Uno dei cinque quesiti del recente referendum dell’8-9 giugno riguardava la cittadinanza. Ci è stato chiesto se eravamo d’accordo nel diminuire i tempi di residenza in Italia, da 10 a 5 anni, per una persona di origini straniere che volesse avanzare domanda per ottenerla. Il 35% di chi è andato a votare si espresso per il no.
Nando Pagnoncelli (IPSOS-Italia), in una intervista al giornale Avvenire del 15 giugno, nello spiegare il risultato negativo ha osservato che, nel caso specifico, in realtà è come se si fosse trattato di un sondaggio sull’immigrazione. Penso che abbia ragione non solo per i motivi che egli adduce per giustificare la sua affermazione. Vediamoli più in dettaglio.
Il primo motivo: il tema immigrazione in Italia così come in tutta l’Europa divide profondamente l’opinione pubblica. Aggiungo: polarizza ideologicamente secondo linee di faglia che passano all’interno di famiglie, confessioni religiose, schieramenti politici, primi e ultimi migranti, generazioni e strati sociali.
Il secondo motivo: la persistente distanza tra realtà e rappresentazione sociale. Pagnoncelli ricorda come dai suoi sondaggi e da quelli condotti negli ultimi trenta anni da altri istituti di ricerca ancora oggi mediamente si tende a pensare che le persone di origine immigrata siano il 30% della popolazione italiana, quando, in realtà, sono, da alcuni anni stabilmente, non più del 10%. Aggiungo: fatte le debite proporzioni, è lo stesso scarto che si registra quando si chiede alle persone “quanti sono gli ebrei in Italia”. In un sondaggio della SWG dell’autunno del 2023, per esempio, su un campione rappresentativo di 400 soggetti maggiorenni, il 15% riteneva che essi fossero due milioni, il 19% tra uno a due milioni, il 30% tra 500mila e un milione, il 9% tra duecentomila e cinquecentomila, il 7% tra centomila e duecentomila, l’11% tra cinquantamila e centomila e solo il 9% sotto i cinquantamila. Gli ultimi dati dell’Unione delle comunità ebraiche ci dicono che gli ebrei non arrivano a trentamila unità. Di questi sono venticinquemila gli affiliati alle 21 comunità che faticosamente resistono nonostante la crisi demografica e l’emigrazione verso Israele.
Aggiungo ancora: se si chiede agli italiani e alle italiane quanti sono le persone di fede musulmana nel nostro Paese, i risultati sono, entro certi limiti, sostanzialmente simili: mediamente si pnesa che sono il 25% della popolazione, secondo un sondaggio svolto dall’Istituto Cattaneo, mentre in realtà, secondo stime concordi di vari istituti di ricerca (ISMU, Caritas/Migrantes, Fondazione Moresca, IDOS) sono poco più del 3%. In un articolo de Il Giornale dell’11 settembre 2019 appariva questo altisonante titolo: “È allarme: nel 2100 i musulmani saranno metà della popolazione italiana”. Venivano riportati i principali risultati di una ricerca della Fondazione Fare Futuro, articolazione dell’Ufficio Studi di Fratelli d’Italia. Erano riassunti banalmente così: oggi il 30% della popolazione straniera è musulmana; siccome le donne musulmane fanno più figli delle italiane (si precisava: il doppio), nel 2100 si arriverà al traguardo della metà della popolazione. L’articolo terminava con due affermazioni a favore delle posizioni del centro-destra: per un lato, la giusta opposizione alla riforma della legge della cittadinanza che pretenda d’introdurre una qualche forma di ius soli e, per un altro, il sostegno delle politiche securitarie nei confronti degli immigrati, a maggior ragione se provenienti da Paesi a maggioranza musulmana. Si dà il caso che il tasso di natalità, com’è stato anche di recente confermato dall’ISTAT (2024), continui a scendere. Oggi siamo all’1,21 figli per donna. Da almeno dieci anni, inoltre a fare meno figli sono anche le donne di origini straniere: sempre secondo l’ISTAT, il tasso di fecondità di queste ultime è sceso di quasi trenta punti negli ultimi dieci anni, assestandosi nel 2023 a 1,79 figli per donna. Certo superiore a quello delle italiane, ma non certo più sufficiente per contenere il declino demografico del nostro Paese.
Arriviamo al terzo motivo che Pagnoncelli indica a commento dei risultati del referendum sulla cittadinanza: ancora oggi, il tema immigrazione è considerato preoccupante da quasi tre persone su dieci. La percentuale, tuttavia, scende al 13% quando si chiede se la presenza degli immigrati genera problemi nella realtà sociali in cui si vive. Di nuovo uno scarto tra percezione e realtà, tra l’immagine costruita socialmente dai media e dalla comunicazione politica e la vita quoidiana. Un contribuito a dipingere con toni accesi il fenomeno lo hanno dato e continuano a darlo i tanti leader di partiti e movimenti neo-nazionalisti che si sono affermati in Europa. Essi riscuotono un crescente successo nelle competizioni elettorali. Non c’è Paese ormai in cui non siano presenti. L’ultimo arrivato è quello portoghese Chega (Basta!), nato nel 2019, che ha riportato alle ultime elezioni presidenziali del 2021 quasi il 12% di consensi.
Infine, un ultimo motivo, che Pagnoncelli ricorda di passaggio: si continua a sovrapporre la figura del migrante che è arrivato in Italia magari più di venti anni fa a quella di chi è nato in Italia in una famiglia i cui i genitori o almeno uno dei loro è di origine straniera. Stiamo parlando delle seconde generazioni, una formula questa non del tutto appropriata, ma che serve a distinguere due condizioni diverse: il migrante e i suoi discendenti. Questi ultimi rispetto ai loro genitori sono nati in Italia; per la maggior parte dei casi (per la precisione per il 76,6%, secondo un’indagine del Censis dell’ottobre 2024) essi hanno già la cittadinanza italiana, percentuale che sale all’80,4 per chi è nato in Italia, mentre si arresta al 63 per chi ha avuto natali all’estero. Resta, dunque, senza cittadinanza il 23,4%. Di questi il 36% è nato all’estero, ma quasi il 20% in Italia. In questo ultimo caso, si tratta di persone che hanno compiuto tutto il percorso scolastico, ma non sono ancora cittadini.
Quest’ultimo gruppo di persone forma una minoranza ulteriormente suddivisa tra chi è nato in Italia e che può diventare cittadino a condizione che sia stato ininterrottamente residente nel nostro Paese “sino al compimento della maggiore età” (dunque, non si è recato all’estero, per esempio in vacanza o per uno programma Erasmus o per un viaggio d’istruzione e scambio con una scuola all’estero o per partecipare con la sua squadra di pallavolo o di calcio a un torneo all’estero) e chi, giunto ancora piccolo da noi, può fare richiesta al 18° anno di età sempre, però, potendo dimostrare di essere stato residente senza interruzione per dieci anni (se non europeo) e quattro anni (se cittadino comunitario) in Italia. Il primo, al traguardo dei 18 anni, dunque, è titolare di un diritto che non può essergli negato; al secondo, invece, la cittadinanza è concessa dopo un vaglio da parte dell’autorità amministrativa delle condizioni poste dalla legge (la 91 del 1992). A ben guardare siamo di fronte a una differenziazione di una categoria, per definizione protetta, i minori, per quanto riguarda il riconoscimento dello status di cittadino/a. In altri termini, i minori nati in Italia o arrivati quando ancora erano piccoli (in età prescolare), pur compiendo lo stesso percorso di socializzazione, hanno un diverso trattamento per l’ottenimento della cittadinanza.
Non a caso, a urne chiuse, Forza Italia ha riproposto un suo disegno di legge sul così detto jus scholae: un rimedio all’italiana di una palese discriminazione a danno di persone che si trovano a vivere fianco a fianco tutta l’esperienza scolastica, ma che al compimento dei 18 anni sanno che uno di loro è più favorito dell’altro per l’accesso allo status di cittadino. Una soluzione ibrida che lascia pur sempre irrisolta la questione se chi nasce in Italia da genitori stranieri debba dare prova di essere un buon cittadino o una buona cittadina, per il solo fatto che non è di stirpe italica. Siccome sei nato da stranieri, sospetto che in cuor tuo resti straniero anche se hai frequentato la scuola, parli l’italiano, giochi in una squadra di calcio o di pallavolo, hai gli stessi stili di vita e di consumo di tanti altri tuoi coetanei. La cittadinanza non posso concedertela, perché sei diverso per il tuo background famigliare. Se poi, la tua famiglia è musulmana, il dubbio che tu non voglia effettivamente integrarti di fatto mi convince che la cittadinanza non si possa dare a tutti automaticamente al raggiungimento dei diciotto anni, ma solo sub condicione.
Se la fraternité è ormai una chimera, l’égalité è come un elastico che si stende o si stringe a seconda della volontà politica, sovrana, s’intende. A farne le spese è la liberté: se per dieci anni o quattro anni, a seconda dei casi, in attesa di poter un domani avere la cittadinanza, non posso andare all’estero in vacanza, in gita scolastica o per partecipare a una gara sportiva, qualcuno di loro si chiederà perché non possa liberamente fare le stesse cose dei suoi coetanei? Nel 2023, gli alunni di origine straniera erano l’11,6% della popolazione scolastica (931.329): nelle aree periferiche e interne del nostro Paese, senza questi allievi non sarebbe possibile formare le classi della scuola elementare. Continuare a considerali cittadini in attesa di giudizio sino a 18 anni, sino alla maggiore età, significa, a ben vedere, negare loro un diritto che già di fatto esercitano, un diritto che coincide con il bene comune: se chiudi una scuola perché non ci sono i numeri minimi per formare una classe è come se distruggessi con le tue mani quel prezioso capitale sociale che l’istruzione mobilita.
Il risultato negativo del referendum sulla cittadinanza è, dunque, la spia di un malessere sociale profondo di cui prendere seriamente atto, che è stato alimentato dagli imprenditori politici che sono riusciti a convincere una parte dell’opinione pubblica che l’immigrazione irregolare sia causa d’insicurezza e di disordine sociale. Dal tempo delle sanatorie o delle regolarizzazioni siamo passati al tempo del remigration (l’ultimo convegno delle destre europee, americane e australiane si è tenuto a Varese lo scorso maggio): sono troppi e troppo diversi da noi, non possiamo tenerceli soprattutto quando non si assimilano; dunque, riportiamoli indietro a casa loro, così torniamo a essere padroni a casa nostra. Una deportazione di massa che, come una rete a strascico, prende su non solo gli ultimi arrivati per vie irregolari, ma anche chi è da molti anni in Europa e che è in attesa di rinnovo del permesso di soggiorno oppure i figli e le figlie di immigrati senza o con cittadinanza. L’esempio lo sta dando già la presidenza Trump. Difficile pensare che in tempo dove prevale polemos si possa ragionevolmente sperare in una nuova legge sulla cittadinanza inclusiva delle nuove generazioni di origine immigrata in Italia.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
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Enzo Pace, è stato professore ordinario di sociologia e sociologia delle religioni all’Università di Padova. Directeur d’études invité all’EHESS (Parigi), è stato Presidente dell’International Society for the Sociology of Religion (ISSR). Ha istituito e diretto il Master sugli studi sull’islam europeo e ha tenuto il corso Islam and Human Rights all’European Master’s Programme in Human Rights and Democratisation. Ha tenuto corsi nell’ambito del programma Erasmus Teaching Staff Mobility presso le Università di Eskishehir (Turchia) (2010 e 2012), Porto (2009), Complutense di Madrid (2008), Jagiellonia di Cracovia (2007). Collabora con le riviste Archives de Sciences Sociales des Religions, Social Compass, Socijalna Ekologija, Horizontes Antropologicos, Religiologiques e Religioni & Società. Co-editor della Annual review of the Socioklogy of Religion, edito dalla Brill, Leiden-Boston, è autore di numerosi studi. Tra le recenti pubblicazioni si segnalano: Cristianesimo extra-large (EDB, 2018) e Introduzione alla sociologia delle religioni (Carocci, 2021, nuova edizione); Religioni in guerra (Castelvecchi, 2024).
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