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Tunisi nella memoria degli italiani. Appunti

Tunisi, porte de France

Tunisi, porte de France

di Khouloud Kharrat 

Spesso si parla dell’emigrazione italiana in Tunisia come fenomeno che segna profondamente il secolo scorso. Numerosi studi analizzano gli aspetti storici, sociali ed economici di questa presenza. Oggi, però, il fenomeno si rovescia: è la Tunisia a guardare verso l’Italia, con un flusso migratorio che percorre la rotta opposta. Nel Novecento, molti italiani scelsero la Tunisia non solo per la vicinanza geografica, ma anche perché quel piccolo Paese del Nord Africa appare dinamico, accogliente e ricco di opportunità.

Con questo articolo vogliamo riscoprire la Tunisia di allora attraverso una prospettiva diversa: quella degli italiani che la vivono e che ancora oggi ne conservano il ricordo. Com’era la vita quotidiana in quel contesto? Che atmosfera si respirava? E soprattutto, cosa rimane impresso nella memoria di chi racconta quei luoghi e quel tempo?

Tunisi, primi 900

Tunisi, primi 900

Passeggiando tra i quartieri di Tunisi

La Tunisia del Novecento era un Paese dai mille odori, profumi e sapori intrecciati tra loro, capaci di dare vita a un mosaico di esperienze ed emozioni. Il territorio si divideva tra aree rurali e la città, cuore pulsante della vita sociale e culturale.

Tunisi era attraversata da una grande porta, nota come Porte de France o Bab el Bhar in arabo che segnava il confine tra due mondi: da un lato la città nuova, moderna ed europea, dall’altro la Medina, antica e tradizionale. La città nuova si sviluppava lungo ampi boulevard, fiancheggiati da eleganti palazzi bianchi in stile liberty e ombreggiati da alberi pieni di uccelli canterini. Ovunque si trovavano bancarelle di fiori, caffè all’aperto, banche e negozi. In questa parte della città si incontravano spesso uomini ben vestiti, con giacca, cravatta e il classico cappellino di paglia. Seduti ai tavolini dei caffè, sorseggiavano lentamente il loro caffè, leggendo il giornale e godendosi l’atmosfera vivace e raffinata della capitale.

In questa zona della città si trovavano quartieri residenziali di lusso, abitati principalmente dai ricchi soprattutto francesi. Fuori dalla Medina esisteva anche una linea del tram: un convoglio in legno, con l’esterno dipinto di bianco e gli interni scuri. La fermata più vicina si trovava non lontano dalla Porte de France, e i biglietti, stampati in francese, andavano acquistati prima di salire a bordo.           

Tunisi, primi 900

Tunisi, primi 900

La Medina, invece, era abitata in prevalenza dalle fasce più povere della popolazione: arabi, italiani, maltesi, spagnoli, turchi e altri gruppi convivevano in un mosaico multiculturale.

Alcuni quartieri erano occupati da modesti palazzi abitati quasi esclusivamente da italiani. Erano zone popolari, spesso considerate poco raccomandabili a causa della presenza di bordelli e di una certa marginalità sociale. Tuttavia, gli affitti più bassi rendevano questi luoghi accessibili, e molti italiani vi vivevano senza dare troppo peso all’ambiente circostante. Uno dei quartieri più noti in questo senso era Rue Abdellaghesh.

C’erano però anche altre zone dove si concentrava la comunità italiana, come la Piccola Sicilia, la Piccola Calabria, La Goulette e altri quartieri a forte impronta italiana. Nei palazzi della Medina abitati da italiani, la sorveglianza e la gestione della vita quotidiana erano spesso affidate a figure conosciute come “Hage”, uomini fidati, considerati devoti e rispettabili, poiché avevano compiuto il pellegrinaggio alla Mecca. Spesso marocchini, indossavano una lunga tunica bianca, un turbante dello stesso colore, babbucce e le tipiche pantofole marocchine in pelle, a punta e di colore giallo. Il loro ruolo era fondamentale: si occupavano di mantenere l’ordine nel palazzo, aiutavano nelle faccende domestiche, accompagnavano i bambini quando necessario e, nel tardo pomeriggio, dopo il richiamo alla preghiera, lavavano le scale e chiudevano i portoni, preparando il palazzo per la notte. Pur vivendo in condizioni modeste, questi uomini erano totalmente integrati nella vita quotidiana del palazzo: ricevevano vitto e alloggio dalle famiglie residenti e spesso abitavano in piccoli locali al piano terra. La loro presenza, discreta ma costante, garantiva sicurezza e coesione nella comunità.

Tunisi, primi 900

Tunisi, primi 900

Al centro della Medina si trovava il Souk di Tunisi: il cuore pulsante della città antica, un luogo pieno di vita e splendore, dove tutto sembrava intrecciarsi in un unico, colorato puzzle. Le strade erano spesso affollate, animate da un continuo sottofondo di suoni, odori e colori. Si sentiva il tintinnio regolare dei piccoli martelli degli orafi che incidevano piatti e gioielli, mentre i profumi dolci e speziati si mescolavano nell’aria. Le donne passavano silenziose, avvolte nel loro sefseri bianco, che tenevano chiuso con i denti o con una mano, lasciando visibili solo gli occhi neri e profondi. Seduti su piccoli sgabelli, i bottegai arabi sorseggiavano tè alla menta, chiacchierando tra loro in attesa dei clienti. Qui si vendeva davvero di tutto: tappeti, spezie, gioielli, abiti appesi alle pareti, trucchi, profumi, oggetti per la casa e cibo. Il Souk dell’oro brillava tra le strade, e in certe vie si potevano notare colonne dipinte di rosso e verde, accanto alle quali c’erano anche venditori di libri usati.

Tra i vicoli, si muovevano carretti in legno spinti a mano, carichi di pane appena sfornato: lunghe baguette francesi, pagnotte italiane allungate con una riga centrale e tante forme arrotondate ai lati che sembravano grandi farfalle. C’erano negozi che offrivano ogni tipo di merce utile in casa: formaggi, sapone a pezzi, petrolio per le lampade, quaderni, matite, pennini, chewing gum e caramelle. Negli épiceries, i commercianti si muovevano con rapidità impressionante: con un solo coltellaccio tagliavano tutto, dal cibo al sapone. Questi venditori erano chiamati Djerbini, perché provenivano dall’isola di Djerba, riconoscibili dalla tunica grigia e dalla chéchia, il tipico cappellino rosso.

Tunisi, primi 900

Tunisi, primi 900

Il latte arrivava fresco, trasportato su asini con due contenitori ai lati. C’erano intere strade dedicate ai dolci arabi, vi si trovavano specialità come makrout, zlabia, baklava, lebrik al miele, yoyo, samsa e tante altre prelibatezze. Accanto a queste golosità locali, non mancavano i dolci italiani, amatissimi e preparati da storiche famiglie di pasticceri, come quella dei Baroni. Le loro vetrine esponevano choux, éclairs, millefoglie, e naturalmente i celebri cannoli siciliani, ripieni di ricotta o cioccolato

Nel cuore di tutto questo mosaico di suoni, profumi e voci, si innalzava la Moschea Al-Zaytouna, con la sua architettura maestosa: grandi portoni in legno massiccio dipinto di giallo, alti muri e un minareto bianco che dominava il cielo della Medina.

Tunisi, primi 900

Tunisi, primi 900

La quotidianità degli italiani

Nei palazzi descritti sopra, si conduceva una vita modesta, ma ricca di valori, primo fra tutti quello della famiglia. Le donne contribuivano attivamente al bilancio domestico: molte cucivano a casa con la macchina da cucire così da poter affrontare le spese quotidiane come le bollette e l’affitto. Si occupavano dei bambini, cucinavano per la famiglia. Nel pomeriggio, quando tutte le faccende erano ormai concluse, le mamme aprivano le porte di casa e si sedevano sul pianerottolo, chiacchierando tra loro fino all’ora di cena, tra risate, racconti e confidenze. La cucina quotidiana era semplice ma gustosa: si preparava pasta fresca fatta in casa, polpette speziate, fette di melanzane fritte e tanti altri piatti della tradizione. A colazione, non mancavano mai i sapori decisi: si servivano piatti caldi di peperoni verdi e pomodori fritti.

I bambini della comunità italiana in Tunisia seguivano percorsi scolastici diversi: alcuni frequentavano scuole italiane, altri scuole francesi. A volte, perfino all’interno della stessa famiglia, due sorelle potevano avere ricevuto un’istruzione in lingue e sistemi educativi differenti. Le classi erano spesso divise per genere: maschi da una parte, femmine dall’altra, e per tutti vigeva l’obbligo di indossare una divisa. La settimana scolastica andava dal lunedì al sabato, con giornate lunghe che si prolungavano fino al pomeriggio.

A scuola veniva servito ogni giorno lo stesso pasto semplice: una scodella di riso con lenticchie. A metà mattina, i bambini ricevevano un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo, considerato utile per rafforzare la salute. Quando il tempo lo permetteva, i maestri organizzavano escursioni ai siti archeologici della zona di Hammam Lif, per mostrare agli alunni i resti delle costruzioni romane su quella terra lontana ma carica di storia. Il sabato mattina, invece, si concludeva con il rito del saluto alla bandiera.

Nelle scuole della comunità italiana si studiavano più lingue: l’italiano, il francese e anche l’arabo, riflesso di una realtà multilingue e multiculturale che arricchiva l’esperienza educativa. Le ragazze italiane dell’epoca vivevano sotto lo sguardo vigile del padre. Imparavano certe regole aiutando la madre nelle faccende domestiche e non potevano uscire da sole: dovevano sempre essere accompagnate, altrimenti rischiavano delle punizioni. Anche nel tempo libero dovevano seguire alcune norme: fare visita a parenti o amici, trascorrendo i pomeriggi a chiacchierare, ma sempre con un comportamento serio e rispettabile. Ad alcune ragazze il padre vietava di mettere lo smalto sulle unghie, di truccarsi in modo troppo attraente o di tingersi i capelli per apparire più belle.

Tunisi, Teatro municipale

Tunisi, Teatro municipale

Il sabato andavano a fare shopping, dopo aver ricevuto dei soldi dal padre per comprare nuovi vestiti. Spesso andavano anche al cinema, in sale come il Capitol, il Palmarium o il Colisée, oppure al teatro municipale per assistere a opere liriche. Frequentavano anche circoli italiani, come “L’Aurora”, dove si parlava di sport, si poteva bere un caffè e leggere un giornale italiano.

Da bambini, i ragazzi giocavano con delle trottole di legno chiamate zarbute e anche con le biglie di vetro. Organizzavano gare con i monopattini e giocavano in gruppo con giochi tradizionali come la lippa, il salto al cavallo e molti altri. Crescendo, iniziavano a essere più liberi: potevano uscire da soli, andare nelle sale da biliardo, giocare nei locali e frequentare piccoli bar, dove capitava anche di incontrare le prime ragazze.

Giorni d’estate

Nel Novecento, l’estate in Tunisia era segnata da un caldo intenso e penetrante. Durante le ore più afose del pomeriggio, le famiglie italiane restavano in casa, trascorrendo il tempo davanti all’unico canale televisivo arabo o sintonizzandosi su Rai Uno, che portava un po’ di Italia nei salotti tunisini.

Tunisi, spiaggia primi 900

Tunisi, spiaggia, primi 900

Quando il sole iniziava a calare, cominciavano le passeggiate serali. Gli italiani uscivano a respirare un po’ d’aria fresca, camminando lungo i Ports puniques, sulle rovine affascinanti dell’antico porto militare di Cartagine, profumato di gelsomini e colorato dalle bouganville. Altri preferivano la spiaggia o la via principale dei quartieri marinari, dove spesso una breve nuotata nel mare placava la calura del giorno.

Le località costiere come El Kram, Sidi Bou Saïd, La Marsa, la Goulette e molte altre si animavano di suoni, profumi e risate. Sulle spiagge si giocava a pallone, si passeggiava con i piedi nella sabbia o si gustava una Boga Cidre, una dolce bevanda gassata al cedro, amata da grandi e piccoli. Le strade pullulavano di venditori ambulanti che offrivano ogni genere di delizia: dolcetti all’acqua di rose, coloratissimi gelati alla cioccolata e fragola, “bottoni dorati”, grossi salatini chiamati “kaki” venduti a basso prezzo, ma anche noccioline, mandorle, semi di zucca tostati o grigliati, pistacchi e l’immancabile tè alla menta con pinoli.

Bambaluni

Bambaluni

C’era anche il frittellaio, che sedeva per terra a gambe incrociate davanti a un grande fornello con le braci. Prendeva grossi pezzi di pasta bianca, li lavorava con le mani dando loro una forma rotonda, e con un dito faceva un buco al centro prima di immergerli nell’olio bollente. I movimenti delle sue mani erano affascinanti: così preparava i bambaluni, che poi venivano coperti di zucchero. Tutti li compravano e li mangiavano ammirando il mare e la spiaggia.  A volte, sulla spiaggia, si mangiavano anche i fichi d’India, che crescevano proprio lì, piantati tra la sabbia e le rocce.

Sulle spiagge risuonavano dolci melodie che arrivavano dai ristoranti affacciati sul mare, come “Le Petit Mousse”. Tra le note più frequenti, si potevano ascoltare canzoni come “Comme un petit papavre” e “Les feuilles mortes”, che si mescolavano al suono delle onde e alla brezza del tramonto. Sulle spiagge si trovavano delle cabine in affitto e grandi tende colorate che offrivano riparo dal sole, creando un’atmosfera vivace e rilassata.

A Ferragosto si preparava spesso il cous cous di verdure, un piatto festivo che univa tradizione e stagionalità. Un’altra usanza molto amata era quella del mandorlato conosciuto anche come croquants aux amandes  un dolce croccante venduto in grandi lastre e tagliato a fette, da intingere in una limonata fresca fatta con i profumatissimi limoni locali.

Cous cous di verdure

Cous cous di verdure

Giorni d’inverno

Dell’inverno nella Tunisia del Novecento non si racconta molto, ma anche questa stagione aveva il suo carattere. Nonostante il Paese sia nordafricano, il freddo si faceva sentire, soprattutto nelle zone interne. La neve cadeva in alcune città dell’entroterra e solo raramente su Tunisi, dove l’aria si faceva comunque pungente. Nei racconti degli italiani si ricorda, ad esempio, che nelle scuole, per riscaldarsi, i bambini erano invitati a saltare sul posto per qualche minuto, in attesa che il gelo si attenuasse.

Nelle campagne, l’inverno coincideva con il tempo dei raccolti: si mieteva il grano, si raccoglievano le mandorle e le olive. In alcune zone come Chaffar, vicino a Sfax, si passeggiava a cavallo tra i campi di uliveti, immersi in un paesaggio calmo e polveroso. Durante la raccolta, i contadini consumavano pasti semplici ma ricchi di sapore: pane di tabouna, cotto nel tradizionale forno a cupola, accompagnato da olive fresche e generose dosi di olio d’oliva.

Lablabi

Lablabi

Per combattere il freddo, era molto diffuso un piatto popolare e amatissimo anche dagli italiani: il lablabi, una zuppa calda e sostanziosa a base di ceci, pane raffermo, aglio, cumino, harissa e uovo.

Economico e nutriente, scaldava corpo e spirito nelle giornate più fredde.                                

Tra cielo e terra: religione e celebrazioni

In Tunisia, durante il Novecento, convivevano pacificamente le tre grandi religioni monoteiste: l’Islam, il Cristianesimo e l’Ebraismo. I tunisini erano in gran parte musulmani, mentre gli italiani, i francesi, i maltesi e gli spagnoli residenti erano cristiani. Vi era anche una forte presenza ebraica. Tutti praticavano la propria religione in pace, libertà e serenità. Come vi erano moschee per i musulmani, così anche i cristiani avevano molte chiese, di varie dimensioni: alcune grandi, altre più piccole, come la chiesetta di Santa Croce in Rue de l’Église. Anche gli ebrei avevano le loro sinagoghe.

Zlabia

Zlabia

L’immagine della Tunisia di quel tempo era quella di un Paese tollerante e accogliente. Durante il mese sacro del Ramadan, i tunisini offrivano ai loro vicini italiani i dolci tradizionali come la zlabia.  In occasione dell’Aïd el-Kébir, la festa del sacrificio che segue il Ramadan, l’atmosfera diventava unica: le strade e i souk si riempivano di gente, si acquistavano addobbi per decorare le pecore. Poi, nel giorno del sacrificio, un silenzio particolare avvolgeva le strade e si vedeva scorrere il sangue degli animali, perché era il momento del rito. Subito dopo, l’aria si riempiva dell’odore della carne arrostita, e durante il pranzo i tunisini offrivano ai loro vicini italiani grandi pezzi di carne, come cosciotti d’agnello. Nei giorni successivi, i terrazzi si riempivano di carne messa a essiccare con olio e spezie per preparare la merguez: un profumo intenso invadeva l’aria.

Tunisi, primi 900

Tunisi, primi 900

Anche le feste cristiane cambiavano l’atmosfera in Tunisia. A Natale, le città si adornavano, i negozi esponevano dolci natalizi e le campane delle cattedrali suonavano ripetutamente. Le persone si scambiavano auguri. Nelle modeste palazzine degli italiani, le porte degli appartamenti rimanevano aperte per accogliere parenti e amici. Si preparava l’albero e il presepe e, alla vigilia, tutta la famiglia si riuniva intorno al presepe a cantare canzoni natalizie. Le stanze erano affollate, ma anche se lo spazio era poco, la gioia era tanta.

Il pranzo di Natale prevedeva piatti come i vol-au-vent ripieni di ricotta e piselli o rognone, un grande tacchino farcito con contorno di piselli e carciofi al limone, e come dolce il tronchetto al cioccolato. Per la cena si serviva il brodo con pesce, broccoli, cardi e baccalà fritto, accompagnato da un gateau di patate con prosciutto cotto. Infine, una marea di dolci fatti in casa: makroud, yoyo, datteri fritti nel miele, datteri farciti con pasta di mandorle colorata, ciambelline ebraiche, torrone italiano, fino ad arrivare con il tempo a panettoni e pandori. Anche la Pasqua era celebrata come se si fosse in Italia: si andava in chiesa, si visitavano i siti archeologici romani e si gustava il tradizionale dolce siciliano: il campanaro.

Un’altra festa cristiana molto sentita era quella dei defunti. Le famiglie visitavano i cimiteri portando fiori come dalie, margherite e pomponette acquistati dai venditori tunisini davanti agli ingressi. Le tombe venivano pulite e sistemate. Ai bambini si regalava la frutta martorana e i pupi di zucchero. Alcune famiglie avevano anche l’abitudine di pranzare vicino alle tombe, per far sentire ai propri cari defunti che non erano soli, che erano ancora parte della famiglia.

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Riferimenti bibliografici 
Lorenzo Bonazzi, Al di là del mare una storia italiana tra due sponde del Mediterraneo, Affinità Elettive, 2024.
Mario Meo, C’era una volta… la mia Tunisi, Booksprint, 2024.
Marinette Pendola, La riva lontana, Sellerio Editore, 2022.
Maurizio Valenzi, Confesso che mi sono divertito, Tullio Pironti, 2007.

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Khouloud Kharrat è una storica tunisina specializzata in storia contemporanea. È attualmente dottoranda in Lingua e Civiltà italiane presso la Facoltà di Lettere, Arti e Scienze Umane dell’Università della Manouba, dove ha anche conseguito una laurea magistrale di ricerca. Presso lo stesso ateneo, svolge attività didattica come docente di Civiltà italiana per stranieri. Parallelamente, opera come traduttrice giurata, riconosciuta ufficialmente dai tribunali tunisini e dall’Ambasciata d’Italia.   

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