CIP
di Pietro Clemente
Fermi tutti
Nel dolore continuo del mondo in guerra, ci sono parole che lasciano un segno, che aprono gli animi pur senza fermare i conflitti. Parole come quelle che ascoltai nei primi anni Sessanta e che mi diedero la consapevolezza della volontà di lottare per la pace. Formare coscienze non fa finire le guerre subito, ma forse, alla lunga, può avere effetto. Lo dico con un misto di sconsolatezza ma anche di speranza.
Sono per lo più gli uomini di fede che trovano le parole per cercare di scuotere le coscienze. Per ben due volte le parole del cardinale Zuppi mi hanno colpito. Spero che abbiano toccato anche tanti giovani. La prima volta è quando si è fatto promotore di un appello condiviso con il Presidente della Comunità Ebraica di Bologna, Daniele De Paz, intitolato “Sulla guerra a Gaza e sulla responsabilità comune per la pace”.
L’appello dice:
«Noi, rappresentanti delle comunità cristiana ed ebraica a Bologna, figli dell’Unico Dio pacifico e misericordioso, riconoscendoci Fratelli tutti, uniamo la nostra voce consapevoli della gravità dell’ora presente e della responsabilità morale che ci unisce come credenti e. come cittadini. Di fronte alla devastazione della guerra nella Striscia di Gaza diciamo con una sola voce: fermi tutti. Tacciano le armi, le operazioni militari in Gaza e il lancio di missili verso Israele. Siano liberati gli ostaggi e restituiti i corpi. Si sfamino gli affamati e siano garantite cure ai feriti. Si permettano corridoi umanitari. Si cessi l’occupazione di terre destinate ad altri. Si torni alla via del dialogo, unica alternativa alla distruzione. Si condanni la violenza. Ci uniamo al grido dell’umanità ferita che non vuole e non può abituarsi all’orrore della violenza: basta guerra. È il grido dei palestinesi e degli israeliani e di quanti continuano a credere nella pace, coscienti che questa può arrivare solo nell’incontro e nella fiducia, che il diritto può garantire nonostante tutto. Come ricorda il Salmo: “Cercate la pace e perseguitela” (Sal 34,15). E come insegna la sapienza antica: “Chi salva una vita, salva il mondo intero”. Ma è tragicamente vero il contrario: chi uccide un uomo uccide il mondo intero. Condanniamo ogni atto terroristico che colpisce civili inermi. Nessuna causa può giustificare il massacro di innocenti. Troppi bambini sono morti. Nessuna sicurezza sarà mai costruita sull’odio. La giustizia per il popolo palestinese, come la sicurezza per il popolo israeliano, passano solo per il riconoscimento reciproco, il rispetto dei diritti fondamentali e la volontà di parlarsi. Rigettiamo ogni forma di antisemitismo, islamofobia o cristianofobia che strumentalizza il dolore e semina solo ulteriore odio. Chiediamo alle istituzioni italiane e internazionali coraggio e lucidità perché aprano spazi di incontro e aiutino in tutti i modi vie coraggiose di pace. Il dolore unisca, non divida. Il dolore non provochi altro dolore. Dialogo non è debolezza, ma forza. La pace è sempre possibile. E comincia da qui, da noi. Fermi tutti!».
Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna
Daniele De Paz, Presidente della Comunità Ebraica di Bologna
Una seconda volta, Zuppi mi ha toccato leggendo a Marzabotto, un luogo carico della memoria della guerra e del massacro di civili, i nomi di tutti i bambini morti nella guerra che Israele sta conducendo a Gaza. Una guerra che all’inizio era una reazione a un’aggressione, ma che subito dopo è diventata una guerra di sterminio e di violenza fondamentalista. 12.211 bambini palestinesi e 16 israeliani morti: questi i numeri. Dicono tutto. Zuppi li ha nominati tutti senza badare al lungo tempo necessario per farlo.
E così Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, ha detto: «Spegnete i cannoni, fate tacere i titoli in borsa che crescono sul dolore».
Guardando lil numero dei morti a causa di guerre negli ultimi anni, stupisce la costante presenza di vittime in Myanmar (chiamata Birmania ai tempi della mia gioventù). Questi numeri vengono superati nel tempo dai morti in Ucraina, e poi arriva Gaza. In questi anni, quanti giornali italiani si sono occupati del Myanmar? Solo Papa Francesco lo ricordava ogni domenica. E lo stesso vale per altri Paesi teatro di guerre come il Sudan, lo Yemen e la Somalia.
Sono anni che un non credente come me si affida alla politica internazionale della Chiesa Cattolica. La sinistra, cui da sempre appartengo, manca totalmente del senso visionario del futuro. Manca di “disobbedienza profetica”. Soffre di una drammatica miopia. Di un realismo talvolta cinico. Immagino che non farebbe niente per far tacere i titoli in borsa che crescono sul dolore e irride il tema della “decrescita”.
Personalmente, mi piace precisare il vero significato di alcune parole che vengono usate a sproposito, in particolare il termine “semita”. Secondo ogni vocabolario, “semita” significa:
«semìtico agg. [dal lat. tardo Semita, der. di Sem, ebr. Šēm «Sem», uno dei tre figli di Noè; cfr. l’agg. greco semítēs] (pl. m. -ci). – Relativo a Sem, uno dei tre figli di Noè, dal quale si fanno tradizionalmente derivare, per es., gli Ebrei e gli Arabi; per estens., che si riferisce a Semiti, ebrei o arabi».
A mio avviso il termine Antisemitismo, con significati diversi, nasce dal razzismo tedesco che razzializzava una lingua per perseguitarne i parlanti. Se si condivide il significato tradizionale di “semitismo”, non è chiaro perché il governo israeliano accusi di antisemitismo chi critica una politica e una pratica militare – le sue – finalizzata a sterminare una popolazione semitica, linguisticamente semita. Allora chi sono gli antisemiti? Sono parole che non corrispondono più al vero significato e finiscono per coprire la violenza. Penso con dolore alla persecuzione delle minoranze in Israele degli arabi di varie religioni e dei drusi che sono minacciati dalle politiche di Netanyahu, all’isolamento dei cristiani. Penso all’angoscia che stanno vivendo. Penso alle mie care allieve romane, discendenti della comunità ebraica, che hanno scelto di vivere in Israele e che forse hanno i figli in guerra. La loro storia e l’immagine stessa della loro vita sono segnate per i decenni futuri da ciò che sta succedendo oggi per la volontà di guerra e di espansione dei dirigenti stragisti di Israele.
È stata un’estate di morte vicina, per me. Amici cari, compagni di studio, di attività culturali e di vita, studiosi e intellettuali preziosi, molti più giovani di me, ci hanno lasciato. La morte è una “sorella” difficile da accogliere, facile da dimenticare, sorprendente da ritrovare.
È un anno di anniversari: 50 anni dalla morte di Emilio Lussu e di mio padre; 30 anni dalla morte di Alex Langer, suicida a Pian dei Giullari a Firenze, davanti all’ex Jugoslavia in fiamme, piena di stragi e dolore inimmaginabile, Jugoslavia vicinissima eppure dimenticata. E 100 anni dalla nascita di Frantz Fanon, psichiatra, filosofo e politico che è stato la pietra miliare della mia storia intellettuale. Dalla mia tesi di laurea su di lui, diventata poi libro, nasce la mia storia di antropologo accademico. Ripensare alla guerra d’Algeria, che per me fu la fondazione della coscienza critica del mondo di allora, aiuta a pensare anche a Gaza. In un suo libro meno noto, Fanon, da psichiatra e militante, analizza i sentimenti di ansia e di dolore delle donne nel compiere atti terroristici a causa dei quali moriranno molti civili francesi. L’Algeria in lotta non fu appoggiata in Francia dal PCF ma da Sartre, da Camus, da Jeanson e da una rete di intellettuali radicali. Erano belve quelle donne? Solo le bombe non hanno sentimenti.
Ho rivisto di recente il film La battaglia di Algeri e ho pensato che può dirci qualcosa del presente, della Striscia di Gaza. Ricordo che all’epoca vidi quel film con molta sofferenza, ma lo collocai entro un mondo pieno di lotte di liberazione dove vi era la solidarietà di un’intera generazione mondiale contro la violenza del colonialismo. Era il 1966 e il film vinse il Leone d’oro a Venezia, cosa che oggi sarebbe considerata un elogio del terrorismo. Mi domando come sia possibile che siamo cambiati così tanto. La parola “terrorismo” viene sempre applicata a lotta per la liberazione, mai a chi uccide singoli capi di gruppi ostili con tecnologie raffinate. Non so se la piccola strage del gruppo dirigente di Hamas in Iran, quella dei dirigenti di Hezbollah, abbiano precedenti nella storia. È legittimata dalla vendetta? Si buttano bombe sugli ospedali e sulle scuole, si uccidono i giornalisti.
Non saprei davvero quale sia la più orrenda tra queste stragi se quella fatta da Hamas o quella compiuta da Netanyahu. Il numero dei bambini morti parla da solo. Questa piccola riflessione sulla violenza la dedico a Frantz Fanon nell’anniversario della sua morte e nel giorno in cui La Stampa titola la prima pagina “I dannati della terra” commentando una fotografia dei profughi cacciati affamati da Gaza. Non amo i militanti fondamentalisti armati, intellettualmente li sento lontani anni luce, ma il fatto che terroristi siano anche i membri del governo di Israele mi aiuta a non fare sconti.
L’anno ha visto anche la morte di Goffredo Fofi.
Goffredo Fofi nel mio ricordo è un tutt’uno con la rubrica “Libri da leggere e libri da non leggere” la cui formula fu da lui inventata e che tenne per molti anni sui Quaderni Piacentini, una delle riviste che seguivo nel tempo della mia militanza politica e intellettuale. L’ho incontrato di persona solo due volte, ci conoscevamo a distanza. Mi ha sempre fatto riflettere la differenza delle nostre storie, il suo stile pragmatico, “bastian contrario”, forse legato alla storia importante del “terzaforzismo” italiano. Così veniva chiamato dal PCI un insieme di soggetti politici diversi da quelli che si ispiravano al marxismo, in specie l’area olivettiana con le sue riviste, i suoi intellettuali e la sua editoria. Ma anche il mondo che era stato di Giustizia e Libertà e non aveva aderito al PSI. L’area dell’educazione popolare ispirata alla Società Umanitaria, ma anche i progetti di trasformazione sociale vissuta e praticata (Dolci) o di disobbedienza civile e pacifista (Capitini). Un’area spesso assai radicale per i temi dei diritti e della progettazione sociale.
Fofi era solidale con tante imprese della sinistra estrema, ma il suo pensiero era autonomo, mai dogmatico proprio il contrario della mia cultura ideologica e un po’ dogmatica, anche se mutevole nel tempo. Ricordo i suoi rapporti con Capitini, che conobbi professore di pedagogia a Cagliari, e con Danilo Dolci, quasi un mito, dal quale poi si allontanò. Credo che ci sia sempre da imparare dalla sua storia e dal suo modo di pensare e di fare. Dedicandogli questo titolo, faccio, come era solito fare lui, un piccolo elenco asciutto di alcuni libri da leggere e da non leggere. Ma non essendo sintetico quanto lui, sarò un po’ più ampio nel descriverli.
- Giuseppe Morandi. Fotografie ritrovate, 2025 (mostra a Mantova)
- Letizia Battaglia. Fotografia come scelta di vita, 2025 (mostra a Cagliari)
Su tratta di due bellissimi libri che rientrano nella categoria “catalogo di mostra”.
Da non leggere (o da non vedere):
Ancora non ho il coraggio di fare una lista di libri da non leggere, quindi mi contento di segnalare per ora cose da non vedere, anche se purtroppo le abbiamo già viste. Si tratta di tutte le trasmissioni televisive, su tutti i canali, dedicate a Pippo Baudo. Una vera orgia di retorica senza storia, spirito critico, senso del giornalismo. In altre occasioni mi sono domandato come mai non riuscissi a condividere il sentire comune. Ricordo che per la morte di Antonio Segni (1891-1972), sardo e già presidente della Repubblica, non ebbi quel sentimento che tutta la stampa attribuiva a tutti i sardi, sardi che piangevano il loro importante corregionale. Io non piangevo affatto per quel sardo che era stato pluriministro, pluripresidente del Consiglio, democristiano conservatore, eletto capo dello stato con i voti dell’MSI e dei monarchici. I sardi avevano in realtà altre cose su cui piangere. Così per Baudo: tutti gli italiani lo piangono? “È stato il re della televisione!” Tornano in scena perfino categorie monarchiche. Io ho sempre pensato a Baudo come all’incarnazione della TV democristiana, un uomo di senso comune e di banalità retoriche. Non piaceva nemmeno a mia madre che lo definiva, da napoletana quale era rimasta dopo decenni in Sardegna, “chillo brutto pippo baudo, pare nu mamozio”. Lo percepiva onnipresente e come una specie di “marionetta”. Mi domando perché i giornalisti abbiano perso questa occasione per fare una storia critica della TV, dei suoi linguaggi, delle sue scoperte e delle sue invenzioni. Quella su Pippo Baudo è stata una disgustosa autocelebrazione dei linguaggi televisivi e del loro potere, e quasi nessuno si è sottratto al dichiararsi suddito di quella monarchia. Da non vedere.
Segnalo il libro, uscito in Francia e in Italia, di un antropologo italiano che ha avuto varie positive recensioni e il riconoscimento di “libro del mese” su L’indice di luglio/agosto. Se si tiene conto che l’antropologia culturale è un piccolo mondo con un linguaggio spesso iniziatico, questo è un libro che respira in grande e costruisce il testo in modo comunicativo e originale.
L’autore è Dionigi Albera, uno studioso italiano che ha trascorso buona parte della sua carriera di studioso e docente in Francia, direttore di ricerca del CNRS e dell’Istituto di Etnologia del Mediterraneo Europeo di Aix-en-Provence.
Il titolo è: Lampedusa. Una storia mediterranea, Carocci 2025; Lampedusa. Une histoire méditerranéenne, Seuil 2023. Uscito prima in Francia e poi in Italia. Per capire la ricerca, è utile anche conoscere: Coexistences. Lieux saints partagés en Europe et en Méditerranée, 2017 Actes sud.
Sempre su questi temi segnalo anche: D. Albera, La signora d’Africa. Anatomia di un santuario mariano in terra d’islam (Lares, 3, 2016: 285-307). La recensione del libro è altrove qui nel numero 75 di Dialoghi Mediterranei, ma mi piace segnalare la particolarità e la ricchezza del lavoro. Il libro non si sottrae alle aspettative del titolo, riguarda la questione migratoria dove Albera usa il linguaggio del dolore, dell’indignazione, della rabbia per il modo in cui i migranti sono gestiti nelle strutture locali. Non sono trattati come persone, ma vengono serializzati, strattonati, limitati, spediti come pacchi ignorando le loro storie, i loro destini, le loro relazioni familiari e le loro speranze. E oppone il linguaggio della prossimità, della amichevolezza, dell’umanità che a Lampedusa trova espressione in associazioni locali e in cittadini capaci di sentimenti di solidarietà. Gli sbarchi dei migranti in quello spazio turistico e marinaro, hanno trasformato l’isola in un problema collettivo e in un simbolo.
Ma l’isola, a sorpresa, è piena di storia e Albera sente il bisogno di partire alla sua scoperta.
«Sì, partire da qui, da questa sporgenza rocciosa sospesa sul vuoto, da quest’isola di tutti gli sbarchi, per intraprendere un periplo attraverso il passato. Sì, è ora di salpare. È ora di iniziare il viaggio».
La seconda parte del libro sorprende, perché si tratta di una ricerca storica puntuale, filologicamente precisa e documentata sulla vita dell’isola. Essa si inserisce nel mondo dei mari e delle civiltà che si affacciano al Mediterraneo già dall’età preistorica. Compare sulla scena della storia documentata tra il 1200 e il 1300, come isola non abitata nel quadro delle crociate e del passaggio del re francese che fu poi San Luigi. Nelle fonti successive, si scopre via via la sua eccezionalità: vi si trova un sito religioso molto venerato, frequentato da mitiche figure di eremiti, e poi nel tempo considerato sacro sia da cattolici che da musulmani. Qui, nel tempo, si accumulano risorse utili ai naufraghi e ai viaggiatori che vi approdano Vi si accumulano cibi e materiali marittimi, si ricevono doni e beni, che non possono essere sottratti senza un ricambio e che hanno come unica destinazione la Madonna di Trapani. L’isola disabitata ma frequentata intensamente si presenta come uno spazio liberato rispetto ai conflitti del Mediterraneo tra stati e religioni.
Nel 1686, il francescano italiano Francesco Capranica racconta l’ampio scenario del transito per Lampedusa:
«Ci sono anche diversi utensili: seghe, asce, trivelli, lime, coltelli, chiodi grandi e piccoli, calamai e penne per scrivere. Vi si trova, infine, una gran quantità di gallette e di ricotta salata. Il religioso osserva che queste cose non sono “oziose”, perché sono utili agli schiavi fuggiaschi che hanno bisogno di riparare gli oggetti, di vestirsi, di mangiare, di scrivere. Qui trovano tutto il necessario, “preparato dalla liberalità della Vergine” che li invita a prendere ciò di cui hanno bisogno. Nessun altro osa sottrarre alcunché da questo luogo, se non lasciando in cambio una somma di valore corrispondente. Anche se, aggiunge, quest’isola è abitata soltanto da conigli, non c’è pericolo di furto, perché la Madonna “è buona portinaia e custode delle sue robe” e, in caso di latrocinio, suscita immediatamente degli eventi atmosferici avversi per punire il colpevole, impedendogli di ripartire. Unica eccezione che conferma la regola: ogni anno, le galee di Malta ritirano le monete deposte sull’altare e le trasportano al famoso santuario della Madonna di Trapani».
Lampedusa era già entrata nelle pagine dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, e da qui nella memoria di intellettuali e viaggiatori. Nell’insieme, fino al momento in cui l’isola viene abitata, coltivata e ricollocata in spazi nazionali, si caratterizza come spazio “franco”, liberato dai conflitti, protetto e sacro, in cui le leggende confermano che chi abbia rubato, o fatto danni, o violato lo spazio di rispetto, è poi stato duramente punito dal destino.
E il lettore viene guidato così all’idea di altre storie possibili. Una Lampedusa che sia oggi capace di essere isola ricovero, non un luogo di confine nazionale, che l’Italia deve ridicolmente proteggere con navi da guerra da poveri profughi che si sono affidati al mare, luogo anch’esso di speciali leggi internazionali.
È uno sguardo immaginabile, capace di dare un’idea diversa della storia passata e della prospettiva di una possibile storia futura. Il capitolo finale torna alla dura realtà di oggi. Responsabilità, politiche, interessi nazionali che spingono l’Italia a dipendere dalla Libia e da quel nodo di persecuzioni, affari e petrolio. Dure accuse al governo attuale e alle sue politiche, ma anche ai governi precedenti con retoriche diverse ma pratiche simili. Un libro sorpresa, che racconta, rivela e comunica con forza. Anche in altri studi Albera ha trovato luoghi di intersezione tra mondi religiosi e culture diverse, dove i nemici si incontrano, senza scontrarsi, facendo immaginare la possibilità di convivere davvero. A suo modo, Lampedusa è stata per secoli un esempio del centro in periferia. Da leggere.
In questo numero 75 di Dialoghi Mediterranei, un po’ a sorpresa, confluiscono studi, note di dibattito e saggi che in varie modalità hanno al centro il tema del “riabitare”. Gli argomenti trattati riguardano le politiche, il turismo, le arti, i laboratori urbani. Un repertorio di modi diversi e confluenti di pensare l’inversione dei processi di abbandono delle zone interne. Al centro, campeggia la nozione della “restanza”. La rassegna si apre con una nota di Salvatore Palidda che, con uno stile molto soggettivo e narrativo, propone un dibattito sulla “restanza”. È significativa la conclusione del suo scritto che recita:
«Apprezzo chi resta e i giovani che vogliono innovare… ma non credo alla restanza. Forse ci vorrebbe una strategia di resistenza che sia anche mediterranea e che trovi le risorse per capire e costruire una prospettiva effettivamente praticabile, cosa che nell’attuale congiuntura sembra impossibile. Occorre pensare una utopia che sia utile a costruire il futuro sostenibile dal punto di vista ecologico olistico».
Quasi per caso è giunto un testo di Enza Maria Macaluso, giovanissima studiosa che ha dedicato al tema della restanza una sua ricerca, riconoscendone la natura seminale a partire da una riflessione sulla forza delle parole. Vi è poi un testo di Vito Teti che ricapitola la “fortuna” del concetto e l’uso che ne è stato fatto in molti campi. Sono anche, di fatto, due risposte al testo di Palidda. Mi sembra interessante questa apertura di uno scenario di riflessione, non solo teorico, attraverso un approccio soggettivo, che è di grande utilità in rapporto alle pratiche di ritorno, di nuova adozione, di permanenza nei paesi. Il testo di Antonello Ciccozzi riflette sulla necessità di potenziare la dimensione agricola e contadina dei luoghi e critica le politiche che investono esclusivamente sul turismo. Il saggio di Dalla Costa riferisce sulla reinvenzione turistica dei luoghi e critica il branding come pratica negativa e quasi offensiva nei confronti della storia delle comunità. (da questo testo ho scoperto la parola “instagrammabile”). Il lavoro di Adriani e Pazzagli racconta il ruolo che l’arte può esercitare nella rinascita delle periferie nell’incontro tra la ricerca del nuovo artistico e l’offerta di territori che apparentemente marginali sono invece originali e di grande ispirazione. Il testo di Grato mette in evidenza il piano SNAI di recente approvazione, laddove si parla di paesi senza possibile futuro e prospettive reali di rinascita, l’obiezione è che quello non è un dato ma il prodotto costante delle politiche economiche dei governi. È paradossale che la politica economica produca l’abbandono, e poi lo riguardi come un dato ‘naturale’. Grato fa di questa considerazione un racconto poetico a metà tra il resoconto critico e le immagini del paesaggio e della vita quotidiana della comunità locale.
I saggi del gruppo di autori dell’Università di Roma (Broccolini e altri), mettono al centro la terza missione dell’Università e il lavoro di “rigenerazione” e valorizzazione di pratiche di relazione nella città e in contesti migratori. È un’interessante ricerca che fa pensare a processi per cui si possono creare nuove realtà di tipo “paese” o “comunità” nel mondo urbano, una sorta di di ri-appaesamento. E anche qui si tratta di pratiche che cercano di porre al centro le periferie. Lo scritto di Serafini è un approccio insolito allo studio delle architetture rurali di un tempo, ora abbandonate o rovinate: nelle rovine si palesano le tecniche tradizionali di rafforzamento antisismico e altre qualità costruttive. Un repertorio di forme e tecniche di un modo di costruire e di abitare sapiente e sperimentato nel tempo. Quasi una metafora dell’attualità del passato. La proposta di Tondolo e del gruppo del museo di Gemona è un prezioso contributo di carattere pratico operativo, in cui il Contratto di Fiume si presenta come un modello più ampio di cooperazione e di partecipazione per risolvere e affrontare problemi complessi e collettivi dei territori.
«Il Contratto di Fiume implica una progettualità dal basso che fa propria l’esigenza di una partecipazione democratica alle decisioni, trattandosi di un accordo volontario che adotta un sistema di regole in cui i criteri di utilità pubblica, valore sociale, sostenibilità ambientale intervengono alla stessa stregua nella ricerca di soluzioni efficaci per la riqualificazione di un bacino fluviale. Princìpi ispiratori: l’approccio ecosistemico e interdisciplinare, la sussidiarietà orizzontale e verticale, lo sviluppo locale partecipato. L’obiettivo è di restituire il corso d’acqua al territorio e il territorio al corso d’acqua».
Infine, chiudono il CIP n.75 una recensione del libro Cose che fanno miracoli di Luca Ceriotti, curata da Mariano Festa. Il volume è edito da Olschki, sempre attento alle tematiche della cultura popolare, ai temi della religione popolare e degli oggetti “miracolosi”. Il recensore propone uno sguardo critico sul mondo che connette la sfera religiosa con le pratiche di protezione della vita quotidiana, che l’autore del libro ritiene passate ma sono in parte ancora attive.
Il testo di Elena Bussolotti avrebbe potuto – per il suo carattere di memoria e di interpretazione del messaggio di Papa Francesco e della sua ‘Laudato sì’ – stare anche in un altro settore di una rivista di ampio interesse come Dialoghi. Laudato si è stata anche per chi non crede un grande segnale di unità degli uomini, chiamati a essere protagonisti dell’unità dei viventi e del rispetto della terra. Un testo fortemente vicino, quello di Bussolotti, che ci rende viva e pulsante la missione religiosa, umana, poetica e persino musicale di Papa Francesco. Ed è stato condotto nello spazio CIP dalla voce dei poeti improvvisatori toscani e dei loro versi che l’autrice analizza, dedicati al Papa scomparso e non dimenticato.
Nell’ampio scritto di Vito Teti sulla ‘restanza’, caratterizzato da una scrittura “apollinea”, limpida, intensa e fortemente narrativa (qui come su Facebook e nei libri di ricerca) compare uno scenario di adesioni e di usi della nozione di “restanza” davvero interessante. Si va dal cinema alla letteratura, dagli slogan ai festival, perfino al discorso comune. Vito non ne parla come se la parola fosse “sua”, ma come una parola nata dalla sua ricerca e diffusasi con successo nel mondo dei paesi e delle migrazioni. Una parola ormai ‘nostra’, che nasce dagli studi antropologici. Una parola che ha avuto “fortuna” ed è entrata largamente nell’uso pubblico. Per gli antropologi una ragione di felicità intellettuale. Nel suo argomentare sulla vita della “restanza”, Vito introduce un riferimento a Riace e alla vicenda di Mimmo Lucano, esperienza quasi dimenticata. Riferisce di una lettera arrivata dall’associazione “1000 Papaveri Rossi” che – come scrivono su Facebook – «è un movimento civico che nasce il 25 aprile 2025 a Bocchigliero, nel cuore della Sila, con l’obiettivo di contrastare lo spopolamento e il declino delle aree interne e disagiate del Paese».
Ispirati dalla ricerca di Vito, i membri dell’associazione si propongono come interpreti del tema della restanza. Ciò mostra che quello che scrive Macaluso nel suo testo in merito ha forti verifiche: il linguaggio costruisce mondi di riferimento, progetti, universi possibili, e – in questo quadro – “restanza” è una parola seme. Ed è bello vedere che ha dato frutti vari, nascite molteplici. Il termine è stato quasi subito colto dalla Crusca e dalla Treccani, ma è anche entrato utilmente nel senso comune e nel dibattito tra coloro che si occupano di zone interne.
Possiamo avere diverse idee su come usare questa parola, come abbiamo diverse idee su come restituire vita all’Italia spopolata. Ma intanto è una parola che ci ha conquistato ed è entrata nei nostri pensieri e quindi nei nostri tentativi di costruire discorsi sul futuro. “Il centro in periferia”, nato intorno a un gruppo di realtà locali che condividevano problemi comuni, è via via cresciuto come un luogo di “accoglienza” di riflessioni e progetti, diversi o simili, che in varie parti d’Italia raccontano il mondo dal punto di vista di un paese, e lanciano segnali sulla possibilità del ritorno, della restanza, del nuovo abitare, dello sviluppo locale. Luoghi dove una parola come “restanza” cresce e dà vita a piante tra loro assai diverse a seconda dei suoli. Un paesaggio molto vario, ma che contiene potenzialità di comunanze e di incontri per essere meno soli e più forti.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
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Pietro Clemente, già professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche in pensione. Ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Università di Firenze e in quella di Roma, e prima ancora Storia delle tradizioni popolari a Siena. È presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA); membro della redazione di LARES, e della redazione di Antropologia Museale. Tra le pubblicazioni recenti si segnalano: Antropologi tra museo e patrimonio in I. Maffi, a cura di, Il patrimonio culturale, numero unico di “Antropologia” (2006); L’antropologia del patrimonio culturale in L. Faldini, E. Pili, a cura di, Saperi antropologici, media e società civile nell’Italia contemporanea (2011); Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita (2013); Le culture popolari e l’impatto con le regioni, in M. Salvati, L. Sciolla, a cura di, “L’Italia e le sue regioni”, Istituto della Enciclopedia italiana (2014); Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori (con A. M. Cirese, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); Tra musei e patrimonio. Prospettive demoetnoantropologiche del nuovo millennio (a cura di Emanuela Rossi, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); I Musei della Dea, Patron edizioni Bologna 2023). Nel 2018 ha ricevuto il Premio Cocchiara e nel 2022 il Premio Nigra alla carriera.
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