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Spilli indisciplinati. Per un’antropologia critica della divisione del lavoro

cover cover1di Massimo Canevacci [*]

«La causa del progresso nelle capacità produttive del lavoro, nonché della maggior parte dell’arte, destrezza e intelligenza con cui il lavoro viene svolto e diretto, sembra sia stata la Divisione del Lavoro» (Smith, 1975: 66)

La divisione del lavoro è stata elaborata in chiave moderna, cioè l’industrialismo nascente, da Adam Smith con la sua economia produttiva di spilli, criticata da Marx che immaginava una società futura liberata da tale divisione o estraneazione (1968) del lavoro. Fare per tutta la vita o anche per un lungo periodo (come è capitato a me) lo stesso lavoro, replicando i movimenti del corpo in un automatismo senza-concetto è violenza storica, crudele, “ineluttabile” che deforma il corpo-mente nel piacere sensuale, nelle bellezze estetiche, nelle creatività possibili.

15861Il tema fu ripreso anche da Adorno in una visione prismatica per ricordare il suo amico: «Benjamin, non rispettando il confine tra il letterato e il filosofo, aveva fatto della necessità empirica la sua virtù intellegibile. A vergogna loro, le università lo rifiutarono» (1972: 237). Allo stesso modo e allargando tale confine, l’antropologia non riesce a rimanere ristretta nella sua disciplina senza estendersi in campi (fieldwork) illimitati. Antropologia è indisciplinata in quanto l’essere umano – anthropos – è un corpo in movimento le cui parti sono state sezionate, divise, da un tipo di scienza positiva che si è chiaramente ingrippata, bloccata, distratta.

Benjamin vedeva in Baudelaire il filosofo che cantava e interpretava la sua Parigi, come non era mai stato fatto prima; e Walter lo segue narrando Berlino “a senso unico”, Parigi “capitale del XIX secolo”, Napoli e la “porosità partenopea” che – secondo Mittelmeyer – diventerà fondamentale per capire i passage e la successiva visione metropolitana. Perché solo lui ha selezionato i passage come traccia empirica per capire il movimento di una città che diventava metropoli? Primo spazio asfaltato, dove emergono nouveauté, dove camminano flaneur, si inventano prezzi accanto alla merce, la merce in vetrina che eccita e nega, si crea fotografia grazie ai panorami bruciati e quindi arriva il cinema. Perché la sua filosofia sta fuori della filosofia. Analogamente l’antropologia – o almeno la “mia” antropologia – sta fuori, cioè oltre l’antropologia disciplinata. Antropologia si incrocia e sincretizza con la comunicazione, l’arte, la semiotica, l’urbanistica, la genetica e via così.

Indisciplina non è uno scomposto fare-come-ti-pare, bensì favorire le scelte di ricercatori, studenti, gente “comune” che – sulla base di precisi progetti o scelte di vita – potrebbero innestare saperi-in-movimento verso l’ignoto. Indisciplina manifesta dove può andare l’arte della ricerca sul campo, nel laboratorio, nel fare giornaliero. Le variazioni innovative sul metodo smuovono il tentativo di ossificarlo, di rinchiuderlo in una zona-morta acclarata, che anticipa i risultati, li “contiene”. Indisciplina vuole essere applicata nei diversi contesti empirici, insieme alla sua amata sorella: l’improvvisazione. Improvvisazione è indisciplina studiata, ricercata, suonata, parlata, sentita, sperimentata. Indisciplina e improvvisazione conoscono bene “il” o “i” metodi per fare ricerca: il loro approccio differente e convergente sta nel rifiuto a replicare il canone ben noto, canone che applicano e dissolvono in corso d’opera.

Una delle mie fonti sonore di ispirazione è stata l’Art Ensemble di Chicago (ma potrei citare i cantanti contadini in “ottava”, tanta musica concreta, Aphex Twin ecc.): all’inizio delle loro performances, si presentavano in scena con vestiti e codici afro, suonavano per un periodo il jazz tradizionale, diciamo swing, la gente era contenta perché riconosceva il ritmo, batteva i piedi e le mani, accompagnava l’itinerario musicale ben noto. Era un piacere. Era l’identico. Poi improvvisamente il gruppo, senza dir nulla, cambiava stile, emetteva sonorità inaudite, improvvisate, dissonanti, poliritmiche che frustavano la sala, la scomponevano, mostravano che erano bravissimi a fare lo swing o il be bop, ma non era più sufficiente per liberare l’acustica e l’estetica di un jazz free [1].

7143igrl03l-_uf10001000_ql80_Il sapere e il sapore si pluralizzano come le identità. Indisciplina pluralizza le identità in quanto si dirige oltre il pensiero dicotomico, le logiche binarie, le sonorità replicate, i monoteismi assolutisti e persino relativisti.

Un’antropologia visuale ristretta ai documentari etnografici mi sembra repressa o bloccata: non è possibile ignorare Cronenberg o Antonioni, Lynch o Fellini, Maya Deren o Cindy Sherman. Con loro si capiscono meglio Les Maîtres Fous o Trance and Drama in Bali. Persino il MOMA ha dedicato il suo centro museale a una esposizione su Alexander McQueen, seguendo – implicitamente purtroppo – il dialogo di Leopardi su la Moda e la Morte (1960).

419rxoxdz4l-_uf8941000_ql80_Simmetricamente, in campo musicale – oltre la tradizionale etno-musicologia – la comparazione tra modelli musicali diversi non produce sintesi, bensì accostamenti sensibili, variazioni possibili, estetiche complesse, sincretismi sonici: altro esempio per me fondamentale è la registrazione African Rhythms, realizzata da P. A. Aimard, dove si possono ascoltare le polifonie poliritmiche degli Aka, i c.d. pigmei dell’Africa centrale, il minimalista newyorkese S. Reich e il compositore sperimentale ungherese G. Ligeti. Questi ritmi musicali così diversi creano soundscape in cui variazioni timbriche minime sviluppano sensibilità accese, accelerate, indisciplinate (interplay influences). Al contrario dell’omogeneità, si sviluppano differenze che evocano la grandiosità timbrica della creatività differenziata. Ogni cantante o musico ha i suoi propri ritmi, stili, variazioni, strumenti, “pulses” che si innestano con gli altri spontaneamente senza una disciplina acustica.

Se posso essere fazioso, la nascita nell’università di discipline, curricula, concorsi, facoltà, dipartimenti ha una matrice storica e paradigmatica: emerge col positivismo, industrialismo, imperialismo. Successivamente questa divisione intellettuale del sapere si è modificata, adeguata al post-industriale e all’attuale fase tecno-digitale perché “funzionale”; eppure la condizione de-coloniale non è stata intaccata minimamente, anzi, si è rafforzata e diffusa in moltissimi Stati nazionali e strati popolari, per motivi che sono ben conosciuti e accresciuti e usati (insicurezza, emigrazione, razzismo, sessismo, droghe, corruzione ecc.). Spinte inter e trans-disciplinari si sono diffuse. Eppure rimane implacabile e indistruttibile un centro di pietra che separa i saperi e che continua a giudicare indisciplina in senso morale, comportamentale, caratteriale.

Forse è tempo di affermare che indisciplina ha altri significati che debbono e possono essere proclamati, affermati e diffusi dentro e fuori le università. Indisciplina è insofferenza verso le ristrettezze delle “facoltà”, che userei con la “f” minuscola e non con la superbia maiuscola “F” – Facoltà – che designa il sapere diviso istituzionale: facoltà come potenzialità – più o meno latenti e mai imposte – che coinvolgono docenti, studenti, persone comuni. Queste facoltà esprimono desideri, tendenze, paradigmi, epistemologie – o epistemofilie – che non riescono più a essere ristrette dentro la tradizionale divisione intellettuale del sapere, ma dilagano secondo sensibilità interessi, ipotesi, visioni, immaginazioni: trapassano i limiti, traforano i confini, rendono porosi corpi e mentalità.

31896127016È doveroso nella mia ipotesi, che la prospettiva indisciplinata stia dentro i flussi dei processi de-coloniali attuali. I resti del colonialismo sono cicatrici corporee e psichiche, sociali e comportamentali che sono purtroppo chiaramente visibili nelle società attuali. Come sostiene una giovane ricercatrice, «il post-coloniale ha interpretato il mondo, il de-coloniale lo trasforma». Le tracce di memoria coloniali sono sempre più diffuse, si accrescono tra i “bianchi” più di quanto si diffondano tra i dominati, la cui passata schiavitù è presente nell’immaginazione materiale e vi ritorna nella travessia psichica quotidiana. L’Atlantico Black continua ad essere attraversato. Il “sud” del mondo si muove e non vuole più essere inquadrato da latitudini gerarchiche. Antropologia Indisciplinata mette in discussione il potere materiale e immateriale che il colonialismo vecchio e nuovo ha stratificato e continua a stratificare nelle persone offese.

Molte sono le divisioni disciplinari o disciplinate che hanno cercato di addomesticare indisciplina, improvvisazione, spontaneità. Nel ripercorrere le divisioni antropiche, diventa chiara la complessità “razionalizzata” di tale processo storico che parte dal lavoro manuale e intellettuale e poi si è diviso in sezioni contigue: divisione sessuale del lavoro – cioè di eros, amore, genere – in cui il pensiero apparentemente biologico e oggettivo ha sezionato maschile e femminile, ignorando anzi censurando la moltitudine interna. Un’ulteriore divisione del lavoro si è manifestata nelle culture indigene, con una corresponsabilità da parte di antropologi, giornalisti, missionari, politici ecc.: è la questione “di-chi-rappresenta-chi”. Tale potere espande la critica alla divisione del lavoro così come Marx l’aveva presentata.

L’attuale fase de-coloniale e l’accelerazione delle culture digitali rendono insufficiente la stratificazione socio-culturale otto-novecentesca (le “classi”). Così la divisione tra chi comunica e chi è “comunicato” emerge nella contemporaneità in cui la comunicazione ha un potere crescente: tra chi ha storicamente il potere di narrare e chi sta nella sola condizione di essere un oggetto narrato dal punto di vista dominante è altra sfida attuale di un’antropologia indisciplinata. Tra “chi-rappresenta” e “chi-è-rappresentato” vi è uno dei nodi non solo del linguaggio in generale, bensì di un linguaggio appunto “diviso” (la divisione del lavoro narrativo) da affrontare nei metodi e nelle pragmatiche. Tra chi ha il potere di inquadrare l’altro e chi dovrebbe sempre essere un “eterno” panorama umano da inquadrare vi è una gerarchia della visione di matrice coloniale che sopravvive nelle etnografie attuali. Si è affermato un neo-colonialismo mediale tra chi filma e chi è filmato, chi narra e chi è narrato, chi inquadra e chi è inquadrato. In definitiva è insopportabile – politicamente ed etnograficamente – che anche nella comunicazione digitale continui una divisione gerarchica tra chi rappresenta e chi è rappresentato (Canevacci, 2017).

pessoaLe nuove soggettività che stanno affermandosi hanno il vantaggio di poter usare le tecnologie digitali che favoriscono questo decentramento con un effetto dirompente non paragonabile con quelle analogiche. Facilità di uso, abbassamento dei prezzi, accelerazione dei linguaggi, decentramento di ideazione, editing, consumo. La divisione comunicazionale del lavoro tra chi narra e chi è narrato – tra auto ed etero-rappresentazione – penetra nella contraddizione emergente tra produzione delle tecnologie digitali (legate ai centri del potere occidentale) e uso delle stesse tecnologie da parte di soggetti con una autonoma visione del mondo.

La prospettiva indisciplinata sfoglia le possibili variazioni epistemologiche quando accetta la sfida di vagare nell’ignoto. Il rapporto tra familiare e straniero, classico scenario della ricerca etnografica, si è trasformato nel tempo e nello spazio in relazioni più complesse; quelle differenze, che una volta sembravano nette, ora si compenetrano reciprocamente e spesso si rovesciano le une nelle altre, sicuramente si mescolano in risultati imprevedibili o inclassificabili. L’ignoto è la sfida che si può trovare di fronte in qualsiasi momento e in ogni luogo. E questo ignoto aspetta anche la ricerca antropologica, filosofica, le scienze umane o esatte in generale: di conseguenza, il metodo indisciplinato emerge entrando nell’ignoto.

Procedendo nel vagare, indisciplina scopre e affronta il corpo-d’occhio, l’ottica corporea determinante per l’incontro poroso con l’alterità e con sé stesso. L’apprendimento del corpo-d’occhio si basa sul farsi-vedere, farsi-sguardo, farsi-occhio: occhio che vede-e-si-vede. Tale visione riflessiva o autoptica dello sguardo – occhio che diventa corpo, corpo-d’occhio [2] – afferma la dimensione bio-culturale dell’ottica, persino l’inconscio ottico sempre di Benjamin che dal cinema penetra nei cellulari indifesi: la pupilla – carezzata e umettata lentamente dalle palpebre – si dilata nelle sue secrezioni continue, determinate da conflitti, intrecci, tensioni, desideri analogico-digitali. L’indisciplina etnografica incorpora sia la polifonia dell’oggetto che si rivela soggetto, sia l’ubiquità ottica della soggettività. È un transito vagante e riflessivo che si muove tra alterità ignote e il sé alterato, che denuda la pesante consistenza dicotomica di soggetto/oggetto, base filosofica di ogni dualismo.   

Il corpo-d’occhio ha visioni verso una antropologia non antropocentrica: dove non è più l’umano il centro delle cosmologie, che domina, controlla, usa-e-getta tutto il resto (“natura”). Si intravede un umanesimo che tenta la pacificazione co-evolutiva tra esseri umani, animali, vegetali, minerali e persino divini… Per usare un’immagine forse visionaria, l’indisciplina cerca di dirigersi oltre l’umanesimo così come si è definito nel tempo (rinascimento) e nello spazio (eurocentrico), nella politica (reificazione), nella natura (antropocene), nella mente (ecologia), nel corpo (ottica), nella “razza” (de-coloniale).

61vhdqc1-ol-_uf10001000_ql80_Vorrei sostenere che anche l’identità è indisciplinata: non si restringe in chiave psicologica o sociologica, politica o familiare. Introducendo una classica visione antropologica verso l’identità, anch’essa appare indisciplinata: a partire da Malinowski e il suo intimo Diary in senso stretto (1967), emerge un disperato tentativo di essere lo stesso in contesti differenti, pagato con auto-repressione, discriminazione, mutilazione, sofferenza. Ipocrisia funzionale [3]. L’ubiquità identitaria vive nelle pratiche di ciascuno con modalità, stili, risultati disomogenei. Forse è possibile partecipare a rituali indisciplinati per identità ubique, affettuose, tenere, fragili e anche sensuali, ludiche, drammatiche. Le identità diventano indisciplinate nell’inseguire le regole etnografiche per poi ignorarle e allontanarsi lungo itinerari inesplorati.

Sono indisciplinato anche nella mia bibliografia. Nelle mie pratiche, cerco di assemblare processualmente autori classici dalle provenienze diversificate; nelle ricerche di antropologia urbana, ho agganciato Benjamin (dettagli micrologici), Bateson (ecologie mentali), Bachtin (polifonie narrative), Baudelaire (flaneur vaganti), Bataille (occhi sessuati): queste “mie cinque B” scorrevano tra le loro differenze e mi sollecitavano a elaborare metodi transitivi, sperimentare narrazioni irregolari, sconfinare recinti disciplinati. Fissare e mescolare costellazioni micrologiche, ecologiche, polifoniche, vaganti. Essere indisciplinato mi ha reso marginale in accademia, diffuso nella didattica, irregolare nel metodo.

In conclusione, preferirei che ciascuno di noi facesse il proprio spillo, uno spillo unico che – nel rievocare Adam Smith – sia autonomo, creativo, bizzarro, irregolare, inutile, fantasioso, distorto; insomma uno spillo indisciplinato che giochi con la divisione del lavoro, mostri il suo essere datato, persino inadatto alla sensibilità contemporanea, poco creativo in quanto riproducibile all’infinito e sempre identico a sé stesso. E quindi banale o funzionale. Gli spilli indisciplinati prefigurano futuri possibili quando si osserverà con ironia e distacco la divisione del lavoro, le tante divisioni di tanti lavori, come un residuo del passato, che per dichiarati valori egoistici (ancora Adam Smith) – anziché perseguire la felicità generale – ha prodotto uniformità umana affine alla merce.

Invito ciascuno/a a scegliere la propria fonte indisciplinata: un autore/trice, un paesaggio, un essere animale, vegetale, persino minerale, una musica, una poesia, una fantasia immateriale per regalare a presenti e assenti uno spillo distorto, irregolare, autoprodotto. Spillo indisciplinato come la fonte ispiratrice. E ora presento il mio spillo indisciplinato.

Wakdjunkaga

Wakdjunkaga

Dopo aver attraversato i miei “classici” dalle cinque “B”, i musicisti Aka e Art Ensemble, la visuale di Maya Deren, ignorato purtroppo la pittura del “mio” Masaccio o la scrittura di “tutti” Rayuoela, seleziono il testo e il personaggio antropologico più indisciplinato che abbia incontrato: The Trickster, il briccone divino, l’eroe-buffone della cultura Winnebago. Etnografia esemplare di Paul Radin, testo da lui raccolto nel 1919 dal suo informatore Sam Blowsnake (trascrizione sillabica di lingua Sioux, dalla traduzione sempre traditrice), racconti considerati “scabrosi” nella premessa di Kerényi. In realtà sono le storie cicliche – cioè “mitologiche” – di un eroe nativo o “indiano” che ha il pene arrotolato sulla schiena in una scatola, attraversa ogni genere trans-organico: è dio, uomo, donna, bambino, animale, albero e anche merda. Trickster non riesce a stare rinchiuso in una sola identità, in uno spazio o ad essere disciplinato: è “truffatore sempre truffato”.

Lui, anzi “loro”, incorpora l’ampliamento della sua esistenza, un allargamento della coscienza, un accrescimento del pronome io che nel poeta Pessoa da eu diventa “eus”, forzando grammatica e logica (1980). Trickster è un giocoso essere, un buffone, un satyrikon, che ride e fa ridere, che sbeffeggia i capi e le anatre, e persino l’ano. «Voglio percorrere il mondo, andare a vedere gli uomini, perché ne ho abbastanza di rimanere qui» (1965:143).

Il mio spillo indisciplinato è Wakdjunkaga, il winnebago. 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
[*] Testo presentato al convegno Undisciplined Anthropologies: Practices, Trajectories, and Imaginations Beyond “Method” -International Conference Università degli Studi di Palermo, 30th – 31rst October
Note
[1] Alla fine degli anni ’80, ho ascoltato l’Art Ensemble in uno spazio occupato a Roma e, quando Roscoe Mitchel ha improvvisato col suo mini-sax, ho sentito alterazione sonica e indisciplina creativa.
[2] Corpo d’occhio è gioco di parole con colpo d’occhio che indica la capacità di cogliere la bellezza di un’opera d’arte a prima vista o un codice imprevisto e innovativo nei sincretismi culturali.
[3] Malinowski represse le emozioni sul campo in nome del funzionalismo e per questo respinse la ricerca di Bateson che focalizzava ethos, il modo culturale di esprimere le emozioni in pubblico. 
Riferimenti bibliografici
Adorno, Prismi, Torino, Einaudi, 1972
Aimard, P-L., African Rhythms, TeldecClassic, 2003
Benjamin, W., Parigi capitale del XIX secolo, Torino, Einaudi, 1986
Canevacci, M., La linea di polvere. La cultura Bororo tra tradizione, mutamento e auto-rappresentazione, Milano, Meltemi, 2017
Leopardi, G., Dialogo della Moda e della Morte, Milano, Rizzoli, 1960
Malinowski, B., A Diary in the Strict Sense of the Term, New York, Harcourt, 1967
Marx, K., Manoscritti economico-filosofici del 1944, Torino, Einaudi, 1968
Pessoa, F. O eu profundo e os outros eus, Nova Fronteira, Rio de Janeiro, 1980
Radin, P. Il briccone divino, Milano, Bompiani, 1965
Smith, A. La ricchezza delle nazioni, Roma, Newton, 1975.

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Massimo Canevacci, docente di Antropologia Culturale presso l’Università di Roma “La Sapienza”, come Visiting Professor è stato invitato in diverse università europee, a Tokyo (Giappone), Nanjing (China). Dal 2010 al 2017, è stato Professor Visitante in Brasile: lorianôpolis (UFSC), Rio de Janeiro (UERJ), São Paulo (ECA/USP – Instituto de Estudos Avançados IEA/USP). Tra i suoi libri: La Linea di Polvere. Meltemi, Milano, 2017; Meta-feticismo, Roma, Manifesto Libri, 2022; Stupore Indigeno, Napoli, Mar dei Sargassi, 2023; Cittadinanza Transitiva, Milano, Meltemi, 2024.

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