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Sulle turpitudini dei tempi nostri

Sumud Flotilla

Sumud Flotilla

di Sergio Todesco

Che il re fosse nudo lo si era capito da tempo, ma occorreva che giungesse la Global Sumud Flotilla a mostrarci come sotto le vesti invisibili che il monarca credeva di indossare ci fosse non già un corpo vivo ma un cadavere putrefatto e brulicante di vermi. Occorreva che 497 volontari provenienti da quarantasei nazioni del pianeta avviassero la propria Odissea testimoniale per gridare al mondo intero per un verso la realtà degli orrori che a Gaza da due anni si consumano, per altro verso che rispetto a essi esistono ancora possibilità di resistenza.

I nostri politici e il giornalismo servile di cui si circondano hanno gridato ipocritamente allo scandalo strepitando che quella della Flotilla era un’azione politica, come se non fosse già stato a sufficienza comunicato dai responsabili dell’iniziativa che insieme alle finalità umanitarie (portare cibo e medicine a chi sta morendo per fame o ferite di guerra) era evidente lo scopo di far emergere l’illegalità di un blocco disumano esercitato su acque territoriali altrui, evidenziando come qualunque attacco contro una missione civile, umanitaria e non violenta avrebbe costituito una violazione palese del diritto internazionale e un crimine contro l’umanità.

Ma ai crimini contro l’umanità pare che chi oggi governa il nostro Paese si sia da tempo cinicamente assuefatto, giungendo a condannare le scarse intemperanze registrate durante il corteo pro Gaza di Milano e rimuovendo le decine di migliaia di vittime civili cadute inermi sotto le bombe israeliane.

Cosa accadrà di questa impresa eroica, storica, civile di un disarmato Davide contro un feroce Golia, nel momento in cui scrivo non è dato saperlo. Credo in ogni caso che, al di là degli esiti della vicenda, la Global Sumud Flotilla stia mostrando al mondo intero l’esigenza di resistere alla barbarie, testimoniando che sia sufficiente anteporre al pessimismo della ragione l’ottimismo della volontà per inserire sassolini umanitari nell’orrido ingranaggio che oggi governa il mondo, quello del capitalismo finanziario, dei sovranismi e dei folli sciamani che se ne fanno interpreti. 

Proprio mentre scrivo arriva la notizia che militari israeliani armati di tutto punto hanno abbordato la Flotilla catturando molti componenti degli equipaggi. Al di là delle pavide considerazioni espresse dall’impresentabile nostro Ministro degli Esteri, ecco emergere platealmente il carattere anche politico della spedizione umanitaria, che mostra al mondo intero come Netanyahu abbia ormai superato qualunque limite di ferocia e di illegalità internazionale confermandosi tra i maggiori criminali dell’umanità dal dopoguerra in poi.

La Convenzione di Montego Bay ha infatti da tempo stabilito che la sovranità appartiene alle navi battenti bandiera che le solcano. Quello compiuto da Israele nei riguardi dei volontari della Flotilla non è un arresto ma un sequestro di persona. Un atto di pirateria effettuato dalla marina militare israeliana in acque internazionali. Ma ormai qualunque diritto per il regime di Netanyahu è carta straccia, come platealmente dimostrato dall’abbordaggio e sequestro di una seconda eroica Flotilla, questa volta di solo personale sanitario cui è stato brutalmente impedito di portare soccorso e medicine a quelli che sono diventati i dannati della terra dei nostri giorni.

Il dato triste, è difficile da accettare, è che tali atti di pirateria vengano in Europa sottaciuti, o al più compresi come eventi inevitabili all’interno di una guerra in corso (la guerra di uno Stato contro una popolazione di civili inermi). Ciò ha comportato il pernicioso indebolimento del diritto internazionale cui hanno concorso quasi tutti i Paesi cosiddetti civili. Temo che tale progressiva assuefazione all’illegalità sarà non priva di conseguenze per le sorti del pianeta tutto nel futuro che ci attende.

In realtà, la falsa narrazione basata sull’identificazione di Hamas con l’intero popolo palestinese mira solo a occultare la realtà di una guerra liberticida condotta contro la Palestina tutta al fine di “liberarla” dai suoi storici abitanti.

Le proteste internazionali, le piazze di tutto il mondo mobilitate in segno di solidarietà con la Palestina mostrano però come ci siano, ormai si può affermare nel mondo intero, pezzi di società civile che non sono disposti a subire come i sovranismi intendono ridisegnare il pianeta.

Gaza bombardata

Gaza bombardata

In tema di sovranismi, per continuare con gli orrori che hanno fatto da corollario alla crisi oggi in atto, non si può non osservare come l’osceno “Board of Peace” per Gaza illustrato nel corso di una ignobile pantomima apparecchiata alla Casa Bianca costituisca l’ennesimo, intollerabile insulto alla dignità e alla libertà del popolo palestinese. Alle nefandezze di questo buffone pare non esserci fine. Secondo quanto appreso dai media l’amministrazione Trump (accompagnata da alcuni partners, sciacalli internazionali dei quali sarebbe utile apprendere l’identità) avevano avuto in progetto la realizzazione di un lussuoso Resort turistico e di un polo tecnologico nella Striscia di Gaza. Per arrivare ad avere l’intera area libera da scomode presenze umane, piuttosto che demandare al sempre disponibile macellaio Netanyahu il completamento del genocidio in atto si sarebbe preferita una soluzione, per così dire, più accomodante. Sarebbe stato offerto a ogni palestinese che avesse scelto di abbandonare “volontariamente” la propria patria un compenso in contanti di cinquemila dollari, oltre a sussidi atti a coprire quattro anni di affitto altrove, e a un anno di cibo.

La Striscia si sarebbe così trasformata in un’amministrazione fiduciaria Usa per almeno dieci anni, assumendo in poco tempo la veste di Resort turistico e Polo manifatturiero e tecnologico high-tech. Alle odierne antiestetiche macerie si sarebbero sostituiti grattacieli residenziali, impianti per veicoli elettrici e data center, all’interno di un nuovo inusitato paesaggio articolato in “città intelligenti alimentate dall’intelligenza artificiale”. Come a dire, si sarebbe trasformato questo campo di sterminio in una Smart Zone. Già il ciuffolone biondo (un Hitler rimesso a nuovo dalle incrostazioni novecentesche e proiettato nelle sorti magnifiche e progressive del terzo millennio) lo aveva preconizzato nell’osceno video forse concepito di concerto con l’allora compagno di merende Elon Musk, nel quale lui e i suoi compari si rilassano sdraiati nei fantasmagorici lidi della nuova Città del Sole.

Senonché, eventi diversi ma concomitanti (le oceaniche proteste in favore di Gaza verificatesi in molte nazioni, il riconoscimento dello Stato Palestinese da parte di un gran numero di Stati e il sempre maggiore discredito internazionale del governo israeliano, fatto oggetto di non indifferenti dissensi interni al suo corpo elettorale) hanno indotto il Presidente USA, che ormai da tempo conta sulla torpida acquiescenza europea (con l’eccezione della coraggiosa Spagna) a farsi promotore di un nuovo, non meno osceno, progetto, che prevede, sfrondato dalle parole di pace di cui è infarcito, un ritorno a una forma di colonialismo apparentemente “morbida” ma in realtà altrettanto, se non forse più, feroce di quella tradizionale.

Alle promesse di sviluppo economico, di smilitarizzazione e fine del conflitto, di governance tecnocratica e futura coesistenza tra i due popoli propagandate nel progetto appare evidente a chi sappia leggere tra le righe del programma trumpiano, che non a caso vede protagonista il camaleonte Tony Blair, come sia a esso sottesa una cinica finalità di controllo territoriale che vedrebbe il popolo palestinese ancora una volta confinato in un apartheid, sorvegliato a vista da osservatori indipendenti e da tecnocrati. 

Flotilla e la nazioni che la compongono

Flotilla e la nazioni che la compongono

Cosa osservare in merito a questa ulteriore dimostrazione muscolare, esercitata da un uomo che aspira al Nobel per la pace, che però promette di consentire al macellaio che gli sta accanto di completare l’olocausto laddove Hamas (formazione “terroristica” proprio dal macellaio in passato armata) non accettasse di suicidarsi e ponesse fine alla resistenza al genocidio da decenni perpetrato sui palestinesi?

Direi che non ci sono parole sufficienti a esprimere sdegno, come non si riesce a comprendere l’adesione al progetto di Trump da parte di molti Stati arabi se non registrando con tristezza come l’avidità, il potere e il modello di sviluppo capitalistico abbiano ormai raggiunto a guisa di metastasi gran parte del pianeta. Occorre forse, come preconizzava il filosofo ottocentesco ormai passato di moda e inviso a molti, che il capitalismo giunga ad avvolgere come una calda placenta il mondo intero attraverso l’accumulo indiscriminato del profitto perché esso finisca con l’accartocciarsi su se stesso e disintegrarsi tra le sue innumerevoli contraddizioni…

Un mio maestro, Luigi M. Lombardi Satriani, amava osservare come, ove si voglia continuare a vivere da umani, il protocollo delle nostre paure debba sempre sfociare nella mappa delle nostre speranze.    

E una delle poche voci di speranza, strenua e profetica, mi pare oggi essere quella del Cardinale e Arcivescovo metropolita di Napoli, Mons. Domenico Battaglia. Una voce implicitamente contestatrice delle tante diplomatiche cautele espresse anche all’interno della Chiesa, non analisi lucida ma sfogo di chi è ormai convinto che se non ci si abitui a considerare qualunque patria una patria che è in parte anche nostra, tale indifferenza farà assai presto inaridire il cuore collettivo impedendo a tutti, per sempre, di scorgere le sofferenze altrui e di credere in un mondo libero. 

E voi che sprofondate nelle poltrone rosse dei parlamenti, abbandonate dossier e grafici: attraversate, anche solo per un’ora, i corridoi spenti di un ospedale bombardato; odorate il gasolio dell’ultimo generatore; ascoltate il bip solitario di un respiratore sospeso tra vita e silenzio, e poi sussurrate – se ci riuscite – la locuzione «obiettivi strategici».
Il Vangelo – per chi crede e per chi non crede – è uno specchio impietoso: riflette ciò che è umano, denuncia ciò che è disumano.
Se un progetto schiaccia l’innocente, è disumano.
Se una legge non protegge il debole, è disumana.
Se un profitto cresce sul dolore di chi non ha voce, è disumano.
E se non volete farlo per Dio, fatelo almeno per quel poco di umano che ancora ci tiene in piedi.
Quando i cieli si riempiono di missili, guardate i bambini che contano i buchi nel soffitto invece delle stelle. Guardate il soldato ventenne spedito a morire per uno slogan. Guardate i chirurghi che operano al buio in un ospedale sventrato. Il Vangelo non accetta i vostri comunicati “tecnici”. Scrosta ogni vernice di patria o interesse e ci lascia davanti all’unica realtà: carne ferita, vite spezzate.
Non chiamate «danni collaterali» le madri che scavano tra le macerie.
Non chiamate «interferenze strategiche» i ragazzi cui avete rubato il futuro.
Non chiamate «operazioni speciali» i crateri lasciati dai droni.
Togliete pure il nome di Dio se vi spaventa; chiamatelo coscienza, onestà, vergogna. Ma ascoltatelo: la guerra è l’unico affare in cui investiamo la nostra umanità per ricavarne cenere. Ogni proiettile è già previsto nei fogli di calcolo di chi guadagna sulle macerie. L’umano muore due volte: quando esplode la bomba e quando il suo valore viene tradotto in utile.
Finché una bomba varrà più di un abbraccio, saremo smarriti. Finché le armi detteranno l’agenda, la pace sembrerà follia. Perciò, spegnete i cannoni. Fate tacere i titoli di borsa che crescono sul dolore. Restituite al silenzio l’alba di un giorno che non macchi di sangue le strade.
Tutto il resto – confini, strategie, bandiere gonfiate dalla propaganda – è nebbia destinata a svanire. Rimarrà solo una domanda:
«Ho salvato o ho ucciso l’umanità che mi era stata affidata?».
Che la risposta non sia un’altra sirena nella notte.
Convertite i piani di battaglia in piani di semina, i discorsi di potenza in discorsi di cura. Sedete accanto alle madri che frugano tra le macerie per salvare un peluche: scoprirete che la strategia suprema è impedire a un bambino di perdere l’infanzia. Portate l’odore delle pietre bruciate nei vostri palazzi: impregni i tappeti, ricordi a ogni passo che nessuno si salva da solo e che l’unica rotta sicura è riportare ogni uomo a casa integro nel corpo e nel cuore.
A noi, popolo che legge, spetta il dovere di non arrenderci. La pace germoglia in salotto – un divano che si allunga; in cucina – una pentola che raddoppia; in strada – una mano che si tende. Gesti umili, ostinati: “tu vali” sussurrato a chi il mondo scarta. Il seme di senape è minimo, ma diventa albero. Così il Vangelo: duro come pietra, tenero come il primo vagito. Chiede scelta netta: costruttori di vita o complici del male. Terze vie non esistono. 
Manifestazione Pro Palestina ad Amsterdam

Manifestazione Pro Palestina ad Amsterdam

Come concludere? Pare che nel pianeta terra abbia oggi, e non da poco tempo, conquistato l’egemonia una sorta di “Internazionale Sovranista” che ha ben presto imparato a padroneggiare i nuovi strumenti della comunicazione frutto della rivoluzione digitale.

I messaggi che un tempo provenivano dal balcone di palazzo Venezia e da ogni altro podio dittatoriale adesso sono però propagati attraverso i media (gran parte dei quali asserviti al potere) innescando dinamiche manipolatorie le più svariate. Da ciò pare si sia innescato un diffuso degrado cognitivo ormai avvertibile in tutti i social, degrado consistente nell’incapacità da parte di molti di distinguere ormai il vero dal falso, la realtà effettuale (come la chiamava Sciascia) dalle narrazioni che su di essa si offrono. Parrebbe che a tale deriva della ragione e dell’etica non sia più possibile opporre una resistenza. Io credo, e spero, che non sia così.

Questo caos, questa apparente mancanza di orizzonti etici plausibili potrebbe viceversa preludere a un risveglio di energie a lungo sopite, come ogni tanto pare emergere da forme di indignazione collettiva analoghe a quelle cui si è assistito, in tutto il mondo, in questi giorni. Dopotutto, come diceva Mao Zedong, «Grande è la confusione sotto il cielo, e dunque la situazione è eccellente». E se lo ha detto il Grande Timoniere, perché non crederci? 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025

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Sergio Todesco, laureato in Filosofia, si è poi dedicato agli studi antropologici. Ha diretto la Sezione Antropologica della Soprintendenza di Messina, il Museo Regionale “Giuseppe Cocchiara”, il Parco Archeologico dei Nebrodi Occidentali, la Biblioteca Regionale di Messina. Ha svolto attività di docenza universitaria nelle discipline demo-etno-antropologiche e museografiche. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, tra le quali Teatro mobile. Le feste di Mezz’agosto a Messina, Messina, 1991; Atlante dei Beni Etno-antropologici eoliani, Palermo, 1995; Fotografi di paese, Messina, 1995; Iconae Messanenses – Edicole votive nella città di Messina, Palermo, 1997; Angelino Patti fotografo in Tusa, Palermo, 1999; I sentieri di Didyme. Un percorso antropologico, Palermo, 1999; In forma di festa. Le ragioni del sacro in provincia di Messina, Messina, 2003; Miracoli. Il patrimonio votivo popolare della provincia di Messina, Messina, 2007; Vet-ri-flessi. Un pincisanti del XXI secolo, Palermo, 2011; Matrimoniu. Nozze tradizionali di Sicilia, Messina, 2014; Castel di Tusa nelle immagini e nelle trame orali di un secolo, Patti, 2016; Angoli di mondo. Scritti di antropologia, folklore, storia delle idee, Patti, 2020; L’immaginario rappresentato. Orizzonti rituali, mitologie, narrazioni, Palermo, 2021; Il mio Blog su LetteraEmme, 2 voll., Messina, 2022-2023; Angoli di mondo 2. Scritti di antropologia, folklore, storia delle idee, Patti, 2025; Il sacro iridescente. Madreperle incise a soggetto religioso nell’arte popolare, dalle collezioni Basilissi Minnella Todesco, Messina, 2025.

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