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Sulle Nuove Indicazioni 2025 per la Scuola e il Primo ciclo di istruzione

i__id8170_crop600x600c__1xCoordinamento didattico Istituto Nazionale Ferruccio Parri 

L’Istituto Nazionale Ferruccio Parri esprime profonda preoccupazione per le nuove Indicazioni Nazionali 2025 relative all’insegnamento della Storia nella scuola dell’infanzia e nel primo ciclo appena rese pubbliche.

Il documento ministeriale propone cambiamenti che rappresentano un evidente passo indietro sia sul piano della visione storiografica sia su quello metodologico. In particolare, l’Istituto rileva e denuncia: una ridefinizione del curricolo attorno a un’idea di nazione ormai ampiamente superata dalla ricerca storica contemporanea; la presenza di distorsioni storiografiche che semplificano e falsano la comprensione del passato; e, infine, un arretramento delle metodologie didattiche verso un modello nozionistico e trasmissivo, in contrasto con le pratiche innovative ormai consolidate nella didattica della storia.

Le nuove linee guida riorganizzano il curricolo storico ponendo al centro la costruzione dell’identità nazionale. Questa impostazione corre il rischio di riproporre una visione nazionalista della storia che la storiografia contemporanea ha ampiamente superato da decenni. Invece di presentare il passato nella sua complessità, interconnessione e pluralità di dimensioni, si torna a un racconto circoscritto entro i confini dello Stato-nazione, come se la nazione fosse l’unico orizzonte significativo dei processi storici. Una simile prospettiva risulta anacronistica e riduttiva in un’epoca di conoscenze storiche sempre più aperte alle relazioni sovranazionali e globali. La storia ridotta a strumento di costruzione identitaria nazionale rievoca impostazioni ottocentesche, ignorando decenni di studi che hanno messo in luce quanto le vicende di ogni Paese siano intrecciate con quelle del resto del mondo. Marc Bloch e Lucien Febvre, tra i fondatori della storiografia moderna, insegnavano già nel secolo scorso che la comprensione storica richiede di guardare oltre l’elenco di eventi e personaggi, integrando prospettive sociali, economiche e culturali. Tornare a concentrare il curriculum sul solo racconto della “grande storia” nazionale significa disconoscere questa evoluzione della disciplina e offrire agli/alle studenti una visione parziale e limitata del passato.

Tale impostazione rivela l’intento di piegare la narrazione storica a fini identitari: la storia diventa propaganda, strumento di assimilazione culturale e di autocelebrazione nazionale. Così facendo si ignora che la storia è molteplice per natura – fatta di molte voci, gruppi sociali differenti, influenze esterne e interne – e che solo un approccio pluralistico consente una reale comprensione. Limitare lo sguardo al solo contesto nazionale e occidentale (peraltro enfatizzando quasi esclusivamente la tradizione greco-romana e giudaico-cristiana) significa anche trascurare il contributo di altre civiltà e culture, perpetuando una visione eurocentrica ormai superata. L’esito rischia di essere una visione distorta del passato, in cui differenze, conflitti e connessioni vengono appiattiti per far posto a una narrazione unilateralmente positiva. Questo contrasta con il metodo storiografico, che richiede invece rigore nell’analisi delle fonti, confronto di interpretazioni e contestualizzazione di ogni evento.

scuola_didattica_education-marketing-italia_emi-2Il documento ministeriale presenta inoltre il passato in forma semplificata e spesso celebrativa, ignorando il carattere plurale e problematico della ricerca storica. Si privilegiano fatti e figure eroiche funzionali a un racconto edificante della nazione, a scapito di un’analisi critica dei processi storici. Emblematico è il suggerimento di proporre già ai bambini di 7-8 anni «Racconti del Risorgimento», cioè episodi e personaggi dell’Unità d’Italia (gli incarcerati nello Spielberg, le cinque giornate di Milano, i martiri di Belfiore, La piccola vedetta lombarda, Anita Garibaldi, i Mille: cfr. Nuove Indicazioni 2025. Scuola dell’infanzia e Primo ciclo di istruzione. Materiali per il dibattito pubblico: 72). Introdurre vicende tanto complesse come fossero fiabe patriottiche può portare a distorsioni nella comprensione: eventi storici di grande portata vengono ridotti ad aneddoti semplificati, privi di contesto, trasmettendo a bambini e bambine un’immagine falsata del passato come saga di “eroi e martiri” senza zone d’ombra né conflitti interpretativi.

L’aspetto forse più allarmante delle nuove indicazioni è il ritorno a metodologie didattiche superate, improntate al nozionismo e alla trasmissione passiva dei contenuti. Viene esplicitamente ribadita la centralità di “che cosa si insegna” rispetto a “come si insegna”, in aperta controtendenza rispetto alla didattica per competenze degli ultimi decenni. I promotori della riforma rivendicano di aver “restituito” la storia agli storici, rifiutando l’impostazione secondo cui il docente debba far “maneggiare la cassetta degli attrezzi dello storico” ad allievi e allieve – definita sprezzantemente “un’idea balzana” – anziché trasmettere nozioni. In quest’ottica, dichiarano di voler “tornare a insegnare la storia, dunque fatti, date, personaggi”, riducendo la complessità della disciplina. È significativo che tra gli obiettivi specifici di apprendimento proposti compaia anche l’invito a memorizzare date (cfr. Nuove Indicazioni 2025. Scuola dell’infanzia e Primo ciclo di istruzione. Materiali per il dibattito pubblico, classe Quinta della Scuola primaria: 71; classe Terza della Scuola secondaria di primo grado: 73): una formulazione che sembrava appartenere ai programmi di decenni fa. Di fatto, si ripristina un modello in cui lo/la studente è ricettore passivo di informazioni selezionate dall’alto, mentre l’insegnante torna a essere mero trasmettitore di un racconto preconfezionato.

Questa linea d’azione contraddice le pratiche didattiche ritenute più efficaci sia dalla comunità scientifica sia dall’esperienza quotidiana di tanti e tante docenti. La didattica della storia ha sviluppato metodologie attive e inclusive: laboratori di analisi delle fonti, uso del metodo investigativo, apprendimento per concetti e problemi, discussione critica di diverse interpretazioni dei fatti. Proprio in merito alle metodologie didattiche, nelle Finalità dell’insegnamento nella Scuola primaria è scritto testualmente: «Anziché mirare all’obiettivo, del tutto irrealistico, di formare ragazzi (o perfino bambini!) capaci di leggere e interpretare le fonti, per poi valutarle criticamente magari alla luce delle diverse interpretazioni storiografiche, è consigliabile percorrere una via diversa. E cioè un insegnamento/apprendimento della storia che metta al centro la sua dimensione narrativa in quanto racconto delle vicende umane nel tempo. La dimensione narrativa della storia è di per sé affascinante e tale deve restare nell’insegnamento, svincolato da qualsiasi nozionismo così come da un inutile ricorso a ‘grandi temi’, disancorati dall’effettiva conoscenza degli eventi».

imagesGli approcci adottati con successo nelle scuole italiane ed europee negli ultimi decenni, mirano a sviluppare negli/nelle studenti competenze di pensiero critico, capacità di collegare cause ed effetti, di riconoscere la natura delle fonti e persino di identificare narrazioni distorte o strumentali del passato. Le indicazioni invece spiegano che rinunciare a questo impianto per tornare a lezioni frontali basate su manuali unidirezionali e studio mnemonico significa privare le nuove generazioni di strumenti intellettuali indispensabili. In un’epoca in cui l’abbondanza di informazioni – non sempre affidabili – richiede capacità di analisi e discernimento, formare studenti abituati solo a “ripetere la lezione” li/le rende più vulnerabili a manipolazioni e stereotipi, anziché più consapevoli e autonomi.

L’Istituto Nazionale Ferruccio Parri, in rappresentanza della rete degli Istituti per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea che coordina, invita quindi il Ministero dell’Istruzione e del Merito a rivedere criticamente queste Indicazioni prima della loro eventuale adozione e ribadisce che l’insegnamento della storia deve rimanere ancorato al rigore scientifico e a metodologie didattiche sperimentate, orientate a formare cittadini e cittadine critici e consapevoli. Una visione pluralista, problematica e contestualizzata del passato è indispensabile per capire il presente e progettare con cognizione il futuro. Confidiamo che le istituzioni scolastiche vogliano tenere conto di queste riflessioni e siamo disponibili a offrire il nostro contributo di studiosi e educatori affinché il curricolo di storia sia il frutto di un confronto aperto e di scelte culturali condivise, all’altezza delle sfide del nostro tempo. 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025

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Istituto Nazionale Ferruccio Parri e la rete degli Istituti per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, Coordinamento didattico

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