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Un diario. Vivere a Gaza: il catalogo è questo

Posted By Comitato di Redazione On 1 maggio 2026 @ 03:17 In Cultura,Letture | No Comments

9781035070251di Chiara Sebastiani

La vita quotidiana

Lo so che il paragone non piacerà a nessuno. Non piacerà ai sionisti e non piacerà ai palestinesi e probabilmente non piacerà alla giovane autrice di questo libro. Così almeno pensavo dopo aver letto alcune pagine di questo Diario di resilienza [1]: poi in realtà il Diario di Anna Frank l’ho trovato citato, molto più avanti. In un mondo «tumultuoso come quello che mi circonda – scrive Plestia Alaqad – mi aggrappo alla storia di Anna Frank» per cercare di capirlo. Mi chiedo se qualcuno un giorno leggerà questo diario «mentre il suo mondo sta andando a pezzi, empatizzando con le mie storie» [2].  

Ma perché fare paragoni? diranno i più ragionevoli. Non era mio intento infatti. E ciò che scaturisce dalla lettura non è un paragone: è un sentimento, un’impressione, una associazione. Libera e irrazionale come sono le libere associazioni di un processo psicoanalitico. Ma a me ciò che è venuto in mente fin dalle prime righe di questo diario è il Diario di Anna Frank. Nello stile, nell’acerba asciuttezza, nel costante miscuglio tra pubblico e privato, tra sfera intima e sfera pubblica, tra ragione e sentimento.

9788854982420_0_0_536_0_75Fin dalle prime righe: «Ho iniziato a scrivere un diario a dodici anni». Più o meno la stessa età in cui Anna Frank inizia il suo. Ambedue improntati alla lievità adolescenziale di una adolescenza il cui contesto non ha nulla di lieve. Anna scrive nell’Olanda occupata dai nazisti, in cui gli ebrei sono costretti ad indossare la stella gialla e sono sottoposti ad angherie quotidiane. Plestia scrive dentro Gaza, vale a dire un campo di concentramento ad aria aperta in cui tutta la popolazione è soggetta ad angherie quotidiane: l’elettricità che va e che viene, i valichi che si aprono e si chiudono, i permessi concessi e negati, il perpetuo ronzìo dei droni. Già, i droni. Quanto primitivo ci appare il brutale apparato di controllo dei nazisti sui campi (armi da fuoco e cani) rispetto al raffinato sistema dello Stato sionista: muri, droni, e un filo di kibbutz fuori dalle mura costruiti laddove una volta sorgevano i villaggi palestinesi, avamposti di controllo e contenimento.

A Gaza tuttavia si sopravvive e si vive. Si va a scuola, poi all’università. Si fanno i week-end, si gioca a tennis. É proprio questa menzione del tennis – le partite di fine settimana, una coach che per compensarla del suo lavoro di reporter le promette di allenarla in futuro – che mi fa venire in mente irresistibilmente il Giardino dei Finzi Contini. Quando gli ebrei – e si tratta ovviamente della buona borghesia ebraica – vengono espulsi dal tennis club di Ferrara e la giovane Micol organizza partite di tennis nel famoso giardino. Plestia, lo capiamo da mille piccoli indizi seminati nel suo diario, appartiene alla buona borghesia palestinese di Gaza, o addirittura alla élite sociale. Non diversamente da Anna Frank, che apparteneva alla buona borghesia ebraica.

La Scuola americana a Gaza distrutta dai bombardamenti

La Scuola americana a Gaza distrutta dai bombardamenti

Frequenta la American International School of Gaza, una scuola privata per le élites, con servizi infinitamente superiori, al pari delle tariffe, rispetto alle altre scuole di Gaza, non legata al governo americano ma che offre programmi e stili educativi di tipo americano ed è stata di conseguenza più volte il bersaglio di azioni di estremisti islamici [3]. Ma che è stata distrutta, nel 2009, non da questi ultimi ma da un bombardamento degli israeliani, secondo i quali dalla scuola sarebbero stato sparati razzi di Hamas. Difficile credere che ciò sia avvenuto nella «più filo-occidentale di tutte le istituzioni di Gaza». Più verosimile che sia una delle tante testimonianze della politica degli occupanti sionisti: impedire sistematicamente ai Palestinesi l’accesso all’istruzione e alle professioni salvo poi lamentare che «non esiste una classe dirigente palestinese con la quale confrontarsi» meno che mai alla quale concedere autodeterminazione.

Plestia appartiene per nascita a questa potenziale classe dirigente, sua madre è la preside della scuola media americana. Va all’università e ci vanno tutti i suoi amici. Se Plestai alla fine sceglie di salvarsi uscendo da Gaza quando ne ha la possibilità, lo fa probabilmente seguendo d’istinto il riflesso delle comunità minacciate di annientamento: mettere in salvo le proprie classi dirigenti, portatrici del loro patrimonio culturale e identitario e degli strumenti per trasmetterlo alle future generazioni e narrarlo al resto del mondo, non diversamente di quanto hanno fatto sotto il nazismo le comunità ebraiche [4]. Ma Plestia, prima di mettersi in salvo, racconta per quarantacinque giorni lo sterminio in corso a Gaza, rischiando ogni giorno la vita. 

4Vocabolario 

Si viveva bene a Gaza prima del 7 ottobre diranno i commentatori più ingenui. Non si poteva continuare così? Già così, scrive Gérard Haddad [5]: che bei tempi. Meccanici a poco prezzo a Gaza, shopping conveniente a Ramallah. E poi: cosa vuol dire prima del 7 ottobre? Gaza di 7 ottobre ne ha conosciuti una sfilza.

Plestia Alaqad è nata il 10 dicembre 2001, a ridosso della seconda Intifada (2000-2005). Aveva quattro anni quando Sharon ritira le truppe di occupazione da Gaza, successivamente «isolata e blindata su tutti i lati da Israele attraverso barriere, muri e blocchi navali» [6], cinque anni quando si tengono le elezioni vinte a sorpresa nella Striscia da Hamas, sei anni quando Hamas prende il controllo della Striscia, a cui sono seguite quattro “guerre” – così le chiamano i media: 2008, 2012, 2014, 2021. Le chiamano anche “operazioni militari”: “Piombo Fuso” (2008-2009), “Pilastro di Difesa” (2012), “Margine di Protezione” (2014). A questo punto Plestia è abbastanza grande per ricordare ma lei le chiama “Aggressioni”: I’m four Aggressions old scrive, ovvero «la mia età è di quattro Aggressioni». Con la maiuscola, a segnalare che sta usando deliberatamente un vocabolario diverso dai media mainstream.

L’ultima Aggressione in ordine cronologico è diversa dalle altre. Scrive Plestia seccamente: «Combattenti Palestinesi hanno eseguito una incursione in Israele, vicino alla Striscia di Gaza, uccidendo oltre mille persone e prendendone in ostaggio un altro paio di centinaia». In Italia a chiamarli “combattenti”, gli autori dell’incursione, si rischia una incriminazione per sostegno al terrorismo. Anche se «i Palestinesi sono stati oggetto di incursioni, sono stati uccisi, sono stati presi in ostaggio dalle IOF ogni mese per 900 mesi. Questa è la prima volta che succede il contrario». La situazione odierna del Medio Oriente tutto, non solo di Gaza, deriva da questa “prima volta”. Non è l’inizio della storia, è la sua svolta.

Con il suo vocabolario alternativo, Plestia l’esercito occupante lo chiama IOF – Israeli Occupation Forces, non IDF (Israeli Defence Forces) come fanno ossequiosi i nostri media tutti. Esercito che una volta veniva indicato anche dai media nostrani con l’acronimo Tsahal (dalle inziali dell’espressione Forze di Difesa Israeliana in lingua ebraica). La graduale sostituzione dell’acronimo con la sigla inglese fa parte della strategia comunicativa sionista: volta a far entrare bene in testa al pubblico che l’esercito israeliano è una pura forza difensiva (oltre che il più morale del mondo) e ricordargli – non si insiste mai troppo – che «Israele ha il diritto di difendersi».

Le Aggressioni si sono susseguite per settantacinque anni, dice Plestia. La differenza tra il 1948 e oggi è che «abbiamo apparecchi fotografici e social media per condividere e postare quanto sta succedendo». Gaza segna un punto di svolta che va oltre quel pezzo di territorio: riguarda la sfera pubblica a livello mondiale. 

7La sfera pubblica di Gaza 

La sfera pubblica, dice il filosofo Jurgen Habermas [7] recentemente scomparso, è uno spazio intermedio tra la sfera del pubblico potere e la sfera degli interessi privati, nei quali si forma l’opinione pubblica attraverso il libero confronto argomentativo tra soggetti che in quello spazio si trattano da uguali. Questo spazio si articola in luoghi di compresenza, informale (piazze, caffè e ristoranti) o organizzata (dibattiti, spettacoli, manifestazioni) e luoghi “astratti” (i media tradizionali) o “virtuali (i nuovi media). Nell’esperienza di Plestia, così come ce la racconta, cogliamo prevalentemente due luoghi della sfera pubblica: quello più elementare degli incontri informali e quello più generale della rete.

Nelle prime pagine incontriamo il caffè Gloria, «proprio nel cuore di Gaza City con una bellissima vista sul mare» dove Plestia e i suoi amici festeggiano la maturità e discutono di dove vogliono andare a fare l’università. Nelle ultime incontriamo il ristorante Level Up, «location iconica per la sua vista, uno degli edifici più alti di Gaza da dove si vede quasi tutta la Striscia». É stato per Plestia «il posto dell’ultima uscita con la mia amica Yara, a Gaza il 6 ottobre» (2023). «E guardavamo il cielo, dicendoci quanto era bella Gaza, e quanto potenziale Lei avesse, se non fosse stata sotto occupazione». Poi, disseminati tra le pagine, troviamo il ristorante Bellini, il cui cameriere Ali era amico di tutti, benvoluto da tutti: «ho saputo che è stato ucciso dalle forze di occupazione» leggiamo in una delle ultime pagine. O il Q Café sul lungomare dove Plestia, durante i suoi esordi di giornalista, incontrava gli amici dopo il lavoro. Anche quello bombardato e distrutto.

Perché nei caffè di Gaza, la sfera pubblica informale e la sfera pubblica virtuale si incontrano come abbiamo avuto modo di capire quando l’esercito israeliano, il 30 giugno 2025, ha bombardato il Café al-Baqa sul lungomare di Gaza City, «usato come Internet point da molti giornalisti palestinesi, oltre che da attivisti e altre persone del posto in cerca di un luogo di ritrovo per lavorare e stare insieme. Nel bombardamento del bar al Baqa l’esercito israeliano ha ucciso 39 persone, e ne ha ferite più di 50, alcune delle quali in gravi condizioni» [8].

514096208_780677120950635_6620881879528022855_nAnche per questo Gaza segnerà una svolta nella storia del giornalismo e della comunicazione pubblica. Gaza sta lì a ricordarci, a fronte della retorica dello spazio virtuale come spazio democratico senza confini, di libero accesso a tutti in condizioni di eguaglianza, che le notizie che circolano nella sfera pubblica virtuale, l’opinione pubblica che ivi si forma, hanno impatto solo se resta loro aperta la possibilità di rimaterializzarsi nello spazio pubblico della compresenza informale o organizzata, nei caffè o nelle manifestazioni. E a provvedere a questa materializzazione sono i giornalisti, con i loro corpi e le loro vite, i giornalisti che documentano le notizie sul terreno e le immettono nello spazio virtuale da dove si rimaterializzavano successivamente, nei caffè ancora aperti di Gaza come nelle piazze che si riempiono di corpi, in solidarietà con Gaza e con tutta la Palestina.  

Plestia Alaqad per le sue cronache da Gaza raccolte e postate a suo rischio e pericolo ha ricevuto il Shireen Abu Akleh Memorial Scholarship, istituito per ricordare la giornalista palestinese uccisa mentre documentava un raid dell’esercito israeliano a Jenin. Aspettiamo presto un altro riconoscimento alla memoria di Amal Khalil, la giornalista libanese in questi giorni «uccisa da un bombardamento israeliano mentre stava documentando i danni causati dai raid nella città di Tiri, nel Sud del Libano» [9]. Poiché il Libano non è la Cisgiordania e c’è ancora uno straccio di Stato, con un presidente che ha chiesto di persona alla Croce Rossa libanese e all’esercito di intervenire per salvarla, la dinamica di quel “crimine di guerra deliberato” e annunciato da minacce precedenti lascia poco spazio alle abituali negazioni o minimizzazioni delle forze sioniste. La presa di mira deliberata dei giornalisti, senza precedenti e ampiamente documentata [10], non cambia solo la nostra percezione della sfera pubblica, cambia anche quella del giornalismo, facendone un inedito strumento di resistenza, più temuto del terrorismo. Perché, come scrive Plestia, «è raro per noi avere una piattaforma dalla quale parlare di casa nostra; di solito gli altri parlano per noi».

Quando i palestinesi – i giornalisti, i blogger, i fotografi – si ritagliano questo spazio tra bombe e macerie rischiano grosso. Plestia dice con grande onestà: quando scrivevo da Gaza «sceglievo sempre accuratamente le mie parole e i miei post, temendo di indurre Israele a prendere di mira me stessa o la mia famiglia». Poi aggiunge: «una volta uscita da Gaza pensavo ingenuamente che sarei stata libera di postare o condividere qualunque cosa volessi ma non è così». E una piccola micidiale nota a piè pagina specifica: «Questo libro è stato letto da intere squadre di avvocati in una quantità di Paesi». Se a Gaza la sfera pubblica è incredibilmente vitale pur sotto il fuoco degli occupanti, dobbiamo invece interrogarci sulle sue condizioni nel mondo occidentale dove un post troppo critico su Israele o un video sulla resistenza possono mandarti in prigione con l’accusa di terrorismo. 

Ma a Plestia interessa soprattutto cambiare l’immagine dei Palestinesi come “la vittima perfetta” che piace al mondo («magari voi vedete Gaza come un luogo di disperazione») con quella dei Palestinesi dei versi del poeta Mahmoud Darwish: «Anche noi amiamo la vita se solo possiamo viverla». 

55La morte quotidiana 

«Anche noi amiamo la vita». Darwish certo sapeva di cosa stava parlando. Uno sguardo al nostro discorso pubblico mediatico rileva da ogni parte l’accusa inorridita rivolta ai combattenti, ai resistenti o ai semplici credenti dei Paesi a maggioranza islamica di essere portatori di una “cultura della morte”. In una corrispondenza di questi giorni dal Libano leggiamo: «A ogni angolo, le gigantografie raffigurano i “martiri” – nel vocabolario sciita – caduti nella guerra con Israele» [11]. É solo un esempio tra i tanti, l’ultimo che mi è capitato tra le mani. Del pari, quando si parla della Palestina: i “martiri” siano essi combattenti, civili, bambini, sono invariabilmente virgolettati. Vale solo per i Paesi musulmani: da noi esistono piazze e strade intestate a martiri di ogni età, status e condizione, senza virgolette.

Scrive Plestia: «A Gaza troverete le madri di martiri che celebrano il sacrificio dei propri figli. Significa forse che sono felici che Israele abbia ammazzato i loro bambini?» No, ma ne sono orgogliose. Quando un bambino viene assassinato dall’occupante occorre dare un senso a quella morte e «talvolta l’unico senso che si può dare a quella perdita è quello di vederla come parte del prezzo contrassegnato sulla libertà della Palestina». Lo scrive Plestia che non ha nulla a che vedere con Hamas, che ha vent’anni e ama la vita, che ha fatto la scelta di vivere lasciando Gaza quando ne ha avuto l’opportunità. Lo pensa come lo hanno pensato gli antifascisti di ieri e di oggi che danno il titolo di martiri ai civili massacrati alle Fosse Ardeatine, ai bambini della scuola elementare di Gorla uccisi dalle bombe degli alleati. «Non celebriamo la morte – ma la morte è tutt’intorno a noi e dobbiamo trovare il modo di riconvertirla in vita» leggiamo nelle pagine introduttive del diario.

Poi, man mano che i giorni avanzano – sono quarantacinque in tutto i giorni in cui Plestia scrive da Gaza – il tema della morte si fa sempre più stringente. Siamo al giorno ventitre dopo il 7 ottobre e la morte, per questa ragazza di venti anni, viene associata al pensiero di come lasciare una traccia sulla terra. Non è un pensiero da ventenni. A quell’età si desidera essere famosi: lasciare un segno, sì, ma goderselo. Poi si va avanti: Plestia non pensa più a lasciare un segno ma a come morire. Non vuole morire nel sonno – è facilissimo, a Gaza, sotto le bombe – vuole morire sul terreno, facendo il suo lavoro. La morte è una presenza costante. «Ogni notte mi chiedo se sarà l’ultima della mia vita». Qualche pagina più avanti: con i miei colleghi Mohamed e Hatem «passiamo il tempo a congetturare come moriremo… Ho chiesto loro per favore di astenersi dal salvarmi la vita» in caso di gravi ustioni o amputazioni. Ci ho pensato un sacco e non voglio vivere senza una mano o una gamba». Mohamed dice che a lui sta bene vivere anche senza una gamba. Hatem dice che deve pensarci su. «La sua risposta non arriva mai».

Pensieri non sorprendenti, essendo Gaza «piena di bambini amputati». Ad un certo momento: «Forse dovrei uccidermi prima che le IOF mi prendano di mira e mi uccidano loro». Poco dopo, invece: «Talvolta considero l’idea che essere uccisa per la Palestina potrebbe essere un onore». Altre volte, ancora: «mi preoccupa il pensiero di essere presa di mira e sopravvivere in qualche modo, ma a pezzi. Immagino che una gamba o una mano saranno sepolti e il resto del mio corpo resterà vivo».

Arrivano le notizie dei morti: Ali, il cameriere del Bellini, Belal, il suo mentore quando faceva lo stage presso Press House Palestine al suo debutto da giornalista. Notizie quotidiane di giornalisti uccisi. Il giubbotto e il casco contrassegnati con la scritta PRESS di cui Plestia andava così fiera non sono più strumenti di protezione ma giganteschi bersagli. Sua madre le dice di non portarli a casa temendo che possano attirare l’attenzione. Stanno uccidendo giornalisti, medici, avvocati, ingegneri. Fondamentalmente stanno uccidendo «chiunque potrebbe praticamente aiutare a ricostruire Gaza nel futuro». E Plestia si chiede: «quanto tempo ancora prima che arrivino a me?» 

17Lontano da Gaza 

Arriva invece un’opportunità di vita, ovvero di uscire da Gaza. Da Gaza si esce se si possiede una di queste tre risorse: tanto denaro, una doppia cittadinanza o un parente all’estero in grado di ottenere dal suo governo dei visti umanitari di emergenza per i congiunti. La famiglia di Plestia possiede la terza: uno zio d’Australia. Ricordate quando gli ebrei, nel tentativo disperato di uscire dalla Germania nazista avviata ad implementare la soluzione finale si mettevano in coda davanti ai consolati? È una delle cose meno ricordate ai nostri giorni, la scelta dei Paesi occidentali di non accogliere i rifugiati ebrei, che ebbe come conseguenza due genocidi, quello degli ebrei nel secolo scorso, quello dei Palestinesi in corso.  

Se i discendenti delle vittime del nazismo cui la Germania ha offerto una cittadinanza risarcitoria raramente scelgono di stabilirsi in Germania, non tutti i Palestinesi che hanno la possibilità di lasciare Gaza scelgono di restarvi. Quando Plestia riceve una telefonata da sua madre, annunciandole che la famiglia lascerà Gaza tra meno di ventiquattro ore, ci dice pochissimo di ciò che prova: «Non è un momento felice, o un momento di sollievo». Ma il nocciolo della questione è riassunto in una frase allusiva: Mohamed e Hatem, i colleghi con i quali ha condiviso quarantacinque giorni di reportage da Gaza dopo il 7 ottobre «provano a convincermi di restare, come se avessi una scelta».

Partire o restare? Per capire i termini della questione occorre ricordare lo status kafkiano dei residenti di Gaza in termini di libertà di movimento – un diritto umano fondamentale. Quanti oggi vogliono partire e quanti vogliono restare in termini strettamente numerici, non è dato sapere [12]. Troviamo in rete statistiche contraddittorie, tutte che risalgono al 2025. Tuttavia vi sono tre dati incontrovertibili. Primo: la possibilità di uscire da Gaza, per i residenti, era limitatissima già prima del 7 ottobre, riguardava principalmente permessi di lavoro (cioè al servizio dei coloni) ed era soggetta a procedure estenuanti ed arbitrio degli occupanti [13]. Secondo: inchieste giornalistiche hanno più volte raccolto testimonianze di residenti che non vogliono lasciare la loro terra. Tra le motivazioni la consapevolezza che l’emigrazione è una strada di uscita senza ritorno: «i nostri genitori e nonni durante la nakba sono partiti pensando che si trattasse di una breve assenza, non hanno mai potuto tornare», dicono coloro che ancora custodiscono le chiavi di casa che avevano portato fiduciosi con sé [14]. Terzo: se anche color che al momento vogliono uscire sono “larghe minoranze” [15] – i dati reperibili mostrano una forbice che va dal 38% al 49% – rimane il fatto che la maggioranza vuole restare e che «molti Palestinesi sono convinti che partire significherebbe di fatto cedere la propria patria a Israele» [16]

Plestia sceglie di partire con la sua famiglia – che scelta aveva, infatti? Va a salutare lo zio e i cugini che li avevano ospitati e scrive: «posso vedere che i miei cugini sono felici per me, che sto per riuscire ad uscirne viva, ma sono palesemente tristi di essere lasciati dietro». Si ritrova stupefatta nella confortevole stanza di un albergo nel Cairo e poi nella periferia di Melbourne dove inizia la sua vita di fuoriuscita, emigré, rifugiata – i nomi attraverso la storia sono tanti, l’esperienza è sempre la stessa: la perdita di identità, la perdita di dignità spesso. «A Gaza ognuno ha la propria identità. Siamo medici, giornalisti, uomini d’affari. Ma fuori … diventiamo solo un’altra statistica: rifugiato numero 120, avanti il prossimo per favore».

61w7j6yegil-_sl1500_In Italia stanno arrivando i Palestinesi: li chiamiamo “rifugiati” e solo leggendo il diario di Plestia scopriamo che detestano il termine anche se l’alternativa è di sentirsi “turisti male accetti”. Gente che ha resistito eroicamente per mesi, per due anni magari, in condizioni di vita estreme, con la morte vicina ad ogni passo, con la perdita quotidiana di amici e parenti si trova improvvisamente ridotta ad oggetto di pietà – non di indignazione come sarebbe giusto – e solo se ha subìto una amputazione. «In quanto Palestinese ci si aspetta soltanto di vedere in te un apolide che piange». Ancora peggio se sei ospitato in centri o comunità di accoglienza, soggetto a regole burocratiche e occhiuti controlli dei servizi sociali – tu che lottavi ogni giorno per la sopravvivenza tua e dei tuoi bambini – o se sei in ospedale e i medici non ti rivolgono direttamente la parola ma parlano con chi ha la tua tutela.

Vita da fuoriusciti. Non è sempre brutta, non solo perché è bello avere sicurezza, libertà (anche se mai completa), cibo, casa, amenità e cultura. Ritrovi inaspettatamente quelli che erano con te a Gaza e che ce l’hanno fatta anche loro. La gioia incontenibile di Plestia quando arriva in Australia Yara, la sua amica d’infanzia e adolescenza – eccoci qui, due ragazze ventenni provenienti dalla Striscia di Gaza, in Australia insieme e al sicuro, a fare una uscita insieme, parlare di Gazze e di vestiti, fare un reel per TikTok – ricorda quella di Lea, una delle protagoniste de La famiglia Karnowski [17] nella New York dove la famiglia è riuscita a rifugiarsi: mentre il marito, ebreo illuminato, sente la perdita di status, il genero, stimato medico in patria, viene ridotto a fare il venditore ambulante e il nipote rifiuta la propria identità ebraica, lei si inserisce felice nella comunità ebraica tradizionalista americana finalmente ritrovata.

Partire o restare? Nel film Wajib (2017) la regista palestinese Anne-Marie Jacir mette a confronto un anziano insegnante cristiano che vive a Nazareth ed è costretto ogni giorno a compromessi con l’occupante, e il figlio architetto da tempo residente in Italia che rimprovera al padre la sua remissività nei confronti degli israeliani. Al figlio che lo invita a raggiungerlo in Europa il padre risponde con una battuta fulminante «Per fare cosa? Incontrarmi con gli altri emigrati a parlare di Palestina?». Era questa, di fatto la situazione della diaspora palestinese prima del 7 ottobre: il tempo delle “spaghettate per la Palestina” come le ha descritte spietatamente un attivista di lungo corso.

Ma Plestia scrive dopo il 7 ottobre, ha poco più di vent’anni. La sua gioventù e l’esperienza da lei vissuta le permettono di fare i conti con il senso di colpa dei sopravvissuti («Sono forse riconoscente per il fatto che ho potuto lasciare Gaza mentre altri rimangono lì a fronteggiare il Genocidio di Israele?») senza esserne travolta, e di «rimanere attaccata alla convinzione che un giorno la Palestina sarà libera». Può farlo anche perché «quella che sono oggi – la Plestia-del-Genocidio – sta ricevendo opportunità e occasioni che la Plestia-pre-Genocidio avrebbe solo potuto sognare. «Sembra ancora una volta che solo uno sterminio apra le porte al riconoscimento: davvero i popoli che rimuovono la propria storia sono condannati a ripeterla».    

Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026 
Note 
[1] Plestia Alaqad, The Eyes of Gaza, London, MacMillan, 2025.
[2] Tutte le citazioni sono tradotte da me. Recentemente tuttavia è uscita anche una edizione italiana del volume (Gli occhi di Gaza, tr. it. Anna Rusconi, Milano, Sonda Edizioni, 2026).
[3] https://www.mcclatchydc.com/news/nation-world/world/article24522424.html
[4] Basta ricordare quanto scrive Hannah Arendt in La banalità del male e la grande controversia che ne è seguita.
[5] Gérard Haddad, Eloge de la trahison, Tunis, Cérès, 2025.
[6]Francesco Tuccari, https://aulalettere.scuola.zanichelli.it/sezioni-lettere/storia-di-oggi/aulalettere-10-7-il-conflitto-israelo-palestinese/
[7] Jurgen Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, tr. it. Bari, Laterza, 1971.
[8] https://www.ilpost.it/2025/07/01/gaza-internet-cafe-giornalisti-bombardato/
[9] Jacopo Mocchi, “La reporter Khalil uccisa in un raid Idf. ‘Atto deliberato’”, Domani, 24 -4 2026.
[10] https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/gaza-i-giornalisti-difensori-indifesi-dellinformazione/
[11] Jacopo Mocchi, Domani, 21-4-2026.
[12] https://jstreet.org/six-months-in-assessing-the-status-of-the-gaza-ceasefire/
[13]https://www.unocha.org/publications/report/occupied-palestinian-territory/movement-and-out-gaza-update-covering-january-2022
[14] https://www.aljazeera.com/news/2025/3/27/palestinians-face-struggle-to-survive-in-gaza-or-being-forced-out-by-israel
[15]https://www.fdd.org/analysis/2025/05/07/large-minority-wants-to-leave-gaza-as-hamas-popularity-declines-new-poll-of-palestinians-finds/
[16] https://www.reuters.com/world/middle-east/almost-half-gazans-willing-leave-survey-finds-2025-05-06/
[17] Joshua Israel Singer, La famiglia Karnowski, Milano, Adelphi, 2013.

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Chiara Sebastiani, sociologa, politologa, psicoanalista, è professore Alma Mater dell’Università di Bologna. Tra i suoi temi di interesse le politiche delle città, lo spazio pubblico, le questioni di genere. Ha vissuto e insegnato in Tunisia dove dal 2011 ha seguito sistematicamente le trasformazioni in corso, scrivendo numerosi articoli e un libro (Una città una rivoluzione. Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico, Cosenza, Pellegrini Editore, 2014). Tra le sue altre pubblicazioni: La politica delle città, Bologna, Il Mulino, 2007 e La sfida delle parole. Lessico antiretorico per tempi di crisi, Bologna, Editrice Socialmente, 2014. Collabora a diverse riviste e webmagazines e lavora come psicoterapeuta a Milano.

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