Premessa
A partire da tre testimonianze – don Gino Rigoldi, l’imam Abdullah Tchina e Denise Amerini – rese al Convegno “Carcere e Islam” (Milano Casa della Cultura 2 Aprile 2026), il contributo riflette sul ruolo della religione nei contesti detentivi, con particolare attenzione ai minori. Ne emerge una tensione tra pratiche educative efficaci e limiti strutturali del sistema penitenziario, che incidono sull’effettiva esigibilità dei diritti, in particolare il diritto alla libertà religiosa (art.19 Cost).
Religione come questione concreta
Parlare di religione in carcere, oggi, non significa evocare un tema marginale o simbolico. Significa entrare in una dimensione profondamente concreta, dove si intrecciano biografie spezzate, appartenenze fragili e istituzioni spesso in affanno. Il convegno “Carcere e Islam restituisce proprio questa concretezza. Non una discussione astratta sul pluralismo, ma un confronto radicato sulle due pratiche di Milano e Parma: cosa succede quando adolescenti detenuti – spesso migranti o figli di migrazione – si confrontano con una religione che conoscono poco, o che hanno ereditato senza strumenti per comprenderla? [1].
Il quadro normativo è noto: la Costituzione garantisce libertà religiosa e funzione rieducativa della pena. Tuttavia, tra principio e realtà, tra ciò che si dovrebbe fare e ciò che si fa, si apre uno scarto rilevante, più volte documentato (Associazione Antigone 2024). È dentro questo scarto che le testimonianze analizzate acquistano significato.
Il ruolo degli organizzatori: laicità costituzionale
Il Convegno è stato organizzato ArciAtea APS [2] con il Gruppo Nazionale di Lavoro per la Stanza del Silenzio e dei Culti e il contributo di CGIL Milano ed è inserito nel solco della laicità costituzionale italiana [3], intesa – secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale – come principio supremo dell’ordinamento, fondato su equidistanza e imparzialità dello Stato rispetto alle confessioni religiose [4]: questa contestualizzazione necessaria è stata affidata a Giuseppina Scala del CISP Unipisa che ha reso una relazione chiara e precisa dal punto di vista dell’esposizione, ma soprattutto dei contenuti giuridici che si estendono dai quei principi fino alla questione delle “Stanze del Silenzio in carcere” e che merita di essere ascoltata [5].
In questa prospettiva, la gestione del pluralismo religioso in carcere non rappresenta una deroga alla laicità, ma una sua applicazione coerente. I relatori ministri di culto hanno ovviamente parlato dal loro punto di vista all’interno di questo quadro normativo.
Altro riferimento l’approccio metodologico multidisciplinare elaborato dal Gruppo Nazionale di Lavoro per la “Stanza del Silenzio e dei Culti” con riferimento particolare alla “Stanze” in carcere e alle “best practices” realizzate e alle quali si è collaborato [6].
Don Gino Rigoldi [7]: imparare a parlare di Dio
L’intervento di don Gino Rigoldi parte da un dato empirico semplice ma decisivo: molti ragazzi detenuti, pur dichiarandosi musulmani, «non ne sanno quasi niente della loro religione». L’appartenenza religiosa, in altri termini, appare debole, non strutturata, spesso priva di alfabetizzazione di base. Questa constatazione non produce un giudizio, ma una scelta educativa: creare spazi in cui la religione possa essere pensata, detta, condivisa. Nacque così al Beccaria l’esperienza della «non messa», un luogo ibrido dove Don Gino Rigoldi con i giovani musulmani e cristiani riflettevano insieme su Dio, sulle regole, sul senso del bene e del male: «ragionavamo sulla faccia di Dio, sul carattere di Dio, su cosa gli piace, cosa non gli piace, chi è, che regole ci dà».
È in questo spazio che emergono differenze interessanti. Da un lato, una rappresentazione di Dio fortemente normativa, centrata sulla legge e sull’obbedienza (i ragazzi musulmani); dall’altro, una figura più relazionale, quasi affettiva (i ragazzi cristiani). Non si tratta di tipologie rigide, ma di tendenze che rivelano modalità differenti di costruzione del senso religioso. Ciò che conta, tuttavia, non è tanto la differenza quanto il processo: parlare di Dio diventa un modo per parlare di sé, per articolare desideri, paure, bisogni di riconoscimento. In questo senso, la religione si configura come dispositivo di soggettivazione.
Rigoldi insiste su un punto decisivo: la comunicazione. «Non basta sapere cosa dire, bisogna sapere come dirlo». Gli adolescenti – osserva – “annusano” l’autenticità. Se il discorso non li riguarda, resta esterno, inefficace: «perché io sono interessato ai risultati». La religione, per funzionare, deve essere tradotta, resa accessibile, incarnata. Quando questo avviene, gli effetti sono visibili: «quando cominciano a pregare cambiano». Non si tratta di una trasformazione miracolosa, ma di un processo di regolazione: la preghiera introduce ritmo, disciplina, un riferimento simbolico.
In termini sociologici, la religione opera come risorsa normativa [8]. Per il cappellano emerito del Beccaria la proposta di far entrare l’Iman è dunque funzionale a farli parlare con «chi conosce la religione musulmana e gliela comunichi in maniera comprensibile e con un linguaggio che arrivi a questi ragazzi».
Da qui deriva una posizione netta: l’educazione religiosa non è un optional, ma parte integrante del percorso rieducativo. Non per imporre un’identità, ma per dare strumenti di comprensione e orientamento: Don Gino inserisce questo strumento in un quadro più ampio rappresentato dal contesto carcerario (mediatori, educatori, trattamento etc. etc.) «perché si fa un po’ di comunità e in una comunità e viene fuori un ragionamento che diventa collettivo», «la religione, quella islamica, come quella cattolica, è un grosso elemento di favore alla libertà, alla preparazione, alla vita finalmente autonoma, con delle regole che sono quelle che religioni molto saggiamente propongono e che devono essere con molta finezza comunicate ai ragazzi». Dunque l’empatia è fondamentale nel difficile rapporto con questi ragazzi, e la religione va vista anche come uno strumento, assieme agli altri, che dovrebbero essere presenti per la “rieducazione” delle persone che forse, non tutte, non dovrebbero essere educate lì ma sul territorio ed è infine un forte riferimento alla “serietà” di tutti gli operatori coinvolti nell’affrontare questa sfida.
Imam Abdullah Tchina: dare una forma concreta a una presenza
Se Don Rigoldi ha insistito principalmente sul piano educativo e relazionale, l’imam Abdullah Tchina ha portato l’attenzione anche verso la dimensione operativa. La sua esperienza nelle carceri milanesi – dapprima a San Vittore come art 17 Re. Pen, in sostanza come mediatore culturale ed infine al Beccaria – mostra quanto sia recente e ancora fragile una presenza islamica strutturata.
Sul punto ha fatto una digressione sul problema delle “Intese” con lo Stato: non disponendo di una Intesa con lo Stato qui l’ingresso dei ministri di culto musulmani è stato regolato da appositi protocolli con il Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria. L’imam si è riferito alla relazione introduttiva di Giuseppina Scala [9]. La popolazione detenuta che descrive è attraversata da vulnerabilità profonde: giovani migranti segnati da viaggi traumatici, ragazzi cresciuti in Italia ma intercettati da circuiti di devianza, biografie sospese tra famiglia, strada e istituzione.
In questo contesto, la figura dell’imam assume una funzione complessa. Non solo guida religiosa, ma punto di riferimento, spazio di ascolto, filtro interpretativo. «Assorbire la rabbia» è un’espressione che restituisce bene questa funzione: contenere, rielaborare, restituire senso [10].
Un passaggio particolarmente rilevante riguarda l’uso improprio della religione. In assenza di riferimenti autorevoli, essa può essere mobilitata per giustificare comportamenti devianti. L’intervento dell’imam, al contrario, introduce una distinzione: tra religione e uso strumentale della religione. È qui che si colloca la funzione preventiva, già evidenziata in letteratura [11].
Ma l’azione dell’imam Tchina non si esaurisce dentro il carcere. Centrale è la costruzione di un “dopo”: reti comunitarie, possibilità di reinserimento, continuità relazionale, attraverso le attività delle Associazioni Islamiche in rete con questo servizio di assistenza religiosa. La religione diventa così una infrastruttura di passaggio, capace di accompagnare il possibile ritorno alla società.
Accanto a questi elementi positivi, emergono criticità strutturali: mancanza di spazi dedicati, difficoltà normative (anche su aspetti concreti come il cibo durante il Ramadan, come nella relazione della Murshidat Mounia El Fasi di Parma resa nello stesso convegno), assenza di un riconoscimento istituzionale stabile. Il fatto che l’attività sia svolta spesso a titolo gratuito segnala una precarietà che rischia di limitarne la continuità.
Denise Amerini: quando i diritti diventano difficili
L’intervento di Denise Amerini, rappresentante della CGIL, introduce uno sguardo sistemico. Il punto di partenza è chiaro: i diritti non si sospendono con la detenzione. La libertà religiosa, come gli altri diritti fondamentali, dovrebbe essere garantita in modo pieno. Eppure, la realtà racconta altro. I dati sul sovraffollamento delle carceri (tutte non solo i “minorili”) – oltre 63.000 detenuti a fronte di poco più di 51.000 posti – descrivono un sistema sotto pressione. In queste condizioni, anche i diritti più basilari diventano difficili da esercitare [12].
Amerini insiste su un aspetto cruciale: l’accesso ai diritti è spesso diseguale. Serve conoscere la lingua, le norme, le procedure. Chi non possiede queste competenze – spesso stranieri o soggetti fragili – rischia di restare escluso. Il diritto, così, si trasforma in privilegio. La questione religiosa amplifica questa dinamica. Le confessioni non tutte godono dello stesso riconoscimento istituzionale, e questo incide sulla possibilità di organizzare assistenza, spazi, pratiche (e ancora una volta si ritorna al problema della assenza di una legge sulla libertà religiosa e alla discriminazione di chi non ha le” Intese”). La libertà di culto esiste, ma non sempre è esigibile [13] .
Il rischio, sottolineato con forza, è che anche le esperienze più virtuose restino isolate se non si interviene sulle condizioni strutturali: sovraffollamento, carenza di personale, impoverimento delle attività trattamentali. L’invito finale della dirigente sindacale, molto realistico e non illusorio, è quello di «rafforzare le nostre alleanze, diffondere le buone pratiche che ci sono, provare ad esportarle e a costruire proprio alleanze per rafforzare anche tutte quelle situazioni in cui siamo più deboli».
Minori, identità e seconde generazioni, convergenze emerse nelle relazioni
Il caso del Beccaria consente di focalizzare una questione specifica: quella dei minori. Qui la dimensione religiosa si intreccia con processi identitari particolarmente delicati. Proprio a ridosso del Convegno è uscito l’VIII Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile italiana [14] che sottolinea a gran voce che non esiste «un quadro che supporti l’idea di un’emergenza criminalità minorile. Non stiamo assistendo a un’esplosione della criminalità minorile, ma a un’espansione della reazione penale».
Si osserva al contrario che la dismissione dei centri di accoglienza per minori non accompagnati non fa altro che acuire le difficoltà all’interno degli IPM, sovrarappresentando delle persone che finiscono negli IPM perché privi di reti famigliari o di aiuto, per quanto, numeri alla mano, i giovani stranieri commettono in percentuale delitti meno gravi rispetto agli italiani. In altre parole Antigone stigmatizza la deriva securitaria e denuncia il tradimento del modello educativo.
Il rapporto conclude che l’Italia si sta allontanando dal modello d’eccellenza che metteva il recupero del ragazzo al centro, preferendo una logica di mero contenimento e punizione e mette in rilievo il deserto che poi attende il minore fuori laddove sempre meno sono le organizzazioni che si occupano di reinserimento.
È evidente che l’ingresso dell’Imam al Beccaria e della Murshidat a Parma vanno nella direzione contraria perché investono nel tentativo di offrire un servizio educativo e di ponte con il territorio. Non solo: rispetto alle pur necessarie e validissime ricerche sulla religione in carcere, che però nulla hanno di applicativo nel senso che non hanno comportato ulteriori ingressi del ministro di culto, qui al Beccaria come a Parma [15] e come sottolineato più volte dai relatori si è formalizzato questo ingresso di ministri di culto attraverso il Protocollo, promosso dal Tribunale per i Minorenni con la presidente Maria Carla Gatto, firmato da Procura, Centro Giustizia Minorile, Ipm e rappresentanti delle due fedi, e autorizzato dai ministeri della Giustizia e dell’Interno al Beccaria di Milano [16] e la convenzione trilaterale a Parma tra Associazione Donne di Qua e di Là, Istituti penitenziari di Parma e FIDR Università di Padova, con i ministri di Culto entrati in possesso del nulla osta del Ministero dell’Interno: ciò risponde al mutato quadro demografico del carcere e alle aspettative dei detenuti e alla necessità di stabilizzare in modo certo queste iniziative.
Conclusioni, convergenze delle relazioni: tra pratiche e strutture
Le testimonianze analizzate, ognuna dal proprio punto di vista più che legittimo e basato sull’esperienza, hanno restituito un’immagine coerente: la religione, nei contesti detentivi, può funzionare. Può stabilizzare, orientare, creare legami, aprire possibilità. Tuttavia, il suo funzionamento non è automatico. Richiede mediazione, competenza, presenza. E soprattutto, richiede condizioni materiali e istituzionali che ne rendano possibile l’esercizio.
Il nodo, in ultima analisi, resta quello già noto: la distanza tra diritti dichiarati e diritti praticati (relazione Denise Amerini, CGIL). In questo spazio si collocano le esperienze raccontate – come tentativi, parziali ma significativi, di ridurre tale distanza. Se il pluralismo religioso è ormai un dato strutturale, la sfida non è più riconoscerlo, ma governarlo. Non in termini emergenziali, ma come parte integrante di una politica penitenziaria orientata concretamente alla rieducazione e alla coesione sociale.
Non abbiamo parlato durante il convegno della possibilità che questi interventi pratici possano anche essere suscettibili di prevenire il fenomeno della radicalizzazione all’interno delle carceri perché sono esperienze recenti e perché si tratta di ipotesi di tutta evidenza anche nella letteratura europea e italiana sull’ argomento [17].
Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026
Note
[1] Cfr. Sarti Tommaso., Pisciare sulle metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza, Derive e Approdi. 2025: questo testo sembra fuori contesto ma in realtà si tratta, aldilà dell’accattivante titolo per attirare lettori non specialisti, di un vero e proprio saggio sulla devianza giovanile; i ragazzi descritti da Don Rigoldi, dall’Imam Tchina e dalla Murshidat El Fasi non sono altro rispetto ai giovani urbani: ne rappresentano una intensificazione; le dinamiche che si leggono in Sarti si ritrovano dunque in carcere radicalizzate. «La platea che ha più bisogno di un testo. Quella, cioè, che, in ragione del proprio ruolo professionale, ha maggiormente bisogno di comprendere un oggetto; ossia il segmento di società e le pratiche a cui il saggio si riferisce. Nel nostro caso penso, in altri termini, ad assistenti sociali, magistrati, poliziotti e ad altre professioni del controllo che beneficerebbero moltissimo della lettura del libro di Tommaso Sarti» (dalla recensione di Pietro Saitta).
[2] https://www.arciatea.it/
[3] Si ascolti la premessa della moderatrice Federica Cattaneo di CGIL Monza.
[4] Corte cost., sent. n. 203/1989 sul principio supremo di Laicità dello Stato e v. anche S. Ferrari, Diritto e religione in Europa occidentale, Il Mulino, 1997 e centinaia di altri autori sino ad oggi.
[5] La relazione di Scala, Docente di Diritto e Religioni, così come l’intero convegno si possono ascoltare a: https://youtu.be/MRaRedUeiV8?si=HZzscCTjBaTH2tTV
[6] https://www.stanzadelsilenzio.it/
[7] Siamo stati onorati di avere con noi Don Gino Rigoldi e crediamo che non sia necessario ricordare la sua lunga storia in questo particolare ambito della vita sociale, ma per quei pochi che non lo conoscessero: https://fondazionedonginorigoldi.it/
[8] Becci, Irene., Dubler Joshua., Religion and Prison, Routledge, London, 2017
[9] https://youtu.be/MRaRedUeiV8?si=HZzscCTjBaTH2tTV
[10] Quraishi, Muzammil – Wilkinson, Matthew, Occupational ontology and challenges for Muslim prison officers in Europe, in «Contemporary Islam», 2023. La ricerca mostra come gli operatori musulmani in carcere occupino una posizione intermedia tra istituzione e detenuti, fungendo da mediatori culturali e religiosi contemporaneamente (come suggerito dall’imam Tchina) e contribuendo alla costruzione di relazioni di fiducia
[11] Roy Oliver., Jihad and Death, Hurst, London, 2017
[12] Dati del Rapporto Antigone 2024: https://www.rapportoantigone.it/
[13] Cfr. supra nota 4
[14] https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/ottavorapportominoriCS.pdf
[15] Non è stato improprio paragonare le due esperienze che anzi è stato lo spunto comune per realizzare l’incontro: la popolazione carceraria presso gli II PP di Parma ha una curva demografica molto “giovanile” e il gruppo di lavoro realizzato dalla Murshidat Mounia EL Fasi riguardava 10 giovani detenuti di età compresa tra i 18 e i 26 anni alcuni provenienti da IPM; anche i profili sociodemografici sono simili a quelli descritti da Don Gino Rigoldi e Imam Tchina: bassa scolarità, condizioni economiche molto precarie, problemi famigliari ed esperienze pregresse traumatiche etc. etc. ma si legga l’altro articolo di Mounia EL Fasi e Alessandro Bonardi sulle loro relazioni a questo convegno in questo numero della rivista
[16] Andreis, Elisabetta, Cambio di passo al Beccaria. Arriva un imam, «Corriere della Sera», 2025.
[17] Cfr. Qui è sterminata la letteratura a disposizione; segnaliamo uno degli ultimi usciti: Anello, Giancarlo. L’Islam radicale nelle carceri italiane e il “jihadismo autocritico di Jawad Said. Studi Urbinati, A – Scienze Giuridiche, Politiche Ed Economiche, (76), Urbino, 2025.
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Alessandro Bonardi, coordinatore Gruppo Nazionale di Lavoro per la “Stanza del Silenzio e dei Culti” e Formatore Rer. https://www.stanzadelsilenzio.it/
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