di Latifa Talbi
Introduzione
Questo articolo si propone di analizzare, attraverso un approccio di antropologia comparativa, due realtà sociali separate geograficamente ma unite da un medesimo linguaggio simbolico: quello della musica come terapia.
Il primo riferimento sarà l’opera dell’antropologo italiano Ernesto De Martino, in particolare i suoi studi sulle tarantate del Sud Italia; il secondo sarà l’osservazione di Vincent Crapanzano dedicata alla confraternita sufi degli Hamadsha di Meknes, in Marocco.
Qual è il legame che unisce queste due esperienze rituali? In entrambi i casi, la musica, la danza e la trance diventano strumenti di guarigione, canali attraverso cui l’essere umano affronta il dolore, la crisi e il disagio, trasformandoli in esperienza collettiva e in possibilità di riscatto.
Per comprendere più a fondo questa dimensione terapeutica della musica, è necessario soffermarsi brevemente sui contesti rituali in cui essa prende forma. Nel caso del Marocco, la confraternita degli Hamadsha rappresenta uno degli esempi più significativi di come il suono, la trance e il corpo diventino mezzi di guarigione spirituale e sociale. Attraverso il ritmo dei tamburi (t’arījāt), il suono dei flauti (ghīta) e la ripetizione incessante dei canti devozionali, i partecipanti entrano in uno stato di alterazione controllata che permette la reintegrazione dell’individuo nella comunità – una dinamica che, come vedremo, trova sorprendenti parallelismi nelle tarantate studiate da De Martino.
Il rito degli Hamadsha: tra estasi e guarigione
La confraternita degli Hamadsha nasce nel XVII secolo attorno al culto dei santi Sidi ʿAli ben Hamdush e Sidi Ahmad Dghughi, due delle tante figure centrali del marabuttismo marocchino. I loro santuari, ancora oggi meta di pellegrinaggi e rituali collettivi, soprattutto durante i mussem, festival stagionali dedicati a questi santi (Nabti, 2010), rappresentano spazi di passaggio in cui il dolore, la follia o la malattia vengono rielaborati attraverso la musica e la trance, come documenta Crapanzano (1973).
Durante la hadra [1]– momento culminante della cerimonia – i fedeli entrano in uno stato di estasi mistica che permette di espellere le forze negative e di ristabilire l’equilibrio spirituale. Il corpo vibra insieme ai tamburi, il respiro si sincronizza con la ghīta e la parola sacra si trasforma in suono. La guarigione non è soltanto individuale: è un atto sociale e condiviso, dove la comunità partecipa alla sofferenza e alla liberazione del soggetto.
L’antropologo Vincent Crapanzano dedicò uno dei suoi studi a un caso emblematico di malato spirituale presso la zawiya [2] dei due santi: Tuhami. Quest’ultimo rivendicava di essere posseduto dallo spirito del demone Aicha Qandisha, figura profondamente legata al culto degli Hamadsha e venerata dai loro discepoli. Crapanzano descrive con precisione i momenti della sua possessione, i distacchi dalla realtà e gli effetti psichici e corporei (Crapanzano, 1980) che accompagnano il suo stato di possessione chiamato anche come melk (Rhani, 2009) o di maqius (Crapanzano, 1973).
Questo processo si radica nella logica sufi della purificazione (tazkiya), ma conserva anche tratti del marabuttismo popolare, già analizzato in precedenti ricerche, in cui il santo agisce come mediatore tra umano e divino – figura che, in un certo senso, anticipa il “salvatore simbolico” evocato da De Martino nei suoi studi.
Ernesto De Martino e la crisi della presenza
Nel suo capolavoro Il mondo magico (1948), De Martino definisce la “crisi della presenza” come il rischio che l’individuo corre di perdere sé stesso di fronte a situazioni limite – la malattia, il dolore, la follia o la possessione. Il rito, secondo l’antropologo, nasce proprio come risposta culturale a questa crisi: attraverso gesti, suoni e parole, la comunità restituisce all’individuo la possibilità di “esserci nel mondo”.
In La terra del rimorso (1961), dedicata al tarantismo pugliese, De Martino osserva come la musica, la danza e il colore diventino dispositivi terapeutici che reintegrano il soggetto nel suo orizzonte culturale. La tarantata, mossa da una forza che la supera, danza fino all’esaurimento, e nel ritmo del tamburello ritrova la propria presenza nel mondo. La guarigione avviene attraverso un linguaggio simbolico che unisce corpo, suono e comunità.
Musica e trance come linguaggi della salvezza
Se nei riti delle tarantate la musica diventa il veicolo per ricondurre l’individuo alla vita ordinaria, nel rito Hamadsha essa ha una funzione affine ma spiritualmente più esplicita: la musica è l’incontro con il divino. Attraverso la ripetizione ciclica dei suoni e delle formule sacre, l’adepto entra in contatto con la baraka, la forza benedetta dei santi, in una trance che non è perdita, ma superamento dei confini dell’io.
In entrambi i casi, la musica agisce come terapia: nella Puglia demartiniana libera dal veleno simbolico della taranta; a Meknes purifica dal male spirituale e dalla follia. Il ritmo costante, il canto corale e la presenza collettiva sono gli elementi che permettono il ritorno alla “presenza”, alla stabilità interiore e sociale. Si potrebbe dire, in questo senso, che la musica rappresenta una soglia tra l’umano e il trascendente, un dispositivo che salva e restituisce senso – tanto nel tamburello delle tarantate quanto nella ghīta degli Hamadsha.
Questa continuità tra rito e contemporaneità trova eco anche in esperienze artistiche moderne. Nel villaggio di Jajouka, in Marocco, i Master Musicians of Joujouka mantengono viva la tradizione sufi legata al Boujloud [3]: attraverso i loro suoni ipnotici di flauti e percussioni, ripropongono l’antica connessione tra musica, trance e guarigione spirituale, attirando l’interesse di artisti occidentali come Brian Jones dei Rolling Stones o Ornette Coleman (Talbi, 2017; 2025). Allo stesso modo, il Taranta Project [4] di Ludovico Einaudi, ispirato alle ricerche di De Martino, reinterpreta la pizzica salentina come linguaggio universale della catarsi collettiva, dove ritmo e corpo si incontrano in un dialogo fra tradizione e contemporaneità.
Entrambe le esperienze – pur nate in contesti diversi – testimoniano come la musica rituale continui a essere oggi un territorio di incontro tra il locale e il globale, tra la memoria e l’innovazione. In questa prospettiva, la musica – da Jajouka al Salento – continua a farsi rito, luogo di memoria e guarigione condivisa.
Come abbiamo constatato da questa analisi, ritorna con forza il tema della musica come medicina. Alcuni aspetti primordiali dell’essere umano – al di là della lingua, della religione e della cultura – restano immutabili nel tempo: il bisogno di liberarsi, di esprimere il dolore o la gioia attraverso il suono e il corpo. Che si tratti di una danza irrequieta come quella delle tarantate o di un movimento ripetuto come un mantra fino al raggiungimento della trance, la musica diventa linguaggio universale della guarigione.
La comunità, in questi rituali, è sempre presente e partecipe: c’è chi danza, chi suona, chi accompagna con il proprio sguardo e la propria voce. Tutti condividono lo stesso spazio di rinascita collettiva.
In conclusione, questo studio lascia aperta la riflessione sulla trance come realtà che vibra tra corpo, comunità e spirito – un linguaggio universale che unisce mondi lontani, ma profondamente umani.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] Crapanzano la descrive come «the ectatic dance of thr Hamadsha and other religious brotherhoods»: 238 (1973).
[2] Crapanzano la descrive come «the lodge or meeting place of a religious brotherhood»: 239 (1973).
[3] Si tratta di una maschera arcaica marocchina che ancora oggi compare in alcune celebrazioni (Talbi, 2025).
[4] https://open.spotify.com/intl-it/album/5NcC2WQ4sMn8qy2fTqdcWb
Riferimenti bibliografici
Crapanzano V. (1973), The Hamadsha; a study in Moroccan ethnopsychiatry, Los Angeles: University of California press.
Crapanzano V. (1980), Tuhami: portrait of a Moroccan, Chicago; University of Chicago.
De Martino E. (1961), La Terra del Rimorso, Torino, Einaudi editore.
De Martino E. (1948), Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo, Torino, Einaudi editore.
Nabti M. (2010), “Le mussem de Meknès. Le déclin d’une tradition spirituelle” in “L’Homme” : 137-166, Paris, EHESS.
Rhani Z. (2009), “Le chérif et la possédé e Sainteté, rituel et pouvoir au Maroc” in “L’Homme” : 27-50, Paris, EHESS.
Talbi L. (2017), “Il Marocco Selvaggio: Boujloud”, Tesi di laurea
Talbi L. (2025), “Boujloud e lontani cugini: maschere mediterranee tra rito, mito e spettacolo contemporaneo”, in “Dialoghi Mediterranei”, n. 75
Siti Web
https://open.spotify.com/intl-it/album/5NcC2WQ4sMn8qy2fTqdcWb
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Latifa Talbi, laureata in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università di Torino, con una tesi pubblicata sul culto dei marabutti. Nel 2019 ha partecipato a un progetto Erasmus+ in Marocco per una ricerca etnografica sul campo. Nel 2023 ha pubblicato l’articolo “Ramadance: Sacro e profano online, tra mesi di penitenza e danze folkloristiche” nella rivista Africa e Mediterraneo (Dossier n. 99, 2024) e ha contribuito con diversi saggi alla rivista Dialoghi Mediterranei, tra cui “Sidi Abdel Rahman di Casablanca: tra tradizione e modernità” (2025) e “Genealogia, prestigio e sacralità: gli Chorfa e la tribù Ahmar in Marocco” (2025). Possiede competenze multidisciplinari acquisite attraverso studi e attività di mediazione culturale, unite a una conoscenza avanzata delle lingue arabo, italiano, inglese e spagnolo.
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