insegnato Erri De Luca che, seppure i poteri non abbiano visto nelle piccole isole che luoghi di reclusione, gli uccelli, invece, vedono nell’isola un punto di appoggio, dove fermare e riposare il volo, prima di proseguire oltre:
«Tra l’immagine di un’isola come recinto chiuso, quella dei poteri, e l’immagine degli uccelli, di un’isola come spalla su cui poggiare il volo, hanno ragione gli uccelli» (Erri De Luca a “Che tempo che fa” del 20 maggio 2009).
Migrano anche le farfalle
La vanessa del cardo è presente quasi in tutto il mondo, dall’Africa all’Australia. Inoltre, ogni anno attraversa il pianeta, da un continente all’altro con un ciclo migratorio che coinvolge anche dieci generazioni di lepidotteri: ogni esemplare vive circa cinque settimane e vola almeno quattromila chilometri fino a consumare e strappare le sue ali nero-arancio (Foglia: 87). Il fotografo statunitense Lucas Foglia con le sue immagini racconta le incredibili risultanze di un progetto di scienza partecipata globale dal titolo Worldwide painted lady migration, volto a tracciare le rotte migratorie di tali farfalle in tutto il mondo.
«Ero su una scogliera nel Nord della Tunisia, affacciata sul Mediterraneo. – dice Lucas Foglia – Un incendio aveva annerito la vegetazione. Fiori viola sbocciavano fra tronchi carbonizzati. Lì ho fotografato le vanesse del cardo che succhiano il nettare prima di migrare verso Nord. Tre adolescenti mi hanno chiesto di fotografarli con il mare alle spalle. Mesi dopo, uno mi ha chiamato per dirmi che la sua barca era attraccata vicino al villaggio della mia famiglia in Italia. Mi ha chiesto se le farfalle fossero sane e salve» (Foglia: 95).
Sia per quanto riguarda la diaspora mediterranea che per la crisi mediorientale si registra nelle stesse ore un intensificarsi delle tragedie in atto. Nella notte tra il 13 e il 14 agosto si è verificata nei pressi di Lampedusa una delle più gravi tragedie del mare recenti mentre nei territori palestinesi occupati da Israele faceva un ulteriore salto di qualità la negazione di ogni prospettiva di affermazione dello Stato di Palestina. Basti considerare in proposito i titoli adottati da Il manifesto: “Meglio morti” l’editoriale di Andrea Fabozzi del giorno 14 agosto e “Il corridoio di colonie per seppellire il futuro palestinese” di Chiara Cruciati del giorno di Ferragosto.
Sono morti affogati a quattordici miglia dalle sponde italiane, vale a dire al confine delle acque nazionali e a venti minuti di navigazione da terra per una motovedetta. Vedevano la costa. Ma quel barchino che si è ribaltato con un centinaio di persone a bordo era solo, perché le navi delle Ong sono tenute lontane o ferme nei porti da leggi fatte apposta per impedire i salvataggi in mare. Era il barchino quasi al termine del suo viaggio, cominciato nella Libia dove il governo italiano riaccompagna i torturatori in volo di Stato. Quei sudanesi, egiziani, somali e pakistani che torturatori non sono, casomai torturati, hanno viaggiato una notte e una mattina per mare, alcuni forse doppiamente naufraghi raccolti da un’altra barca piena d’acqua. Ma nessuno li ha aiutati né nel primo né nel secondo naufragio, se non troppo tardi. Erano soli, anche se ormai quasi a Lampedusa perché guardacoste e finanzieri non pattugliano abbastanza la zona che pure è Sar italiana (Search and rescue, ricerca e soccorso). Gli ordini sono altri: contenimento e respingimento, non soccorso. È quello che è accaduto a Cutro. Due anni e mezzo dopo non è cambiato niente se non in peggio. Si continua a persistere in una politica di deterrenza del fenomeno migratorio condita dalle spudorate dichiarazioni di Giorgia Meloni e dei Ministri Piantedosi e Salvini che inneggiano ai risultati conseguiti dal governo italiano non solo nel contrasto all’azione dei trafficanti di uomini ma anche gongolando per aver ridotto le manifestazioni di piazza di chi a gran voce chiede che si avviino azioni ispirate alla pace e al disarmo (Fabozzi, 2025).
Bezalel Smotrich, il ministro delle finanze, esponente dell’ultradestra nazionalista e fascista israeliana, ha annunciato la costruzione di 3.412 unità abitative per coloni per realizzare un vecchio sogno, condiviso da tutti i governi che negli ultimi tre-quattro decenni si sono dati il cambio a Tel Aviv, da Rabin a Netanyahu: il progetto E1, corridoio colonizzato che collegherà Gerusalemme occupata a Ma’ale Adumim e da lì alla Valle del Giordano e che spezzerà in due la Cisgiordania. Il progetto – ha detto Smotrich ringraziando per il sostegno il premier Netanyahu e il presidente Usa Trump – «seppellisce l’idea di uno Stato palestinese», è la «risposta a chi prova a riconoscere» la statualità palestinese «non attraverso dichiarazioni ma con i fatti: case, quartieri, strade e famiglie ebree che costruiscono la propria vita. Loro continueranno a parlare di un sogno palestinese e noi continueremo a costruire una realtà ebraica». Analisi perfetta della situazione attuale, un mix di crimini di guerra e contro l’umanità e di balbettii di condanna. Inoltre, osserviamo che l’idea di interrompere fisicamente la continuità di uno Stato, la martoriata Palestina, con insediamenti popolati da coloni armati tende allo spasimo la concezione già assurda di un’urbanistica come atto di guerra (Cruciati, 2025).
Da Palermo a Fosdinovo: un viaggio di mille luoghi comincia con un passo
In questo contesto di migrazioni globali, che coinvolgono piante, animali e esseri umani, vorrei inscrivere una piccola migrazione che mi riguarda personalmente. Da alcuni anni, avevo annunciato pubblicamente la mia intenzione di lasciare Palermo, la città in cui sono nato e in cui ho vissuto ininterrottamente per più di tre quarti di secolo. La meta prescelta è Fosdinovo, un piccolo comune nella Lunigiana, un territorio in cui la copertura boschiva supera di gran lunga l’estensione abitativa. Per chi mi conosce non possono non essere chiare le ragioni della mia scelta: trovo che gli alberi siano più creativi e ospitali dell’invasiva specie umana.
Da Panormos a Faucenova, anche i nomi hanno un valore esplicativo. Abbandonare la città Tutto Porto per un piccolo centro, il cui nome originario suona come Nuovo Valico, qualcosa pure vorrà dire. Intanto con riferimento alle dimensioni: qualcosa di piccolo e stretto piuttosto che qualcos’altro di grande e ampio. Caro Enzo, la scelta rivela che sei fatto vecchio e che trovi più attraente e rassicurante un contesto di vita più raccolto e appartato. Un’età avanzata è caratterizzata da una più accentuata fragilità e, non nascondo che la qualità dei servizi – più efficienti in Toscana che in Sicilia – ha avuto voce in capitolo. Ma la mia scelta attuale sottende qualcosa di più profondo.
Mi sono battuto tutta la vita per un mondo più giusto, egualitario e democratico e vivere a Palermo elevava il livello della sfida. Una città soggiogata sì dal dominio mafioso, ma al contempo esposta a (e vivificata da) intensi movimenti di popoli e contatti tra le culture ha rappresentato per decenni uno scenario appassionante per applicarvi le inesauribili, in apparenza, forze giovanili. E la vitalità, cui attingevo, non era smorzata dal fatto di operare in un ambiente politico ostile né dalla tragica stagione delle stragi. Fuggire da Palermo mi sarebbe sembrato allora un atto di viltà. Ma da vecchio, non ho vergogna nel cercare un luogo più accogliente e consonante con le mie aspirazioni di una vita. A Fosdinovo, trovo una comunità che si riconosce nel Museo della Resistenza e che si raccoglie attorno a manifestazioni come Al cuore della Rivolta. E ciò, lo confesso, mi dà conforto e ristoro. Non mi illudo: in tempi segnati dalla strapotente irruenza dell’estrema destra, il passaggio si fa stretto anche qui. Ma il nome lo dice: Fosdinovo, Nuovo Valico, si tratta di cercare il passaggio.
Un pre-testo per esserci ancora su “Dialoghi Mediterranei”
Sono consapevole del fatto che questo mio scritto ha tanti limiti e difetti. Forse, meriterebbe ulteriori interventi per essere pubblicato. Ma è troppo importante per me contribuire al prossimo numero di questa rivista e testimoniare così, con i fatti, la mia volontà di continuare a collaborare con Antonino Cusumano e con il gruppo delle persone che ne comprendono lo sforzo e la determinazione. Consideratelo, a tutti gli effetti, un pretesto per esserci.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Nota
[1] Così si intitola una mostra che si svolge presso il Castello di Lerici e che si fonda sul dialogo artistico tra il poeta Giuseppe Conte e, per l’appunto, Domenico Paladino. La mostra si svolge dall’otto agosto al dieci ottobre 2025.
Riferimenti bibliografici
Albera, D, Lampedusa. Una storia mediterranea, Roma, Carocci, 2025.
Cruciati, C., “Il corridoio di colonie per seppellire il futuro palestinese”, Il manifesto, 15 agosto 2025.
Del Grande, G., Il secolo mobile. Storia dell’immigrazione illegale in Europa, Milano, Mondadori, 2023.
Fabozzi, A., “Meglio morti” Il manifesto, 14 agosto 2025.
Foglia, L., “Farfalle al vento” Internazionale, 1 agosto 2025: 86 – 95.
Guarrasi, V., La tempesta perfetta. Quando l’umanità iniziò a cospirare contro se stessa, Palermo, Edizioni Museo Pasqualino, 2024.
Mancuso, S., La Nazione delle piante, Roma-Bari, La Terza, 2019.
Said, E., Orientalismo, Milano, Feltrinelli, 1978.
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Vincenzo Guarrasi è professore emerito di Geografia presso il Dipartimento Culture e società dell’Università di Palermo. I suoi principali interessi sono stati: la condizione marginale; le migrazioni internazionali; le città cosmopolite. Ha pubblicato numerosi saggi e monografie su vari temi connessi alle dimensioni della geografia urbana e culturale. L’ultima sua pubblicazione è edita dal Museo Pasqualino, La tempesta perfetta. Quando l’umanità cospirò contro se stessa (2024).
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