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Tra i vicoli della medina con “Le Ragazze di Tunisi”: dialogo con Luca Bianchini

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È balzato subito ai vertici delle classifiche dei libri più venduti il nuovo romanzo di Luca Bianchini Le Ragazze di Tunisi (Mondadori), un libro che, nel suo stile scorrevole e a volte divertente, parla di radici, di famiglia ed ha, come sfondo, la perla del Mediterraneo: la Tunisia. Una Tunisia di fine anni ’50 inizio anni ’60 crogiuolo di etnie, culture, lingue e religioni.

Questo romanzo, in cui Luca Bianchini ripercorre la storia di sua madre e del lato materno della sua famiglia siciliana, ci mostra un’altra faccia dell’emigrazione: quella di tanti italiani che non andarono in America o in Australia o in Argentina ma si recarono in Tunisia per fare una vita migliore (forse) senza allontanarsi troppo dall’Italia. Una frase colpisce del romanzo di Bianchini in cui ci narra di questo particolare: «siciliani che non avevano avuto i soldi, più che il coraggio, per emigrare in America e avevano preferito non allontanarsi troppo dalla Sicilia, in una terra dove comandavano i francesi, che avevano imposto alla popolazione la loro lingua».

Si parla di emigrazione al contrario, un’emigrazione in cui la Tunisia rappresentava non tanto l’altro da sé, ma un’estensione del loro orizzonte dove l’identità italiana non veniva persa ma arricchita dal confronto con l’altro. «A Tunisi si sentivano a casa perché il mare era lo stesso, eppure era tutto diverso. Erano siciliani che parlavano in francese e sognavano in arabo, in un crogiuolo di mondi che li rendeva unici». Ciò si rispecchia anche nel lessico: le espressioni dialettali siciliane come “che cammuria” o “bedda matri” si intrecciano con il francese dei dominatori e l’arabo delle strade di Tunisi.

Questa contaminazione non si ferma alle parole, ma invade felicemente anche la tavola dei Brancata. In un trionfo di sensi, la cucina diventa il luogo dove le tradizioni si fondono: il couscous si sposa con la caponata e l’odore delle fritture siciliane si mescola a quello dei dolci al miele e ai datteri, i tipici makroudh.  Tuttavia, in quella terra, dominata dal bianco e azzurro delle case di Sidi Bou Said e dal profumo di gelsomino, la famiglia Brancata si trovò bene, circondata da ebrei, maltesi, francesi, tunisini.

La mamma con Vitina e Pupetta (Archivio )

La mamma con Vitina e Pupetta (Archivio Bianchini )

In questo microcosmo internazionale si svolge una vibrante saga familiare: gli amori, i segreti, l’amicizia sincera, le delusioni dei suoi protagonisti, in mezzo ad aneddoti divertenti e spassosi e a momenti malinconici e nostalgici. Ma chi erano “Le ragazze di Tunisi”? chi erano queste giovani donne della famiglia Brancata? Erano donne forti, donne che dovettero fare scelte coraggiose in un’epoca di grandi cambiamenti. Sospese tra il desiderio di emancipazione e il rispetto per la tradizione sognano il grande amore, leggono le riviste francesi, ascoltano Mina alla radio: in loro vibra la voglia di scoprire il mondo, ma anche la paura di deludere le aspettative di una famiglia che le vorrebbe in una campana di vetro.

Pochissimi altri autori del panorama letterario contemporaneo eguagliano Luca Bianchini nello scavare nell’animo femminile descrivendone i sentimenti e le emozioni in modo così dettagliato. Un aspetto, questo, che viene sottolineato anche nelle risposte che l’autore ha voluto concedere in un’intervista esclusiva:

Luca, le tue “Le Ragazze di Tunisi” mostrano una resilienza ed una capacità di fare comunità straordinaria. In un’epoca come la nostra, iper-connessa ma spesso segnata dalla solitudine, credi che abbiamo perso quel valore della vicinanza, della condivisione e della solidarietà femminile? E soprattutto, cosa pensi che direbbero le donne della famiglia Brancata alle ragazze di oggi che cercano il loro posto nel mondo?

«Beh, le sorelle Brancata avevano una grande forza, una forte resistenza e grande solidarietà tra loro e non si sentivano mai sole pur non avendo grandi mezzi tecnologici, anzi, forse proprio grazie al fatto che non esistevano i telefonini che erano così unite, anche perché poi il telefono è un mezzo che mette in contatto tutti ma ti lascia profondamente solo davanti ad uno schermo; invece, è molto più difficile condividere le cose reali. Cosa direbbero le donne Brancata? Penso che direbbero “Futtitinni e divertiti”. È una cosa che loro hanno sempre fatto, infischiandosene del giudizio degli altri e divertendosi. Finché hanno potuto hanno ballato, sono andate al mare. Con quel poco che avevano riuscivano ad ottenere tanto e questo permetteva loro anche di superare le difficoltà, le relazioni amorose, le delusioni a scuola! Quindi sicuramente uscire, vivere e divertirsi».

La madre, il padre e il nonno (Archivio Bianchini)

La madre, il padre e il nonno (Archivio Bianchini)

Nel tuo romanzo descrivi una Tunisia straordinaria, un luogo dell’anima dove lingue, sapori, si mescolano in modo naturale. Eppure, emerge anche un aspetto molto onesto: quel sospetto reciproco che resiste nonostante l’amicizia. Penso allo shock di Pupetta per il matrimonio dell’amica Fatima o il timore dei Brancata per un possibile legame con il giovane Zizou che diventa quasi una spinta per tornare in Italia. Quanto è stato difficile raccontare questo equilibrio precario tra integrazione e pregiudizio, e quanto pensi che il timore dell’“altro” condizioni ancora oggi il nostro modo di accogliere?

«Guarda, quando racconto una storia cerco sempre di non dare giudizi o lezioni, soprattutto questa che è ispirata a fatti veri e accaduti, ho cercato di essere il più fedele possibile nei confronti di ciò che racconto anche a costo di sembrare forse non sempre “politically correct”, però credo che -questa è la magia di questo romanzo, i pregiudizi erano più nella teoria che nella pratica. Come sempre quando non conosciamo bene una cosa ci sembra molto distante da noi culturalmente, socialmente…poi succede che la vicina di casa ci fa mangiare i makroudh, si comincia a vedere che non son così distanti da noi, che le feste di matrimonio sono sempre delle feste…certo, l’idea che ci si potesse sposare a 14 anni, per come viviamo noi l’amore, un legame, può lasciare perplessi, però io sono andato oltre perché in fondo l’amicizia tra Pupetta e Fatima è andata oltre quello e la vera Fatima è ancora sposata con quell’uomo e ancora manda saluti alle amiche che passano da Tunisi alle amiche che hanno qui». 

Quello che una volta era per tanti migranti il punto d’arrivo (la Tunisia) oggi è spesso il punto di partenza di transito verso l’Italia. Cosa ha permesso ai Brancata di sentirsi accolti in un Paese diverso dal proprio che oggi, invece, facciamo fatica ad offrire a chi arriva da noi?

«Questa è una domanda molto difficile. I Brancata, diciamo che avevano una rete, diciamo che per i Brancata il lavoro c’era, gli italiani che andavano a Tunisi qualche lavoro lo trovavano. Il discorso inverso, per quanto riguarda i migranti che vengono da noi in Italia, è differente perché qui il lavoro manca, i migranti non hanno nemmeno delle skills di lavoro e non sanno cosa fare. E poi c’era una sorta di comune internazionale sotto l’egida dei francesi, in seguito dei tunisini, ma soprattutto c’era una forte rete familiare che spesso i migranti non hanno, ce l’hanno forse quelli di alcuni Paesi come il Bangladesh o il Pakistan, in quella parte dell’est del mondo e infatti sono quelli che probabilmente stanno un po’ meglio rispetto agli altri».

A scuola (Archivio Bianchini)

A scuola (Archivio Bianchini)

Leggendo il tuo libro, che è una saga familiare, si ha la sensazione di spiare dal buco della serratura di casa Brancata, sembra essere trasportati in un’altra epoca, in un altro Paese. Sappiamo che ti sei documentato molto per descrivere i luoghi, i personaggi e le loro storie. Quanto c’è di vero e quanto è frutto della fantasia?

«Il 70% delle cose raccontate è vero anche perché io ho intervistato non solo mia madre ma anche le zie, le prozie, le sopravvissute, altre ragazze di Tunisi. Ognuna mi ha raccontato delle cose che io poi ho “shakerato”; mi hanno raccontato anche dei segreti indicibili e delle cose anche brutte che non ho voluto raccontare. E poi mi è stato molto utile il Corriere di Tunisi con il suo Archivio Storico che è a Tunisi, all’Istituto Dante, che io ho potuto consultare, per cui tutti i film che sono citati, i luoghi, gli appuntamenti, le pubblicità…io le ho viste proprio sui giornali dell’epoca (e anche i fatti raccontati alla radio) che mi hanno permesso di scrivere una storia il più vicino possibile al realismo e alla realtà».

Luca, nel libro racconti con grande dovizia di particolari la vita in Tunisia della tua famiglia e l’esodo degli stranieri dopo l’indipendenza tunisina nel 1956. Ti sei mai chiesto, scrivendo il romanzo, che uomo saresti diventato e che tipo di scrittore saresti oggi se la storia fosse andata diversamente e tu fossi nato e cresciuto in Tunisia?

il-corriere-di-tunisi-ks5g-u43440399968288xie-1224x916corriere-web-sezioni-593x443«Questa è una bella domanda, me lo sono chiesto anch’io cosa avrei fatto…beh, sicuramente sarei stato accettato perché io mi sento molto a mio agio a Tunisi perché non ho pregiudizi, perché sono aperto, sono curioso, mi piace mischiare le culture, mi piace mischiare il cibo, mi piace parlare più lingue. Quindi sicuramente avrei avuto una storia vicina a varie culture, avrei parlato probabilmente più lingue, avrei imparato bene l’arabo. Avrei sognato di avere una casa a Sidi Bou Said e invece sarei andato a vivere a La Marsa cercando una casa che avesse un balconcino sul mare!».

Con quest’ultimo romanzo, che si discosta sensibilmente dai suoi precedenti, Luca Bianchini dimostra di essere uno scrittore “maturo”, pur mantenendo quella leggerezza che ha contraddistinto le sue opere narrative precedenti. Il fil rouge che lega i romanzi degli esordi a quest’ultimo è sicuramente l’importanza dell’amicizia (il rapporto tra Fatima e Pupetta, quello tra Anna e Marinette) che vince sull’amore e la solidarietà femminile che va oltre le diversità culturali o sociali. Le Ragazze di Tunisi è, in definitiva, un invito a riscoprire l’alterità in sé; in un’epoca dominata da diversi sovranismi l’autore ci ricorda che l’identità non è un monolite, ma un mosaico di lingue, saperi, affetti. Attraverso l’epopea dei Brancata Bianchini non si limita a celebrare una nostalgia d’altri tempi, ma ci interroga sulla nostra capacità di accogliere e integrare, sottolineando quanto la “rete” (familiare o sociale) rimanga l’unico antidoto alla solitudine e al pregiudizio.

Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026

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Emanuela Frate, laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Parma, appassionata di lingua e cultura araba, scrive diversi articoli su varie testate web portando l’attenzione su tematiche geopolitiche e culturali del bacino del Mediterraneo. Attraverso l’associazione “Orizzonti Comuni” lavora per accorciare le distanze tra Europa e Nord Africa/Medio Oriente promuovendo il dialogo tra le due sponde. Unisce l’insegnamento della lingua italiana (fondamentale per l’integrazione) al lavoro di operatrice sociale nei centri di accoglienza per richiedenti asilo vivendo quotidianamente le sfide dei flussi migratori.

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